Ripensare la nozione di vulnerabilità: il dibattito femminista

Ripensare la nozione di vulnerabilità: il dibattito femminista

27.02.2024

 

Fabio Macioce*

 

Ripensare la nozione di vulnerabilità:

il dibattito femminista**

 

English title: The notion of group vulnerability and the debate within feminism

DOI: 10.26350/18277942_000167

 

Sommario: 1. Introduzione – 2. Il tema della vulnerabilità nel dibattito femminista – 3. Essenzialismo e anti-essenzialismo – 4. La vulnerabilità di gruppo come nozione politicamente positiva

 

 

1.Introduzione

 

La nozione di vulnerabilità è divenuta, ormai da qualche decennio, progressivamente rilevante nel dibattito filosofico, nel linguaggio delle scienze sociali, oltre che nei testi giuridici, nelle linee guida e nei documenti che indirizzano le politiche nazionali e internazionali. Tale rilevanza è però accompagnata dall’ambiguità del concetto di vulnerabilità: si tratta in effetti di un concetto polisemico, spesso usato per designare categorie di persone o singoli individui sia sulla base della loro ipotizzata fragilità fisica, sia della loro carente autonomia, o presunta incapacità di manifestare un consenso libero; e allo stesso tempo, è un concetto utilizzato per individuare situazioni di differente esposizione al rischio in ragione di fattori di tipo economico, ambientale, sociale, giuridico, in una sorta di processo di accumulazione di “svantaggi sociali”[1]. Coloro che se ne sono occupati hanno insomma elaborato un’immagine di vulnerabilità nella quale essa è di volta in volta collegata alla sfera corporea, emotiva, psicologica e affettiva, ad una condizione sia universale che particolare, ed è interpretata sia come un elemento costante della condizione umana, sia come relativa ad alcuni contesti e situazioni specifiche.

Il fatto che il concetto di vulnerabilità sia polisemico, non significa che sia inutile o difficilmente applicabile[2]. Al contrario, se solo se ne considerano le possibili applicazioni giuridiche, si può notare come esso venga di frequente utilizzato per giustificare interventi di prevenzione, oneri addizionali di giustificazione, forme rafforzate di tutela per specifici beni a rischio (es: territori, beni artistici…) o diritti. Allo stesso modo, tale concetto si è rivelato dotato di una fortissima valenza critica sul piano politico: in molti casi, è proprio la nozione di vulnerabilità che ha costituito il punto di avvio per la contestazione di politiche e pratiche strutturalmente discriminatorie. La vulnerabilità, insomma, è un “heuristic device”[3], la cui ampiezza semantica consente di esplorare le complessità della condizione umana e contrastare strutture che producono marginalizzazione e oppressione.

Il tema della vulnerabilità ha avuto una particolare rilevanza all’interno del dibattito femminista. Ciò sia nel senso che è precisamente grazie alla riflessione di molte studiose femministe che il tema della vulnerabilità è stato sviluppato e analizzato, sia perché la condizione di vulnerabilità delle donne è stata oggetto di specifiche analisi. Più esattamente, da un lato, il tema della vulnerabilità è stato posto con insistenza proprio all’interno delle analisi del femminismo giuridico e politico, anche per proporre antropologie nuove e approcci politici e giuridici consapevoli del legame tra privilegio e oppressione di genere. Dall’altro, il tema della vulnerabilità è stato sviluppato precisamente in relazione alla condizione delle donne e al tema della violenza di genere, spesso venendo utilizzato in una prospettiva di empowerment e di agency collettiva. Tuttavia, è sempre all’interno del dibattito femminista che il tema della vulnerabilità è stato criticato sul piano teoretico e politico: sul piano teoretico, perché spesso è stato ritenuto espressione di un essenzialismo ingiustificato, e sul piano politico, perché altre/i studiose/i hanno evidenziato il rischio che l’uso di tale concetto possa giustificare politiche paternaliste e vulnerabilizzanti.

Obiettivo di questo saggio, pertanto, è quello di mostrare come la nozione di vulnerabilità, e particolarmente di vulnerabilità di gruppo, sia non solo teoreticamente coerente e solida – cioè, non legata a prospettive essenzialiste – ma sia anche politicamente positiva, ovvero sia produttiva di forme di agency collettiva politicamente utili e attuali. Questa agency collettiva è, mi pare, il presupposto necessario perché la vulnerabilità possa divenire, sul piano politico, occasione di resistenza prima, e riscatto ed emancipazione poi. Come scrive molto opportunamente Casadei, la vulnerabilità, in questa prospettiva generativa, “forgia legami tra gli esseri umani”: la posizione di marginalità cui la stratificazione del potere condanna i soggetti vulnerabili è anche un punto di partenza di “nuove soggettività politiche capaci di adottare inedite visuali e di sperimentare forme innovative di partecipazione”[4]

La vulnerabilità, quando viene riferita a un gruppo e non solo a una pluralità di individui, può essere interpretata come una dimensione costitutivamente politica, e allo stesso tempo come occasione di riscatto e luogo del dissenso, come contesto nel quale sviluppare richieste di visibilità e lotte per il riconoscimento. I gruppi possono veicolare interessi e proporli sulla scena pubblica, certamente, ma più di tutto possono mostrare come tali interessi siano radicati in processi sociali e strutture che hanno oggettivamente un effetto disabilitante per molte persone: possono mostrare, in altri termini, che le specifiche condizioni di vulnerabilità che gli individui vivono sono determinate da processi economici, strutture giuridiche e politiche, sistemi culturali, che privilegiano alcuni gruppi e creano oppressione e svantaggio per altri. Pertanto, l’azioni dei gruppi dimostra che si tratta di condizioni che non rilevano solo sul piano esistenziale, per le persone direttamente coinvolte, ma di questioni prettamente e chiaramente politiche: la vulnerabilità di gruppo è una questione politica, e come tale merita di essere al centro del dibattito pubblico e delle scelte collettive.

