“The emphyteusis was different in the past, and still is, in France, and is not in Italy”. A history of incomplete assimilation

“Tutto diverso era in passato, ed è tuttora, il sistema enfiteutico in Francia, che non è in Italia”. Storia di una incompiuta assimilazione

24.10.2021

Paola Mastrolia

Post-doc researcher FNS, Università di Lucerna

 

“Tutto diverso era in passato, ed è tuttora,

il sistema enfiteutico in Francia, che non è in Italia”.

Storia di una incompiuta assimilazione*

 

English title: “The emphyteusis was different in the past, and still is, in France, and is not in Italy”. A history of incomplete assimilation

DOI: 10.26350/18277942_000048 

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Sommario: 1. Ancora sul legal transfer. 2. Il reale decreto 21 maggio 1811 e il conformismo necessitato di Giuseppe Prina. 3. Le decisioni e le pratiche interpretative di Francia. 4. Una annotazione necessaria. Imposta prediale e affitti perpetui: gli inconvenienti di una sommaria assimilazione. 5. “Tutto diverso era in passato, ed è tuttora, il sistema enfiteutico in Francia, che non è in Italia”. Il Consiglio legislativo e la difesa dell’alterità del Regno.

 

 

  1. Ancora sul legal transfer[1]

 

Abbiamo avuto modo di considerare, guidati dalle meticolose ricerche condotte negli ultimi anni, quanto le dinamiche dell’applicazione delle nuove normative napoleoniche nel regno Italico passassero attraverso le zelanti pratiche giudiziarie messe in atto dagli operatori del diritto, quali magistrati, avvocati e procuratori generali, volte ad una corretta attuazione del dettato normativo che ne ha disvelato il complesso universo mentale[2]. Si è trattato di “indagini spettroscopiche”[3], determinate dalla insoddisfazione a fronte di un decennale “studio asettico delle fonti normative che ha”, dunque, “ceduto il passo a ricostruzioni nelle quali sono stati messi a fuoco i complessi e multiformi contesti entro i quali i codici sono germinati”[4].

Oltre alle fonti giudiziarie, testimoni preziose e impagabili di processi remoti, vi è un altro tassello per il tramite del quale leggere la Wirkungsgeschichte, termine che è in uso nella storiografia per intendere la storia della codificazione (la quale presuppone e non può escludere quella del codice)[5], e cioè “il farsi del codice nella società attraverso principalmente l’analisi della giurisprudenza e della prassi del ceto degli avvocati, il che significa, in ultima analisi, riuscire a valorizzare il rapporto tra scienza e prassi nel suo concreto dispiegarsi e insieme valorizzare l’esperienza giuridica come momento controversiale”[6]. Facciamo riferimento alla circostanza per cui le vicende della applicazione delle nuove normative nel regno Italico furono indubbiamente condizionate da quel passaggio preliminare che constò di impreviste procedure di conciliazione sorte nell’ambito di conflitti interpretativi intercorsi tra i ministri e i membri del Consiglio legislativo, cioè di quella sezione del Consiglio di Stato avente, insieme a quella dei Consultori, funzioni interpretative e consultive[7].

Una dimensione parimenti controversiale, dunque, ma collocata su un livello diverso, di tipo istituzionale anziché – stricto sensu – processuale[8].

È bene, prima di tutto, soffermarsi brevemente a ricordare quel dato, già emerso nella storiografia e confermato dai documenti archivistici, relativo al diverso imprinting del Consiglio legislativo napoleonico[9] rispetto a quello repubblicano[10], posto che nel primo non furono infrequenti “discussioni di ordine politico, animate non più da interessi municipali, bensì dalla diversa concezione dello Stato e dei suoi poteri di ingerenza nella sfera del privato“[11], amplificate, peraltro, dalla variegata composizione delle assemblee, nelle quali sedevano personaggi dagli orientamenti politici ed economici quanto mai differenti[12].

È in tale prospettiva che devono essere lette quelle sessioni nelle quali il Consiglio legislativo entrò in rotta di collisione con i ministri – spesso presenti alle sedute e sempre partecipi di quelle finalizzate alla discussione e approvazione di decreti e regolamenti da loro proposti – circostanza che, unitamente alla ridondanza espositiva di taluni interventi, fece sì che i lavori consigliari procedessero in modo tutt’altro che spedito[13]. Accadde spesso, infatti, che tali contrasti “sfocia[ssero] in polemica aperta, tanto che in seduta plenaria del Consiglio di Stato più di una volta vennero messe a confronto due diverse stesure dei progetti, quella ministeriale e quella elaborata dal Consiglio”[14], come si verificò nel 1808 nella sessione concernente la compartecipazione dei proprietari alle spese necessarie per i lavori di adattamento delle strade di Milano previsti dal decreto 359 dell’11 agosto 1808[15].

In sostanza, nonostante il Terzo Statuto Costituzionale lo avesse costretto entro i limiti piuttosto stringenti di un ruolo puramente consultivo, il Consiglio di Stato napoleonico “lavorò cercando di mantenere la propria indipendenza di giudizio, non rinunciando mai al tentativo di far valere i suoi punti di vista e le sue decisioni”[16]. Tanto nelle sedute riguardanti l’approvazione di decreti o regolamenti volti a disciplinare gli assetti urbanistici e proprietari imposti dalla nuova legislazione quanto in quelle finalizzate alla risoluzione di dubbi interpretativi nell’ottica di una mediazione di conflitti intervenuti tra la Direzione Generale di Acque e Strade e i privati, non è raro, dunque, scorgere una sua peculiare connotazione non solo come arbitro tra gli interessi generali dell’autorità pubblica e quelli particolari dei cittadini proprietari, ma addirittura come organo istituzionale che si ergeva a tutela delle parti più deboli, soffocando le spinte autoritarie degli organi di amministrazione attiva[17].

I contrasti tra i ministri e il Consiglio legislativo in merito alla interpretazione di testi – in rari casi – di legge, di decreto o regolamento furono, dunque, piuttosto ricorrenti. L’applicazione della nuova normativa napoleonica in uno dei più estesi tra i territori satellite presentava certamente non poche difficoltà oggettive, e il dogma di una assimilazione legislativa che procedesse senza intoppi nè contraddizioni le rendeva oltremodo gravose[18].

La rilevanza di molte di queste leggi era direttamente collegata alla possibilità, divenuta finalmente concreta, di giungere anche in questo territorio a una spazialità moderna: inserendosi in quel processo di “rifondazione della spazialità su base legale“[19], che ebbe inizio durante la rivoluzione francese e culminò in età napoleonica esse furono, difatti, determinanti al fine di attuare un modello irreversibile di “organizzazione dello spazio politico amministrativo che fosse espressione della pretesa esclusivistica del potere statale“[20]. L’indagine dello spatial turn, anche in questo caso, è volta a specificare il ruolo assolto dal diritto nel fenomeno di edificazione della spazialità moderna[21], riflettendo su come le nuove normative abbiano influito sul diritto oggettivo e sulle situazioni giuridiche soggettive, determinando nuovi assetti sociali e proprietari, e quindi incidendo direttamente sugli interessi e sulla dimensione concreta della convivenza.

 

  1. Il reale decreto del 21 maggio 1811 e il conformismo necessitato di Giuseppe Prina

 

Fu la corretta interpretazione da dare agli articoli 84 e 144 del reale decreto 21 maggio 1811, “Sulla tariffa dei diritti delle ipoteche, sulla carta bollata e sul registro”[22] ad agitare gli animi innescando una diatriba tra il Consiglio legislativo e il ministro delle Finanze Giuseppe Prina.

Tali norme, in buona sostanza, assoggettando “gli affitti perpetui allo stesso diritto di Registro delle vendite”[23], si erano poste alla fonte di non poche controversie giudiziarie tra le Direzioni del Registro e i contribuenti. Due erano state, in particolare, le quaestiones iuris che avevano dato adito alle contese: “1. se i beni tenuti ad affitto perpetuo rimane[ssero], per ciò che riguarda[va] il Registro, in dominio del locatore, di modo che, trasmettendosi l’affitto perpetuo per parte dell’affittuario nei suoi eredi, questi non [dovessero] pagare alcun diritto; 2. se nelle trasmissioni de’ livelli [si dovesse] o no dedurre dal valore de’ Beni il capitale corrispondente al canone che si paga[va] al Direttario”[24].

Su tali questioni, sia i tribunali del regno che la Corte di Cassazione si erano pronunciati propendendo per la tesi affermativa. A trarne vantaggio erano stati, dunque, i contribuenti. In particolare, la Suprema Corte, con una sentenza del 26 novembre 1812, aveva stabilito che “a termini del reale decreto 21 maggio 1811 non si fa luogo al pagamento di alcuna tassa di registro per la trascrizione degli affitti perpetui a causa di morte negli eredi del conduttore. Secondo lo stesso reale decreto nel calcolo del valore dei beni enfiteutici per determinare la tassa del registro da pagarsi per la trasmissione dei medesimi a causa di morte negli eredi dell’enfiteuta, deve detrarsi il valor capitale corrispondente all’annuo canone che si paga al direttario”[25]. In sostanza, nelle trasmissioni dei beni tenuti a titolo di affitto perpetuo la tassa di registro non era dovuta dall’affittuario in quanto non vi era stato alcun trasferimento di proprietà; inoltre, nella trasmissione dei beni tenuti a titolo di livello perpetuo occorreva, per determinare il pagamento della tassa di registro, detrarre il valore del canone che l’enfiteuta doveva al direttario, facendo in modo che il livellario passivo sostenesse la tassa di Registro solo in proporzione al dominio utile di suo godimento. Ciò che ci pare necessario rilevare, dunque, è che i magistrati avallarono una interpretazione del decreto del 21 maggio dalla quale traspariva una rappresentazione ancorata a paradigmi che apparivano ancora ben lontani dall’accoglimento di una concezione unitaria della proprietà.

Facciamo un passo indietro. Sin dal 1805 la legge sul registro aveva scatenato tensioni tra il Corpo legislativo e l’imperatore[26], posto che il primo, “mostrando di pigliar sul serio l’esercizio delle sue attribuzioni”[27], e vantando “tutta la sua nobile fermezza”[28], aveva elaborato alcune modifiche al bilancio inspirate a “considerazioni di equità”[29], tra le quali la detrazione da esso della legge sul registro[30]. “[N]on avvezzo a trovare resistenza”[31], posto che “era più facile di far retrocedere nel suo corso la luna, che di fargli mutar volontà”[32], Napoleone aveva respinto tali manipolazioni con severità, dopo aver vinto a mani basse le “rimostranze d’un assemblea di polissons[33], e cioè del Corpo legislativo giunto ormai alla fine dei suoi giorni. Per l’effetto, non aveva tardato ad imporre al regno la normativa in tema di registro contenuta nel suo codice civile nonché le leggi generale di finanza del 17 luglio 1805[34], che imponeva di porre in attività il prodotto del registro in quanto “parte integrante della rendita pubblica”[35], e il regolamento del 12 febbraio 1806, il quale aveva stabilito “che l’imposta [fosse] dovuta per ogni mutamento o trapasso sia del diritto di proprietà, sia del diritto di usufrutto o di ogni altro diritto da una persona a un’altra, e versata all’ufficio del registro alla consegna dell’atto, poiché nessun effetto civile producevano gli atti non registrati”[36].

A ogni modo, la normativa del 1806 era stata percepita, nel regno, come molto meno gravosa rispetto a quella successiva che avrebbe preso forma, appunto, nel decreto del 21 maggio 1811, il quale non era che “la traduzione della legge francese 22 frimale anno VII, indigesta, tenebrosa, vessante”[37]. Fu questa, per l’appunto, la normativa che, per i molteplici inconvenienti che presentava[38], aveva suscitato le molteplici liti tra i contribuenti e le Direzioni del registro da cui abbiamo preso le mosse.

Lo abbiamo accennato. I magistrati regnicoli avevano dato ragione ai contribuenti. “L’avidità dell’Amministrazione era punita da se stessa, come quella del cane di Esopo, che perde il suo pezzo di carne per voler usurparsi anche quello dell’altro cane”[39], commentò serafico Giuseppe Pecchio[40], consigliere di Stato e autore del Saggio storico sull’amministrazione finanziera del regno, pubblicato per la prima volta a Lugano nel 1820.

Corre l’anno 1813. L’affare sembrò così risolto. In realtà, di lì a poco, il ministro delle Finanze, Giuseppe Prina[41], senza celare il suo disappunto rispetto alla consolidata giurisprudenza favorevole agli interessi dei contribuenti, avanzò un reclamo all’imperatore proponendo una sua personale bozza di decreto che superasse e contrastasse l’orientamento giurisprudenziale. Fu questo l’antefatto dell’articolato rapporto del Consiglio legislativo chiamato ad approvare il decreto del Prina e, dunque, a offrire l’interpretazione corretta delle norme giuridiche. Ne fu relatore il Conte Luigi Bossi[42], e assistente, non a caso, il poc’anzi citato consigliere esperto di amministrazione finanziaria Giuseppe Pecchio.          

Il malcontento del ministro, in altri termini, rese vana la citata sentenza della Suprema Corte del 26 novembre 1812, volta proprio a risolvere in maniera univoca la questione. Una precisazione: sarebbe banale affermare che la pronuncia fu boicottata dal ministro in quanto eccessivamente sbilanciata a danno dello Stato e a favore dei contribuenti. Prina sapeva bene che il Regolamento organico della giustizia civile e punitiva del 13 giugno 1806 disponeva che la Corte di Cassazione avrebbe dovuto “giudicare non nell’interesse dei litiganti, ma in quello della legge”, dovendo “conoscere non del merito delle cause, ma delle decisioni e sentenze delle Corti e dei Tribunali del Regno, coll’unico riguardo, se [fossero] si o no corrispondenti alla legge”[43]. E lo stesso ministro della Giustizia Luosi aveva insistito nel porre in evidenza la funzione nomofilattica della Suprema Corte nel suo discorso tenuto in occasione dell’installazione degli avvocati presso la Corte medesima nel 1809[44].

Il punto era che, in questo caso, a suo dire, la Cassazione si era spinta oltre. Intervenendo nel merito della questione, non solo aveva fatto sì che la sua pronuncia costituisse un ostacolo considerevole lungo quel percorso che avrebbe dovuto condurre alla “conformità alle leggi e pratiche dell’Impero, raccomandata alle Corti e ai Tribunali dal Gran Giudice, Ministro della Giustizia”[45], ma aveva anche “distrutto nella sua essenza la legislazione del Registro, [andando] a diminuirne il prodotto di più milioni”[46]. Due argomenti, dunque, plausibile il primo, inverosimile perché sovradimensionato il secondo. E non è difficile scorgere quale contasse di più per il ministro, sebbene egli avesse abilmente tentato di ridimensionarlo servendosi della retorica della presunta irrispettosa insofferenza mostrata da taluni giudici regnicoli verso le linee di condotta votate alla ossequiosa concordanza normativa disegnate dal guardasigilli Luosi. Un ostacolo alla assimilazione, dunque.

Burocrate di lunga data, “innovatore” più che “restauratore della finanza italiana”[47], Prina fu solennemente dipinto dalla abile penna dello Sclopis come “lo statista forse il più eminente che possedesse il regno d’Italia”[48]; sin dagli anni della Repubblica Cisalpina l’efficiente giurista novarese (che era stato prima avvocato e poi magistrato presso la Camera dei Conti di Torino negli ultimi anni del Settecento) si era adoperato[49] per mettere in atto gli indirizzi della “sua politica finanziaria, incentrata sulla indefessa ricerca di nuovi cespiti di entrata”[50]. Alleato ideale di Francesco Melzi d’Eril nella impresa di riformare il nuovo sistema fiscale e risanare le finanze al fine di garantire la stabilità della Repubblica, si guadagnò – degnamente, a dire il vero – la carica di ministro delle Finanze pure in età napoleonica[51], rendendosi protagonista, grazie a un “carattere fortemente accentratore”[52] e quindi perfettamente adeguato al momento storico[53], di una robusta riforma del sistema fiscale e finanziario che lo condusse direttamente nell’Olimpo dei funzionari benvoluti dall’Empereur[54], un po’ meno dai cittadini, che lo considerarono il principale responsabile dell’aggravamento fiscale del regno[55]. Alquanto “singolare”, giudicò a tal proposito il Pecchio, che “un ministro che succedeva ai tempi, in cui le leggi […] avevano tanto raccomandata la felicità del popolo, mettesse intieramente in obblio i sudditi, e non riconoscesse altro idolo che il sovrano”[56].

Dodici anni di amministrazione finanziaria, comunque, coincisero con il suo operato: la storia dell’amministrazione finanziaria del regno Italico è la storia di Prina[57].

Giurista “rapido ed eloquente”, egli “aveva portato nella magistratura tutta l’eloquenza, il cavillo, il dettaglio e l’assiduità della professione legale”[58]; ne diede prova nel momento in cui si adoperò per far vacillare l’impalcatura delle motivazioni giurisprudenziali. La ratio del comma 2 dell’articolo 84 della legge sul registro del 21 maggio era stata quella di sottoporre gli affitti perpetui alla medesima tassa prevista per le vendite, spiegò, in quanto la proprietà del bene passava, di fatto, all’affittuario perpetuo in quanto unico proprietario. Si trattava di una regola intangibile che, peraltro, la Cassazione parigina aveva sanzionato con una sentenza del 5 ottobre 1808[59].

Dunque, lo ripetiamo, la Suprema Corte italica non solo aveva palesemente giudicato contra legem, ma aveva pure ignorato l’esistenza della consolidata giurisprudenza transalpina. Secondariamente – servendosi di un argomento più debole del primo, appena citato – egli affermò, non molto convintamente e infatti senza addurne alcuna prova, che in seguito alla entrata in vigore del nuovo codice la giurisprudenza sui livelli consolidatasi nel regno Italico fosse pressoché identica a quella francese (che fu anche, come vedremo, la tesi sostenuta dal Romagnosi). Teniamo a mente tale asserzione, perché trattasi di quella che il Consiglio avrebbe disapprovato e rifiutato con la maggiore ostinazione.

Comunque, secondo il Prina, anche ammettendo la infondatezza di tale assunto, nessun dubbio sarebbe esistito, a suo dire, sulla esistenza di una giurisprudenza conforme in materia di registro: l’articolo 17 del decreto del 19 maggio 1811 “sulle finanze del regno per l’anno 1811 parificava”, infatti, “le leggi e le tariffe del Registro a quelle di Francia, ove nella trasmissione dei beni tenuti a livello perpetuo non si [faceva] detrazione alcuna del canone”[60]. Per avallare la sua convinzione, il ministro Prina citò le lettere ricevute dai direttori del Demanio di Roma, Firenze, Genova e Torino, che sembravano essersi orientati in tal guisa.

La italica Corte di Cassazione, invece, con la sua pronuncia, aveva legittimato il contribuente a sottrarsi all’obbligo previsto dal comma 7 dell’art. 84 del decreto del 21 maggio[61], relativo al pagamento della tassa del registro, “dietro la valutazione fatta e portata a venti volte il prodotto de’ Beni o il prezzo degli affitti correnti, senza detrazione di pesi, e di richiedere la perizia, il cui beneficio, in senso del Ministro, [era] accordato esclusivamente all’Amministrazione del Registro”[62]. I giudici della Corte Suprema, in altri termini, ammessa la perizia sul valore del fondo, consentivano di dedurre da questa l’imposta prediale, violando sia il comma 7 dell’articolo 84 della citata legge sul registro sia “le decisioni e le pratiche dell’Impero”[63]. Una massima giurisprudenziale che, in caso di persistenza del dubbio interpretativo, sarebbe divenuta vincolante, rendendo da un lato “difforme l’applicazione ed esecuzione di leggi e tariffe che S. M. [aveva] voluto uguali nell’Impero e nel Regno”, dall’altro diminuendo la rendita del registro “di più milioni”[64], con ingenti danni per le casse dello Stato.

Per aggirare tale ostacolo il ministro Prina, che era “più valente nel proporre, che nel difendere le proposte”[65], pensò di sottoporre a Napoleone una sua personale “modula di Decreto”, per effetto della quale, in sostanza, all’articolo 1 sarebbero state sottoposte al diritto di registro di cui al comma 7 dell’articolo 84 tutte le trasmissioni a titolo gratuito o per causa di morte dei beni tenuti a titolo di affitto perpetuo e di livello perpetuo, senza prevedere “detrazione di veruna somma pel canone”[66]. Non è tutto. Egli pretese pure che fosse dichiarato espressamente che in tutte le trasmissioni di proprietà citate nei commi 7 e 8[67] del citato articolo non dovesse essere prevista alcuna detrazione per titolo di imposta prediale, e che, infine, nel secondo articolo del nuovo decreto fosse esplicitato che “in tutti i casi non compresi nelle modificazioni portate dalla sezione 3, titolo 5, della legge 19 maggio 1811[68] le decisioni della Corte di Cassazione, le pratiche di Francia in materia di Registro, dipendentemente dalle Leggi e Decreti imperiali sul Registro, riferiti nel citato Decreto 21 maggio 1811, [avrebbero fatto] stato tanto per l’Amministrazione, quanto pei contribuenti anche nel Regno”[69]. Lo stesso sovrano, peraltro, aveva già sanzionato il principio di uniformità relativo al bollo dei Registri dello Stato civile come elemento fondativo del decreto del 30 luglio 1812 e, anche in quella occasione, nonostante la opposizione del Consiglio di Stato e del Melzi, il Prina aveva ritenuto che il progetto non potesse essere in alcun modo rigettato “attesa la pratica di Francia a cui [era] appoggiato”[70].

Le “decisioni e le pratiche interpretative di Francia”. Il mezzo, il solo possibile, per porre un freno alle molteplici contese che già allora tormentavano l’Amministrazione del Registro, prevenendo un continuo intervento del sovrano altrimenti costretto a “porre riparo ad ogni deviazione de’ Tribunali dalle decisioni e pratiche dell’Impero con Decreti speciali”[71]. Un conformismo, quello mostrato dal Prina, necessario oltre che necessitato: il sempre acuto Sclopis, pur definendolo “inteliggentissimo nella materia di finanze”, considerò che egli si fosse “avveduto ben presto che il meglio per que’ tempi fosse il seguire strettamente le norme francesi, che erano il frutto di molti studii ed avvalorate da felice esperienza”[72], credendo “che avrebbe mal servito il suo sovrano se si fosse messo sulla via delle esperienze, tanto più che la condizione finanziaria precedente nella Lombardia non era stata tale da fornirgli utili suggerimenti”[73].

Era nella natura del Prina: “inetto all’invenzione o all’immaginare pronti ed utili espedienti, tanto più volentieri traduceva letteralmente […] le leggi francesi, in quanto che non eravi adulazione più blanda pel capo dell’Impero, che di predisporre le province ad essere un giorno incorporate a quel colosso”[74]. Tanto valeva, in altre parole, seguire la via più semplice. Quella della mera assimilazione. Non poteva avere un diverso destino, e nel caso contrario non sarebbe stato certamente determinante l’intervento di Giuseppe Prina, quel “minorenne regno posto sotto una straniera tutela”[75].

 

  1. “Le decisioni e le pratiche interpretative di Francia”.

 

La problematica concernente l’ultima rettifica contenuta nella proposta di decreto del ministro Prina fu affrontata, dal Consiglio legislativo, solo alla fine, preceduta dalla opportuna trattazione delle questioni strettamente giuridiche, come vedremo tra poco. Nel caso di specie, riteniamo, la scelta dei consiglieri fu dettata dalla necessità di chiudere il rapporto contestando quella mozione del ministro che in modo più urticante pareva aver scosso l’alterità del regno. Con riferimento al secondo articolo del decreto proposto, lo ribadiamo, egli aveva affermato la perentorietà che le decisioni della Corte di Cassazione e le “pratiche di Francia” in materia di registro facessero stato tanto per l’amministrazione, quanto per i contribuenti anche nel regno, in tutti i casi non compresi letteralmente nelle modificazioni previste dalla sezione III, titolo V, della legge del 19 maggio 1811[76], di cui il Consiglio domandò la revoca reputando aberrante imporre ai sudditi italici “decisioni e massime sconosciute e in gran parte non applicabili alle particolari circostanze dell’Italia”[77].

Non fu difficile frenare l’impeto assimilatore del ministro. Si partì dalla considerazione della eccessiva vaghezza della espressione “pratiche di Francia”. Era sufficiente una conoscenza anche spicciola della tradizione giuridica transalpina per averne contezza. Oltralpe, chiarì il relatore Bossi, lungo i secoli si era sedimentata “una collezione di pratiche generali ed anche delle particolari di alcune province che costituivano in quello Stato un vero diritto, spesse volte in opposizione col diritto comune, e che veniva detto droit coutumier, e da noi direbbesi diritto consuetudinario[78]. Siffatto diritto, invero, non includeva indistintamente “tutte le pratiche, né molto meno di quelle relative ai particolari uffici amministrativi, spesso interessati a dare una estensione anche arbitraria alle massime regolatrici e ad accrescere il prodotto delle loro ricette”, ma solo le “vere pratiche interpretative costantemente ed universalmente ricevute”[79].