A tal fine, il saggio procede nel modo seguente: dopo una analisi – sintetica – delle principali prospettive sulla vulnerabilità elaborate nel pensiero giuridico e politico contemporaneo, saranno analizzate le principali criticità che il pensiero femminista ha sollevato in merito alla nozione di vulnerabilità, e alla possibilità che essa venga utilizzata per qualificare la posizione delle donne nella società odierna. Dopo una analisi di tali critiche, relative principalmente al rischio di essenzialismo sul piano teoretico, e di esiti marginalizzanti e paternalistici sul piano politico, sarà proposta una lettura della vulnerabilità in grado di superare tali critiche. Infine, saranno messe in luce le potenzialità positive dell’uso della categoria di vulnerabilità, anche in una prospettiva di genere.

 

2. Il tema della vulnerabilità nel dibattito femminista

 

Le riflessioni sul tema della vulnerabilità, e in particolare quelle riflessioni che in modo più o meno esplicito possono essere ricondotte al pensiero femminista, hanno toccato diversi aspetti. Una prima tematica è stata certamente la dialettica con il paradigma liberale del soggetto autonomo, indipendente, razionale, produttivo[5], elaborata a partire dal concetto di vulnerabilità. In particolare, molte studiose hanno messo in luce come la concezione liberale non sia in grado di tenere nella giusta considerazione la condizione di costitutiva dipendenza dell’essere umano, né il carattere relazionale e progressivo della costruzione del sé[6]. È ben vero che il “paradigma liberale” è ben lungi dall’essere omogeneo, e le critiche a questo modello non sono comuni a tutte le possibili prospettive femministe[7]: e tuttavia nel liberalismo, come famiglia di teorie, emerge un nucleo teoretico fondamentale che si può esprimere come l’intuizione della fondamentale eguaglianza (sul piano della dignità) di ogni essere umano, e la consapevolezza che tale dignità si leghi direttamente alla capacità di cittadini indipendenti e autonomi di elaborare piani e scelte di vita conformi ai propri valori e alle proprie finalità soggettive[8].

Le critiche al modello liberale hanno fatto perno precisamente su tale concezione della persona come pienamente autonoma, auto-determinantesi, e indipendente[9]. Non solo è stato sottolineato l’eccessivo individualismo di tale visione[10], ma proprio da prospettive femministe è stato rilevato come il presupposto di tale indipendenza sia il trasferimento (gratuito) dei compiti di cura e della gestione delle relazioni familiari in capo alle donne, e che perciò questo soggetto perfettamente indipendente (o meglio: falsamente indipendente) sia essenzialmente un maschio, la cui indipendenza è conquistata a spese di quella delle donne[11]; che l’ideale di giustizia proprio del modello liberale sia eccessivamente formale, e che perciò sia inadeguato nel gestire e modificare le ingiustizie strutturali che dipendono da sistemi di potere e culturali[12]; e che tale modello sia in generale iper-razionalistico, e perciò tendente a svalutare il significato delle emozioni e dei compiti di cura nella vita pubblica, contribuendo perciò a collocare nella sfera privata la questione della vulnerabilità[13]. L’idea – soprattutto nel femminismo cd. della differenza e nelle teorie critiche – è che il modello liberale abbia assunto come riferimento un soggetto dis-incarnato, incapace di dare rilievo pubblico alle relazioni di cura e alla condizione di dipendenza costitutiva dell’essere umano, e cieco rispetto al carattere relazionale dell’esistenza, perché costruito intorno ad un paradigma patriarcale che effettivamente consente di non vedere tali aspetti[14], e di non considerarli rilevanti, in quanto li confina nel privato e li demanda (in una logica di sfruttamento) al lavoro non retribuito delle donne[15].

Un secondo orizzonte tematico ha portato ad una interpretazione della vulnerabilità in chiave positiva, proprio in opposizione a questa antropologia liberale dominante, e ai modelli sociali ad essa coerenti. In questa prospettiva molte studiose hanno sottolineato la valenza positiva di nozioni come quelle di dipendenza, cura, relazionalità, bisogno, svalutate all’interno del modello liberale[16]. In altra prospettiva, come già anticipato, è stato sottolineato come l’indipendenza del soggetto di diritto liberale svaluti i compiti di cura escludendoli dalla sfera pubblica, e contribuisca a collocare la questione della vulnerabilità nella sfera privata[17]. Pertanto, e in alternativa al modello liberale, è stata proposta una diversa immagine del soggetto di diritto, più complessa, in cui il riconoscimento della vulnerabilità possa decostruire la distinzione fra soggetti autonomi e non autonomi[18]. Interpretare la vulnerabilità al di là della distinzione tra autonomia e dipendenza, e in modo non esclusivamente difettivo, consente infatti di modificare la prospettiva che lo Stato liberale ha assunto come propria: da istituzioni concepite per massimizzare la libertà e la competizione fra soggetti autonomi e razionali (il mito dell’autonomia, secondo Fineman[19]), che intervengono in modo suppletivo rispetto alle carenze individuali, la messa a fuoco della costitutiva vulnerabilità dell’essere umano consente di dare forma a istituzioni orientate anzitutto alla garanzia dell’eguaglianza sostanziale fra le persone, concepite per l’appunto come intrinsecamente legate da relazioni di dipendenza[20].

Un terzo asse di riflessione sul tema della vulnerabilità si è focalizzato sul carattere universale o particolare della vulnerabilità. Se da un lato la dialettica con il paradigma liberale ha condotto alcune studiose a mettere in luce la costitutiva dipendenza dell’essere umano, tematizzando la vulnerabilità come tratto ontologico, e dunque universale, dall’altro lato si è sviluppata una profonda riflessione sulle forme specifiche, contestuali, e individuali, di vulnerabilità. Numerosi studi hanno infatti sottolineato che se tutti gli esseri umani sono vulnerabili, non tutti lo sono allo stesso modo, variando la vulnerabilità in intensità, caratteristiche, estensione, in ragione delle strutture di potere e delle diseguaglianze sistemiche che in una prospettiva intersezionale caratterizzano le nostre società, con riguardo al genere, alla razza, alla classe, alle condizioni fisiche, ecc.

Nella prospettiva della interpretazione della vulnerabilità come caratteristica ontologica fondamentale si è mossa, anzitutto, Martha A. Fineman. Secondo Fineman, l'astratto soggetto autonomo della metafisica occidentale non riflette la condizione umana, che è invece segnata da una universale vulnerabilità. Il soggetto autosufficiente, razionale, indipendente, adulto e archetipicamente maschile, che costituisce il protagonista di tutto il pensiero politico moderno, intende la libertà individuale e la responsabilità personale come ideali giuridici e politici fondamentali[21]. Allo stesso tempo questo modello svaluta la vulnerabilità, la dipendenza, l'incarnazione, e li esclude dallo sviluppo di politiche pubbliche, dottrine e pratiche giuridiche. Pertanto, Fineman propone una nuova concezione di soggetto politico, organizzata intorno al riconoscimento della vulnerabilità come “condizione umana primordiale”, e non legata a una condizione di passività, femminilità, o bisogno. La vulnerabilità, per Fineman, è una condizione universale, costante, complessa, e particolare. È universale nel senso che è una condizione condivisa e inevitabilmente sperimentata dalla totalità dei soggetti umani. È costante, perché la dipendenza umana non è una condizione eventuale, ma rende ragione delle istituzioni legali e politiche, delle relazioni sociali, e delle infrastrutture materiali presenti nelle società umane. È poi una caratteristica complessa, poiché si manifesta in una pluralità di condizioni e di modalità nel corso della vita di una persona, e particolare, perché le caratteristiche fisiche, mentali e intellettuali non sono socialmente neutre, e “historical reaction to some human variations, particularly race and gender, has led to the creation of hierarchies, discrimination and even violence”[22].

Nella seconda prospettiva si sono mosse/i coloro che con maggiore enfasi hanno sottolineato la particolarità della vulnerabilità, e hanno evidenziato il peso che i fattori di genere (tra gli altri) possono giocare nel determinare le specifiche condizioni di vulnerabilità di una persona. Judith Butler, anzitutto, che con una dicotomia intenzionalmente capace di evitare l’uso del concetto di vulnerabilità per le sue ricadute vittimizzanti introduce la differenza fra fra precariousness e precarity, proprio al fine di distinguere la vulnerabilità ontologica e quella prodotta da (o comunque, conseguente a) una distribuzione differenziale di risorse, capacità.[23] Pertanto, mentre la precariousness qualifica quella vulnerabilità che ogni essere umano condivide in ragione della sua condizione corporea, della sua finitezza e limitazione, dell’esposizione al bisogno e alla sofferenza[24], la precarity dipende dalle forme sociali, politiche, economiche e relazionali che qualificano le nostre vite, e si modula su di esse. Per Butler, in effetti, precariousness e la precarity sono due facce della stessa medaglia. La vulnerabilità esistenziale viene infatti vissuta, da ciascun individuo, all’interno di strutture economiche sociali e politiche che ne modellano l’intensità e ne tracciano i confini; nella logica biopolitica del potere contemporaneo, la rimozione della condizione di vulnerabilità (come precariousness) per alcuni soggetti è la premessa per una distribuzione differenziale della vulnerabilità (come precarity), tale per cui alcuni sono resi vulnerabili, e qualificati come fragili, esposti, dipendenti, ecc… La vulnerabilità, insomma, va pensata all’interno dell’orizzonte del potere[25].

In questa medesima direzione alcune studiose hanno specificato ulteriormente la distinzione fra precariousness e precarity, distinguendo fra vulnerabilità esistenziale, vulnerabilità situazionale (o context-specific), e vulnerabilità condizionata (o patogenic)[26]. Nel primo gruppo, si possono collocare quelle condizioni di vulnerabilità che dipendono dalle caratteristiche esistenziali del soggetto, e dalle sue condizioni di vita, le quali, pur non necessariamente espressive di vulnerabilità lo possono diventare in determinate circostanze. Tale vulnerabilità può infatti essere, a sua volta, dispositional o occurrent[27]. Al secondo gruppo appartengono quelle condizioni di vulnerabilità che sono causate o aggravate da fattori ambientali, politici, sociali, economici, e così via. Si tratta di fattori che possono essere interrelati con quelli “esistenziali”, ma dipendono anzitutto dal contesto e dalla specifica situazione in cui il soggetto si trova, pur se gli effetti di tale vulnerabilità possono variare molto in intensità a seconda delle risorse soggettive, e del grado di resilienza delle persone in quel dato contesto[28]. Infine, si può parlare di vulnerabilità patogenica, quando la vulnerabilità è l’esito di una situazione segnata da uno squilibrio di potere, o da forme di oppressione e discriminazione, o dal bisogno economico, o persino dal funzionamento effettivo di sistemi e istituzioni orientati (almeno in tesi) alla riduzione della vulnerabilità[29]. Questa terza categoria di vulnerabilità è certo comune a molti soggetti e molti gruppi, ma è ad esempio utile per comprendere l'esperienza incarnata e incorporata della violenza domestica e sessuale, compreso il significato delle lesioni psicologiche, oltre che fisiche. Una gran parte del pensiero femminista sulla vulnerabilità si è infatti concentrata sul binomio concettuale violenza/vulnerabilità, evidenziando le strutture sociali e i discorsi di genere attraverso i quali la violenza può essere resa significativa e legittima, ispirando in tal modo un lavoro fenomenologico sulla violenza e sul soggetto vulnerabile femminilizzato. Le fenomenologie femministe della violenza hanno analizzato l'esperienza della vulnerabilità e hanno evidenziato i modi in cui la violenza può essere giustificata politicamente e giuridicamente, resa invisibile, neutralizzata, non rappresentata e negata[30].