Un complesso di norme che, a dire il vero, era stato spazzato via dalla pubblicazione del codice napoleonico, e che per tale ragione non avrebbe potuto essere applicato nel regno. Non solo. Parimenti inapplicabili sarebbero state nel territorio italico “non le pratiche sole, ma ben anche molte massime e decisioni relative alla materia del registro”[80], essendo noto a chiunque che al di là delle Alpi gli uffici del Registro “componevano spesse volte sulla entità dei diritti e transigevano in qualche modo in diverse occasioni coi particolari contribuenti”[81]. Sicché “o questa pratica [avrebbe dovuto] aver luogo nel Regno, il che facilmente non [si sarebbe trovato] ammissibile; oppure ne [sarebbe venuto] di conseguenza che la nuda osservanza delle decisioni e delle pratiche di Francia in materia di Registro, qualora queste e non quella, [avessero fatto] stato in Italia, [ciò avrebbe portato] ai Sudditi Italiani un aggravio considerabile, senza la risorsa di poter terminare le differenze, che [sarebbero insorte] per via di privata composizione”[82].

Con riferimento al secondo punto, concernente la necessità di uniformarsi alle decisioni della Suprema Corte parigina, il Consiglio ebbe modo di chiarire che i casi da essa decisi fossero sensibilmente differenti rispetto a quelli agitati dinanzi alle Corti del regno Italico, dando come assodata la impossibilità di considerarle alla stregua di massime generali. Infatti, il principio contentuto nell’articolo 17 della legge del 19 maggio 1811, ossessivamente richiamato dal Prina, a tenore del quale le leggi e le tariffe del regno avrebbero dovuto essere conformate a quelle dell’impero, avrebbe dovuto essere interpretato nel senso di intendere, pacificamente, la vigenza delle leggi francesi in materia di registro, ma non la automatica sottoposizione dei sudditi italiani né alle “particolari decisioni di quelle Corti giudiziarie”[83], né tanto meno “di quegli uffici di registro, diverse essendo le circostanze dell’uno e dell’altro Stato, e diversa risultando l’applicabilità materiale della Legge medesima”[84].

Del resto, il dettato normativo era chiaro: l’articolo 140 del decreto del 21 maggio 1811 aveva devoluto la decisione dei dubbi occorrenti in tali materie ai tribunali ordinari[85], interdicendo espressamente la cognizione e la decisione di queste questioni “a qualunque altra autorità costituita o amministrativa”[86].

Né ebbe peso alcuno l’ultimo appiglio a cui il ministro si era con fatica tenuto: il rispetto ossequioso delle decisioni e pratiche di Francia avrebbe sortito, a suo dire, l’effetto enormemente positivo di prevenire le liti e le controversie tra i contribuenti e l’amministrazione, “riducendosi tutte le cause a nude quistioni di fatto”[87]. Un risultato, questo, che sarebbe però stato ottenuto a scapito dei sudditi, i quali sarebbero stati “assoggettati a decisioni giudiziarie portate in estero Stato con difformità di viste e circostanze”[88], precludendo loro, peraltro, la possibilità di gravame qualora si fossero ritenuti pregiudicati dal disposto normativo.

Il Consiglio concluse ribadendo la necessità di rispettare il principio di certezza del diritto: la pubblicazione delle prescrizioni normative era imprescindibile al fine di garantirne l’osservanza, apparendo del tutto irragionevole la proposta del Prina volta a far rispettare come articoli di legge le decisioni e le pratiche francesi le quali, tra l’altro, “non erano ammesse a fare stato nei giudizi neppure nell’Impero, che non furono qui pubblicate, e che non potevano in alcun modo legale esser dedotte a loro notizia”[89].

 

  1. Una annotazione necessaria. Imposta prediale e affitti perpetui: gli inconvenienti di una sommaria assimilazione

 

Nel suo rapporto finalizzato alla discussione della bozza di decreto del Prina il Consiglio legislativo, non prima di aver enucleato le proposte del ministro, – e cioè l’assoggettamento al diritto del registro delle trasmissioni a titolo gratuito o per causa di morte dei beni tenuti a titolo di affitto perpetuo, il pagamento del diritto di registro nelle trasmissioni dei beni tenuti a titolo di livello perpetuo senza prevedere detrazione di una somma per il canone, e l’esclusione della detrazione per titolo di imposta prediale in tutte le trasmissioni di proprietà contemplate nei commi 7 e 8 dell’articolo 84 – ricorse alla sempre valida retorica della alterità del regno rispetto all’impero.

In ordine all’ultima questione, tale organo, pur manifestando più di qualche remora, non ebbe scelta e condivise la proposta del ministro. Era questo ciò che imponeva, infatti, la esegesi del dato letterale della legge riguardante le trasmissioni di proprietà ex articolo 84, commi 7 e 8 del decreto del 21 maggio[90], la quale non ammetteva “nelle dette operazioni alcuna detrazione di pesi o di carichi”[91]. Non potè, tuttavia, fare a meno di rilevare che la suddetta interpretazione, se appariva perfettamente conforme alla legge francese, nell’adempimento dell’articolo 17 della legge del 19 maggio 1811[92], risultava invece quanto mai pregiudizievole, nei suoi contenuti, per la popolazione italica. Fu rivolgendosi direttamente al viceré, dunque, che il relatore biasimò il “riflesso del peso grandissimo che ne deriva[va] a tutti i Sudditi Italiani in confronto dei Francesi, per le diverse basi sulle quali [era] fondata in uno Stato e nell’altro l’imposta prediale”[93]. “Da noi”, proseguì, “questa imposta gravita direttamente sul fondo, laddove in Francia non percuote che il prodotto, e da noi lo scutato rappresenta in qualche modo una parte del fondo che non è propriamente in dominio del possessore, ma che è affetta ai pesi pubblici, e riservata per così dire per garanzia dell’imposta alla Sovranità. Egli è su questo principio che in qualunque trapasso questa parte è sempre dedotta legalmente e non entra mai nel calcolo del valore de’ prodotti del fondo medesimo”[94]. Il Consiglio, in sostanza, intendeva riferirsi alla circostanza per cui nel regno l’imposta prediale fosse molto più gravosa rispetto a quella prevista in Francia, e che non potendosi detrarre i contributi prediali nelle trasmissioni di proprietà dei beni tenuti a titolo di livello perpetuo, i regnicoli italiani, sottoposti ancora alle tasse progressive, avrebbero dovuto sopportare, all’atto delle successioni, una tassa di registro molto più onerosa rispetto a quella imposta ai sudditi francesi[95].

Cerchiamo di addentrarci nella trama argomentativa tessuta dal relatore Bossi. La questione, qui sollevata, fu esaminata pure dal Romagnosi il quale, analogamente al Consiglio, prese le mosse dal decreto del 27 aprile 1811[96].

Tale normativa aveva introdotto nel regno il principio per cui l’imposta prediale “gravante il fondo concesso in enfiteusi era dovuto dall’enfiteuta”, il quale avrebbe poi dovuto ritenere il quinto dell’ammontare del canone, “per rappresentare la contribuzione dovuta dal proprietario”[97]. In questo “decreto dato da Parigi”, che altro non era se non la trascrizione testuale degli articoli conclusivi di un parere emanato sul punto dal Consiglio di Stato francese il 21 gennaio 1809, “il provvido sovrano”, calcolando la parte di imposta prediale deducibile dall’enfiteuta nel pagamento del canone, “aveva ritenuto sulle basi di quell’imposta, quale era stabilita in Francia, che l’imposta medesima non oltrepassasse il quinto del prodotto, mentre nel Regno era stabilita in una proporzione molto più estesa”[98].

Per tali ragioni, sussisteva qualche perplessità in merito alla applicabilità di tale normativa ai livelli perpetui, proprio in considerazione delle diversità intrinseche esistenti tra il sistema contributivo francese e quello italico. Idea, questa, condivisa anche dal Romagnosi ma motivata da ragioni diverse, e diametralmente opposte a quelle del Consiglio[99].

Oltralpe, difatti, l’imposta prediale cadeva anche sulle rendite mobiliari o sui capitali pecuniari in quanto appartenenti alla categoria dei contributi fondiari, e questo in continuità con le decime e le ventesime introdotte in antico regime, che avevano gravato di imposta tutte le rendite, comprese quelle mobiliari[100]. In queste ipotesi, l’onere di pagare l’imposta gravava sul debitore, che aveva un diritto di ritenuta proporzionale “contro il creditore della rendita, per assoggettarlo alla contribuzione addossatagli, e che fu pagata per suo conto”[101]. Le leggi rivoluzionarie, disponendo la riscattabilità delle rendite fondiarie perpetue, avevano fatto sì che fossero assoggettati all’imposta sia i titolari di rendite immobiliari sia coloro i quali godevano di rendite mobiliari.

Nel regno d’Italia, al contrario, non era conosciuta l’universale imposta francese[102], sicché quando l’articolo 1 del decreto del 1811 disponeva che “le contribuzioni imposte su i beni tenuti a livello sono a carico dell’enfiteuta” non poteva che fare riferimento all’imposta prediale la quale, come abbiamo detto, colpiva i soli beni immobili. L’articolo 2, invece, nel prevedere che “L’enfiteuta [fosse] autorizzato a ritenersi il quinto dell’ammontare del canone, per rappresentare la contribuzione dovuta dal proprietario”, faceva riferimento a una ritenuta che “poteva essere eseguita solo in fatto di prediale a carico del proprietario stesso dell’immobile”[103], proprio perché si trattava di un’imposta che gravava sul proprietario.

Fu sulla base di tale argomentazioni, finalmente, che il relatore sollecitò il sovrano a “prendere in considerazione le circostanze particolari di questo Stato, l’aggravio maggiore che gli italiani [avrebbero sostenuto] in confronto de’ Francesi pel pagamento del Registro nelle successioni, senza detrazione alcuna per titolo d’imposta prediale, e il danno che da questo [sarebbe potuto] derivare all’industria agraria, che [era] la principale, per non dire l’unica risorsa di questo Stato, e che tanto [conveniva], secondo le sane viste politiche di sostenere, proteggere ed incoraggiare”[104]. In sostanza, il Consiglio legislativo, pur nella necessità di sostenere la proposta di Prina e senza proporre una soluzione contra legem, trovò comunque il modo di lamentare una assimilazione già avvenuta che, non avendo tenuto conto delle specificità locali, presentava non pochi inconvenienti.

Fu affrontata con una certa rapidità la problematica del pagamento del registro nelle trasmissioni dei beni tenuti a titolo di affitto perpetuo[105]. Sul punto, lo ricordiamo, il ministro delle Finanze aveva proposto di sottoporre le trasmissioni di proprietà di tali beni senza prevedere alcuna detrazione di una somma per il canone perché, a suo dire, la proprietà del bene passava, di fatto, nelle mani del locatario perpetuo.

Al contrario, il Consiglio ritenne che siffatti beni, accordati con il vincolo di corrispondere al locatore una pensione concordata in luogo dei frutti, rimanessero nel suo dominio sicché, a rigor di legge, nelle mani dell’erede del conduttore non sarebbe passato nulla se non il diritto di continuare nell’oneroso godimento del suo de cuius, e di trasmetterlo ai suoi successori fino alla esistenza del contratto. Il dettato normativo era piuttosto chiaro: i beni immobili, in caso di morte, non erano colpiti dalla tassa del registro – ai termini di quanto stabilito nell’art. 84 del reale decreto del 21 maggio 1811[106] – se non nelle ipotesi in cui all’erede o al legatario se ne fosse trasmessa la proprietà o l’usufrutto. Con gli affitti perpetui non veniva trasmesso alcun diritto di usufrutto o di proprietà, tanto più che il comma secondo del citato articolo 84 colpiva solamente “il caso della stipulazione dell’affitto perpetuo, e non il trapasso, per causa di morte, del materiale tenuto e del godimento dei beni a titolo oneroso”[107]. Una opinione differente, dunque, da quella sostenuta dal Romagnosi, per il quale “ponderando la natura legale di questo contratto, si scorge essere questo un errore madornale. […] La perpetuità dell’usufrutto diviso dalla proprietà renderebbe inutile la proprietà medesima”[108].

In ogni caso, per sostenere la sua tesi, il Consiglio opinò esser vero che la legge francese del registro includeva, in generale, non solo la proprietà e l’usufrutto ma anche il godimento, (“la così detta jouissance”), ma osservò che questa non era contemplata laddove si fosse trattato di successioni. Inoltre, sempre nella tradizione transalpina, gli affitti perpetui, lungi dall’essere assimilati ai livelli, rientravano, piuttosto, nella categoria degli affitti semplici e temporanei, “non comportando alcuna traslazione di dominio, né di una parte del dominio, né tantomeno trovandosi nei contratti di affitto perpetuo alcuna clausola che importasse la redimibilità oppure la facoltà di affrancarsi dal canone per cui potesse rendersi concreta la unificazione del dominio e del godimento in capo a un’unica persona”[109].

Tuttavia, valutazioni economiche e politiche lo indussero ad opinare che gli affitti perpetui pur non avendo legalmente la natura di livelli perpetui ne presentassero tutti i caratteri e i vantaggi, e apparivano addirittura più vantaggiosi per l’affittuario che non sarebbe stato soggetto ai laudemj[110] né ad altri diritti casuali. Per tale ragione, essi avrebbero dovuto essere sottoposti alla tassa del registro “nella uguale misura e nella uguale proporzione” prevista per i livelli perpetui[111], prevedendo, cioè la detrazione della somma già corrisposta per il canone.

 

  1. “Tutto diverso era in passato, ed è tuttora, il sistema enfiteutico in Francia, che non è in Italia”. Il Consiglio legislativo e la difesa dell’alterità del regno

 

Sensibilmente più problematica apparve, invece, la questione concernente il pagamento del diritto di registro nelle trasmissioni dei beni tenuti a titolo di livello perpetuo. Sin da subito fu segnalata la alterità del regno rispetto all’impero. In nessun modo, in questa materia, la giurisprudenza regnicola avrebbe potuto essere omologata a quella d’Oltralpe: “[t]utto diverso era in passato, ed è tuttora il sistema enfiteutico in Francia, che non è in Italia”[112].

Un’affermazione perentoria, questa del Consiglio, che fa tornare alla mente, con le dovute cautele, ovviamente, il medesimo orgoglio mostrato dal Dumoulin nel momento in cui, “guardando con disprezzo alla tradizione subalpina” rimarcò con fierezza “la diversità di scelta tra il diritto romano e quello coutumier, porge[ndo] la soluzione coutumière come in aperto contrasto con quella romanistica di Baldo e dei dottori e feudisti del mos italicus[113]. Una concezione, in altri termini, che aveva portato, in Francia, alla instaurazione di un “movimento storico a favore del dominus utilis, […] e alla identificazione in lui del propriétaire in linea di fatto e di diritto, dopo che la prassi aveva consegnato nelle sue mani la sostanza dell’appartenenza del bene”[114]. È esattamente quello che auspicava il ministro Prina con riferimento al pagamento dell’imposta di registro; al contrario, il principale presupposto ideologico delle argomentazioni del Consiglio sembrava risiedere in quello smembramento della proprietà che aveva contaminato la purezza della tradizione romanistica e che aveva resistito al vento implacabile delle innovazioni legislative napoleoniche.

Proviamo ad analizzare, ora, l’ordito dialettico del Consiglio. La questione era indubbiamente assai complessa e, peraltro, una certa confusione in merito ai concetti giuridici coinvolti e in particolare intorno al contratto perpetuo, alla rendita fondiaria e alla enfiteusi aveva contraddistinto pure i lavori preparatori di quel codice napoleonico ora vigente nel regno Italico[115]. E il quadro legislativo non era da meno.

“In Francia i veri livelli perpetui che antichissimi e numerosissimi esistono nello Stato nostro”[116], spiegò il relatore Bossi, “sono pochissimo conosciuti, ed appena se ne ha qualche raro esempio, riducendosi per lo più i contratti enfiteutici in Francia alla natura di sole rendite fondiarie[117], o di rendite perpetue costituite[118], che da noi si direbbero censi[119].

Citando l’opera sui feudi del giurista Guyot[120], il relatore opinò che l’enfiteusi differiva dal livello solo utilizzando come parametro di riferimento il diritto romano, e non invece il diritto consuetudinario francese[121]; il livello, dunque, “secondo le pratiche di Francia, revenait à un bail à cens, al censo da noi propriamente detto”[122]. Aggiunse, citando sempre il Guyot, che “l’emphytéose faite par le seigneur de l’ héritage avait le même effet que le bail à cens en pays coutumier; l’ emphytéose faite par le propriétaire de l’héritage y était ordinairement confondue avec le bail à rente foncière. Ce deux sortes d’emphytéoses y sont perpétuelles de leur nature”[123]. Così discorrendo, il Guyot aveva escluso dal contratto enfiteutico per novantanove anni o anche perpetuo qualunque pagamento relativo al quinto o al laudemio[124], equiparando di fatto l’ enfiteusi a quello che in Francia era denominato bail à locataire perpétuelle[125].

Tanto era sufficiente al fine di mostrare, a dire del Consiglio, l’intrinseca diversità tra il sistema enfiteutico francese e quello italico, laddove le enfiteusi erano, invece, fondate esclusivamente sul diritto romano. Una asserzione, questa, ancora una volta non condivisa dal Romagnosi, il quale ritenne invece che, anche nel regno Italico, la enfiteusi “che venne nei tempi moderni praticata diversifica[va] di molto dalla vera enfiteusi romana primitiva”[126], identificandosi in un contratto, denominato livello, la cui natura era riconducibile alle elaborazioni del diritto comune giusta l’influenza della teoria del pieno o non pieno dominio[127]. “Quando il concedente era pieno ed assoluto padrone della proprietà”, spiegò, “il contratto riceveva la denominazione di enfiteusi pura e semplice. Allorché poi il concedente non era che padrone imperfetto, allora l’enfiteusi veniva disegnata colla qualificazione di subalternata. A questa specie di contratto veniva dato appunto il nome di LIVELLO”[128]. Dunque, sia in Francia che in Italia “tutti quei contratti, ne’ quali per causa di un immobile veniva prestata un rendita, benché essi fossero tra loro diversi, ricevevano per questo titolo la denominazione di censo, la quale fu considerata comprensiva d’ogni rendita radicata sopra un fondo, o prestata in vista del dominio e godimento del fondo medesimo”[129]. Si era verificato, in altri termini, un uso piuttosto promiscuo della denominazione rente foncière, con cui furono designate tutte le rendite livellarie. Pertanto, tutte le leggi francesi riguardanti la rente foncière potevano, per identità di oggetto, applicarsi anche ai censi riservativi e alle enfiteusi italiche.

In sostanza, possiamo concludere seguendo Romagnosi, la purezza della enfiteusi romana subì una contaminazione a partire dalla esperienza giuridica medievale intesa come esperienza di tipo continentale e feudale, risultando complesso se non impossibile individuare delle tipicità delle enfiteusi italiche rispetto a quelle disciplinate dal diritto consuetudinario francese[130].

Torniamo alle argomentazioni del Consiglio. Ed ecco il punto decisivo, dopo la trattazione teorica. In Francia, spiegò il relatore, così poco era in vigore quel sistema enfiteutico ancora tanto solido nel regno Italico che diversi anni addietro era stato stabilito che tutte le enfiteusi costituite da oltre cento anni avrebbero dovuto essere parificate alle semplici rendite costituite o ai censi, di cui assumevano tutti gli effetti civili. Il Consiglio intendeva riferirsi, senza citarle espressamente, alle leggi rivoluzionarie del 1789, 1790, 1792 e 1793, le quali “avevano convertito le rendite signoriali e

perpetue[131] in rendite puramente fondiarie, e le avevano come tali assoggettate all’affrancabilità”[132], “permettendo così di consolidare il dominio in capo a un soggetto unico”[133]. Non si trattò, infatti, come fa notare il Faron, di “una soppressione pura e semplice, ma della possibilità di ottenere una proprietà libera da ogni legame ancestrale”[134].

Queste leggi abolitive del feudalesimo francese e del contratto feudale[135], che avevano prodotto, in Francia, una equiparazione delle enfiteusi alla rendita fondiaria e “la deduzione che l’enfiteusi perpetua dava al domino eminente un mero diritto di rendita nei confronti del domino diretto (enfiteuta), mentre quella temporanea, messa accanto alla locazione, si concepiva come idonea alla tradizione del solo dominio utile”[136], non furono mai estese integralmente alle Repubblica Cisalpina e Italiana né tantomeno al regno Italico[137]. E, proprio per tale ragione, l’argomentazione tesa a mostrare la difformità del regime enfiteutico transalpino rispetto a quello italico si arricchì di nuovi spunti allorché il Consiglio citò l’esperienza del Piemonte, “primo dei paesi italiani aggregati alla Francia”[138], laddove era stato impossibile stabilire con effetti immediati la legislazione francese in materia di registro ai diffusissimi contratti di livello perpetuo, se non dopo averli trasformati in rendite perpetue, rendendole affrancabili. In sostanza, se la legge del 1793 “sur l’abolition radicale de la féodalité” era stata estesa al Piemonte, ciò non era mai avvenuto nel regno Italico, laddove “le Code Napoléon, traduit en italie, est imposé comme loi uniforme sans qu’il y ait eu d’abolition formelle du caractère féodal de certaines terres”[139].

C’è da precisare, comunque, che anche in Francia durante il periodo rivoluzionario la soppressione dei contratti perpetui portò alla risoluzione di taluni contratti enfiteutici senza cagionare una estinzione definitiva di tali forme contrattuali[140]. In sostanza, ritiene il Faron, l’enfiteusi ebbe un destino differente rispetto ai contratti perpetui e ai feudi, in quanto essa non fu espressamente menzionata nei decreti di abolizione; in particolare, i contratti enfiteutici, “naturalmente liberi da qualsiasi diritto feudale”, furono ancora previsti dai decreti del 1791 (19 marzo, 27 aprile e 15 settembre) purché provvisti di taluni caratteri esplicitamente richiesti dalla legge[141]. Si trattava, in ogni caso, di una enfiteusi che venne sempre concepita in “termini restrittivi”[142], finendo con l’essere assimilata all’usufrutto[143].

Dopo aver criticato la omissione legislativa, il plauso del Consiglio andò, dunque, alla giurisprudenza regnicola. I tribunali avevano còlto la complessità (si legga la diversità): essi, con le loro pronunce, avevano sostenuto che il livellario passivo avrebbe dovuto sostenere la tassa di registro solo in proporzione al dominio utile di suo godimento. Di conseguenza, dal calcolo della rendita del livello avrebbe dovuto essere sottratto l’importo sufficiente a pareggiare quello del canone annuo dovuto al direttario. Anche il frutto del dominio diretto, difatti, soggiaceva alla tassa del registro, allorquando si verificava la morte del direttario. Supponendo la mancata detrazione della somma relativa al canone nel pagamento della tassa del registro compiuta dal livellario, come il ministro avrebbe voluto, ne sarebbe derivato un doppio pagamento per un oggetto identico, circostanza incompatibile con qualsiasi “principio di giustizia e di ragione”[144].

E il Consiglio andò oltre, senza lesinare nelle specificazioni. Nelle enfiteusi, comprese quelle aventi natura perpetua, in considerazione della differenza esistente tra il dominio diretto del livellario attivo e quello utile del livellario passivo[145], sul fondo nasceva una comproprietà del direttario e dell’utilista; dunque, non colpendo la legge sul registro nulla se non la trasmissione della proprietà o dell’usufrutto, la tassa per la morte dell’enfiteuta passivo non poteva in alcun modo ricadere sul valore del fondo in quella parte che corrispondeva al dominio del livellario attivo. Questo perché nel sistema attuale relativo ai livelli mai il canone avrebbe potuto essere considerato come un “mero debito o peso inerente al fondo”, come accadeva con riferimento ai censi, alle rendite costituite[146] e ad altre prestazioni annue. Il canone in questione era, al contrario, “l’annuo rappresentativo di quella parte di dominio che costantemente compete[va] sull’identico fondo al direttario”[147], che il Borsari a metà dell’Ottocento avrebbe definito come “la confessione perpetua di una condizione subordinata e dipendente”[148] conferendo, a tale prestazione, una rilevanza extra – economica (una porzione, dunque, del diritto di proprietà). Non si trattava di un elemento di poco conto, essendo la “funzione ricognitiva del canone enfiteutico l’elemento tipizzante di tutta la struttura negoziale così come l’ [aveva] elaborata la dottrina intermedia”[149].

La conseguenza, ovvia, era che, a dire del Consiglio, non si poteva in alcun modo applicare ai livelli perpetui la massima della non detrazione di tale canone. Essi, non essendo stati dichiarati espressamente affrancabili, “portavano [già] nelle successioni un debito necessario, inerente, costante, invariabile finché la Legge non dispon[esse] altrimenti permettendone l’affrancazione”[150].

Ma anche prescindendo dalla teoria della comproprietà e ammettendo i due possessi separati del direttario e dell’utilista, la massima abbracciata dai consiglieri avrebbe comunque potuto avvalersi dell’appoggio dialettico di celebri giureconsulti. Primo fra tutti il Cujacio il quale, uniformandosi alla legislazione romana precedente a Costantino, aveva assimilato le enfiteusi all’usufrutto[151], considerandole alla stregua di cessiones ususfructus al fine di attuare la sua “battaglia frontale contro il dominio utile e i suoi sostenitori”[152].

L’usufrutto e la proprietà erano sottoposte in misura differente alla legge sul registro e non si poteva “obbligare l’uno a pagare per l’altra”; dunque, non avrebbe potuto mai fondarsi su alcun principio di ragione il pagamento del registro dei livelli senza prevedere la detrazione del canone. Anzi. Se il livello avesse potuto essere paragonato all’usufrutto disgiunto dalla proprietà in forza della legislazione in materia di registro, “non [avrebbe pagato] la tassa che in ragione della metà della proprietà, e questa ancora non [avrebbe pagato] che in ragione della metà del valore totale”[153].

Dopo le argomentazioni dialettiche, il Consiglio prese, finalmente, a considerare gli aspetti normativi. La distinzione tra i diritti del direttario e quelli spettanti al livellario passivo dalla quale nasceva, come necessaria conseguenza, il differente regime previsto in materia di pagamento dei diritti di registro era espressamente sancita dal citato decreto del 27 aprile 1811, nel quale, lo abbiamo detto, era stato disposto che il livellario passivo fosse autorizzato a trattenere un quinto del canone “per rappresentare la contribuzione dovuta dal proprietario”[154]. Il decreto in oggetto aveva, dunque, posto su due piani differenti le due parti del dominio nonché i diritti spettanti al direttario e all’utilista, ma anche i debiti contratti dall’uno e dall’altro in materia di pagamento dell’imposta prediale. La stessa distinzione, di conseguenza, avrebbe dovuto essere operata anche con riferimento al pagamento dei diritti di registro in caso della trasmissione di due parti di proprietà totalmente separate tra loro, mettendo in pratica, in caso contrario, una deviazione rispetto a una massima già sanzionata dal governo. La proposta di Prina volta a richiedere il pagamento della tassa di registro per i livelli perpetui senza contemplare alcuna detrazione del canone, dunque, oltre ad essere contraria alla legge avrebbe legittimato, ancora una volta, “una mostruosa sproporzione nel trattamento de’ Sudditi Italiani a fronte di quello, che si verifica[va] pei Francesi”[155].

Il punto, lo ripetiamo, stava in una diversità intrinseca ai due sistemi italiano e francese. Tanto evidente era “questa diversità essenziale che presenta[vano] le circostanze dei due Stati che [era] stata – altrove – profondamente sentita dal supremo Legislatore”[156]: il Consiglio alluse al decreto imperiale emanato il primo marzo 1813 per i Dipartimenti di Roma e del Trasimeno, nel quale era stato inserito un articolo specifico per le locateries perpétuelles[157], provvedendo in tale maniera alla redimibilità di tutte le rendite fondiarie e dei debiti enfiteutici, chiamati nel decreto redevances empytéotiques, che però ne erano suscettibili. Era stata operata, di conseguenza, una “distinzione tra livelli e livelli”[158]: “quelli costituiti per un termine massimo di 99 anni oppure a tre generazioni, come pure le enfiteusi dette di patto e provvidenza, tanto perpetue, quanto a termine, contenenti la vocazione di persone indicate, che però si [erano] estinte colla Legge abolitiva delle sostituzioni, [erano] stati mantenuti quanto ai loro effetti civili: all’incontro [erano] stati dichiarati redimibili tutti i diritti e le prestazioni fisse e casuali, dovute per titoli di livello perpetuo tanto ereditario, quanto di patto e provvidenza, ed a questi si [erano] parificate anche le così dette Locatéries perpétuelles[159]. Conseguentemente, erano state oggetto di disciplina apposita “la redenzione dei laudemj, delle entrature, da noi dette adeali, dei quindennj e delle rinnovazioni”[160], a riprova del fatto che il legislatore aveva considerato le circostanze particolari di quelle province, i contratti e la loro natura, “le loro pratiche e perfino gli accessori dei contratti”, avviando in tal modo l’adeguamento di tale ramo della legislazione civile di quei Dipartimenti al resto dell’impero. Il regno d’Italia, così come neppure, ad esempio, la Toscana[161], al contrario, non aveva ricevuto dal legislatore la medesima attenzione[162].

E cosa dire del codice napoleonico? Il Consiglio, naturalmente, non omise di soffermare la sua attenzione sull’articolo 530, il quale disponeva la redimibilità di “qualunque rendita perpetua”[163]. Tale norma, è vero, lasciava qualche margine di dubbio in merito alla redimibilità dei livelli perpetui, che comunque il Consiglio sciolse in senso negativo, ritenendo che il testo normativo non ne avesse parlato in modo esplicito sicché essi avrebbero dovuto continuare ad essere regolamentati dalle antiche leggi che disponevano la loro irredimibilità. Si trattava, invero, di una argomentazione un po’ fragile. E il relatore ne ebbe contezza, poiché precisò che, anche optando per la soluzione affermativa, era comunque posteriore al codice quella legge italica che, autorizzando le affrancazioni dei livelli perpetui dovuti agli stabilimenti di culto, a quelli di pubblica beneficenza ed alla nazione, non aveva esteso tale autorizzazione a quelli dei privati; così come ugualmente posteriore era il citato decreto reale del 27 aprile 1811, con il quale il legislatore aveva determinato la quota del contributo che l’enfiteuta era autorizzato a trattenere sul canone.

Tanto bastava per interpretare in questa direzione la disposizione codicistica. Nel senso, cioè, di escludere la redimibilità dei livelli perpetui dei privati. Si noti, inoltre, che già nel 1806 il Consiglio degli Uditori, come si evince da un documento archivistico citato da Giovanni Chiodi, aveva dichiarato in un rapporto che “l’art. 530 non fosse applicabile ai contratti di livello”[164].

Si trattò di una interpretazione che il Romagnosi cercò di contrastare con forza[165]. Nelle sue pagine leggiamo che “le rendite livellarie [avrebbero dovuto] porsi nella classe delle rendite perpetue” ex art. 530[166], trovando ripugnante “alla nuova Legislazione il far agire i vecchi livelli con tutte le loro antiche qualità, e specialmente col carattere del condominio”[167]. Comunque, al fine di mostrare l’applicabilità dell’art. 530 ai livelli italiani, egli aveva argomentato, come abbiamo già avuto modo di precisare, in ordine alla assoluta identità esistente tra i livelli francesi e quelli italici – che il Consiglio aveva invece negato con fermezza – in quanto già la legge francese del 1790, disponendo la affrancabilità delle enfiteusi perpetue, aveva fatto riferimento a contratti che erano affini in tutto e per tutto ai livelli italiani. E l’elemento principale che li accomunava era proprio ravvisato nel vincolo di condominio, da cui derivava la precedente irredimibilità[168]. Era innegabile, difatti, che in Francia fossero sempre esistite delle rendite immobiliari con vincolo di condominio, assolutamente identici ai livelli italici[169].

Il Romagnosi, in sostanza, aveva ritenuto applicabile alle rendite livellarie perpetue italiche quel parere del Consiglio di Stato dell’impero francese del 7 marzo del 1808, alla stregua del quale, allo stato della nuova legislazione, “l’enfiteusi perpetua si considera[va] une aliénation absolue, qui fait réposer la propriété sur la tête de l’acquéreur au pareil titre; e che nell’enfiteusi temporaria la proprietà risiede[va] tutta presso il concedente”[170], negando ad ogni tipo di enfiteusi “il vincolo del condominio, dimodoché nel caso dell’enfiteusi perpetua tutto il dominio reale sta[va] presso dell’utilista, e viceversa nel caso dell’enfiteusi temporaria sta[va] presso il direttario”[171]. Era questa, a suo avviso, la vera linea di demarcazione tra “il diritto anteriore francese, conforme all’italiano”, per cui le enfiteusi erano connotate da una comproprietà del direttario e dell’utilista, e la nuova legislazione, la quale imponeva di considerare i livelli anteriormente costituiti privi del carattere di tale “condominio simultaneo”[172], sicché anche nel regno d’Italia, “dopo il codice Napoleone, […] il Legislatore [aveva] giudicato che nei livelli perpetui la piena proprietà si trov[asse] concentrata tutta nel livellario, ed il diritto del canone trov[avasi] presso il livellante, con la qualità di semplice credito radicato sul fondo enfiteutico”[173]. Nessun dubbio, quindi, sulla circostanza per la quale il nuovo codice “avesse per antonomasia parlato dei livelli perpetui: e ciò tanto per l’uso adottato da lungo tempo in Francia di applicare la denominazione di rente foncière ai livelli perpetui, quanto per il preciso significato reale che si ebbe in mira nella formazione dell’art. 530 del codice Napoleone”[174]. Chiaro che, per logica, seguendo questa teoria non sarebbe sorta alcuna questione con riferimento al pagamento del diritto di registro: non esistendo più la comproprietà, per effetto della affrancazione, questa gravava sul livellario passivo, adesso proprietario del fondo, il quale l’avrebbe trasmessa pure ai suoi eredi[175]. L’importanza della redimibilità di tutte le rendite fondiarie perpetue era tutto nel contenuto sociale ed economico di tale operazione[176]: essa, difatti, “portava seco tutti i beni della libera proprietà e del corso naturale dei beni, cioè di un corso che si adatta[va] alle vicende dei bisogni, si piega[va] a tutte le speculazioni utili del commercio, ed incoraggia[va] tutti i miglioramenti dell’agricoltura e delle sostanze immobiliari”[177]. Come non riconoscere, dunque, i benefici accordati dalla legge all’utilista il quale non avrebbe dovuto far altro che approfittarne? Effetti invece assolutamente dannosi sarebbero derivati dall’orientamento del Consiglio, connotato da “una gretta tenacità e dall’affezione a vecchie dottrine”[178].

Torniamo appunto alla pervicace posizione del Consiglio legislativo. In quale caso, dunque, i livelli perpetui italiani sarebbero stati redimibili, posto che, secondo la sua ricostruzione, il codice civile non li contemplava? “Per dipartirsi dai principi della vecchia giurisprudenza era necessaria una legge”[179]. Soltanto estendendo al regno Italico le disposizioni del reale decreto del 1 marzo 1813, soltanto dichiarando espressamente affrancabili i livelli perpetui riducendoli alla stregua di rendite costituite, così come era avvenuto in Piemonte, solo allora l’assimilazione della normativa transalpina in materia di registro avrebbe potuto dirsi compiuta[180]. Ma non era arrivato, a dire del Consiglio, ancora il momento.

Era trascorso un po’ di tempo da quando il Consiglio legislativo della Repubblica Italiana aveva emanato quel parere con il quale aveva sostenuto la tesi della conservazione dei vincoli successori derivanti dai livelli pazionati, non ritenendo applicabili ad essi la legge abolitiva dei fedecommessi del 6 termidoro[181]. In quella circostanza (correva l’anno 1805), l’intento era stato quello di salvaguardare i livelli di qualsiasi tipo e soprattutto di non rischiare, “annullando il vincolo successorio” nelle enfiteusi, di “travolgere i diritti del proprietario diretto alla restituzione dei beni enfiteutici”[182], e di liberare i beni a vantaggio dell’enfiteuta. In generale, però, ciò che si voleva scongiurare era il rischio di favorire “successive estensioni della legge del 6 termidoro anche alle investiture feudali”[183]. A distanza di otto anni la situazione non sembrava essere cambiata.

Certo, si trattava di tematiche parecchio dibattute nel regno e le vicende politiche e legislative di quel periodo avevano fatto sì che ci si avvicinasse parecchio alla meta. Proprio il 1813 fu l’anno in cui, difatti, concretizzate le restituzioni dei beni feudali ai vecchi possessori per effetto del decreto del 27 aprile 1811, “il movimento ufficiale per lo svicolo definitivo dei beni feudali [aveva assunto] un andamento ben deciso e concreto”[184].

Il decreto del 1 marzo 1813, invero, aveva determinato il ministro Prina a scrivere a Luosi prospettandogli come necessaria anche in territorio italico una legge “che provvedesse allo svincolo dei beni feudali e alla estensione al regno Italico del decreto imperiale sopra ricordato”[185]. Il progetto, che Luosi volle affidare proprio al Romagnosi[186], non vide però mai la luce. Qui basti ricordare, ai nostri fini, che il disegno si occupava non solo dei beni feudali ma anche, al titolo II, di tutte le rendite fondiarie e prestazioni enfiteutiche, come i livelli e gli affitti perpetui[187] e, ça va sans dire, ne prevedeva l’affrancabilità per effetto della vigenza del codice napoleonico[188]. Il Romagnosi era convinto che diverse leggi, già a partire dal 1801, si fossero succedute in territorio italico e avessero disposto l’affrancabilità dei livelli e delle rendite perpetue[189]. In generale, egli ritenne che sia le leggi cisalpine che il codice avessero proclamato la soppressione dei vincoli lineari e la allodializzazione dei beni feudali, sicché “occorreva dare valore retroattivo alla legge abolitiva”[190]. In particolare argomentò, muovendo dalla tesi di Merlin[191], che la legge abolitiva dei fedecommessi del 6 termidoro anno V avesse comportato la soppressione di tutti i vincoli lineari, per cui le “leggi su fedecommessi s’estendevano anche ai feudi: la legge abbracciava i rapporti tutti pubblici e privati, poiché usava parole onnicomprensive”[192]. Tesi, questa, che fu contestata con forza dai ministri Prina (!) e Luosi i quali, adeguandosi al citato rapporto del Consiglio legislativo del 1805 al quale aveva fatto seguito una circolare del ministro Spannocchi emanata nel medesimo anno, “negarono che i vincoli lineari e gli altri vincoli sui beni feudali fossero stati soppressi dalle leggi della Cisalpina e dal Codice Napoleone”[193]. E anche la giurisprudenza si mosse nella medesima direzione[194], sicché il progetto presentato al viceré accoglieva gli aspetti “tecnici” della tesi di Romagnosi ma non “ne accettò la tesi principale”[195], decretando l’affrancabilità dei vincoli sui beni solo a partire dal 1813. Ma, lo abbiamo anticipato, per ragioni ancora sconosciute il progettò non decollò.

Sempre nel 1813, inoltre, il ministro Luosi, spinto “dall’ingombrante presenza del Codice Napoleone e dall’opinione di alcuni dissidenti”[196] aveva domandato a tutti i procuratori generali delle Corti di appello del regno di fargli pervenire un parere sulla questione relativa alla sussistenza dei vincoli successori “dei chiamati ai feudi e all’enfiteusi ex pacto et providentia” e, in quella occasione, la Corte di appello milanese aveva confermato l’orientamento espresso dal Consiglio legislativo della Repubblica Italiana e dalla circolare di Spannocchi, finalizzato a dichiarare che nessuna legge esplicita aveva abrogato i vincoli successori dai feudi e dai livelli, muovendo “dall’origine contrattuale del vincolo enfiteutico” e “difendendo i diritti acquisiti tramite contratto”[197], nonché dalla tesi per la quale gli articoli del codice relativi alle successioni ereditarie non avrebbero potuto essere applicati analogicamente ai contratti.

L’auspicata assimilazione desiderata dal Prina nella materia del registro, che in modo inscindibile era legata alle tematiche appena richiamate, dunque, subì una brusca battuta d’arresto dietro i colpi delle argomentazioni giuridiche del Consiglio il quale, ancora una volta, si battè per salvaguardare le specificità italiche in uno degli ultimi, affannosi, tentativi di difendere lo status quo[198].

C’è da dire che si trattava, invero, di un campo nel quale, lo abbiamo visto, la legislazione italica aveva, sin dal principio, mostrato più di qualche crepa nella sua marcia verso la conformità con quella transalpina. Una fragilità, questa, che affondava le sue radici nel periodo repubblicano e cisalpino e che proseguì nel regno Italico[199]. Nonostante la proclamazione del principio della abolizione del sistema feudale, “l’imperfezione delle leggi eversive, gli interessi fiscali, nonché una serie di sfortunate circostanze ed un’esasperante lentezza dei ministri del Regno Italico fecero sì che l’abolizione delle istituzioni feudali procedesse in modo difettoso e incompleto”[200]. Dunque, vero era che per il codice napoleonico la proprietà avrebbe dovuto “riposare su una sola testa”[201], ma non appariva automaticamente ai giuristi di quel tempo altrettanto vero che fosse stato implicitamente abrogato tutto ciò che sembrava inconciliabile con tale principio. Prendiamo come esempio il contratto di enfiteusi: abbiamo già visto come, anche in Francia, esso fosse riuscito a sopravvivere nonostante il silenzio del codice e per merito della giurisprudenza[202]. Ebbene, grazie agli studi condotti dal Faron negli archivi notarili e catastali ambrosiani, sappiamo che anche a Milano esso “est loin de correspondre à une forme juridique dépassée”[203], e che la sua vitalità era soventemente giustificata da ragioni economiche e di progresso urbano “en raison de sa grande flexibilité”[204], a riprova del fatto che sotto la dominazione napoleonica non solo non erano stati spazzati via di colpo alcuni istituti del passato ma che essi potevano godere di una seconda vita sotto la spinta di esigenze riformatrici e progressiste[205].

L’assimilazione legislativa napoleonica all’interno dei territori conquistati, in generale, fu connotata, in materia feudale, da un andamento rapsodico e paradossale. Proprio a questo, crediamo, faceva riferimento Lodovico Bosellini quando scriveva, con riferimento alla “materia enfiteutica”, che mentre in Francia, “sotto l’impulso dei furori del 1793, tutto erasi abolito”[206], lo stesso non fosse avvenuto nella penisola italica[207], affermando che “[i]n tutta Italia proseguì spontanea l’osservanza dei livelli, e degli usi nazionali, piuttosto che dei volubili piaceri dei dominatori”[208].

 

“E così” continuò, “ […] il tanto encomiato Consiglio di Stato di Napoleone a capriccio aboliva come feudali o conservava come non feudali i medesimi diritti, e trovava feudalità in Toscana ma non a Roma! … (sapienza storico giuridica!...) E volendosi pure addossare a tutti i popoli conquistati quel Codice in cui voleasi racchiusa tutta l’umana sapienza, invece di prepararlo con leggi di passaggio o come diconsi transitorie, adattate ai singoli paesi, si lanciava là come esso era, in perfetto contrasto con gli usi esistenti, e si mandavano per commento leggi repubblicane le quali non solo ripugnavano al Codice e ai paesi dove venivano pubblicate, ma servivano a modificare o distruggere quello stesso che in Francia avean bene o male preparato. […] Accadde poi ai Francesi come accader deve a chi vuol tutto distruggere, di passare come una bufera che abbatte le spighe, ma non le miete, ossia non giungere ad aver distrutto alcuna cosa”[209].

 

Abstract: The study explores the different positions of the Legislative Council and of the Finance minister, Giuseppe Prina, about the correct interpretation of the Royal Decree dated 21 may 1811, concerning the payment of the registration fee. The legal issue concerned the possibility to consider the perpetual rent and the perpetual emphyteusis as sales in case of succession.

 

Key words: Napoleonic code – Kingdom of Italy – Perpetual rent – Perpetual emphyteusis – registration fee.



* Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1] La presente ricerca è stata condotta nell’ambito del sottoprogetto “Spazio giuridico e modernizzazione: il ruolo del diritto nello sviluppo di Milano e del Canton Ticino”, coordinato dal professor Michele Luminati (Università di Lucerna), e del progetto generale “Milano e il Ticino (1796-1848). Costruire la spazialità di una capitale europea” (FNS-Sinergia, prog. CRSII5_177286).

[2] Cfr. S. Solimano, Amori in causa. Strategie matrimoniali nel Regno d’Italia napoleonico (1806-1814), Torino 2017; Id., “Il buon ordine delle private famiglie”. Donazioni e successioni nell ’Italia napoleonica, Napoli 2021; S. Gentile, Sempre più poveri. Giuseppe Luosi e il problema dell’espropriazione forzata nel Regno d’Italia, in Rivista di Storia del diritto italiano, XC (2017). Con riferimento alla storia giuridica del Mezzogiorno, invece, segnaliamo gli studi compiuti sulla giurisprudenza delle Corti di giustizia del Mezzogiorno raccolti in F. Mastroberti - S. Vinci, Le Supreme Corti di Giustizia nella storia giuridica del Mezzogiorno, Napoli 2015, nonché il volume di S. Vinci, La giustizia penale nelle sentenze della Cassazione napoletana (1809-1861), Napoli 2019.

[3] S. Solimano, “Il codice civile e la sua compagna”. Riflessioni in margine al bicentenario della codificazione delle Due Sicilie, in F. Mastroberti - G.Masiello (a cura di), Il “Codice per lo regno delle Due Sicilie”. Elaborazione, applicazione e dimensione europea del modello codicistico borbonico, Napoli 2020, p. 490.

[4] Ibid.

[5] Cfr. P. Caroni, Saggi sulla storia della codificazione, Milano 1998, pp. IX-X; XIII; 8; 13.

[6] S. Solimano, “Il codice civile e la sua compagna”, cit., p. 492; cfr. Id., Amori in causa, cit., p. XIII; Id., “Il buon ordine delle private famiglie”, cit., p. 1.

[7] Il Consiglio degli uditori esercitava, invece, funzioni giurisdizionali di tipo amministrativo. In merito, v. P. Aimo, Le origini della giustizia amministrativa. Consigli di prefettura e Consiglio di Stato nell’Italia napoleonica, Milano 1990, pp. 100 ss.; L. Antonielli, Le istituzioni dell’età napoleonica, inM. Meriggi -L. Teodoldi (a cura di), Storia delle istituzioni politiche. Dall’antico regime all’età globale, Roma 2014, p. 88; E. Pagano, Enti locali e Stato in Italia sotto Napoleone, Repubblica e Regno d’Italia, Roma 2007, pp. 31-49; L. Mannori, Uno Stato per Romagnosi. La scoperta del diritto amministrativo, vol. II, Milano 1987, p. 135; B. Sordi - L. Mannori, Storia del diritto amministrativo, Roma - Bari 2000, p. 259.

[8] Ne offre un esempio G. Chiodi, Orgoglio proprietario e pregiudizio legalistico. Vincoli successori e interpretazione della legge nella Lombardia Napoleonica, in AA.VV., Amicitiae Pignus, Studi in ricordo di Adriano Cavanna, vol. I, Milano 2003, pp. 339 ss.

[9] L’art. 25 del Terzo Statuto Costituzionale disponeva che al Consiglio legislativo avrebbe dovuto essere trasmesso ogni progetto di legge, qualunque ne fosse l’oggetto, e tutti i progetti di regolamenti di amministrazione pubblica, riservandogli “la spiegazione, sviluppi o interpretazioni di detti regolamenti”: Raccolta delle Costituzioni italiane, vol. II, Torino 1852, p. 150.

[10] Il Consiglio Legislativo repubblicano, più che un giudice, si era limitato ad essere “un interprete qualificato di norme, che veniva in aiuto dell’autorità amministrativa ogni qual volta essa si trovasse in difficoltà nella loro applicazione“, come scrive L. Mannori, Uno Stato per Romagnosi, vol. II, cit., p. 124. Come aveva previsto l’art. 100 della Costituzione di Lione, il Consiglio legislativo repubblicano aveva competenza “sulle questioni di pubblica amministrazione“. I due testi normativi del 4 e del 17 marzo 1803, mai abrogati nemmeno nel successivo periodo francese, avevano poi riconosciuto al Consiglio legislativo una competenza sugli affari contenziosi amministrativi con riferimento alla sola questione di pubblica amministrazione “sulla intelligenza, ed applicabilità delle leggi e dei Regolamenti che servono di norma alla pubblica amministrazione”, rimettendo per tutto il resto le parti ai tribunali ordinari, i quali avevano competenza in materia di controversie tra amministrazione e privati nel caso in cui non si sollevasse alcun dubbio in merito a una norma amministrativa: cfr. P. Aimo, Le origini della giustizia amministrativa, cit., p. 47; L. Mannori, Uno Stato per Romagnosi, vol. II, cit., p. 122 e p. 127. In ogni caso, “la differenza sostanziale tra i due organi stava nella natura del loro potere”, perché “il voto del Consiglio legislativo repubblicano era deliberativo e vincolante per il governo”, mentre il Consiglio legislativo del regno aveva un ruolo puramente consultivo: M. F. Baldinelli, Il Consiglio di Stato del Regno d’ Italia napoleonico: le procedure e il funzionamento, in Società e Storia, 78 (1997), p. 814.