 

3. Essenzialismo e anti-essenzialismo

 

Tra le molte questioni sollevate dal concetto di vulnerabilità, ve ne sono alcune particolarmente rilevanti quando interpretate in una prospettiva di genere. La questione più generale è relativa alla possibilità teoretica di utilizzare la nozione di gruppo senza cadere in una fallacia essenzialista: le donne, in altre parole, possono essere considerate un gruppo? E in modo più specifico: possono essere considerate un gruppo vulnerabile?[31] Una seconda questione, non meno rilevante, è relativa alle conseguenze politiche di questo concetto: ammesso che le donne possano essere considerate – almeno da qualche prospettiva – un gruppo vulnerabile, è questo un risultato politicamente utile, o non produce piuttosto conseguenze negative?

Per una parte delle teorie femministe, la vulnerabilità stessa diviene un concetto preoccupante quando è connotato in una prospettiva di genere, e quando è inteso come sinonimo di dipendenza, di debolezza e vittimizzazione[32]. Soprattutto, tale concetto costruisce un immaginario che rischia di porsi come caratteristica essenziale di genere, ovvero come un dato antropologico applicabile a tutte le donne, e tale da negare le differenze soggettive, con esiti vittimizzanti. Come Judith Butler, Zeynep Gambetti e Leticia Sabsay sostengono, “there is always something both risky and true in claiming that women or other socially disadvantaged groups are especially vulnerable”[33], perché questo può produrre in un rafforzamento del paternalismo fondato sulla vulnerabilità come mancanza di agency, sul piano giuridico e politico.

Costruire categorie di individui e gruppi identificati intorno a una determinata caratteristica o condizione di vulnerabilità funziona spesso come una barriera, che può consolidare processi di emarginazione. Ai membri di un gruppo vulnerabile, proprio perché soggetti meno abili del necessario, meno razionali, meno capaci di difendersi, con minore competenza, viene riconosciuta una minore autonomia e una ridotta capacità di agire, a prescindere da una valutazione dalle competenze soggettive[34]. In altre parole, la vulnerabilità di gruppo rischia di funzionare come un dispositivo di “disempowerment”, producendo una vulnerabilità indotta, soprattutto quando l’identificazione del gruppo prescinde da una analisi di contesto ma avviene in termini generali e astratti[35]. In quanto vulnerabili, sono soggetti che vanno messi sotto tutela, le cui scelte sono svalutate e non considerate proprio perché radicate in una condizione di debolezza.

Allo stesso tempo, l’idea che vi siano alcuni gruppi vulnerabili implica che ve ne sono altri non vulnerabili, o gruppi i cui membri hanno un minore bisogno di assistenza e sostegno. Identificare un gruppo come vulnerabile può produrre l’illusione che coloro che si trovano fuori da tale gruppo non siano vulnerabili, e non abbiano necessità di sostegno e tutela. Se le donne sono un gruppo vulnerabile, vuol dire che gli uomini non lo sono, o non altrettanto, e hanno pertanto minori bisogni di tutela. Come è stato correttamente notato: “The most pernicious effect of the segmenting of a general population so that only some are designated as vulnerable … is that such segmentation suggests that the rest of us are not vulnerable”[36].

Non è un caso, perciò, che molte studiose femministe, queer e di studi critici sulla razza si sono rivolte ad altri concetti, invece che alla nozione di vulnerabilità. La stessa Butler, come abbiamo visto, ha utilizzato i concetti di precarity e precariousness piuttosto che quello di vulnerabilità: con le parole di Butler[37] “vulnerability cannot be the basis of group identification without strengthening paternalistic power”. Altri hanno sottolineato il rischio che il tema della vulnerabilità conduca a un “labeling approach” in quanto suscettibile di oscurare i bisogni specifici delle singole persone in un contesto dato[38], e tale da diventare una possibile fonte di stereotipizzazione e discriminazione.

Tuttavia, altre studiose ritengono che il concetto di vulnerabilità – anche quando riferito alle donne come categoria – debba essere conservato e utilizzato. Alyson Cole, ad esempio, ha criticato il tentativo di ridefinire la vulnerabilità in contraddizione con la vittimizzazione, poiché se le vittime non vengono viste come tali, questo potrebbe alimentare una politica che non dà priorità al cambiamento delle ingiustizie. Soprattutto, negare rilevo alla vulnerabilità può “unwittingly dilute perceptions of inequality and muddle important distinctions among particular vulnerabilities, as well as differences between those who are injurable and those who are already injured”[39].

Ancor più esplicitamente, Young sottolinea che la concettualizzazione di alcune forme di vulnerabilità (o di oppressione) come riferite a un gruppo di persone è necessaria per rendere evidenti, e scardinare, alcune strutture e forme di potere che ne sono all’origine, e che altrimenti non verrebbero percepite. Pensare le donne come una categoria consente di allargare lo sguardo al di là dell’individualismo liberale, che ritiene oppressiva ogni categorizzazione a partire da elementi come la razza, il genere, la classe, la cittadinanza, la religione: e come sottolinea Young, “this individualist ideology, however, in fact obscures oppression. Without conceptualizing women as a group in some sense, it is not possible to conceptualize oppression as a systematic, structured, institutional process”[40].

Considerare solo ciò che rende le donne diverse tra loro, uniche e irripetibili, e le condizioni di vulnerabilità come esclusivamente individuali, ovvero come condizioni che sono sempre predicabili per il singolo individuo rischia di mettere in ombra i meccanismi strutturali di produzione o accrescimento della vulnerabilità. Tali meccanismi, infatti, non colpiscono semplicemente più individui allo stesso tempo, ma colpiscono individui in quanto percepiti come membri di un gruppo emarginato o discriminato o oggetto di esclusione all’interno di un determinato sistema di potere. Se non adottiamo una prospettiva di gruppo, dice Young, non vediamo quanto di sistemico c’è nell’oppressione delle donne, e quanto vi è di strutturale nella condizione di vulnerabilità in cui possono trovarsi.

Un singolo episodio di discriminazione può certamente essere legato a fattori individuali e circostanze specifiche; ma se si assume una prospettiva di gruppo, si rende evidente l’oppressione che colpisce le donne, tutte, all’interno di società patriarcali, e divengono percepibili i meccanismi di potere e pregiudizio sistemico che determinano una maggiore vulnerabilità che ogni donna, in quanto tale, sperimenta: ciò ad esempio quando deve conciliare maternità e vita professionale, o quando si confronta con la rappresentazione della sessualità e dei corpi fornita dai media, o anche quando deve assumere farmaci testati prevalentemente, se non esclusivamente, su maschi. Tutto ciò, scrive ancora Young[41], è tanto più urgente quando ad essere colpiti sono gruppi non esplicitamente identitari, ovvero gruppi nei quali gli individui sono inserti senza far riferimento a fattori unificanti espliciti e rivendicati come identitari (come l’etnia, la religione, o l’appartenenza nazionale): senza il passaggio teoretico alla dimensione di gruppo, la vulnerabilità dei migranti in condizioni di irregolarità, o delle persone con disabilità, o per l’appunto delle donne, è diluita nelle specificità individuali e da queste, spesso, oscurata.

Come tenere insieme la necessaria prospettiva di gruppo, da un lato, e il rifiuto di un approccio essenzialista e riduzionista, dall’altro? Più in particolare: come interpretare la vulnerabilità, considerando l’esperienza dei gruppi, da un lato, e evitando una lettura essenzialista, dall’altro? Mi pare che ci siano due modi di ottenere questo risultato, e che entrambi possano risultare non solo teoreticamente convincenti ma anche politicamente utili[42].

In un primo senso è possibile considerare le donne come gruppo in una prospettiva “posizionale”, ovvero considerando la loro vulnerabilità come dipendente da un simile posizionamento all’interno di un determinato contesto di rischio. Tale posizionamento non ha alcun carattere identitario, ma è il risultato di una comune condizione di vulnerabilità rispetto alla presenza di fattori specifici. Si tratta pertanto, più che di una identità di gruppo, di una “serialità”, secondo una espressione che Young mutua dal linguaggio di Sartre[43] per etichettare un collettivo sociale senza attributi comuni[44]. Questo modo di intendere il gruppo è immune dai rischi di essenzialismo perché le caratteristiche dei singoli non sono assorbite da una identità comune, e gli individui sono inclusi nella “serie” solo fintanto che i fattori di rischio comuni persistono[45].

In un secondo senso è possibile utilizzare la nozione di gruppo con riferimento alle donne in una accezione certamente più forte, ma senza per questo cadere in una fallacia essenzialista. Si può parlare di gruppi vulnerabili, infatti, anche quando la vulnerabilità dipende in larga misura da forme di violenza o oppressione sistemiche, rivolte verso determinate persone in quanto appartenenti ad un gruppo. La dimensione di gruppo, in questo senso, è almeno in una certa misura identitaria: sta nel trovarsi esposti, insieme ad altri soggetti, a medesime forme di oppressione in quanto si viene percepiti come parte di un gruppo. Non è un caso, peraltro, che tale comune esperienza dell’oppressione sia anche all’origine di pratiche di contestazione o di resistenza comuni, attivate cioè non come singoli individui, ma come gruppi[46]; anzi, si può ritenere che proprio l’agency di gruppi e movimenti sia uno dei fattori di costruzione dell’identità di questi stessi gruppi e movimenti. L’esperienza del femminismo, da questo punto di vista, è illuminante: quando le donne hanno cominciato ad agire e a entrare nella scena pubblica come gruppo, ciò ha consentito di realizzare un cambiamento nell’ideologia di base delle società all’interno delle quali si muovevano[47].

In questa prospettiva, non è necessario qualificare le donne come gruppo su un piano essenziale, ovvero ipotizzando che vi sia, da qualche parte, una essenza comune, o una caratteristica che possa fondare e determinare l’identità femminile. È sufficiente ammettere, anzitutto, che le donne siano esposte a fenomeni sistemici di oppressione, che possono variare in intensità a seconda delle caratteristiche individuali (di razza, orientamento, classe, ecc.) ma che sono comunque presenti per tutte. E in secondo luogo, che tale prospettiva sia necessaria per la comprensione dei fenomeni sociali e del loro verificarsi in certe modalità (non possiamo comprendere i tassi di femminicidi nei paesi occidentali, e le caratteristiche di tali fenomeni, se non prendendo in considerazione l’oppressione di genere)[48].