[11] Ivi, p. 815; v. anche L. Antonielli, I prefetti dell’Italia napoleonica, Bologna 1983, p. 44.

[12] Cfr. M. F. Baldinelli, op. cit., p. 815: “Accadeva di frequente che, una volta approvato un progetto, quando arrivava in Consiglio di Stato invece di essere difeso dalla totalità dei membri nel rispetto delle decisioni prese a maggioranza, esso venisse attaccato da quei consiglieri che in seduta particolare si erano pronunciati in modo contrario. Ciò rivela come, a differenza degli Uditori, non esistesse alcuna compattezza interna, il che fu sicuramente una delle cause del cronico ritardo di cui soffriva il lavoro del Consiglio”: ibid.

[13] Ivi, p. 814.

[14] Ibid.

[15] V. Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, parte seconda, dal primo giugno al 31 dicembre 1808, Milano 1808, pp. 1041-1042; Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, dal primo gennaio al 31 dicembre 1809, Milano 1809, p. 27; Archivio di Stato di Milano (da ora ASMi), Consiglio legislativo, b. 627, fol. 263 ss.; b. 628, fol. 407 r.; b. 641 bis, fol. 598 r.; b. 642, fol. 171. Per la ricostruzione della vicenda, sia consentito il rinvio a P. Mastrolia, Legal transfer. La disciplina dello spazio nella Milano napoleonica, in Historia et ius, 19 (2021), p. 16, n. 95.

[16] M. F. Baldinelli, Il Consiglio di Stato del Regno d’ Italia napoleonico, cit., p. 794: “Per la natura delle sue competenze […] il Consiglio di Stato aveva la possibilità di incidere sugli indirizzi di governo e quindi di giocare un ruolo “politico”, ovviamente nei limiti di un sistema autoritario come quello napoleonico”: ibid.

[17] Sia consentito ancora il rinvio a P. Mastrolia, Legal transfer. La disciplina dello spazio nella Milano napoleonica, cit., p. 47.

[18] Sui processi di legal transfer, cfr. G. R. B. Galindo, Legal Transplants between Time and Space, in T. Duve (a cura di), Entanglements in Legal History: Conceptual Approaches, Frankfurt am Main 2014, p. 130; M. Meccarelli, I tempi ascrittivi tra esperienza giuridica e ricerca storica, in Le Carte e la Storia, 2 (2018), p. 19; Id., Time of innovation and time of transition shaping the legal dimension: a methodological approach from legal history, in M. Meccarelli- C. Paixão- C. Roesler (a cura di), Innovation and Transition in law, Madrid 2020, p. 29; L. Foljanty, Legal Transfers as processes of cultural translation: on the consequences of a metaphor, in Research Paper Series Mpier (2015-09), p. 1 ss.; M. van der Burg, Cultural and legal transfer in Napoleonic Europe: codification of Dutch civil law as a cross-national process, in Comparative legal history, 3 (2015).

[19] L. Mannori, La nozione di territorio tra antico e nuovo regime. Qualche appunto per uno studio sui modelli tipologici, in M. Cammelli (a cura di), Territorialità e delocalizzazione nel governo locale, Bologna 2007, p. 59.

[20] L. Di Fiore - M. Meriggi (a cura di), Movimenti e confini. Spazi mobili nell’Italia preunitaria, Introduzione, Roma 2013, p. 8.

[21] Cfr. P. Costa, Uno spatial turn per la storia del diritto? Una rassegna tematica, in Research paper series Mpier (2013-07). Tra gli studi che hanno inteso indagare il ruolo del diritto nei processi di costruzione della spazialità, nonché “analizzare l’impiego e l’efficacia dello strumento giuridico all’interno delle dinamiche sociali” in determinati territori, si collocano quelli compiuti da M. Luminati, Noto 1693-1703: superamento della crisi e processi decisionali. La dimensione giuridica, in G. Giarrizzo (a cura di), La Sicilia dei Terremoti. Lunga durata e dinamiche sociali, Catania 1997, p. 281; Id., La ricostruzione di Noto: atti notarili e dimensione storico-giuridica, in A. Casamento - S. Guidoni(a cura di), Le città ricostruite dopo il terremoto siciliano del 1693, Atti del Convegno - Facoltà di Architettura, 20-21 marzo 1995, Roma 1997, p. 139; Id., Erdbeben in Noto. Krisen und Katastrophenbewältigung im Barockzeitalter, Zürich 1995.

[22] Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, parte prima, dal 1 gennaio al 30 giugno 1811, Milano 1811, p. 325. L’articolo 84 disponeva che “Il valore della proprietà, dell’usufrutto e del godimento degli immobili è determinato per la liquidazione e pel pagamento del diritto proporzionale come segue: 1. Pei contratti di affitto o locazioni, subaffitti, cessioni e surrogazioni d’affitti, dal prezzo annuale espresso, aggiungendovi i pesi imposti al conduttore. […] 2. Per gli affitti perpetui e per quelli la cui durata è illimitata, da un capitale costituito da venti volte la rendita o il prezzo e i pesi egualmente annuali, aggiungendovi parimente gli altri pesi in capitale e i danari d’entrata o anticipazioni, se non sono stati stipulati. […]”: ivi, p. 359. L’articolo 144, concernente gli atti soggetti non a un diritto fisso di registro ma a un diritto proporzionale, disponeva che “Gli atti e mutazioni compresi sotto questo articolo saranno registrati, e i diritti pagati secondo le quote qui sotto indicate […]”: ivi, p. 400; in particolare, il comma 7 della sezione V, nella quale si prevedeva la quota “due lire per cento lire”, disponeva che “gli affitti perpetui di beni immobili, quelli a vita e quelli la di cui durata è illimitata, sono considerati come vendite”: ivi, p. 407.

[23] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, fol. 385 r.

[24] Ibid.

[25] Giornale Italiano, Milano, 1 luglio 1813, p. 1188.

[26] Come narra Federigo Sclopis, “agli 8 di maggio 1805 Prina dirigeva al novello sovrano un rapporto particolareggiato sulla condizione delle finanze del regno, rendendogli conto del movimento delle medesime nei tre anni precedenti 1802, 1803, 1804, e gli rassegnava la legge generale di finanze pel 1805”: F. Sclopis, Storia della legislazione italiana, vol. III, Torino 1864, p. 173. Napoleone esercitava sempre, in merito, un attento controllo, raccomandando “al suo ministro quella scrupolosa esattezza, quella regolarità nella compilazione del bilancio che già ammiravasi in Francia”: ibid.

[27] Ivi, p. 149.

[28] G. Pecchio, Saggio storico sull’amministrazione finanziera dell’ex Regno d’Italia dal 1802 al 1814, Torino 1852, p. 59: “La legge del registro ci rammenta la nobile fermezza del corpo legislativo della repubblica italiana. Questa tassa era stata adottata dal governo della repubblica Cisalpina nell’anno VII; ma la difficoltà dei tempi e l’insorta guerra non permisero di porla ad esecuzione. Fu riproposta nel 1805 al corpo legislativo della repubblica italiana. La presenza di Bonaparte in Italia […], l’esempio (sempre contagioso) della docilità dei legislatori francesi, tutto sembrava presagire l’unanime adesione de’ legislatori italiani alla nuova legge. Ma questo corpo, compreso dalla propria dignità, opinò liberamente e la rigettò. Bonaparte, non avvezzo a trovare resistenza, annichilò il corpo renitente, preparando nell’esempio della sua distruzione le altre autorità ad una cieca obbedienza”: ibid.

[29] F. Sclopis, Storia della legislazione italiana, vol. III, cit., p. 148.

[30] “Essendo giunto un progetto di legge relativamente al registro, il vice-re lo sottomise al Corpo Legislativo, che credendo di usare del proprio diritto, si avvisò di discuterlo, e di chiedere delle modificazioni nella proposta tariffa”: F. Coraccini, Storia dell’amministrazione del Regno d’Italia durante il dominio francese, Lugano 1823, p. 52.

[31] G. Pecchio, op. cit., p. 59.

[32] F. Coraccini, Storia dell’amministrazione, cit., p. 52.

[33] Ibidem.

[34] La legge di finanza del 1805, come spiega la Baldinelli, “costituisce un caso particolare, sia perché fu l’unica legge pubblicata tra il 1805 e il 1809, sia perché fu l’unica volta in cui il bilancio dello Stato fu sottoposto al giudizio di un organo collegiale: dal 1806 esso fu messo a punto dal ministro delle Finanze, inviato a Parigi per l’approvazione e pubblicato sul Bollettino sotto forma di decreto, restando quindi un’”esclusiva” del Prina. Non appare infatti che esso venisse discusso collegialmente nemmeno dal Consiglio dei ministri […]. Quindi il bilancio stilato dal Prina veniva sottoposto all’esame del viceré e poi dell’Aldini, prima di ricevere la sanzione definitiva dall’imperatore”: M. F. Baldinelli, Il Consiglio di Stato del Regno d ’Italia napoleonico, cit., p. 818.

[35] M. Roberti, Milano Capitale Napoleonica. La formazione di uno Stato moderno 1796-1814, vol. III, Milano 1947 p. 56.

[36] M. Roberti, Milano Capitale Napoleonica, vol. III, cit., p. 57. Giuseppe Pecchio, nel suo saggio sulla amministrazione finanziaria del regno, descrive in questi termini l’imposta del registro: “Essa era dovuta all’occasione della mutazione o trapasso della proprietà, usufrutto o godimento dei beni d’una in altra mano, epperò chiamasi tassa di registro degli atti e contratti. Era pagata da chi acquistava, ma ordinariamente ricadeva a peso di chi alienava; perché d’ordinario non si acquista ma si vende per bisogno, e il compratore non ricerca il venditore, ma il venditore cerca un compratore. Uno stabile per esempio del valore di 300 lire non era venduto che per lire 294, deducendovi il compratore l’importo della tassa del registro, che in ragione del due per cento era di lire sei. Quindi il valor capitale d’ uno stabile dopo cinquanta mutazioni di proprietà era divorato dalla tassa di registro. Essa era fissa o proporzionale, cioè commisurata alla somma o valore dedotto nell’atto o contratto. Conseguentemente la proporzionale era applicabile alle obbligazioni, liberazioni, ed a qualunque trasmissione di proprietà, usufrutto o godimento di beni mobili e immobili. […]. Due leggi furono successivamente promulgate nel regno sul registro. La prima del 12 febbraio 1806 era alquanto più equa e meno gravosa della seconda […]”: G. Pecchio, Saggio storico sull’amministrazione finanziera, cit., p. 59-60.

[37] Ibid: “Le modificazioni alla legge francese consistevano principalmente: 1. Nella riduzione di alcune tasse proporzionali, come per esempio, le vendite non pagavano nel regno che il 2 per cento, dovecché in Francia soggiacciono al 4 per cento. 2. Nella esenzione delle successioni in linea ascendentale e discendentale. Ma di questa riduzione ed esenzione il tesoro del regno trovava un compenso: 1. Nel diritto progressivo sulle doti, che non è conosciuto in Francia. 2. Nel diritto addizionale sugli acquisti a titolo gratuito, eccedenti le 40m. lire, parimenti ignoto alla Francia. 3. Nel pagamento della tassa proporzionale a cui si ritenevano soggette le donazioni e i lasciti in favore degli stabilimenti di beneficienza, dalla quale tassa sono esentati in Francia. Il legislatore francese colla prima ed ultima esenzione erasi dimostrato più politico e umano del legislatore italiano”: ivi, p. 61.

[38] Cfr. G. Pecchio, Saggio storico, cit., p. 61. I principali erano i seguenti: “1. La proibizione di detrarre dalle eredità ed altri acquisti gratuiti i debiti e i pesi di qualunque natura di cui fossero gravati. Poteva intervenire, ed interveniva di fatto, che una eredità fosse in tutto o in parte assorbita da debiti verso terzi, e talor anco, che il valore dei debiti superasse quello della sostanza ereditaria. In questi casi adunque l’erede era tenuto di pagare la tassa non solo per ciò ch’egli realmente non acquistava, ma talvolta (incredibile a dirsi) per quello, ch’egli sborsava del proprio ai creditori del defunto; mentre vi poteano essere, e vi furono degli eredi, che per far onore alla memoria del defunto accettarono puramente e semplicemente la sua eredità, sebbene i debiti ne eccedessero il valore. 2. L’obbligo imposto a chi acquistava una proprietà disgiunta dall’usufrutto di pagare immantinenti la tassa corrispondente al valore della nuda proprietà. La ragione voleva che si fosse differito il pagamento fino alla consolidazione dell’usufrutto colla proprietà. A questo incoveniente se ne aggiungeva un altro di gran lunga più grave, nel modo con cui dal demanio si valutava la nuda proprietà. Sotto colore che non si dovevano dedurre i pesi, e che l’usufrutto era un peso della proprietà, il demanio calcolava il valore della proprietà piena. Donde avveniva, che oltre alla tassa pagata dall’usufruttuario sul valore del proprio usufrutto, si pagava dal proprietario un’altra tassa sul valore della piena proprietà; cioè della proprietà non disgiunta dall’usufrutto; e quindi l’assurdo della duplicità di tassa sull’identico oggetto, cioè sull’usufrutto. 3. La tassa proporzionale per gli atti giudiziari e sentenze di tribunali sopra valori o beni controversi. La sentenza di un tribunale, con cui si aggiudica a taluno il possesso di un fondo, o restituzione di una somma, non è, propriamente parlando, un titolo di acquisto. Essa non fa che riconoscere e dichiarare questo titolo che già preesisteva, e che all’acquirente veniva contrastato. Egli aveva già pagato la tassa di registro, allorché gli nacque questo titolo”: ivi, p. 62.

[39] G. Pecchio, Saggio storico sull’amministrazione finanziera dell’ex Regno d’Italia, cit., p. 62.

[40] V. E. Riva, Pecchio Giuseppe (voce), in Dizionario Biografico degli Italiani, 82 (2015).

[41] V. S. Levati, Prina Giuseppe (voce), in Dizionario Biografico degli Italiani, 85 (2016); C. Zaghi, L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, Torino 1986, p. 515; A. Cova, Lo Stato attraverso le finanze, in A. Robbiati Bianchi (a cura di), La formazione del primo Stato italiano e Milano capitale 1802-1814, Milano 2006.

[42] V. L. Sebastiani, Bossi Luigi (voce), in Dizionario Biografico degli Italiani, 13 (1971).

[43] Regolamento organico della giustizia civile e punitiva del 13 giugno 1806, Bologna 1859, p. 14. Si tratta degli articoli 86 e 87 del Regolamento.

[44] Cfr. Discorso pronunciato da S. E. il G. G. ministro della Giustizia in occasione della installazione degli avvocati presso la Corte di Cassazione, Milano 1809, p. 16.

[45] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 385 r.

[46] Ibid.

[47] M. Roberti, Milano Capitale Napoleonica, vol. II, cit., p. 344.

[48] Nonché come “avveduto, solerte, perseverante, […] più ancora di quanto pareva comportassero le forze del paese, ne traeva i mezzi necessari a compiere i disegni del suo signore”: F. Sclopis, Storia della legislazione italiana, vol. III, cit., p. 172.

[49] Cfr. M. Roberti, Milano Capitale Napoleonica, vol. III, cit., p. 26; G. Pecchio, Saggio storico, cit., p. 84.

[50] S. Levati, Giuseppe Prina, cit.; cfr. anche G. Pecchio, Saggio storico, cit., p. 85. Suo, ad esempio, fu l’editto che dispose la vendita dei beni ecclesiastici.

[51] “Chiaro, pronto nelle discussioni, energico scrittore, egli doveva piacere a un governante guerriero insofferente di lunga meditazione, e che ambiva di essere servito da antichi servitori di Re”: G. Pecchio, Saggio storico sull’amministrazione finanziera, cit., p. 85.

[52] M. Roberti, Milano Capitale Napoleonica, vol. II, cit., p. 346.

[53] V. C. Zaghi, L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, Torino 1986, p. 358.

[54] “Questo ministro […] godeva di tutta la confidenza di Napoleone, e meritò più volte i suoi elogi. O sia ch’egli avesse permesso, che le operazioni di questo ministro non fossero soggette a verun esame, o sia che un tal lavoro fosse superiore alla penetrazione de’ revisori a ciò delegati, o che fosse statto d’uopo in prima d’iniziarli ne’ secreti che importava di non rivelare; ad ogni modo il Prina era il solo fra tutti i ministri, che non soffrisse mai la minima contraddizione ai suoi progetti”: F. Coraccini, Storia dell’amministrazione, cit., p. 62. Nella stessa direzione il Pecchio, il quale scrisse che il Prina “incorruttibile nella sua amministrazione, cedeva però a un’altra specie di corruzione, quella de’ premii e degli onori del sovrano; in guisa che soffocando ne’ suoi archivii i reclami di alcune popolazioni, non offeriva mai innanzi al trono, che inni di gaudio e riconoscenza a nome de’ popoli”: G. Pecchio, Saggio storico sull’amministrazione finanziera, cit., p. 86. Sul rapporto tra il Prina e il Bonaparte v. anche C. Zaghi, Proprietà e classe dirigente nell’Italia giacobina e napoleonica, in Annuario dell’Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, XXIII-XXIV, (1971-1972), Roma 1975, pp. 162-163, il quale parla del ministro delle Finanze come di una “macchina fiscale” voluta dall’imperatore. Certo, non mancarono nemmeno le occasioni di contrasto tra il ministro e Bonaparte. Ne dà conto il Roberti, nella misura in cui fa riferimento agli sforzi compiuti da Prina, a partire dal 1809, al fine di diminuire la pressione fiscale, che furono però ostacolati dall’Empereur: cfr. M. Roberti, Milano Capitale Napoleonica, vol. III, cit., p. 33, e anche lo stesso Sclopis, il quale scrive “che l’accusa mossa al Prina di non tenere abbastanza conto delle circostanze del paese, è per lo meno esagerata. In un rapporto trasmesso all’Imperatore il 26 dicembre 1810, egli ricordava al sovrano l’intenzione da esso manifestata di diminuire gli aggravii del suo regno a misura che questo acquisterebbe consistenza, e di limitarsi a ritrarne la somma di centoventi milioni”: F. Sclopis, op. cit., p. 176.

[55] Il Coraccini lo descrive come “uno di quegli uomini, ciechi stromenti del potere, e che ne divengono perciò piuttosto la rovina che l’appoggio, accostumati a contare sull’obbedienza passiva dei popoli, di cui non hanno alcun riguardo di ferir gl’interessi, purché si conservino il favore del Sovrano”, spiegando che, con il passare del tempo, “le esigenze del suo padrone divenennero tali, che il ministro ad onta della sua abilità, avendo dovuto, per soddisfarle, oltrepassare la misura del possibile, si rese l’oggetto dell’odio pubblico, e finì coll’esserne la più deplorabile vittima”: F. Coraccini, Storia dell’amministrazione del Regno d’Italia durante il dominio francese, cit., pp. 62-63.

[56] G. Pecchio, Saggio storico sull’amministrazione finanziera, cit., p. 86.

[57] Tutto sommato, il Pecchio riservò un giudizio di favore all’amministrazione finanziaria del regno: “Chi adunque dice che le nostre finanze hanno spossato, impoverito e condotto il Regno all’orlo della sua rovina, è male informato o ben ingiusto. Se la serie dei fatti esposti non è un romanzo da me tessuto, non si è egli provato al contrario, che il nostro Stato si è reso più popolato, più ricco, più industrioso? La nostra esperienza non ha confermato ciò che ho più volte ripetuto che le imposte in certi casi possono essere gravi all’individuo, ed utili alla società?”: G. Pecchio, Saggio storico, cit., p. 127.

[58] G. Pecchio, Saggio storico, cit., p. 86.

[59] “L’immeuble possédé à titre de locataire perpétuelle est sujet, à l’égarde du preneur, aux mêmes droits de mutation que s’il était possédé à titre purement patrimonial”: Dictionnaire des arrêts modernes en matière civile et criminelle, de procédure et de commerce, par M. Loiseau et M. Dupin, Paris 1814, p. 98.

[60] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 385 v. L’articolo 17 della Legge generale di finanze del 1811 disponeva che “le leggi e le tariffe sui diritti delle ipoteche, sul bollo della carta, dei giornali e degli effetti di commercio, e sul registro degli atti tanto civili che giudiziari nel nostro regno d’Italia, saranno conformate alle leggi e tariffe dell’impero, colle modificazioni portate dalle seguenti sezioni”. Seguivano le specificazioni concernenti i diritti delle ipoteche, il bollo della carta, il registro: cfr. Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, parte prima, dal 1 gennaio al 30 giugno 1811, Milano 1811, pp. 311-316.

[61] Il comma 7 dell’articolo 84 così disponeva: “Il valore della proprietà, dell’usufrutto e del godimento degl’immobili è determinato per la liquidazione e pel pagamento del diritto proporzionale come segue: […] 7. Per le trasmissioni di proprietà fra vivi a titolo gratuito e per quelle che si effettuano per morte, dalla valutazione che sarà fatta e portata a venti volte il prodotto de’ beni o il prezzo degli affitti correnti senza detrazione di pesi. Non sarà dovuta alcuna cosa per la riunione dell’usufrutto alla proprietà, allorché il diritto di registro sarà stato soddisfatto sul valore intiero della proprietà”: Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, cit., p. 360.

[62] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 385 v.

[63] Ibid.

[64] Ibid.

[65] G. Pecchio, Saggio storico sull’amministrazione finanziera, cit., p. 85.

[66] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 385 v.

[67] Il comma 8 dell’articolo 84 così disponeva: “Il valore della proprietà, dell’usufrutto e del godimento degl’immobili è determinato per la liquidazione e pel pagamento del diritto proporzionale come segue: […] 8. Per le mutazioni di usufrutto soltanto, sia fra vivi a titolo gratuito, sia per morte, dalla valutazione che ne sarà portata a dieci volte il prodotto de’beni o il prezzo degli affitti correnti, similmente senza detrazione di pesi. Allorché l’usufruttuario, il quale avrà soddisfatto il diritto di registro pel suo usufrutto, acquisterà la proprietà nuda, esso pagherà il diritto di registro sul suo valore senza unirvi quello dell’usufrutto”: Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, cit., p. 361.

[68] Cfr. Bollettino delle leggi, cit., pp. 313-315. La sezione III era quella relativa al registro. Si veda la nota n. 60.

[69] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 386 r.

[70] Il sei luglio 1812 il Melzi così scriveva al viceré Eugenio: “Il Ministro delle Finanze ha insistito perché vengano sottoposti alla Legge del Bollo i registri dello Stato Civile, a carico delle Comuni il corrispondente pagamento. Il suo progetto è stato rigettato dal Consiglio di Stato nella seduta del 26, nella quale si rileva con sorpresa che non ebbe luogo discussione alcuna sul medesimo. Ma questa sorpresa si dilegua facilmente quando si faccia attenzione alle ragioni dedotte nella seduta del 10 aprile, in cui era stata già discussa questa materia. È sembrato al ministro che non potesse rigettarsi il progetto attesa la pratica di Francia a cui è appoggiato. Ma non è sembrato al Consiglio di Stato che questa pratica bastasse per determinarlo ad approvare il progetto, e ciò per le seguenti ragioni. La pratica di Francia non è fondata sulla Legge ma su un decreto particolare di S. M. La Legge sul Bollo è certamente dichiarata comune anche al Regno d’Italia. Ma non sono dichiarati comuni al Regno d’Italia tutti i decreti particolari che S. M. ha fatti per l’Impero Francese. Dunque non poteva dedursi che dall’essere comune la Legge del Bollo, dovesse essere comune ancora la pratica di comprendervi i registri dello Stato Civile. S. M. ha potuto avere molte ragioni per dare questo sopracarico alle Comuni di Francia, ed egualmente averne per non darne a quelle d’Italia. Queste sono in realtà in una situazione ben diversa. S. A. I. conosce benissimo a qual punto dissestata sia la loro economia […]. Tutte queste cose non sono ignorate da S. M., e può quindi con ragione dedursi ch’Ella non ha creduto del caso l’estendere il decreto in questione al Regno d’Italia. Né deve perdersi di vista un’altra considerazione. Egli è certo che nella traduzione ed applicazione della Legge del Bollo in Italia gli si è data una estensione maggiore che non è in Francia. Ora non sembra giusto di invocar tutte le misure più gravi a carico del Regno d’Italia nel tempo stesso che nella pratica non si adottano tutte quelle che temperano e raddolciscono il peso della Legge”: F. Melzi D’Eril, Memorie-Documenti e lettere inedite di Napoleone I e Beauharnais raccolte ed ordinate per cura di Giovanni Melzi, vol. II, Milano 1865, p. 333.

[71] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 386 r.

[72] F. Sclopis, Storia della legislazione italiana, vol. III, cit., p. 174.

[73] Ibid.

[74] G. Pecchio, Saggio storico sull’amministrazione finanziera, cit., p. 86.