Pertanto, parlare delle donne come gruppo significa riconoscere che a livello sociale esistono sistemi di relazione e di riconoscimento reciproco non riducibili alla mera condivisione occasionale di alcune caratteristiche, e che sono tali da influire profondamente sul modo in cui gli individui pensano se stessi e le relazioni in cui sono inseriti[49]. Con un esempio piccolo ma interessante Cudd ammette questa necessità per spiegare pratiche sociali altrimenti incomprensibili: la prassi sociale che imponeva agli uomini di aprire la porta alle donne non è comprensibile nel suo portato asimmetrico e inabilitante se collocata a livello meramente individuale (a questo livello, è indistinguibile dalla gentilezza, dalla cortesia, dalla mera casualità), ma diviene rivelatrice di una asimmetria di potere e di ruolo se compresa a livello di gruppo[50]. Allo stesso modo, la vulnerabilità delle donne nei trial clinici non dipende solo dalla condizione in cui ciascuna di esse, in un dato momento della sua vita, si trova, ma anche dal fatto che il sistema della ricerca clinica e farmacologica tende strutturalmente ad una sotto-rappresentazione delle donne[51] per ragioni molteplici, tra cui 1) la considerazione dei maschi, spesso di razza caucasica, come la popolazione di studio “normale”; 2) l’assunzione di un “punto di vista maschile” nella conduzione dello studio, e quindi ad esempio nella formulazione dei modelli di consenso informato; 3) l’idea, o il pregiudizio, secondo cui le differenze fisiologiche sono un fattore trascurabile nella risposta ai farmaci; 4) l’idea che le donne sono soggetti più complessi e più costosi a causa dei mutevoli livelli ormonali; 5) i rischi legati agli effetti dei farmaci sullo sviluppo fetale, rischi che hanno condotto prima all’esclusione delle donne in gravidanza dalla sperimentazione, e poi alla limitata inclusione in generale delle donne in età fertile, specialmente nelle prime fasi della ricerca. E tale contesto produce una maggiore esposizione a rischi – che vanno da una maggiore incidenza di reazioni avverse ai farmaci, a un rischio di overmedication legato a dosaggi non tarati sul corpo femminile, all’uso di modelli di consenso informato pensati per il cd. individuo universale-neutro-maschile[52], ad altro ancora – che non ha nulla a che fare con le caratteristiche della singola donna, ma produce una condizione di svantaggio per tutte le donne (nella duplice veste di pazienti e di partecipanti a sperimentazioni).

 

4. La vulnerabilità di gruppo come nozione politicamente positiva

 

Parlare delle donne come gruppo vulnerabile non solo è possibile sul piano teoretico, ma è anche politicamente importante. Come è stato giustamente notato, la campagna #MeToo, o i movimenti come Ni Una Menos, sono esempi di come l'articolazione pubblica di esperienze di ferite, traumi e violenze possa diventare un potente movimento mondiale, un luogo di agency politica per eccellenza. Una somma di voci individuali, che condividono una vulnerabilità nei due sensi appena indicati, e che possono dare vita a un movimento femminista per l'emancipazione, la giustizia e il cambiamento, con una forza sociale non silenziabile[53].

Pertanto, è vero che alcune studiose femministe, queer e antirazziste hanno rimproverato ad alcuni di questi movimenti (al #MeToo, ad esempio) il rischio di whitewashing, di escludere le identità trans e queer, e di dare una attenzione prevalente all’esperienza delle donne cis-sessuali (e benestanti) di Hollywood; ma è anche vero che tale movimento ha conquistato una visibilità altrimenti non facilmente ottenibile, ha promosso lotte per il riconoscimento, e ha consentito di occupare lo spazio pubblico e far sentire una voce altrimenti non udibile.

In modo ancor più evidente, l'approccio intersezionale e trasversale di Ni Una Menos ha portato all’affermazione pubblica di una diversa nozione di vulnerabilità, non più legata a una femminilità non qualificata (e indicata come debole, passiva), mettendo in evidenza la “distribución diferencial de la precariedad, una condición inducida políticamente, que produce algunas vidas más vulnerables que otras”[54]. Il movimento NUM ha proposto una narrazione differente della violenza e della vulnerabilità, in cui la violenza di genere e sessuale si legano alle strutture patriarcali e allo Stato, alle questioni di disuguaglianza sociale e di giustizia e alle dinamiche transnazionali. La carta di NUM riporta la seguente dichiarazione:

“L'impoverimento delle condizioni di vita si aggrava e le crepe nel tessuto sociale pesano sui nostri corpi. Le donne che lavorano nell'economia informale sono perseguitate, le lavoratrici del sesso sono criminalizzate, le militanti sono perseguite e le mobilitazioni e l'attivismo femminista sono sotto lo sguardo delle forze repressive. Nel frattempo, i crimini aumentano e la soluzione che ci viene offerta è quella di essere più duri con il crimine.  Le leggi che aggravano la crisi umanitaria delle carceri e propongono pene più severe peggiorano la nostra situazione. Non solo perché evitano lo sviluppo di politiche pubbliche integrali di prevenzione, cura e sostegno, ma anche perché queste misure demagogiche arrivano quando siamo già morte. Non permetteremo che (…) la nostra morte venga presa come alibi per giustificare altra violenza istituzionale (…) Noi diciamo: Not in our name”[55].

Come gruppo, dunque, i soggetti che fanno esperienza di condizioni di vulnerabilità possono entrare nello spazio pubblico, decostruendo l’illusione che esso sia un’arena regolamentata e neutra, nella quale chiunque può discutere temi di rilievo pubblico. Al contrario, questi gruppi possono entrare in questo spazio come pubblici alternativi, modificando il modo di concepire il dibattito pubblico, le sue regole, e i suoi spazi. Soprattutto, possono sovvertirlo, proponendo nuovi temi e nuove modalità di discorso, nuove prospettive e nuovi punti di vista che altrimenti ne sarebbero esclusi[56].

In questo contesto, i gruppi vulnerabili – cioè, i gruppi che a partire dalla propria condizione di vulnerabilità contestano le strutture di potere e di discorso dominanti – hanno l’opportunità di aprire altre arene di dibattito, proporre narrazioni differenti, aggregare interessi e bisogni altrimenti marginalizzati[57]. Facendo questo, essi svolgono una potente azione emancipatoria: da una parte, consentono alle persone di condividere le loro esperienze, e dunque di mostrare che tali esperienze non sono legate a circostanze contingenti e individuali, ma al funzionamento di sistemi sociali. Dall’altro, operano come casse di risonanza per le richieste di riconoscimento, aprono spazi di azione politica e arene di discussione, contribuendo a orientare l’agenda politica a vantaggio dei singoli, e al di là delle loro possibilità individuali[58].