[75] F. Sclopis, Storia della legislazione italiana, vol. III, cit., p. 139: “Dietro quei festosi apparati, a quel fragore di acclamazioni, che mai non mancano a chi ascende al potere, a quelle promesse su cui l’avvenire mal si poteva fidare, era facile l’avvedersi che il regno d’Italia sarebbe stato non alleato ma vassallo alla Francia. Non abbastanza forte per reggersi da se solo a fronte massime del colosso francese innoltratosi nella penisola, il nuovo Stato vedevasi impedito nella sua sfera naturale, non potendo aspirare né ad allargarsi, né a combinarsi con alleanze proporzionate alla sua grandezza. Il nuovo regno insomma era posto, qual minorenne, sotto una straniera tutela”: ibid.

[76] Cfr. ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 390 v.

[77] Ivi, fol. 392 r.

[78] Ivi, fol. 390 v.

[79] Ibid.

[80] Ivi, fol. 391 r.

[81] Ibid.

[82] Ibid.

[83] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 391 r.

[84] Ibid.

[85] Cfr. Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, parte prima, dal 1 gennaio al 30 giugno 1811, Milano 1811, p. 386.

[86] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 391 r.

[87] Ivi, fol. 391 v.

[88] Ibidem.

[89] Ibid. Il rapporto si conclude con la trascrizione della proposta di decreto elaborata dal Consiglio legislativo (ivi, fol. 392 r.), che riportiamo di seguito: “Visto l’articolo 17 della Legge 19 maggio 1811; Visto il Nostro Decreto del 21 maggio 1811, e specialmente gli articoli 73 ed 84 n. 2, e 144 n. 7 e 14, e finalmente l’articolo 148; Sopra rapporto del Ministro delle Finanze; Sentito il Consiglio di Stato, Decreta. Art. 1. Nelle trasmissioni, a titolo gratuito o per morte, dei beni tenuti a livello perpetuo, si regolerà il valore dei medesimi pel pagamento dei diritti di registro secondo l’articolo 84 n. 7 del Decreto 21 maggio 1811, dedotte però dal valore capitale così formato lir. 100 per ogni lir. 5 del canone livellario. 2. Nelle trasmissioni, come sopra, dei beni tenuti ad affitto perpetuo si esigerà il diritto di registro, secondo detto art. 84 n. 7, colle stesse regole e deduzioni stabilite dall’articolo precedente. 3. In tutte le trasmissioni di proprietà contemplate col detto art. 84 n. 7 ed 8 non v’è luogo a detrazione per titolo d’imposta prediale. 4. Le disposizioni dei precedenti articoli saranno applicate a tutte le istanze pendenti, nelle quali non sarà intervenuta una decisione definitiva dei Tribunali. 5. Il Gran Giudice, Ministro della Giustizia, ed il Ministro delle Finanze sono incaricati ecc.” (ibid.). Come si può notare leggendo il quarto articolo, il Consiglio reputò opportuno l’inserimento di una norma che allontanasse qualsiasi dubbio sulla retroattività della legge, disponendo l’applicazione del nuovo decreto a tutti i casi di istanze pendenti sui quali i tribunali non si fossero ancora pronunciati.

[90] V. retro, note n. 61 e 67.

[91] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 390 r.

[92] L’articolo 17 del decreto del 19 maggio 1811, Sulle finanze del regno per l’anno 1811, lo ricordiamo, sanciva il principio per cui le leggi e le tariffe del regno in materia di registro avrebbero dovuto conformarsi a quelle francesi, salvo le modificazioni indicate negli articoli successivi. La sezione III era quella relativa al registro. Ricordiamo, inoltre, che nella trasmissione dei beni tenuti a livello perpetuo non si faceva detrazione alcuna del canone.

[93] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 390 r. Cfr., in merito, M. Roberti, Milano Capitale Napoleonica, vol. II, cit., p. 510, il quale spiega che durante l’età napoleonica si diede inizio ai lavori per la formazione del nuovo catasto, il quale avrebbe avuto la duplice finalità di “perequare i carichi tributari e accertare le proprietà immobiliari. […] Nel catasto [Napoleone] vide lo strumento per attuare un sistema di imposte basato anzitutto sulla produttività dei terreni […]. Per giungere a questo risultato occorreva che venisse compiuto un esatto rilevamento dei terreni (superficie, genere di cultura, grado di fertilità); di qui l’introduzione del catasto particellare. […] Napoleone vide nel nuovo catasto anche uno scopo civile, sia riguardo alla prova dei trapassi di proprietà, sia riguardo gli oneri ipotecari”: ivi, p. 504-505. Il catasto particellare è “quello che discende nei rilievi fino alla più piccola proprietà, con le distinzioni culturali, coi gradi diversi di fertilità e coi precisi e sicuri limiti di ogni minima proprietà. Di ogni appezzamento dovevasi dichiarare ufficialmente l’appartenenza per ciascun proprietario […]”: ivi, p. 510. Egli volle, in sostanza, che “tutti i beni capaci di reddito fossero censiti”, con la sola esclusione degli edifici di culto. L’imposta prediale, dunque, era uno dei principali tributi diretti, e le sue modalità di riscossione conobbero notevoli cambiamenti in seguito alla introduzione del nuovo catasto.

[94] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 390 r.

[95] “Per convincersi di questo non si ha che a prendere il valore di quanto si paga su di un fondo qualunque per titolo di contributo prediale, moltiplicarlo per venti volte ed osservare quindi quale enorme aumento di tassa se ne produce, in confronto di ciò che si pagherebbe in Francia, ove il contributo non cade che sui prodotti, ed ove il contributo in confronto del Regno è assai moderato”: ibid.

[96] Cfr. G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie non costituiscono un diritto di proprietà o di comproprietà. Esse costituiscono dei semplici crediti ipotecarj soggetti all’inscrizione, e suscettibili di essere liberati mediante trascrizione, in Opere riordinate ed illustrate da A. De Giorgi, vol. VII, p. I, Milano 1845, p. 685.

[97] M. Roberti, Milano Capitale Napoleonica, vol. II, cit., p. 507. Quanto al decreto in oggetto, esso disponeva che: “1. Le contribuzioni imposte sui beni tenuti a livello sono a carico dell’enfiteuta anche nel caso in cui non sia stato espressamente obbligato al pagamento delle imposte nel contratto; 2. L’enfiteuta è autorizzato a ritenersi il quinto dell’ammontare del canone, per rappresentare la contribuzione dovuta dal proprietario. Questa ritenuta però non potrà avere luogo nei casi in cui sarà stato stipulato in qualunque modo che il peso delle contribuzioni sarà esclusivamente a carico dell’enfiteuta”:G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie, cit., p. 385. Questa normativa implicava che l’imposta prediale avrebbe dovuto essere sempre pagata dall’enfiteuta, il quale aveva diritto a un rimborso corrispondente al quinto della rendita stabilita dal concedente, che gli veniva corrisposto attraverso lo strumento della ritenuta. In sostanza, il possessore aveva l’obbligo di pagare l’intera imposta, ma era autorizzato a trattenere una quota corrispondente al quinto dell’ammontare del canone, che poi era la quota spettante al concedente. La ritenuta veniva sottratta dal canone annuale, perché corrispondente alla porzione di imposta che spettava al proprietario del terreno, che fu pagata per intero dall’enfiteuta. A tale principio non era ammessa alcuna eccezione, eccetto quella prevista dal contratto precedentemente stipulato tra le parti in virtù del quale l’intera imposta prediale fosse a carico dell’enfiteuta.

[98] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 390 r.

[99] Cfr. G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie, cit., pp. 694-695. Secondo il Romagnosi, infatti, tale decreto, menzionando l’enfiteuta e il proprietario, appariva assolutamente incompatibile con la nuova legislazione ma anche con quella precedente, per la quale “né al direttario né all’utilista potevasi applicarsi l’attributo di proprietario”, dato che essi avevano una comproprietà sul fondo. Ciò premesso, esso non avrebbe creato problemi di applicabilità qualora con l’espressione “beni tenuti a livello” avesse inteso riferirsi unicamente ai beni sottoposti a una enfiteusi temporanea, sui quali il concedente rimaneva il vero proprietario. Contrariamente, non sarebbe stato parimenti applicabile alle rendite livellarie perpetue perché, nei livelli perpetui, l’enfiteuta era divenuto il proprietario del bene, essendo gravato nei confronti del concedente unicamente del “puro debito mobiliare della rendita” (ivi, p. 694). Essendo quest’ultimo, di conseguenza, mero creditore della rendita, non poteva gravare su di lui l’imposta prediale. Per concludere, il proprietario di cui si parlava nel decreto non poteva che essere il concedente del livello temporaneo, e non l’enfiteuta del livello perpetuo. Infatti, come avremo modo di vedere più avanti, il Romagnosi ritenne che l’articolo 530 del codice avesse comportato, nel regno, la redimibilità di tutte le rendite perpetue, mentre, al contrario, il Consiglio legislativo escluse l’applicabilità di tale norma ai livelli perpetui. V. infra.

[100] Cfr. G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie, cit., p. 688.

[101] Ibidem.

[102] Ivi, p. 690.

[103] Ivi, p. 691.

[104] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 390 v.

[105] Cfr. ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 389 r. Come spiega il Pertile, “Le locazioni ereditarie o perpetue si avvicinavano di molto ai livelli e all’enfiteusi, ma pure se ne differenziavano per molti aspetti, ché la somma dei diritti che esse conferivano al possessore del suolo era minore di quella che avevano l’enfiteuta o il livellario. Infatti, mentre a questi era dato un diritto reale sulla proprietà altrui, o secondo il linguaggio delle scuole, un dominio utile, a quello non si apparteneva dapprima che un diritto personale. Ne seguitava che non fosse autorizzato ad alienarlo tra vivi, e che invece il proprietario potesse ritorgli l’immobile se ne faceva mal uso. Per converso non si applicava a questa specie di locazione la massima, che coll’alienazione della proprietà si estinguesse il diritto del conduttore. E siccome l’eredità del rapporto era costituita unicamente a vantaggio della discendenza di quello cui era stato concesso il fondo originariamente, così a questa sola era dato succedergli, facendosi emettere di volta in volta nuovo atto di concessione e pagando il laudemio. In quella vece gli altri parenti e gli estranei ne rimanevano esclusi, quand’anche per avventura fossero stati gli eredi universali del conduttore […]. Finalmente essendo il censo che si pagava in questo contratto un vero corrispettivo pel godimento del fondo, il conduttore aveva diritto a una proporzionata diminuzione del medesimo, quando mancasse parte rilevante del raccolto. Se non che, col progredire dei tempi, le locazioni ereditarie si confusero con quegli altri due istituti per tal maniera, che molti autori asseriscono non esistere fra questi e quelle differenza maggiore del nome. Si attribuì quindi anche al conduttore ereditario la proprietà utile, con facoltà di trasmetterla in altri per contratto o per testamento; giungendosi a tale da accordare tanta estensione al rapporto ogni qual volta la locazione fosse fatta anche solo per dieci anni. E da ultimo in quelle che erano veramente perpetue, la utile proprietà si cangiò in piena, trasformatosi il canone in un onere reale”: A. Pertile, Storia del diritto italiano dalla caduta dell’Impero Romano alla codificazione, vol. IV, Torino 1893, p. 631.

[106] V. retro, nota n. 22.

[107] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 389 v.

[108] G. D. Romagnosi, Della condotta delle acque secondo le vecchie intermedie e vigenti legislazioni dei diversi paesi d’Italia, parte I, Prato 1836, p. 239; il Romagnosi ne parla anche in Della conversione dei livelli anteriori al codice Napoleone in semplici rendite perpetue, in Opere riordinate ed illustrate da A. De Giorgi, vol. VII, p. I, Milano 1845, p. 646. Egli trovò un valido appiglio a sostegno della sua tesi nel decreto del 10 febbraio 1809, artt. 22 e 23, “nei quali espressamente si considera questo contratto come causa di vera mutazione di proprietà”, nonché nel secondo comma dell’articolo 84 della legge del 21 maggio 1811, il medesimo citato dal ministro Prina per mostrare che negli affitti perpetui si operasse una traslazione di proprietà: ibidem.

[109] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 389 v. Sulla locatio ad longum tempus nella dottrina del diritto comune, v. P. Grossi, La locatio ad longum tempus. Locazione e rapporti reali di godimento nella problematica del diritto comune, Pompei 1963, p. 137, il quale specifica che tale contratto fosse ricompreso nella categoria di quelli comportanti una traslazione del dominio utile, insieme alla enfiteusi e al livello, sicché il conduttore ad longum tempus era, a tutti gli effetti, un dominus utilis e che fosse, per tali ragioni, distinto dalla locazione pura e semplice: ivi, p. 172.

[110] Con riferimento alla necessità di corrispondere il laudemio al proprietario nel caso di una locazione a lungo termine (ponendo in essere tale contratto una alienazione del dominio utile), il Parlamento di Parigi, invocando la consuetudine di Francia, decise che esso non fosse dovuto, scatenando una reazione del presidente del Parlamento di Bordeaux, Nicola Bohier, il quale contestò la acritica sottoposizione al principio di autorità: cfr. P. Grossi, La locatio ad longum tempus, cit., pp. 191-192.

[111] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol 389 v.

[112] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 386 r. Il medesimo problema di adattamento della normativa francese al sistema livellare autoctono si era avuto in Toscana, come emerge dalla lucida disamina dell’avvocato Girolamo Poggi, nel suo Saggio di un trattato teorico-pratico sul sistema livellare secondo la legislazione e giurisprudenza toscana, Seconda edizione privilegiata con rescritto del dì 13 febbraio 1838 corredata d’appendice e note dell’avv. Enrico Poggi, tomo I, Firenze 1842. A pagina 250 egli spiega come le riforme francesi sulla enfiteusi avessero impattato gravemente sul sistema livellare eretto da Pietro Leopoldo: “Di tutto questo grandioso edifizio eretto dall’immortal LEOPOLDO restava una sola pietra, il semplice contratto di Enfiteusi, o di livello sì del pubblico, come dei privati, ma staccato e isolato da tutte quelle grandi relazioni che l’avevano reso un istituto veramente nazionale”: ibid. Sulle riforme del Gran Duca e sulle sue criticità, nonché sul sistema livellare nel Saggio del Poggi, cfr. ora F. Colao, Un diritto per l’agricoltura. Itinerari giuridico-economici nella Toscana dell’Ottocento, Milano 2021, p. XVIII ss.; p. 54 ss.

[113] P. Grossi, Il dominio e le cose. Percezioni medievali e moderne dei diritti reali, Milano 1992, p. 403. Il Dumoulin, lo ricordiamo, muoveva dal presupposto che il feudatario non avesse un usufrutto, ma una vera e propria proprietà. Tuttavia, come spiega il Grossi, “non tutti i neoterici hanno la spregiudicatezza del gran pratico parigino […] il disagio serpeggia: se, da un lato è insostenibile la sua riduzione a usufrutto, dall’altra, ripugna anche riconoscere il sovvertimento completo delle vecchie sistemazioni romanistiche ammettendo il vassallo alla proprietas. Una soluzione mediana […] sembra a taluno una scappatoia accettabile: così per Douaren e per Baron, che fanno riferimento al quasi dominium […]”: ivi, p. 232.

[114] P. Grossi, Il dominio e le cose, cit., p. 405. Si trattò della corrente consolidata in Francia che, secondo il Grossi, Pothier si limitò soltanto a registrare nel suo Trattato sulla proprietà.

[115] Cfr. P.- A. Fenet, Recueil complet des travaux préparatoires du code civil, Tome onzième, Paris 1827, pp. 56 ss., che contiene la discussione del Consiglio di Stato sulle rentes foncières. V. pure, in merito, O. Faron, La situazione dell’enfiteusi nell’epoca moderna e contemporanea, in Storia urbana, 71 (1995), p. 173.

[116]ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 386 r.

[117] La rendita fondiaria fu intesa come “il diritto di percepire, in ciascun anno, un canone fisso in frutti o in danaro, il quale deve essere pagato dal possessore”: Indice alfabetico e ragionato delle materie contenute nel repertorio di giurisprudenza e quistioni di diritto di Merlin, Venezia 1841, pp. 761-762. Esse, secondo l’antico diritto francese, erano sempre considerate redimibili per loro natura, a meno che non venisse esplicitamente previsto il contrario nell’atto di costituzione della rendita medesima: ivi, p. 761. In senso contrario, Girolamo Poggi scrive che “La natura speciale di tutte le rendite fondiarie conosciute sotto questo generico nome dall’antico diritto Francese, e nella classe delle quali si annoverava pure l’Enfiteusi romana, consisteva nella loro immobilità ed irredimibilità. Immobili perché diritti reali, che colpivano dei beni stabili; irredimibili perché rappresentanti il fondo, che vi era soggetto, né il creditore della rendita poteva essere costretto ad acconsentire alla di lei affrancazione per il principio che nessuno può essere costretto a vendere le cose sue […]”: G. Poggi, Saggio di un trattato, cit., p. 261. Dunque, questo termine comprendeva l’affitto a rendita signoriale, o a censo, l’enfiteusi del diritto romano, l’affitto a rendita fondiaria: ivi, nota 1. Sulla rendita fondiaria nella esperienza giuridica medievale francese, cfr. J.-Ph. Levy - A. Castaldo, Histoire du droit civil, Paris 2002, pp. 393-394, i quali fanno riferimento alla circostanza per la quale, a partire dalla età medievale, si verificò un progressivo declino del carattere fondiario di tali rendite che, a partire dal 1500, permase per tale categoria ma fu negato nel caso delle rendite costituite: ivi, p. 395, e A. M. Patault, Introduction historique au droit des biens, Paris 1989, p. 71.

[118] Esse furono definite come “un contratto con cui una delle parti vende all’altra una Rendita annua o perpetua di cui ella si costituisce per un prezzo convenuto, il quale deve consistere in una somma di denari che riceve dall’acquirente della rendita, col patto di poter riscattare codesta Rendita quando lo giudicherà a proposito, e senza ch’ella possa essere obbligata a tale riscatto”: Indice alfabetico e ragionato delle materie, cit., p. 755. In merito, cfr. pure A. M. Patault, Introduction historique, cit., p. 74, la quale scrive che “A la différence du bail à rente, analysé comme un échange, la constitution de rente est considérée par les juristes comme une vente partielle du fonds sur lequel sont assignés les arrérages, mais dans les deux hypothèses, l’opération juxtapose deux maîtrises sur le même immeuble”: ibid.

[119] Questo avvenne non solo nel regno d’Italia: “La Rendita costituita è conosciuta nel già Piemontese sotto il nome di censo il quale, prima del codice civile, veniva regolato negli stati piemontesi dalle bolle di papa Pio V del 19 gennaio 1569 e del 10 giugno 1570”: Indice alfabetico e ragionato delle materie, cit., p. 759. E una delle questioni giuridiche che fu sollevata sul punto riguardò anche qui “Il modo di valutazione delle Rendite costituite per la liquidazione del diritto di registratura ch’è dovuto in caso di alienazione”: “è dal prezzo dell’alienazione, come è fissato nel contratto o dal capitale, come è stato originariamente costituito che deve essere determinata la somma sulla quale il diritto di registratura deve essere percepito?”: ivi, p. 760. Sul censo nella tradizione italica, cfr. A. Pertile, Storia del diritto italiano, cit., p. 330, che scrive: “Differiva dal livello la concessione a censo, come quella che de’ vari obblighi del livello, importava soltanto il pagamento d’un tenue annuo canone, inteso più presto a servire di ricognizione della proprietà altrui, che non a procacciare una vera utilità. Il più sovente questo rapporto avea luogo sui fondi di cui il censuale avea rinunziato la proprietà a qualche potente signore, conservandone il possesso e il godimento per un tempo determinato o anche a perpetuità”: ibidem. Segnaliamo, infine, che G. D. Romagnosi (in Della condotta delle acque, cit., p. 237), identificò nella tradizione italica due specie differenti di censi: il primo era quello consegnativo o costitutivo, definito come un contratto con il quale taluno, dopo aver concordato il prezzo, vendeva a un altro il diritto di percepire un’annua pensione dalla cosa o dalla persona, il secondo era quello riservativo, definito, invece, come un contratto “col quale taluno concede a un altro con pien diritto un fondo, riservandosi un’annua pensione da percepirsi sul fondo medesimo” (ivi, p. 237). Dunque, secondo il Romagnosi, questo tipo di contratto era assimilabile in tutto e per tutto alla enfiteusi romana, in quanto il fondo “veniva alienato con pien diritto in altri coll’obbligo soltanto di pagare un’annua pensione radicata sul fondo medesimo”: ivi, p. 238.

[120] V. Dizionario biografico universale contenente le notizie più importanti sulla vita e sulle opere degli uomini celebri, prima versione dal francese, vol. III, Firenze 1840, p. 160. Guyot, avvocato nel parlamento di Parigi, nacque nel 1694. Avendo impiegato gran parte della sua vita allo studio del diritto feudale fu chiamato Guyot de’ feudi. L’opera Trattato o dissertazioni intorno a parecchie materie feudali tanto pei luoghi ove è in uso il diritto scritto che per quelli dello statutario, in sei volumi, fu completata nel 1750.

[121] V. E. Pepin le Halleur, Histoire de l’emphytéose en droit romain et en droit français, Paris 1843, pp. 230-231, il quale così descrive le differenze esistenti tra l’enfiteusi, il censo e la rendita fondiaria secondo il diritto consuetudinario francese: “Le bail à cens est une institution essentiellement féodale. Il n’est permis qu’au propriétaire d’un fonds noble […]. D’ailleurs le bail à cens et le bail purement emphytéotique se ressemblent en un point essentiel: ils impliquent l’un et l’autre la retenue de la directe, en d’autres termes, du domaine direct par le bailleur. Le bail purement emphytéotique est exclusif de tout caractère féodal, quoique la directe emphytéotique ne soi pas moins imprescriptible que la directe seigneuriale. Il peut avoir indifférentement pour objet un fonds noble ou un fonds roturier, pourvu que le bailleur ait la propriété pleine de ce fonds. Toutefois ceci ne doit être entendu que de l’emphytéose perpétuelle: nous dirons plus tard pourquoi il en était autrement de l’emphytéose temporaire. Entre le bail à rente foncière et le bail emphytéotique, la difference essentielle consiste en ce que le bail à rente foncière transporte, sans réserve, tous le droits du bailleur au preneur; il n’y a rien d’équivalent à la directe seigneuriale ou emphytéotique. Aussi toutes sortes de biens peuvent-ils faire l’objet d’un bail à rente foncière, même ceux sur lesquels le bailleur ne pourrait se réserver aucune directe, parce qu’il n’en aurait que le domaine utile. Toutefois, il fait reconnaitre que la distinction entre le bail à rente fonciére et le bail purement emphytéotique cessait d’être aussi facile, lorsque la rente fonciére n’était rachetable”: ibid. Su tali contratti nella esperienza giuridica francese, v. ancora A. M. Patault, Introduction historique, cit., p. 168: “Le mot bail est utilisé pour designér ce type de contrat dont les modalités diffèrent d’une région à l’autre (bail emphytéotique, à complant, à location perpétuelle, etc.), mais le terme ne doit pas tromper sur le nature de l’opération effectuée: il s’agit le plus souvent d’une véritable cession de propriété au profit de preneur, le bailleur se réservant une propriété simultanée concrétisée par la perception des redevances”: ibid.

[122] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 386 v. Sul punto, v. F. Laurent, Principii di diritto civile, Prima traduzione italiana dell’avv. Giuseppe Trono, vol. VIII, Napoli – Roma – Milano - Torino 1883, pp. 506 e 507, il quale spiega: “Nel medioevo l’enfiteusi cambiò carattere, come la proprietà. La proprietà romana era un diritto assoluto che non soffriva divisione: sotto l’influenza delle idee feudali, al contrario, il diritto di proprietà si frazionò […]. Il contratto usuale che stabiliva la divisione della proprietà dicevasi locazione a censo. Mediante questo contratto il proprietario di un fondo ne trasferiva ad un altro il dominio utile sotto una prestazione annua e ne riteneva il dominio diretto. […] Che diviene l’enfiteusi in questo ordine di idee? Cosa singolare! Essa sembrava consacrare questa medesima divisione del dominio, che formava il carattere essenziale della proprietà feudale. Il concedente era proprietario incontestabile; in ricognizione del suo diritto di proprietà, riscuoteva una prestazione simile al censo feudale. Ma l’enfiteuta pure aveva una specie di dominio […]. Le parole stesse sembravano identiche per designare l’enfiteusi e la locazione a censo. […]. Noi abbiamo, dice Boutaric, un contratto che non differisce quasi che solo di nome dall’enfiteusi, e cioè la locazione a censo. Se vi è qualche differenza dall’uno all’altro, si è che non si può concedere a censo se non un fondo che si possiede a titolo di feudo; mentre che per concedere un fondo a titolo di enfiteusi basta possederlo a titolo di allodio ed indipendentemente da ogni signoria diretta. Questa confusione dell’enfiteusi e della locazione a censo ebbe conseguenze importanti. Il concedente era proprietario, ma il suo diritto altro non era che un dominio di superiorità, vale a dire il diritto che egli aveva di farsi riconoscere proprietario antico, originario e primitivo e di richiedere taluni doveri e prestazioni in ricognizione della sua antica qualità. Quanto al dominio utile, apparteneva all’enfiteuta. Costui era dunque altresì proprietario; […] ecco la proprietà feudale in tutta la sua estensione. La confusione passò nel linguaggio. I romani chiamavano pensione o canone la prestazione che l’enfiteuta doveva pagare al concedente; nel medioevo, le si diè il nome di censo o di censivo, prestazione che nel diritto feudale era il segno della signoria diretta appartenente al concedente”: ibid.

[123] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 386 v.; in merito, cfr. Emphytéose (voce), § I, in Ph.- A. Merlin, Répertoire universel et raisonné de jurisprudence, quatrième édition, Tome quatrième, Paris 1811, p. 563; si veda, inoltre, la medesima voce contenuta in M. Diderot - M. D’Alembert, Encyclopédie ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, Tome XII, Lausanne - Berne 1782, p. 249. Il Merlin scrive anche che “Ce sont les Romains qui nous ont transmis l’usage de l’emphytéose. Dans l’origine, elle n’attribua chez eux au preneur qu’une jouissance à temps, soit pour la vie du preneur, soit pour deux ou trois générations; c’est pour cela que les lois romaines n’ont donné le titre de domaine au droit de l’emphytéote, que quand l’Emphytéose est devenue perpétuelle. Cette différence, dans la nature de l’Emphytéose, explique la contradiction apparente qui se trouve entre quelques lois sur cette matière; c’est que les unes parlent de l’Emphythéose à temps, et les autres de l’Emphytéose perpétuelle”: Ph.-A. Merlin, op. cit., p. 563.

[124] “Guyot, nel suo Trattato de’ feudi, tom. 5, cita molti giureconsulti, i quali riconoscendo che l’affitto a vita è, di sua natura, traslativo d’usufrutto, e null’altra cosa, pretendevano nulladimeno che desse adito ai diritti di laudemio a profitto del signore […]. E qual partito egli abbraccia su questa opinione? Egli la combatte, in quanto sottomette l’affitto a vita ai laudemii […] e l’approva e la conferma sempre più, in quanto assimila, in tesi generale, il concessionario a vita puro e semplice ad un vero usufruttuario”: F. Carrillo, Repertorio ragionato di giurisprudenza e quistioni di diritto di Merlin, Tomo XIV, Venezia 1842, p. 1356.

[125] Cfr. ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 386 v. Il contratto di affitto perpetuo “si avvicina alla enfiteusi, al contratto di censo, all’affittanza a rendita fondiaria, e nondimeno è distinto da ciascuno di questi atti a motivo di caratteristiche differenze. E, in vero, coll’enfiteusi il concedente si spoglia della proprietà utile sotto tre condizioni principali; la prima che in ricognizione del dominio diretto che ritiene l’enfiteuta gli corrisponderà in ciascun anno una prestazione; la seconda che se l’enfiteuta per tre anni continui in ritardo a pagare tale prestazione, si darà luogo alla devoluzione, vale a dire, il concedente avrà il diritto di riprendere il dominio utile, la terza che l’enfiteuta non potrà alienare questo dominio senza averne prima data notizia al padrone diretto […]. L’affitto a censo porta similmente seco il trasferimento del dominio utile e la riserva del diretto ma non espone il censuario alla devoluzione per mancanza del pagamento del canone; e gli lascia libertà intera di alienare, salva al padrone diretto la facoltà di ritrarre il fondo. L’affittanza a rendita fondiaria trasferisce l’una e l’altra specie di dominio, quando il locatore ambedue le riunisce nella sua persona, e rende l’affittuario così assoluto proprietario com’era lo stesso locatore, non ritenendo precisamente costui che la sola rendita. In fine coll’affitto perpetuo l’affittuario acquista il possesso naturale ed utile, ma la proprietà fondiaria ed il possesso civile rimangono presso il locatore”: F. Foramiti, Enciclopedia legale ovvero repertorio alfabetico di legislazione, giurisprudenza e dottrina per l’avvocato Domenicantonio Galdi, vol. I, Napoli 1864, p. 218, il quale segnalò pure che “Queste differenze tra l’affitto perpetuo, e le tre specie di contratto a cui assomiglia, sono notate nel Repertorio di Merlin, ove si veggono agitate le questioni seguenti. 1. L’ affitto perpetuo è desso traslativo di proprietà? […]”: ibid. Sul contratto di locazione a lungo termine nella esperienza giuridica francese v. ancora J.-Ph. Levy - A. Castaldo, Histoire du droit civil, cit., p. 396, i quali fanno riferimento alle specificità locali, ritenendo comunque la denominazione ambigua: “On considérait dans le Languedoc que le propriété restait au bailleur, et que la locatairie perpétuelle ne différait des baux ordinaires que par sa perpétuité. En Provence, au contraire, la propriété était reconnue au preneur, de sorte que ce bail ressemblait au bail à rente”: ivi, p. 397. In merito, v. anche J.-L. Halpérin, Histoire du droit des biens, Paris 2008, p. 81.

[126] G. D. Romagnosi, Della condotta delle acque, cit., p. 235. Essa, per diritto romano, era definita come “un contratto in virtù del quale si concede un bene stabile, ossia prediale, a taluno per essere goduto sia in perpetuo sia per lungo tempo col dovere di migliorarlo e colla prestazione di un annuo canone. In questa definizione non si parla della persona del concedente, ossia non si specifica se egli sia assoluto proprietario, o solamente anch’egli avente un dominio imperfetto”: ivi, p. 236. Paolo Grossi, invece, ritiene che la classificazione della enfiteusi come contratto miglioratizio fosse tipica della età medievale, in quanto nel “diritto giustinianeo il concessionario non ha alcun obbligo di migliorare il fondo, ma solo di non deteriorarlo”: P. Grossi, La locatio ad longum tempus, cit., p. 239. Oltre al fine miglioratizio, l’enfiteusi romana si distingue da quella medievale “in ordine alla sua indole economica”, che la portò ad essere posta su un piano differente dalla locazione che aveva, invece, una finalità prettamente patrimoniale: ivi, p. 245. Dunque, “l’elemento miglioratizio ebbe la conseguenza di togliere al contratto una sua attualità economica: le due prestazioni, del concedente e del concessionario, senza il punto fermo della quantità di godimento e di uso ceduta, non erano più suscettibili di una precisa valutazione economica, come nella locatio conductio o addirittura nella enfiteusi zenoniana”: ivi, p. 247.

[127] Cfr. G. D. Romagnosi, Della condotta delle acque, cit., p. 235.

[128] Ibid.

[129] G. D. Romagnosi, Della conversione dei livelli anteriori al codice Napoleone, cit., p. 648.

[130] V., in merito, A. Pertile, Storia del diritto italiano, cit., p. 319. Secondo il diritto romano l’enfiteusi era un diritto reale sopra un fondo altrui; si trattava di un diritto molto ampio, poiché l’enfiteuta godeva di tutela verso i terzi ma anche nei confronti del proprietario, poteva fare uso del fondo nel modo che riteneva più congeniale ai suoi interessi, alienare ad altri il suo diritto sia per atto tra vivi che mortis causa, dare il fondo in usufrutto o assoggettarlo a servitù. Egli, inoltre, deteneva il diritto di affrancare il fondo corrispondendo una somma pari alla capitalizzazione del canone e divenendo, dunque, proprietario del fondo. Di contro, egli aveva l’obbligo di pagare il canone annuale e di evitare il deterioramento del fondo. Il titolo di proprietà, fino all’affrancazione eventuale, spettava sempre al concedente. Nel medioevo il contratto subì talune modifiche, che lo portarono ad essere confuso con il livello; tra queste, ci fu la forma di stipulazione del contratto, posto che per il diritto romano la forma scritta non era necessaria, mentre successivamente essa sarebbe divenuta vincolante insieme alla corresponsione di una somma di denaro pagata dal concessionario. In tal modo il contratto di enfiteusi, formalizzato tramite un negozio giuridico, si incontrava con il livello, “incontro che assumeva forma più concreta quando il contenuto del contratto di livello era una enfiteusi e la concessione livellaria ne assumeva la sostanza”: ibid. In merito, v. anche. P. Vaccari, Enfiteusi (Storia), in Enciclopedia del diritto, vol. XIV, Milano 1965, p. 916, il quale spiega che “In Italia l’enfiteusi era stata praticata, ma si era incontrata assai frequentemente con il contratto di livello, assai diffuso, nel quale erano state introdotti parimenti il principio della trasmissione ereditaria ed altri che erano propri dell’enfiteusi; ed anzi leggi e pratica avevano operata una fusione tra i due istituti, accordando anche ai concessionari di livello il diritto di alienazione con la salvaguardia per il proprietario al quale era accordato quello di prelazione. Questa condizione di fatto costituì un precedente favorevole per l’accoglimento in Italia dell’abolizione delle concessioni fondiarie con carattere ereditario”: ivi, p. 919. Così ancora A. Pertile, Storia del diritto italiano, cit., p. 298: “I nomi di precaria, livello, enfiteusi si scambiano a vicenda nei documenti del medioevo, quantunque indichino rapporti in parte diversi, per le varie norme onde sono regolati. Pertanto per giudicare quale di questi rapporti venga effettivamente costituito, e quali norme vi si debbano applicare, non bisogna aver riguardo al nome, ma ai patti tra le parti conchiusi. […] La differenza tra enfiteusi e livello non istà nella durata, che l’enfiteusi sia perpetua, la precaria e il livello temporanei […] avendovi enfiteusi a tempo, livelli perpetui; ed anzi essendo ordinariamente e sostanzialmente perpetui tutti i livelli. […] Codesta differenza consisteva in alcune norme speciali date per l’enfiteusi dal diritto romano, le quali non si applicarono egualmente alle precarie e ai livelli. Tali erano la facoltà attribuita all’enfiteuta d’alienare il proprio diritto, e le conseguenti ragioni del proprietario alla prelazione e al laudemio; tale il decadimento pronunziato contro dell’enfiteuta, che non pagasse per più anni il canone o le pubbliche imposte. Si aggiunse nelle precarie e nei livelli, conformemente allo spirito del medioevo, l’obbligo di rinnovarli di tempo in tempo, affine di preservare il diritto del proprietario alla prescrizione; ciocché non aveva luogo per l’enfiteusi. Precaria poi e livello erano uno stesso istituto: non potendosi fare fra l’uno e l’altra maggior distinzione di questa, che mentre in Italia preferivasi il secondo di questi due nomi, al di là delle alpi era adoprato il primo […]”: ibid. Alcuni principi di diritto romano sulla enfiteusi, tuttavia, furono applicate anche ai livelli. Tra questi si collocarono quelli concernenti la sanzione in caso di mancato soddisfacimento del canone, ma non solo: “la pratica e quindi le leggi operarono una completa fusione dei due istituti: da un canto, permettendo anche nei livelli le alienazioni, ma coll’obbligo di denunziarle al proprietario […] e dall’altro imponendo all’enfiteuta di domandare di tempo in tempo la rinnovazione della concessione […] donde una grande confusione di concetti e istituti giuridici” (ivi, p. 319). Inoltre, circostanza di gran spessore, prese corpo in età medievale la teoria del dominio diviso, la quale “ha una sì gran parte nella teoria e nella storia dell’enfiteusi. Nata dal regime feudale, gli sopravvisse […]. Da ciò le singolari teorie dei giureconsulti nei paesi consuetudinari; educati nel rispetto del diritto romano, erano altresì lor care le tradizioni consuetudinarie. Così spiegasi la loro tendenza ad identificare due diritti essenzialmente diversi, il diritto romano e il diritto feudale. Domat conserva la divisione della proprietà tra il concedente e l’enfiteuta, dandogli un colore romano. Egli ammette che l’enfiteusi operi una traslazione di proprietà, quantunque il concedente rimanga proprietario. Ecco come intende questa divisione che per un giureconsulto romano sarebbe incomprensibile. Colui che concede un fondo in enfiteusi ne rimane il padrone per godere della rendita, come frutto del suo proprio fondo, il che gli conserva il principale diritto di proprietà, ch’è quello di godere a titolo di proprietario. E l’enfiteuta, per parte sua, acquista il diritto di trasmettere il fondo ai suoi successori in perpetuo, di venderlo, donarlo, alienarlo, facoltà che sono altrettanti diritti di proprietà. […] Domat scriveva secondo i principi del diritto romano; egli cerca di dare un colore romano ad una teoria feudale […]”: F. Laurent, Principii di diritto civile, cit., p. 508. In sostanza, in Francia l’enfiteusi ereditata dal diritto romano subì talune variazioni nel momento in cui si incontrò idealmente con altri contratti e rapporti fondiari di carattere feudale, esattamente come era avvenuto anche in Italia. Dumoulin affermò che “verbum emphyteusis est aequivocum”, sicché si verificò un accostamento tra feudo ed enfiteusi che produsse un accentuamento dei diritti spettanti al proprietario concedente e una negazione all’enfiteuta di far valere il privilegio della prelazione: sul punto, cfr. P. Vaccari, Enfiteusi, cit., p. 919, e J.-Ph. Levy - A. Castaldo, Histoire du droit civil, cit., p. 396, che riportano il pensiero del Doumulin per il quale l’enfiteusi: “emploie quelque fois le même mot pour désigner un fief, une censive ou un bail à rente. L’emphytéose proprement dite suppose que deux conditions soient remplies. Il faut d’abord que le bailleur n’ait aucun droit seigneurial. Lorsqu’il possède un fief, le droit qu’il concède constitue une censive et non une emphytéose. Ensuite, le bail doit être consenti pour une long durée mais pas à perpétuité; un bail perpétuel serait une censive. La perception par le bailleur de droits de mutation ne suffirait pas à faire du droit une censive car, en droit romain, le bailleur emphytéotique avait également le droit du percevoir, en cas de vente, un laudemium”e del Merlin, il quale “disent-ils que le bailleur emphytéotique a une directe de pur droit privé”: ibidem. Sulla enfiteusi nella esperienza giuridica medievale v. ancora T. Janigro, Esposizione giuridica economica e storia dei censi conservativi e riservativi nonché della enfiteusi, Napoli 1877, p. 46, per il quale “Il contratto di enfiteusi così degenerato dalla purezza romana errò sulle prime disordinato, parte reggendosi con le disposizioni del gius romano e parte governandosi con le consuetudini feudali. Con l’andar del tempo si sistemò; ed in effetto di leggi le consuetudini ridotte a regole dai dottori e seguite dai tribunali formarono il diritto consuetudinario, che lo governarono in tutta Italia. In conseguenza di questa degenerazione l’enfiteusi si definì per un contratto, col quale si concede una cosa immobile in perpetuo o a tempo per una pensione, che si paga al padrone diretto a ricognizione di dominio. E qui ne piace osservare che vi aveva una convenzione denominata livello, che nel comune uso non si distinse dal contratto di enfiteusi (corsivi nostri)”: ivi, p. 47. Anche l’avvocato toscano ottocentesco Girolamo Poggi scrisse che “il censo, il fitto perpetuo, il libello, la precaria, l’enfiteusi differivano molte volte più per la denominazione diversa, che per la loro intrinseca sostanza. Tuttavia i giuristi più accreditati distinguono qualche volta taluni di questi modi contrattuali dalla pura, e propria, Enfiteusi Romana assegnando ad ognuno delle caratteristiche speciali […]”: G. Poggi, Saggio di un trattato teorico-pratico, cit., p. 52. In generale, il Poggi confermò l’esistenza di un legame di origine tra l’enfiteusi e il livello, sostenendo la tesi della derivazione del secondo dalla prima. Sulla tipicità del contratto del livello v., invece, S. Pivano, Origine del contratto di livello, in Rivista di storia del diritto italiano, I (1928), p. 468, il quale sostenne che il livello si distinguesse dalla enfiteusi non solo in virtù di un requisito di forma, ma anche per una differente matrice storica. A proposito delle classificazioni elaborate dalla storiografia maggioritaria, volte a negare la tipicità del contratto di livello ritenendolo sempre riconducibile alla enfiteusi, e in generale finalizzate a “ricercare precedenti vicini e lontani di un istituto per risalire a un punto fermo di origine”, Paolo Grossi, alla luce delle peculiari connotazioni del sistema dei diritti reali nell’Alto medioevo, appare critico rispetto alla tendenza volta a classificare tali oneri reali inquadrandoli in sclerotizzanti schemi tipici. È pacifico, infatti, che la dottrina intermedia considerò i contratti di livello e precaria privi di una loro autonoma funzione, inquadrandoli piuttosto nel novero del contratto enfiteutico in quanto contratto feudale tipico. In merito, cfr. P. Grossi, La locatio ad longum tempus, cit., p. 262, e Id., Le situazioni reali nell’esperienza giuridica medievale, Padova 1968, p. 104. Infine, sulla qualificazione dei contratti di enfiteusi e livello nella dottrina del diritto comune, nonché nella prima età moderna, v. A. Massironi, Nell’officina dell’interprete: la qualificazione del contratto nel diritto comune (secoli XIV-XVI), Milano 2012, p. 173.

[131] Il Merlin ci spiega la differenza con quelle fondiarie: “Il carattere generale delle rendite fondiarie è di essere stabilite nella tradizione del fondo, e non vi sono pesi veramente reali, se non quelli che si sono riservati all’epoca della tradizione del fondo. Questo principio si applica singolarmente alle rendite signorili, e la loro essenza è di essere inerenti a un dominio diretto, dominio, il quale suppone necessariamente la concessione di una proprietà utile. […] Nei paesi di diritto scritto si consideravano signorili non solamente le rendite che erano le prime imposte sopra i fondi a vantaggio dei signori diretti e che la Consuetudine di Parigi chiamava censi, ma anche quelle che coi contratti di appediazione, i signori diretti avevansi riservate o di più delle prime”: Indice alfabetico e ragionato, cit., p. 765. La legge del 1792 aveva convertito le rendite signorili in fondiarie e, dunque, le aveva dichiarate redimibili.

[132] G. Poggi, Saggio di un trattato teorico pratico, cit., p. 250. Una legge successiva del 1792 “conservò soltanto come fondiarie, ed affrancabili, quelle rendite signoriali, che fossero provate aver per causa una concessione primitiva di fondi, la qual causa perché fosse giustificata dovea trovarsi chiaramente enunciata nell’atto primordiale di infeudazione, di censo, etc che dovea essere a quest’effetto prodotto”: ibid. Infine, una legge del 1793 dispose la soppressione di tutte le rendite signorili, diritti feudali, censuali fissi e causali, facendo salve solo le rendite puramente fondiarie e non feudali: ibid. In merito, cfr. pure Duranton, Corso di diritto civile secondo il codice francese, Nuova versione italiana con note e osservazioni riguardanti la legislazione civile delle Due Sicilie e con confronti delle leggi civili della Toscana e del Regno Lombardo-Veneto del professore napolitano Pasquale Liberatore, vol. X, Napoli 1844, p. 304: “Prima delle leggi degli 11 agosto 1789 e 18-29 dicembre 1790, l’enfiteusi poteva essere stabilita in perpetuo, o per un tempo ordinariamente assai più lungo di quello delle semplici locazioni, anche di quello delle locazioni a vita. Il concedente, anche di quelle stabilite in perpetuo, riputavasi di aver conservato un diritto di proprietà sul fondo: egli aveva il dominium directum, e l’enfiteuta, il quale pagava il canone o annua prestazione in ricognizione di questo dominio, aveva il dominium utile, cioè il godimento ed il possesso. Tutte le enfiteusi che si stabilivano in perpetuo sono diventate redimibili secondo queste leggi, al prezzo e colle condizioni espresse dall’ultima; e per tal riguardo furono considerate come i contratti a rendita perpetua. La proprietà passò per intero in persona dell’enfiteuta anche prima del riscatto, mercé la facoltà da lui acquistata, e che hanno ancora quelli i quali non abbiano riscattato, di liberarsi dal canone; ed il concedente non ebbe più che un semplice diritto di credito, un diritto puramente mobiliare […]” (ibid.). Sorte diversa toccò, invece, alle enfiteusi a tempo, che non divennero redimibili in virtù di tali leggi. Sul punto, si consideri pure la lucida analisi di E. Pepin l’Halleur, Histoire de l’emphytéose, cit., p. 331. “Allorché, nel 1790, il regime signoriale sarà abbattuto dall’Assemblea Costituente”, scrive Grossi, “il ritrovamento della unicità del dominio si avrà riconoscendo nel vassallo/proprietario utile la pienezza della proprietà perché questo era il senso di almeno quattro secoli di storia giuridica francese”. Il riferimento è a Doumulin, “fedele trascrittore dell’esperienza giuridica francese consolidata nelle coutumes, [che] è l’interprete di un divenire storico che, quando lui vive, si è già compiuto e che ha completamente capovolto il rapporto senior/vassus”: P. Grossi, Il dominio e le cose, cit., p. 241. In ogni caso, “la riscoperta della unità della proprietà, dal 1790 in poi, non ha completamente cancellato la tradizionale articolazione del dominio in uno ius disponendi e in uno ius utendi, frutto di una cultura diversa e di una visione oggettiva della appartenenza che, partendo da presupposti antitetici a quelli dei giuristi napoleonici, aveva ipotizzato come legittima la divisione stessa del dominio”, tanto che nel libro secondo del codice sui beni e sulle differenti modificazioni della proprietà “sono ricompresi il tema della proprietà e quelli dell’usufrutto, dell’uso, delle varie specie di servitù prediali”: P. Grossi, La proprietà e le proprietà nell’officina dello storico, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, 17 (1988), Milano 1988, p. 418.

[133] G. Pace Gravina, Ascesa e caduta del dominio diretto. Una lettura dell’enfiteusi nella codificazione italiana, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, 42 (2013), p. 438. Questo fu il motivo, spiega il Pace, per il quale il codice napoleonico non aveva contemplato il contratto di bail à rente, “senza tuttavia vietarlo espressamente: l’art. 530 sancì la redimibilità delle rendite perpetue, come era già avvenuto con la legge del 1790”: ibid. Sul punto, v. anche S. Solimano, Verso il Code Napoléon. Il progetto di codice civile di Guy Jean-Baptiste Target, (1798-1799), Milano 1998, p. 295.

[134] O. Faron, La situazione dell’enfiteusi, cit., p. 173.

[135] Cfr. C. Magni, Il tramonto del feudo lombardo, Milano 1937, p. 341.

[136] E. Favara, Enfiteusi, (voce), in Novissimo Digesto Italiano diretto da A. Azara e E. Eula, vol. VI, Torino 1957, p. 540.

[137] Cfr. C. Magni, Il tramonto del feudo lombardo, cit., p. 341. Le leggi rivoluzionarie francesi non furono mai estese in toto al territorio italico. Fu invece estesa alla Cisalpina, nel 1797, la Costituzione della repubblica francese di due anni prima la quale, all’art. 352, disponeva che non ci fosse alcuna disparità tra cittadini se non nell’ambito dell’esercizio delle loro funzioni e che per questo fu intesa come la legge abrogativa del sistema feudale anche nel territorio italico, confermata successivamente dalle altre costituzioni e da leggi speciali. Il governo provvisorio di Milano, con legge del 22 pratile anno IV (10 giugno 1796), abolì ogni tipo di autorità feudale e alcune leggi successive abrogarono i cumuli e gli usufrutti successivi, i fedecommessi (legge del 6 termidoro anno V, su cui v. G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., p. 348 e S. Solimano, Il buon ordine delle private famiglie, cit., p. 5 e ss.), il retratto coattivo e prelativo. Infine, la legge del 25 maggio 1798 (5 pratile anno VI) richiamò alla Nazione tutti i diritti regali e fiscali. Naturalmente, la vigenza del codice napoleonico impose un sistema quanto più distante possibile dai principi feudali, sancendo all’art. 543 la inesistenza della distinzione tra dominio diretto e dominio utile. Inoltre, si badi, tale normativa non riconosceva i vincoli lineari sui beni né la successione fidecommissaria. Non furono invece soppressi, in età napoleonica, gli oneri dovuti al feudatario: ibid. e passim.

[138] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 386 v.

[139] J.-L. Halpérin, Histoire du droit des biens, cit., p. 208.