Aver messo al centro della riflessione etica, giuridica e politica il tema della vulnerabilità ha dunque consentito, in molti casi, di dare alla nozione di vulnerabilità una valenza inevitabilmente, e pienamente, politica. Ha avuto il senso di rendere visibile ciò che normalmente viene celato[59], contribuendo a portare al centro della scena ciò che viene emarginato; ha avuto il senso, ancora, di sviluppare argomenti politici, e pubblicamente rilevanti, per coloro (individui e gruppi) che sulla scena pubblica appaiono raramente e in posizione sempre subalterna, almeno finché questa scena resta dominata dall’antropologia liberale classica. Il pensiero femminista, in molte sue varianti, ha sottolineato spesso questo cambio di prospettiva, tematizzando la vulnerabilità come nuova forma di forza, alternativa a modelli orientati all’impossessamento e al dominio, come luogo del riscatto, e come occasione di apertura alla costruzione di relazioni e modelli sociali differenti[60]. Guardare la realtà nella prospettiva della vulnerabilità, insomma, significa guardare le diseguaglianze e l’emarginazione nella prospettiva del riscatto e della resistenza, passare da una logica di accettazione al “dissenso, alla prefigurazione di spazi di resistenza e di nuova costruzione, alla richiesta di visibilità e di (lotte per) il riconoscimento”[61].

Questo modo di pensare la vulnerabilità, che tende a sottolinearne il valore positivo e emancipatorio, è interno ad un modello di pensiero politico che abbandona il mito dell’indipendenza e della perfetta autonomia individuale, e rivendica il valore dei corpi e della dipendenza. È un modello coerente con una concezione abilitante della giustizia, al cui centro v’è la necessità di istituzioni in grado di accogliere la vulnerabilità e separarla dal mero svantaggio. Soprattutto, è un modello in cui si evidenzia il carattere attivo e non meramente passivo della vulnerabilità, in cui le potenzialità sono messe in luce più che le caratteristiche difettive. La vulnerabilità, in altre parole, è una condizione potenziale, più che semplicemente una condizione spiacevole o negativa; comprende certamente la passività, la soggezione, ma anche la suscettibilità al cambiamento e l’apertura alla socialità. Con le parole di Gilson, “Taken in this way, as a fundamental state, vulnerability is a condition of potential that makes possible other conditions (…) Vulnerability is not just a condition that limits us but one that can enable us”[62].

Questa dimensione positiva, e comunque abilitante, della vulnerabilità è particolarmente evidente se si colloca il discorso sul piano collettivo, oltre che individuale; in altri termini, il valore positivo e abilitante della vulnerabilità è ancor più evidente, a mio parere, quando facciamo riferimento alla vulnerabilità come condizione collettiva, di gruppo, oltre che meramente individuale. Mi pare infatti di poter sostenere, sulla scia di altri e altre[63], che proprio la vulnerabilità dei gruppi sia interpretabile, in quanto dimensione costitutivamente politica, come occasione di riscatto e luogo del dissenso, come contesto nel quale sviluppare richieste di visibilità e lotte per il riconoscimento. Che questo possa darsi anche in una prospettiva individuale, non si può negare; e tuttavia, è la dimensione collettiva che, per eccellenza, consente l’occupazione dello spazio pubblico, la visibilità, l’esercizio del diritto ad entrare nel dibattito pubblico e a far udire la propria voce. E questo per due ragioni: da un lato, perché per entrare nello spazio pubblico è necessario riuscire a mostrare che la vulnerabilità che ciascun soggetto sperimenta non è riducibile ad una questione privata, ma per l’appunto è una condizione condivisa e tale da influenzare le relazioni fra esseri umani; così facendo i soggetti vulnerabili si mostrano capaci di costituire nuove soggettività politiche e nuove forme di partecipazione alla vita pubblica[64].

 

Abstract: The concept of vulnerability is used with increasing frequency, and had a particular relevance within the feminist debate. On the one hand, it has been used to propose anthropologies and political approaches that are aware of the connection between privilege and gender oppression, or from a perspective of empowerment and collective agency. On the other, it has been criticised on a theoretical and political level, and considered an expression of unjustified essentialism and paternalistic and vulnerabilising policies.

This paper, after a synthetic analysis of the main perspectives on vulnerability developed in feminist legal and political thought, concerning the risk of essentialism on a theoretical level, and of marginalising and paternalistic outcomes on a political level, proposes an interpretation of vulnerability that allows us to avoid these negative outcomes, and highlights the positive potential of using this category, also from a gender perspective.

Keywords: Vulnerability, group vulnerability, feminism, essentialism, political agency


 


*   Università LUMSA f.macioce@lumsa.it)

** Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1] E. Ferrarese, Vulnerability: a concept with which to undo the world as it is? Critical Horizons, 17 (2), 2016, p. 151.

[2] Th. Casadei, La vulnerabilità in prospettiva critica, in O. Giolo – B. Pastore (a cura di), Vulnerabilità. Analisi multidisciplinare di un concetto, Carocci, Roma 2015, p. 75.

[3] M. A. Fineman, The vulnerable subject: Anchoring equality in the human condition. Yale Journal of Law & Feminism, 20 ,2008, p. 9. Sulla vulnerabilità come dispositivo euristico si veda E. Pariotti, Vulnerabilità e qualificazione del soggetto: implicazioni per il paradigma dei diritti umani, in Giolo-Pastore, Vulnerabilità, cit., pp. 155-159.

[4] Casadei, La vulnerabilità in prospettiva critica, cit., p. 88.

[5] E.F. Kittay, Human dependency and Rawlsian equality, in D.T. Meyers (ed.) Feminists Rethink the Self, Westview Press, Boulder, CO. 1997, pp. 219–266; M.A. Fineman, The Autonomy Myth: A Theory of Dependency, New Press, New York 2004; M.A. Fineman, and A. Grear (eds), Vulnerability: Reflections on a New Ethical Foundation for Law and Politics, Farnham, Ashgate 2013.