[140] Cfr. O. Faron, À propos de la modernité de l’emphytéose, in Le sol et l’immeuble. Les formes dissociées de propriété immobilière dans les villes de France et d’Italie (XII-XIX siècle), édités par O. Faron et È. Hubert, École française de Rome Palais Farnèse, Roma 1995, p. 11; Id., La situazione dell’enfiteusi, cit., p. 174. Anche il codice civile napoleonico, tra l’altro, non prevede l’enfiteusi ma, come Faron fa notare, “ignorare non significa sopprimere” (ivi, p. 177; si leggano, sul punto, anche le importanti considerazioni di U. Petronio, La lotta per la codificazione, Torino 2002, p. 133). La giurisprudenza, infatti, avrebbe garantito lungo il corso del secolo XIX la “sopravvivenza delle proprietà frammentate” come l’enfiteusi. In particolare, la sua sopravvivenza sarebbe stata determinata principalmente grazie al suo carattere economico: l’enfiteusi poteva essere conclusa, infatti, solo a titolo oneroso: “questo contenuto economico”, spiega, “che corrisponde generalmente alla possibilità di costruire o fare dei lavori di ristrutturazione, è probabilmente la ragione essenziale della sopravvivenza dell’istituzione dopo gli eventi rivoluzionari. Il contratto enfiteutico è in effetti nel cuore dello sviluppo delle città perché permette a un altro personaggio che non sia il proprietario di investire nel processo di costruzione. Ciò moltiplica in maniera significativa gli attori della crescita urbana” (O. Faron, La situazione dell’enfiteusi, cit., p. 179). Ciò è reso particolarmente agevole dalla durata lunga del contratto, che permetteva di ammortizzare i costi dell’investimento, realizzando un’opera a un costo più basso di quello che sarebbe stato richiesto per l’acquisto del suolo. L’enfiteuta, che si assumeva la responsabilità e i rischi derivanti dall’utilizzo dell’immobile, avrebbe dovuto pagare le imposte, in quanto una legge del 1809 disponeva che il pagamento delle medesime spettava al titolare del dominio utile, che era colui il quale aveva il godimento effettivo del bene e che aveva la massima libertà in relazione al suo sfruttamento. Alla fine del contratto, tuttavia, il concedente era colui il quale traeva i benefici derivanti dal lavoro dell’utilista senza dovergli nulla. Per tale ragione, “l’enfiteusi era considerata come un surrogato che mirava a svolgere una funzione di palliativo per la difficoltà di accesso alla proprietà fondiaria”, divenendo, per la giurisprudenza un “diritto reale immobiliare”: ivi, p. 180.

[141] Ivi, p. 175.

[142] Ivi, p. 176.

[143] Ibid. Nei testi di legge di questo periodo “l’enfiteusi era definita sempre in termini restrittivi. Un decreto del 22 novembre 1790 indica che i contratti enfiteutici sono considerati come delle alienazioni. […] In particolare nelle leggi relative al regime ipotecario, significa che solo il concedente è il proprietario dell’immobile. Il testo del 1795 menziona in effetti unicamente l’usufrutto dei beni risultante dai contratti enfiteutici, mentre quello del 1798 parla di uso a titolo di enfiteusi dei beni. L’enfiteusi è, allora, assimilata all’usufrutto, e, dunque, a un diritto di utilizzo sulle cose altrui”: ivi, p. 176.

[144] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 387 r.

[145] V. C. B. M. Toullier, Il diritto civile francese secondo l’ordine del codice, per cura di J. B. Duvergier, vol. IX, Napoli 1867, pp. 48-49. L’enfiteusi, muovendo dalle leggi dell’imperatore Zenone, fu considerata un tipo di contratto diverso sia dalla vendita sia dalla locazione, identificandosi come “un contratto col quale il proprietario di un fondo incolto lo concede ad uno per possederlo ed averne il godimento perpetuamente o per lungo tempo, coll’obbligo di migliorarlo e di pagare una prestazione annuale; colla facoltà al fittaiuolo di ipotecare il fondo, di alienarlo, di trasmetterlo ai suoi eredi; e sotto la condizione che il proprietario non potrà ripigliarselo, sia dalle mani del fittaiuolo, sia da quelle dei suoi successori, fin tanto che viene esattamente pagata la prestazione. La proprietà assoluta del fondo non viene trasmessa per mezzo di questo contratto, come viene trasmesso per mezzo della vendita; l’antico proprietario conserva il suo titolo; vi sono peraltro più testi che considerano il dritto dell’enfiteusi come un diritto di proprietà. Per ispiegare questa contraddizione taluni interpreti si sono serviti della distinzione fra il dominio diretto e il dominio utile, ed essi hanno detto che solamente il dominio utile viene alienato dal proprietario. Altri poi, e principalmente Cuiacio, han pensato che non vi è dominio utile; che il diritto dell’enfiteuta non è che una specie di servitù, di diritto inerente al fondo, jus predii. Dumoulin ha creduto di doversi ammettere la distinzione fra il dominio diretto e il dominio utile; ma che questo non viene trasmesso se non all’enfiteuta perpetuo. […] Ecco dunque tre sistemi differenti: in uno il dominio utile è trasmesso all’enfiteuta, sia anche temporaneo; nell’altro, il dominio utile è trasmesso all’enfiteuta, sia anche perpetuo; in fine, attribuisce il dominio utile all’enfiteuta, quando è perpetuo, e non quando è temporaneo. A me sembra che l’ultima opinione sia in armonia con i testi, e colle idee che abbiamo del dritto di proprietà […]”: ibid. Peraltro, avverte Toullier, “un avviso del Consiglio di Stato del 2 febbraio 1809, dice pure che l’enfiteuta deve pagare le contribuzioni perché egli ha la proprietà utile”: ivi, p. 49, n. 1.

[146] V. G. D. Romagnosi, Sopra le rendite perpetue, in Opere riordinate ed illustrate da A. De Giorgi, vol. VII, p. I, Milano 1845, p. 593. In merito, il Romagnosi avallò una tesi differente. Nelle annotazioni, nota n. II, leggiamo che “In forza della legge sul registro una rendita fondiaria non è una porzione del diritto di proprietà, ma bensì un carico del fondo sul quale essa si trova stabilita, e per conseguenza per fissare il diritto dovuto al Registro non si può sottrarre dagli altri carichi, onde esimersi dal pagare l’intiero diritto dovuto alla Regia”: ibid. La questione analizzata dal giurista emiliano fu la seguente: egli, nell’intento di determinare come avrebbero dovuto essere regolamentate le problematiche relative alle prestazioni livellarie dopo la pubblicazione del codice napoleonico, si domandò se “consultando le disposizioni della legge sul registro attualmente vigente rispetto alle rendite livellarie fondate prima, e che oggidì continuano, debbasi per la liquidazione dei diritti di registro usare una regola speciale di valutazione diversa dalle regole usate per le altre rendite; o pure se si debbano indistintamente applicare le regole comuni di estimazione, per le quali la prestazione livellaria venga considerata come semplice rendita o peso imposto sopra d’un fondo”: ivi, p. 583. Nell’affrontare la suddetta questione, egli scrisse, con riferimento ai diritti di registro per mutazione di dominio dei citati livelli, che “Taluni han voluto notare una particolarità che, a loro senso, può servire di criterio tanto se si ritenga avere i livelli sofferto dal Codice Napoleone una modificazione armonica con il nuovo sistema da lui introdotto, quanto se si conceda aver essi ritenuto la loro forma primitiva ed anteriore. Questa consiste nel supporre una distinzione di diritto, ossia meglio di ragione interpretativa […]. Essi la eseguiscono col separare la ragione dedotta dal Diritto puramente civile dei livelli anteriori conservati, in ipotesi, secondo la loro antica forma, dalla ragione dedotta dal diritto Fiscale, stabilita con la legge del registro”: ivi, p. 586. La distinzione cui fece riferimento il Romagnosi fu quella riportata dal Sirey come soluzione alla questione concernente la necessità di stabilire se una rendita fondiaria fosse un peso sul fondo o una porzione del diritto di proprietà. In merito, la Corte di Cassazione con sentenza del 4 ventoso anno X aveva deciso che in tutti i casi la rendita fondiaria avrebbe dovuto essere considerata non un carico, ma una porzione del diritto di proprietà. Da quel momento la Corte sembrò aver avallato una separazione tra il diritto comune e quello fiscale. Secondo il diritto comune le rendite fondiarie erano riputate come inerenti ai fondi. Erano, invece, non inerenti ai fondi qualora si parlasse di diritto fiscale (ivi, nota 1). Il Romagnosi aggiunse, tuttavia, che tale distinzione fosse inutile nelle questioni di registro, che avrebbero dovuto essere regolate unicamente da una legge specifica, come le successive sentenze della Cassazione francese avrebbero dimostrato (ibid.). In particolare, fu confermato l’orientamento per cui in forza della legge sul registro una rendita fondiaria, essendo stata dichiarata redimibile, non fosse una porzione del diritto di proprietà ma un carico del fondo sulla quale era costituita. Di conseguenza, nel fissare il diritto spettante al registro non si poteva sottrarre dagli altri carichi al fine di esimersi dal pagamento (ivi, p. 596). Quale legislatore, si chiese infatti il Romagnosi, avrebbe potuto considerare le antiche rendite come se fossero una proprietà divisa? Ivi, p. 598.

[147] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 387 r. Nella enfiteusi, “il canone vien pagato in ricognizione del diritto di proprietà che il concedente si riserva”: Duranton, Corso di diritto civile francese per opera del professore Duranton, con addizioni del professore Pasquale Liberatore, vol. II, Napoli 1841, p. 248. V. anche, in merito, F. Laurent, Principii di diritto civile, cit., p. 507, per il quale “i Romani chiamarono canone la prestazione che l’enfiteuta doveva pagare al concedente; nel medioevo, le si diè il nome di censo, prestazione che nel diritto feudale era il segno della signoria diretta appartenente al concedente”: ibid. Dunque, l’idea per cui la prestazione fosse pagata al concedente in ricognizione del suo diritto di proprietà “proviene dal diritto consuetudinario o feudale. Secondo i veri principi, come seguivansi nel diritto romano, il canone è dovuto pel godimento. […] Fu quando si immaginò la divisione della proprietà in dominio diretto e dominio utile che il canone cambiò natura e passò per essere la ricognizione del diritto di proprietà che rimaneva al signore, piuttosto a titolo di onore che di profitto”: ivi, p. 544. Infine, v. P. Grossi, La locatio ad longum tempus, cit., p. 248, per il quale “la trasformazione del contratto di sfruttamento in contratto di colonizzazione, con la conseguente svalutazione del canone da corrispettivo di un valore a segno formale di un vincolo giuridico fra due soggetti, scinde, sul piano economico, le prestazioni del direttario e dell’enfiteuta, mentre la teoria del dominio diviso, in perfetta coerenza con una concezione feudale dei rapporti sociali, tende a fare assumere alla prestazione dell’enfiteuta un carattere meramente ricognitivo del dominio diretto”: ibidem. Per tale ragione, all’unanimità la dottrina intermedia ritenne che tale canone, in considerazione della sua natura e funzione, fosse caratterizzato da una “assoluta modicità”: ibid.

[148] P. Grossi, La locatio ad longum tempus, cit., p. 244.

[149] Ivi, p. 251.

[150] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 389 r.

[151] V. E. Pepin le Halleur, Histoire de l’emphytéose, cit., p. 295.

[152] P. Grossi, Il dominio e le cose, p. 239: “Usumfructum dicimus cum Oberto quod interpretes utile dominium vocant”. Il fulcro di tutto il discorso cujaciano è qui: una battaglia frontale contro il dominio utile e i suoi sostenitori; è per questa battaglia […] che si rivisitano come cessiones ususfructus contratti agrari che avevano da secoli, nella comune coscienza, frantumato il dominio, come l’enfiteusi; che si disegnano come usufruttuari dei concessionari che si prestavano malissimo a una siffatta configurazione, primo fra tutti l’enfiteuta che l’obbligo di miglioramento del fondo separava per essenziali diversità di linee dall’immagine del precettore d’un uti-frui”. Come spiega il Grossi, lo scopo del Cuiacio era quello di “opporre una nuova categoria alla vecchia costruita dai Commentatori, una nuova categoria che elimini la ripugnante figura del dominio utile. Egli infatti insiste su questo schema tecnico: la proprietà ben salda nelle mani del concedente, il quale “aut nihil aut usumfructum dat ed cedit”, dove è palese il tentativo di salvaguardare il primo e di umiliare il concessionario, di ridurlo ad un personaggio ben più fragile dell’ingombrante dominus utilis. Il dominio utile non esiste, è il frutto di errori esegetici e di cattive diagnosi tecniche in tema di actiones utiles; esiste soltanto un usufrutto che si è distaccato dalla pienezza del dominium”: ibidem. Dunque, quando il Cuiacio parla di usufrutto fa riferimento alla “servitù personale, all’usufrutto formale […]. È questa l’operazione del Nostro: rimuovere i dominia utilia e trasformarli giuridicamente in usufrutti. Enfiteuti, superficiarii, livellarii, precaristi, feudatarii disegnati nella fragilissima trama giuridica dell’usufruttuario”: ivi, p. 242.

[153] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 387 v.

[154] Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, parte prima, dal 1 gennaio al 30 giugno 1811, Milano 1811, p. 279. Il decreto del 27 aprile 1811 era volto a determinare la quota del contributo che l’enfiteuta era autorizzato a trattenere sul canone. L’art. 1 disponeva che “le contribuzioni imposte sui beni tenuti a livello sono a carico dell’enfiteuta, anche nel caso in cui non sia stato espressamente obbligato al pagamento delle imposte nel contratto”, mentre l’art. 2 che “L’enfiteuta è autorizzato a ritenersi il quinto dell’ammontare del canone per rappresentare la contribuzione dovuta dal proprietario”: ibid. V. retro, nota n. 97.

[155] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 387 v.: “Nell’Impero la tassa proporzionale del Registro nelle successioni non eccede mai il cinque per cento, e questo ancora cade unicamente sugli immobili, giacché riguardo ai mobili di qualunque natura, nei quali sono ben anche comprese le prestazioni enfiteutiche mobilizzate, quando la costituzione loro oltrepassa gli anni 99, la tassa è del solo uno proporzionale, cominciando dal 3 riguardo ai fratelli, progredisce fino al più rimoto vincolo di parentela fino al 6 ed anche al 7 per gli estranei; ed inoltre è accompagnata da una tassa progressiva, cominciando dall’uno fino al cinque, per la quale può ascendere nella successione dei fratelli fino all’otto per cento, in quella dei nipoti al nove, e quindi secondo i diversi gradi fino al dodici, ove si tratti di estranei, cumulandosi e cadendo sotto una eguale tassa tanto i mobili che gl’immobili”: ivi, fol. 388 r. Sul punto, il Consiglio non mancò di simulare quanto asserito: “Supposto un fondo livellario gravato dall’annuo canone di 5,000 scudi, il di cui utile dominio nel importasse altri 1,000, il valore del fondo, senza detrazione del canone del carico prediale e delle annue riparazioni, porterebbe in ragione del cinque per cento il valore capitale di scudi 160,000, giacché un fondo suscettibile del canone di scudi 5,000 e di altri 1,000 di profitto non può a meno di non considerarsi del prodotto almeno di scudi 8,000, non potendosi calcolar meno di altri 2,000 la quantità dei frutti corrispondenti al carico ed alle necessarie annuali riparazioni. Ora in questo caso un erede estraneo dell’utilista, col calcolo portato dalla Legge del Registro, dovrebbe pagare in ragione del dodici per cento scudi 19,200 di tassa proporzionale, il che verrebbe ad assorbire per intiero ed anche ad oltrepassare facilmente tutto il capitale corrispondente all’importo dell’utile dominio del livellario. Che se poi venisse contemporaneamente a mancare il direttario, non lasciando che un erede estraneo, quest’ultimo pure dovrebbe pagare per Registro sul capitale di scudi 100,000 corrispondenti all’annuo canone di scudi 5,000 altri scudi 12,000 di tassa proporzionale progressiva”: ibid. Del tutto differente sarebbe una situazione analoga ma in Francia: “essendo ivi i livelli perpetui ridotti a meri censi, a mere rendite costituite, a meri crediti, non vi avrebbe luogo l’inconveniente di un doppio pagamento per lo stesso identico oggetto immobile; e quindi il totale del pagamento da farsi dagli eredi dell’utilista e da quelli del direttario, o sia del reddituario attivo, si limiterebbe a meno di un terzo incirca di quanto si verrebbe a pagare nel Regno d’Italia; giacché valutato il fondo livellario, di cui si è parlato nella somma di scudi 160,000, gli eredi dell’utilista pagherebbero pel Registro scudi 8,000, e gli eredi del direttario scudi 1250”: ibid. Carlo Zaghi ritenne che, in effetti, e in generale, “in campo finanziario, anziché seguire il sistema francese più favorevole per l’individuo, si preferì adottare il sistema austriaco più vantaggioso per lo Stato, per cui si ebbe nel regno un carico fiscale più pesante di quello esistente in Francia e in Inghilterra, che gravava sui meno abbienti e in molti casi fece rimpiangere l’amministrazione austriaca”: C. Zaghi, Proprietà e classe dirigente, cit., p. 163.

[156] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 388 v.

[157] Si tratta del Décret imp. Portant réglement sur le mode de rachat des droits seigneuriaux et féodaux, et des rentes foncières et redevances emphytéotiques, dans les dép. De Rome et de Trasimene, del 1 marzo 1813:cfr. Raccolta di leggi, decreti, proclami, manifesti, ec., pubblicati nel bollettino delle leggi e di provvidenze, proclami, circolari, ec dalle varie autorità, vol. XLII, Torino 1813, p. 273: “8. Toutes rentes foncières perpétuelles et non rachetables, de quelque espèce qu’elles soient, soit en nature, soit en argent, quelle que soit leur origine, et à quelque personne qu’elles soient dues, même les rentes de dons et legs pour cause pie et fondation, seront rachetables de la manière et au taux qui seront ci-àprès fixés. 9. Tous droits et redevances fixes et casuels, dus pour bail emphytéotique à perpétuité […] sont pareillement rachetables, et continueront d’être acquittés jusqu’au rachat, conformément aux titres et aux usages. 10. La disposition de l’article précédent est applicable aux baux appelés locateries perpétuelles et colonies”: ibid.

[158] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 388 v.

[159] Ibid.; cfr. Raccolta di leggi, decreti, proclami, cit., p. 273: “11. Les baux emphytéotiques à terme au plus de quatre-vingt dixneuf ans, ou à trois générations, continueront d’avois lieu, et seront exécutés selon leur forme et teneur. 12. Les emphytéoses di patto o provvidenza, soit perpétuelles, soit à terme, contenant vocation en faveur des personnes désignées, et qui ont dù cesser quant à cette vocation, du moment où la loi qui aboulit les substitutions a été publiée dans le départements de Rome et du Trasimène, continueront néanmoins d’avoir leur effet comme biens libres dans la main du dernier possesseur jusqu’au terme fixé par le contrat”: ivi, p. 274.

[160] ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 388 v; per le disposizioni di legge, cfr. Raccolta di leggi, decreti, proclami, cit., p. 278.

[161] È quanto emerge dalla critica analisi di Girolamo Poggi il quale, in merito alla applicazione della normativa francese in Toscana relativa alla abolizione dei livelli perpetui e alla deroga concernente la eccezione stabilita in favore di questo territorio volta a considerare i livelli come semplici rendite fondiarie soggette a una retenzione in favore del debitore per la contribuzione fondiaria, scrisse che “Questo decreto fu donato alla Toscana come l’addolcimento e come una modificazione graziosa, e privilegiata di queste leggi, e di questa giurisprudenza, poiché sopprimendo soltanto i diritti casuali aveva per gran mercé lasciata intatta la percezione del canone! Ma tale è quasi sempre il resultato di quella mania che sorge in ogni conquista, di voler ciecamente implantare le leggi e gli ordini del popolo vittorioso sul terreno conquistato, senza consultare e conoscere abbastanza la legislazione particolare, le istituzioni e le tradizioni civili del popolo vinto”: G. Poggi, Saggio di un trattato, cit., pp. 259-260. L’idea di fondo che ispira l’opera fu la consapevolezza che Oltralpe “una esagerata ragione politica soggiogò, e soffocò, la ragione civile. Al furore di distruggere tutto l’antico ordine di cose fu sacrificato ogni riguardo verso la privata proprietà, ed all’impero tutelare, freddo, imparziale delle prove fu sostituito l’impero distruttivo ed insuperabile presunzione di gius, per cui il legislatore nel suo aborrimento contro la rovesciata aristocrazia feudale non si tratteneva dallo spogliare il proprietario dei suoi legittimi diritti per il solo fatto della loro mistura […]”: G. Poggi, op. cit., p. 251. Sul decreto del 29 agosto 1809 nella disamina del Poggi, cfr. F. Colao, Un diritto per l’agricoltura, cit., p. 59. Il Bosellini, commentando tale normativa ne La Temi, scriveva che “tale decreto venne in Toscana riguardato, non senza ragione, una illegale aberrazione dai retti principi […]. Invano protestò la Toscana; ma la Giurisprudenza reagì, e tanto sotto l’impero, tanto dopo il ripristato governo di Ferdinando III, tennesi unicamente la legge del 1790 e serbò ferme le successioni pattizie ed ogni altro diritto dei livelli […]. In tutta Italia, proseguì spontanea l’osservanza dei livelli, e degli usi nazionali, piuttosto che dei volubili piaceri dei dominatori. Che con la ragione delle cose venne a smentire coloro, i quali ogni giustizia ripongono nei comandi del legislatore; e vidersi leggi esorbitanti contrapporsi a leggi esorbitanti, e l’inosservanza punire l’orgoglio di chi credè agevole imporre leggi contro le tendenze dei popoli”: La Temi. Giornale di legislazione e di giurisprudenza, vol. V, Firenze 1855, p. 582.

[162] Cfr. ASMi, Consiglio legislativo, b. 648, cit., fol. 389 r. Dunque, nel regno d’Italia, “avviene che per la Legge nostra del Registro se alcuno muore, lasciando un patrimonio aggravato da tanti debiti che assorbiscano la maggior parte della sostanza, può darsi il caso che l’erede paghi l’intiera tassa del 12 per 100, e non facendosi alcuna deduzione dei pesi, venga con ciò a sostenere un aggravio eccessivo. Questo è articolo di legge che colpisce tutti indistintamente; ma occorre il riflesso ch’è pienamente in arbitrio dei privati l’estinguere i proprj debiti, così che non è che per loro colpa se il patrimonio viene a passare con un carico che essi hanno trascurato di estinguere e prevenire con ciò l’azione della tassa di Registro. Ma è ben altra cosa in Italia pei livelli i quali, non essendo per anco mobilizzati, né ridotti tutti affrancabili come in Francia, portano nelle succesioni un debito necessario, inerente, costante, invariabile finché la Legge non disponga altrimenti permettendone l’affrancazione”: ibid.

[163] Cfr. Codice di Napoleone il Grande pel Regno d’Italia, Padova 1989, p. 144: “Qualunque rendita perpetua stabilita in corrispettivo del prezzo di uno stabile, o come condizione della cessione di beni immobili fatta a titolo oneroso o gratuito, è essenzialmente redimibile”.

[164] G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., p. 411, nota n. 146.

[165] Cfr. G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., p. 410, per il quale il Romagnosi fece discendere dal codice napoleonico “non solo l’annientamento di qualunque vincolo successorio nelle enfiteusi, ma anche il divieto di costituire nuovi livelli; l’abolizione, in quelli già esistenti, del condominio tra proprietario diretto e proprietario utile, con la relativa consolidazione della proprietà in capo all’enfiteuta nei livelli perpetui e nel direttario in quelli temporanei; la conversione del diritto reale prima spettante al proprietario diretto in un mero diritto a percepire una rendita; […]; la redimibilità di tale rendita ai sensi dell’art. 530 del codice Napoleone, senz’altro applicabile ai livelli anteriori”: ibid. Come spiega sempre il Chiodi, il quale riporta un passo del Romagnosi tratto dalla sua opera Della ragion civile delle acque nella rurale economia, il giurista emiliano prese le mosse dalla idea che ci fossero diritti “dativi” e non “nativi”, sottratti in quanto tali alla libera disponibilità dei privati e sui quali il legislatore era libero di intervenire. La perpetuità di un contratto non era un diritto nativo ma “dativo della pubblica autorità, dunque rivocabile o modificabile secondo le sociali esigenze”: ivi, p. 412.

[166] G. D. Romagnosi, Della conversione dei livelli anteriori al Codice Napoleone in semplici rendite perpetue, in Opere riordinate e illustrate, cit., p. 625: “Il codice Napoleone è stato attivato in Italia con tutte le sue qualità e supposizioni di Diritto: dunque l’azione da lui esercitata su le enfiteusi anteriormente vigenti in Francia, per tutti gli oggetti posteriori alla sua attivazione nell’Impero, si deve necessariamente verificare rispetto ai livelli esistenti in Italia, e ciò perché identica era la natura delle enfiteusi in ambidue i luoghi. […] Così le rendite livellarie debbonsi porre nella classe delle rendite perpetue, di cui parla l’art. 530 del Codice Napoleone”. Dunque, tale articolo avrebbe dovuto essere applicato anche alle enfiteusi perpetue, ai livelli, e agli affitti perpetui, senza che “fosse necessaria alcuna legge riformatrice o innovatrice del modo di esecuzione dei seguenti contratti”: ivi, p. 620. E ancora, “Il codice Napoleone (dicesi) non parla di livelli. Distinguo: non ne parla col nome speciale di enfiteusi; concedo: non ne parla con locuzione generica, e che per antonomasia connotava i livelli perpetui; nego. È vero o no che l’art. 530 del codice Napoleone dispone che “qualunque rendita perpetua stabilita in corrispettivo del prezzo di uno stabile, o come condizione della cessione di beni immobili fatta a titolo oneroso o gratuito, è essenzialmente redimibile?” in ciò non v’ha dubbio […] Il canone del livello perpetuo è esso una rendita perpetua di un bene immobiliare, o no? Questa rendita è o no condizione della cessione dell’immobile medesimo? Né meno qui v’è dubio. Dunque troviamo nell’art. 530 del codice Napoleone i due caratteri della rendita livellaria, su i quali statuisce la legge. Dunque non si può non concludere che il codice Napoleone, almeno in genere, non abbia parlato delle rendite livellarie”: G. D. Romagnosi, Della conversione dei livelli, cit., p. 665. In sostanza, possiamo affermare che il Romagnosi muoveva dalla assoluta assenza di diversità tra il contratto enfiteutico francese e quello peninsulare i quali erano, a suo avviso, pressoché identici: “Prima della riforma che cosa intendevasi in Francia col nome di enfiteusi? Certamente un contratto con il quale il proprietario di un immobile ne concede l’utile dominio e il godimento ad un terzo o in perpetuo o a lungo tempo, sotto la prestazione di un annuo canone, ritenendone il dominio diretto presso di sé. Questo era il senso della parola enfiteusi o livello. Ma in questo istesso senso veniva inteso anche nella giurisprudenza italiana. Ne risulta che […] essere poi falsa l’asserzione che nell’Impero francese, prima della nuova riforma, non si conoscesse l’identico livello perpetuo praticato in Italia con gli stessi caratteri e particolarità […]”: G. D. Romagnosi, Della conversione dei livelli, cit., p. 616. È vero, si sarebbe potuto obiettare, che nel periodo intermedio tra il diritto comune e il codice napoleonico in Francia alcune leggi (cioè quelle rivoluzionarie) avevano dichiarato la redimibilità di tutte le rendite fondiarie, cosa che in Italia non era mai avvenuta. Ma la vigenza del nuovo codice aveva, comunque, imposto una nuova disciplina nel senso sopra esposto. Ne derivava una concezione per cui il livellario non possedesse unicamente un dominio utile come in passato ma una piena proprietà (concezione diversa, comunque, da quella maggioritaria facente capo a Cuiacio e a Donello, su cui v. F. Laurent, Principii, cit., p. 509) gravata unicamente dal peso del canone. E una prova di ciò si rinveniva nel decreto 10 febbraio 1809, relativo al trasporto dei fondi in testa all’acquirente ad ogni mutazione di proprietà, il quale comprendeva tra i potenziali acquirenti oltre a quelli che acquistavano per contratto e successione anche coloro i quali acquistavano un bene a titolo di livello, di affitto perpetuo, di usufrutto. Con questa legge, dunque, non si operava un semplice trapasso di possesso, ma una vera e propria mutazione nella proprietà: cfr. G. D. Romagnosi, Della conversione dei livelli, cit., p. 621.

[167] G. D. Romagnosi, Della conversione dei livelli, cit., p. 626.

[168] Cfr. G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie non costituiscono un diritto di proprietà o di comproprietà. Esse costituiscono dei semplici crediti ipotecari soggetti all’inscrizione, e suscettibili di essere liberati mediante trascrizione, in Opere, cit., p. 670. Sul punto, cfr. V. Simoncelli, Della enfiteusi, vol. I, seconda edizione riveduta e corredata di dottrina e giurisprudenza dal prof. Biagio Brugi, Napoli-Torino 1922, p. 288.

[169] Cfr. G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie, cit., p. 671.

[170] G. D. Romagnosi, Della conversione dei livelli anteriori al codice Napoleone, cit., p. 617.

[171] Ivi, p. 618.

[172] Ibidem.

[173] Ivi, p. 625.

[174] G. D. Romagnosi, Della conversione dei livelli, cit., p. 665.

[175] Cfr. G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie, cit., p. 698.

[176] In generale, spiega il Chiodi, “l’acrimonia del Romagnosi contro chi tentava di mantenere vivi i vincoli successori nelle enfiteusi era la reazione di chi nutriva fiducia nelle innovazioni realizzabili attraverso la legge; di chi approvava la politica di liberazione della proprietà dai vincoli […]”: G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., p. 406; p. 415.

[177] G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie, cit., p. 699.

[178] Si tratta di un giudizio espresso dal Romagnosi nei confronti dei consiglieri in relazione alla questione concernente l’affrancabilità dei livelli perpetui tratto dalla Ragion civile delle acque e riportato da G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., p. 405.

[179] Medesime norme esplicite erano state difatti chieste nel 1798, quando si pose al Gran Consiglio il problema di determinare se la legge del 6 termidoro sulla abolizione dei fedecommessi avrebbe potuto essere estesa anche agli usufrutti progressivi e ai cumuli di rendite, che provocavano gli stessi “inconvenienti” dei fedecommessi. In quella occasione, il consigliere Perseguiti, ritenendo che tale legge non avesse ricompreso sotto il suo novero anche gli usufrutti progressivi, opinò che fosse necessaria una legge espressa che ne prevedesse l’applicabilità. La legge arrivò e fu quella del 7 fiorile anno VI. Ne parla il Chiodi, Orgoglio proprietario e pregiudizio legalistico, cit., p. 368. Sui lavori preparatori della legge del 7 fiorile, ivi, p. 373, dove si spiega che, anche in quella occasione, si decise si privilegiare la posizione del proprietario, poiché la normativa dispose che i beni compresi negli usufrutti progressivi, divenuti ora liberi, rientrassero nella disponibilità del proprietario, garantendo all’usufruttuario un indennizzo a “ragione di vitalizio a norma delle leggi veglianti”.

[180] V. G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie, cit., p. 699. Il Romagnosi analizzò pure una proposta tesa a conciliare la pronunciata affrancabilità dei livelli perpetui con una determinata divisione dell’imposta di registro tra il concedente e l’enfiteuta fino a che non si fosse compiuta l’affrancazione, mostrando, in merito, parecchie perplessità. Egli, infatti, ritenne che alienando un terreno nell’intervallo di tempo intercorso tra l’affrancabilità e l’affrancazione effettiva del medesimo avrebbe dovuto essere corrisposta l’imposta di registro. Non essendo ancora il dominio mobilizzato, si sarebbe dovuto pagare un diritto proporzionale tipico di un diritto immobiliare. Ovviamente, questo avrebbe comportato malumori da parte del concedente, costretto a pagare una imposta tipica di un diritto di cui si era liberato, che adesso spettava al livellario, unico proprietario riconosciuto. La tassa, tra l’altro, per le medesime considerazioni che abbiamo effettuato in merito all’imposta prediale, sarebbe risultata per forza di cose eccessiva poiché, pagando per un diritto immobiliare, si sarebbe corrisposto un importo maggiore rispetto a quello contemplato dalla attuale legge del registro, in base alla quale erano maggiormente onerose le mutazioni di proprietà dei diritti immobiliari, rispetto a quelle dei diritti mobiliari e pecuniari. Insomma, tale soluzione avrebbe gravato in modo del tutto ingiusto i concedenti a causa di “una malintesa parzialità verso il livellario” (ibid.). Trovava, infatti, il Romagnosi, che la posizione del direttario fosse sensibilmente diversa rispetto a quella dell’utilista, in quanto il primo, per effetto dell’affrancazione, “non poteva migliorare la sua sorte” (ibid.); il secondo, al contrario, divenuto proprietario del bene si sarebbe trovato in una posizione ben più favorevole rispetto a quella di cui godeva in passato. Appariva, dunque, del tutto irragionevole ai suoi occhi una ripartizione della tassa di registro che pesasse maggiormente sulla parte che avrebbe dovuto esserne sollevata e in misura minore su quella che aveva ottenuto i maggiori benefici. Le sue parole furono piuttosto incisive: “è certo che la legge sul registro colpisce tutte le mutazioni di proprietà. Se dunque volete la proprietà divisa, diviso sarà dunque il pagamento dell’utilista e del direttario nel corso delle rispettive mutazioni di proprietà. Col vostro giuoco pertanto non sottraete né l’uno né l’altro dall’imposta, ma bensì sacrificate indebitamente il direttario all’utilista, e nulla più. Chi vi autorizza a praticare tale soperchieria?” (ivi, p. 699). Per tale ragione, il legislatore non avrebbe dovuto sospendere il pagamento dell’imposta mostrando di essere in balìa dell’arbitrio dei privati. Infatti, attendendo per esigere la tassa fino all’effettiva affrancazione da parte dell’utilista, egli avrebbe intanto gravato in modo del tutto iniquo il concedente, facendogli pagare nell’ipotesi di trasferimento della proprietà l’imposta eccessiva tipica di un diritto immobiliare, o sottoponendolo a una ritenuta indebita a titolo di imposta prediale: ivi, p. 700.

[181] Cfr. G. Chiodi, Orgoglio proprietario e pregiudizio legalistico, cit., p. 352 e p. 360. In quella occasione, con riferimento alla possibilità prospettata dal tribunale che i livelli pazionati, così come qualunque altro vincolo successorio affine alla sostituzione fedecommissaria, potessero essere inclusi nella abolizione dei vincoli fedecommissari operata dalla legge del 6 termidoro, il Consiglio legislativo aveva “concepito l’interpretazione estensiva, realizzata dal potere giudiziario, come un pericolo. […] La legge deve essere osservata alla lettera. […] Ogni modificazione del significato letterale delle parole di una legge richiede l’intervento del legislatore”: ibid. Dunque, con riferimento ai livelli di patto e provvidenza, in mancanza di norme esplicite, il governo della Repubblica Italiana aveva sostenuto la tesi della conservazione dei vincoli lineari non essendo applicabili le leggi abolitive dei fedecommessi; ugualmente nei livelli, giusta la distinzione tra dominio diretto e utile, grazie a una interpretazione autentica del Consiglio legislativo. Cfr., in merito, C. Magni, Il tramonto del feudo lombardo, cit., p. 358, e ancora G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., p. 351 ss., il quale espone il percorso argomentativo seguito dal Consiglio legislativo nel 1805. In particolare, si ritenne che “il vincolo alla libera alieneabilità dei fondi enfiteutici fosse diverso dal vincolo fedecommissario, non producendo i medesimi effetti dei fedecommessi, e questo essenzialmente per tre ragioni: il vincolo attiene al dominio utile e non al dominio diretto, come nei fedecommessi; è stabilito solo per un determinato periodo di tempo, trascorso il quale la proprietà utile si ricongiunge alla proprietà diretta, ritornando i beni nel pieno dominio del direttario; è un vincolo che nasce da un contratto oneroso e non da una disposizione unilaterale mortis causa. Tanto basta per salvare i vincoli dalla proibizione della legge del 6 termidoro e per garantire la validità di quelli esistenti. I vincoli derivanti dai fedecommessi sono dannosi, perché sottraggono i beni alla libera circolazione; quelli derivanti dalle enfiteusi pazionate sono temporanei e comunque non incidono sulla piena proprietà”: ivi, p. 369. Addirittura, il Consiglio sconsigliò la emanazione di una legge espressa che disponesse l’estensione della legge del 6 termidoro ai livelli pazionati, così come era avvenuto nel caso degli usufrutti e dei cumuli progressivi, perché la ritenne “politicamente non conveniente”: ivi, p. 370. In ultimo, sulla politica del diritto e sulle intenzioni che mossero il Consiglio legislativo, ivi, pp. 372 e ss.

[182] G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., p. 372. La legge del 6 termidoro disponeva la disponibilità dei beni vincolati nelle mani dell’ultimo possessore. La medesima circostanza, nella enfiteusi, “avrebbe distrutto i diritti del proprietario diretto”: ibid.

[183] Ivi, p. 374.

[184] C. Magni, Il tramonto del feudo lombardo, cit., p. 373.

[185] Ivi, p. 375.

[186] Dopo solo quindici giorni il giurista emiliano elaborò il progetto in 53 articoli. Il progetto, inoltre, fu accompagnato da una relazione concernente i Motivi, che diventò “una dissertazione completa sia sulla condizione dei beni e diritti feudali secondo il diritto del Regno Italico, sia sui criteri adottati nel progetto per lo svincolo dei beni e la soppressione dei vincoli lineari”: C. Magni, op. cit., p. 379.

[187] Ivi, p. 378.

[188] Cfr. C. Magni, op. cit., p. 491. Il progetto di Romagnosi è riportato nell’appendice E dell’opera, a partire da pagina 489.

[189] Cfr. G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie, cit., Annotazioni, pp. 701-702.

[190] C. Magni, Il tramonto del feudo lombardo, cit., p. 381. L’esigenza da lui avvertita profondamente fu quella di tutelare i terzi possessori acquirenti a titolo oneroso e in buona fede dei beni feudali, che venivano reclamati dagli ex feudatari: ivi, p. 383.

[191] Cfr. G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., pp. 391; 395; 396.

[192] C. Magni, Il tramonto del feudo lombardo, cit., p. 393; cfr. anche G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., pp. 374; 391.

[193] C. Magni, Il tramonto del feudo lombardo, cit., p. 398. La tesi della Divisione Civile del Ministero della Giustizia faceva leva sulla circostanza per cui i vincoli lineari fossero stati soppressi nella successione fidecommissaria espressamente ma che ciò non fosse avvenuto per la successione feudale, senza che “si potesse argomentare per analogia o per estensione” (ivi, p. 400). Dunque, la vigenza del codice napoleonico non aveva fatto venire meno il diritto feudale nelle parti non espressamente abolite. Sul punto, cfr. anche G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., p. 399. In particolare, l’art. 745, che stabiliva il principio della parità successoria senza distinzioni di sesso e primogenitura, aveva un significato differente in Francia rispetto a quello che poteva assumere sul territorio italico, perché oltralpe era stata una conseguenza della decretata abolizione della feudalità, sicché la disposizione si riferiva a beni già svincolati, circostanza mai verificatasi nel regno Italico: ivi, p. 401. Si trattò di una posizione avversata con forza dal Romagnosi il quale, come sempre, ritenne che le norme del codice avrebbero dovuto essere applicate in modo del tutto identico in Francia come nel regno Italico.

[194] Cfr. C. Magni, Il tramonto del feudo, cit., p. 402.

[195] Ibid. Il progetto definitivo abbracciava la tesi per cui il codice napoleonico fosse comune, in merito alla redimibilità delle rendite e all’ordine delle successioni, alla Francia e al regno Italico, e che il decreto imperiale del 1 marzo 1813 fosse non solo applicabile al regno ma anche necessario per far cessare i dubbi in merito ai beni feudali ed enfiteutici. L’articolo 1 disponeva che tutti i beni feudali rimanessero liberi nelle mani del possessore e che fossero sottoposti all’ordine di successione sancito nel codice napoleonico, mantendendo solamente i diritti utili annessi ai feudi purché costituissero il prezzo e la condizione della concessione di un immobile, facendo salvo “il diritto di reversione all’estinzione della discendenza ed ogni altro diritto certo ed eventuale dovuto al concedente […]; l’articolo 2, invece, disponeva che tutti gli accennati diritti utili […] fossero affrancabili a perpetuità”: ivi, p. 402. In sostanza, la relazione ministeriale a questo articolo “negava che i vincoli lineari fossero già stati aboliti dalla legge del 6 termindoro, o almeno dal cod. Napoleone”: ibid.

[196] G. Chiodi, Orgoglio proprietario, cit., p. 389.

[197] Ivi, p. 398. Sui pareri pervenuti dalle altre Corti di appello, ivi, p. 402 ss.

[198] La bozza di decreto alla fine approvata fu quella che aveva recepito le modifiche proposte dal Consiglio, v. retro, nota n. 89.

[199] Cfr. C. Magni, Il tramonto del feudo lombardo, cit. p. 339. Le leggi repubblicane, ad esempio, “intendevano sopprimere le prestazioni fondate su un titolo di diritto pubblico di pura signoria a favore del feudatario, volevano distruggere nel feudatario il proprietario utile di diritti d’impero e di sovranità, ma intendevano rispettare il feudatario come proprietario, lasciando in ombra, però, se la proprietà fosse libera o soggetta ancora a qualche vincolo. Così erano conservati i diritti di natura non pubblica che il feudatario esercitava come proprietario in virtù di un contratto oneroso fatto collo Stato: così i censi, i canoni, gli affitti e le stesse corves, il diritto di proprietà su beni immobili, concessi al feudatario dallo Stato nel contratto feudale, erano conservati salva la loro affrancabilità. […]”: ivi, p. 344. Il Magni, in sostanza, ritiene che molti progetti della Cisalpina volti ad avocare allo Stato tutti i beni feudali caddero in nome di uno dei principi baluardo della rivoluzione, vale a dire il rispetto della proprietà privata, considerata diritto sacro e immutabile e che pertanto andava conservata intatta. Al tempo stesso, “gli interessi fiscali fecero però sentire tutto il loro peso perché non si fece parola del diritto dello Stato alla devoluzione, né venne stabilita l’affrancabilità con norme speciali. L’imperfezione della legislazione Cisalpina si riferì alla condizione dei beni feudali. Non fu dichiarata espressamente l’allodializzazione né la soppressione dei vincoli lineari, sicché fu oggetto di dubbio e rimase controverso se quei vincoli fossero rimasti oppure se fossero stati soppressi dalle leggi abolitrici dei fedecommessi e poi dal Codice Napoleone”: ivi, p. 345. A favore della allodializzazione completa dei beni feudali giocavano un ruolo importante l’incompatibilità dei vincoli feudali con il nuovo sistema ma anche l’affinità esistente tra la condizione dei beni feudali e quelli sottoposti a fedecommesso. Il problema principale era costituito dalla circostanza per cui la nuova legislazione non aveva proclamato espressamente lo scioglimento del contratto feudale, imperniato sulla distinzione tra dominio diretto e utile, sicché “le imperfezioni delle leggi repubblicane derivavano dal non aver esclusa in tutti i campi la possibilità della conservazione di rapporti fondati sulla divisione medievale del dominio […]”: ibidem. Il governo repubblicano, questo è chiaro, intese riferire le leggi abolitive della feudalità alla soppressione dei diritti di privativa, di giuridisdizione e di natura signorile, “senza certo prescrivere il puro e semplice incameramento di tutti i beni soggetti a vincolo feudale” (ivi, p. 353). Di conseguenza, si era ritenuto che le leggi abolitive dei fedecommessi non fossero applicabili ai beni feudali, che sarebbero stati ancora sottoposti ai vincoli lineari esistenti non potendo essere equiparati a quelli allodiali, di cui era stata decretata la restituzione agli ex proprietari con una legge del 23 agosto 1803. Dopo il fallimento di un progetto di legge del 1805, su cui il Magni si sofferma a lungo, si dovette attendere il 1811 per vedere promulgato il decreto del 27 aprile che ordinava la restituzione dei beni feudali agli antichi possessori (ivi, p. 372). In conclusione, “la legislazione franco italiana si [era posta] il problema integrale della liberazione della proprietà fondiaria dai vincoli medievali e della soppressione di certe forme di contratti che davano vita a quei vincoli. Si può dire che il Codice Napoleone, ignorando la distinzione tra dominio diretto e dominio utile (art. 543) costituisse il coronamento dell’opera del legislatore in quel senso […]. Ma il legislatore di quell’epoca rivoluzionaria, considerando il problema della liberazione della proprietà nel suo complesso, non nominò sempre espressamente il contratto feudale, a differenza di quanto aveva fatto pel fedecommesso, sicché la Pubblica Amministrazione sfruttando quella lacuna e imperfezione della legge positiva e contestando per ragioni fiscali l’incompatibilità del feudo con i nuovi principi del diritto civile, riuscì a far trionfare l’opinione della conservazione dei vincoli lineari e del diritto statale alla devoluzione. […]. È un fatto certo che tra le connessure mal saldate della muraglia eretta dal legislatore delle repubbliche e del Regno Italico contro gli istituti del passato, filtrò ancora un avanzo del feudo, che sfuggì alla soppressione […]” : ivi, pp. 340-341.

[200] Ivi, p. 339.

[201] G. D. Romagnosi, Sotto il codice Napoleone le rendite fondiarie, cit., p. 672.

[202] Cfr. O. Faron, La situazione dell’enfiteusi, cit., p. 177.

[203] O. Faron, Sur les formes de propriété dissociée à l’epoque contemporaine (Milan, XIX siècle), in Le sol et l’immeuble. Les formes dissociées de propriété immobilière dans les villes de France et d’Italie (XII-XIX siècle), édités par O. Faron et È. Hubert, École française de Rome Palais Farnèse, Roma 1995, p. 101. Già la legge del 14 marzo 1801, secondo il Faron, aveva autorizzato il governo a rendere redimibili i livelli fino a un milione di lire per realizzare il progetto del Foro Bonaparte.

[204] Ivi, p. 103. In particolare, gli archivi notarili hanno restituito molti atti standardizzati con i quali un soggetto acquistava la proprietà utile di un bene per diventare livellario. Un atto del 1811 registrato dal notaio Reina riporta l’acquisto da parte del demanio di una abitazione sita in via Larga, nell’ambito del progetto urbano concernente l’ampliamento di Palazzo Reale (ivi, pp. 105-106). In tale operazione furono coinvolte due diverse dimensioni della proprietà, quella utile e quella diretta. Da un lato il demanio acquistava la proprietà utile dell’edificio per 15.000 lire che furono versate al precedente enfiteuta; dall’altro lato, in cambio della proprietà diretta, il demanio offrì una serie di proprietà scisse. Carolina Anguissola ottenne come contropartita della cessione dei suoi diritti sull’edificio la proprietà diretta di diversi terreni e di sette abitazioni, quattro delle quali situate a Milano. Esse facevano parte del patrimonio dell’abbazia di Sant’Ambrogio; il contratto prevedeva il pagamento dell’affitto incluso l’obbligo di manutenzione nella sua forma originaria. Dunque, tale caso mostra che, in caso di proprietà frazionate, i beni erano suscettibili di essere scambiati in modo del tutto indifferente, a prescindere dalla loro localizzazione e dalla loro natura, il che mostra la grande flessibilità del contratto enfiteutico (ivi, p. 106). Un altro esempio riguardò un atto registrato dal notaio Carozzi sempre nel 1811 e riguardò il dominio utile di una abitazione sita a Gessate, di proprietà dell’orfanatrofio di Gessate. La congregazione di Carità, che era la responsabile di tutte le operazioni immobiliari concernenti il patrimonio ecclesiastico, vendette il dominio utile a Francesco Tosi nonché a tutti i suoi eredi e successori. Si trattò di un livello perpetuo che avrebbe potuto essere risolto nei termini previsti dal codice napoleonico. Al nuovo proprietario furono imposte numerose condizioni: egli avrebbe dovuto versare il canone e anche una cifra corrispondente ai miglioramenti pianificati e non realizzati. Il riscatto era facoltativo per l’enfiteuta come pure per i suoi eredi. Ne derivava un quadro nel quale la vera proprietà era quella diretta. Ciò nonostante l’enfiteuta avrebbe dovuto pagare le imposte dirette e indirette a titolo di proprietà e possesso dell’edificio (ivi, p. 107), sicché per il fisco era lui il vero proprietario. A suo carico erano, inoltre, i lavori di ordinaria e straordinaria manutenzione. Dunque, a ben vedere, il titolare del dominio utile perdeva il godimento del suo bene per trarne dei benefici sostanziali che andavano oltre la semplice percezione del canone. Proprio per tali motivi l’enfiteusi diveniva un contratto che poteva favorire lo sviluppo del tessuto urbano. Lo stesso Alessandro Manzoni, nel 1813, aveva acquistato un edificio barocco, ma ciò che apparve come una vendita era, in realtà, un contratto di proprietà dissociata, poiché egli ne aveva, in realtà, acquisito il dominio utile versando una somma di denaro ad Alberico De Felber. Nello stesso tempo un articolo distinto prevedeva il versamento ogni anno di una rendita perpetua di lire 287 alla famiglia Borromeo.

[205] Ivi, p. 109. Si veda anche retro, nota n. 140.

[206] La Temi. Giornale di legislazione e di giurisprudenza, cit., p. 472.

[207] “Nella Francia antica sotto l’impulso dei furori del 1793, in questa materia enfiteutica tutto erasi abolito; in Toscana […] si abolirono i soli diritti casuali; a Roma, nell’Umbria e nei Dipartimenti anseatici tutto erasi conservato, e più ancora nel Regno d’Italia”: ibid.

[208] Ivi, p. 582.

[209] Ivi, p. 473.

Mastrolia Paola



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