[6] S. Dodds, Dependence, Care, and Vulnerability, in C. MacKenzie, W. Rogers, S. Dodds (Eds.), Vulnerability. New Essays in Ethics and Feminist Philosophy, Oxford University Press 2014, p. 181.

[7] Si veda ad esempio M. Nussbaum, The feminist critique of liberalism, in A. Jeffries (Ed.), Women's Voices, Women's Rights. Routledge 2021, pp. 13 ss.

[8] Così, ancora, Martha Nussbaum, op. cit.: “At the heart of this tradition is a twofold intuition about human beings: namely, that all, just by being human, are of equal dignity and worth, no matter where they are situated in society; and that the primary source of this worth is a power of moral choice within them, a power that consists in the ability to plan a life in accordance with one's own evaluations of ends”, p. 16.

[9] Sulle critiche mosse al liberalismo in una prospettiva femminista, si veda Nussbaum, The feminist critique of liberalism, cit., pp. 13 ss.; per una critica comprensiva del modello liberale si veda C.A. MacKinnon, Feminism Unmodified. Discourses on Life and Law, Harvard University Press, Cambridge (Ma.) 1987; si veda anche, per una panoramica generale dei rapporti fra femminismo e liberalismo, R. Abbey, The return of feminist liberalism, Routledge, London 2014.

[10] Per una panoramica di tali critiche, si vedano M. Sandel, Liberalism and the Limits of Justice, Cambridge University Press, New York 1981; e W. Kymlicka, Liberal individualism and liberal neutrality. Ethics, 99 (4), 1989, pp. 883-905.

[11] Tra i molti riferimenti possibili, si veda S.M. Okin, Justice, Gender, and the Family, Basic Books, New York 1989: “The division of labor within marriage (except in rare cases) makes wives far more likely than husbands to be exploited both within the marital relationship and in the world of work outside the home. To a great extent and in numerous ways, contemporary women in our society are made vulnerable by marriage itself. They are first set up for vulnerability during their developing years by their personal (and socially reinforced) expectations that they will be the primary caretakers of children, and that in fulfilling this role they will need to try to attract and to keep the economic support of a man, to whose work life they will be expected to give priority. They are rendered vulnerable by (…) the fact that the world of wage work, including the professions, is still largely structured around the assumption that “workers” have wives at home” (pp. 138-39).

[12] Su questo aspetto si possono ricordare le parole di I.M. Young, Justice and the Politics of Difference, Princeton University Press, Princeton 1990, p. 114: “If there are significant differences of power, resources, access to publicity, and so on among different classes, groups, or interests, decisionmaking procedures that are impartial in the sense of

allowing equal formal opportunity to all to press their interests will usually yield outcomes in the interests of the more powerful”.

[13] A. Jaggar, Love and Knowledge: Emotion in Feminist Epistemology, in A. Jaggar and S. Bordo (eds.) Gender/Body/Knowledge: Feminist Reconstructions of Being and Knowing, Rutgers University Press, New Brunswick 1990; G. Lloyd, The Man of Reason: ‘Male’ and ‘Female’ in Western Philosophy, Routledge, New York 1993.

[14] Joan Tronto parla in proposito di irresponsabilità privilegiata («privileged irresponsibility»): J. Tronto, Moral boundaries. A Political Argument for an Ethic of Care, Routledge, London-New York 1993, trad. it. di N. Riva, Confini morali. Un argomento politico per l'etica della cura, a cura di A. Facchi, Diabasis, Reggio Emilia 2006, cap. 4, Edizione Kindle.

[15] Cfr. C. Gilligan, In a Different Voice. Psychological Theory and Women’s Development, Harvard University Press, Cambridge (Ma.), 1982; C. Pateman, The Sexual Contract, Polity Press, Oxford 1988.

[16] E.F. Kittay, Human dependency and Rawlsian equality, cit., pp. 219–266; M.A. Fineman, The Autonomy Myth: A Theory of Dependency, cit.; M. Fineman, and A. Grear (eds), Vulnerability: Reflections on a New Ethical Foundation for Law and Politics, cit.

[17] A. Jaggar, Love and Knowledge: Emotion in Feminist Epistemology, cit.; G. Lloyd, The Man of Reason: ‘Male’ and ‘Female’ in Western Philosophy, Routledge, New York 1993.

[18] Come scrive M.A. Fineman, The Vulnerable subject, cit., p. 11: “dependency is episodic and shifts in degree on an individual level for most of us, mainstream political and social theorists can and often do conveniently ignore it. In their hands, dependency, if acknowledged at all, is merely a stage that the liberal subject has long ago transcended or left behind and is, therefore, of no pressing theoretical interest.”.

[19] M. Fineman, The Autonomy Myth. A Theory of Dependency, cit., pp. XIII-XXIV.

[20] Fineman, The vulnerable subject and the responsive state, cit.

[21] M. Fineman, Beyond Equality and Discrimination. SMU Law Review Forum, 73, 2020, p. 54.

[22] M. Fineman, Equality, Autonomy, and the Vulnerable Subject in Law and Politics, in M. Fineman (Ed.), Vulnerability. Reflections on a New Ethical Foundation for Law and Politics, Ashgate Publishing, Burlington 2013, p. 637.

[23] J. Butler, Precarious life: The powers of mourning and violence. Verso Books, 2006; J. Butler, Frames of war: When is life grievable? Verso Books, 2016.

[24] Si veda anche, in una prospettiva parallela a quella di Butler, A. Cavarero, Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme, Feltrinelli, Milano, 2007.

[25] J. Butler, Precarious life: The Powers of Mourning and Violence, cit., p. 44. Su questo aspetto si veda Casalini, Le teorie femministe contemporanee, dal paradigma della sovranità al paradigma della vulnerabilità, in M. Bernardini, L. Casalini, O., Giolo, L. Re (a cura di), Vulnerabilità, etica, politica e diritto, IF Press, Roma 2018, pp. 40-41.

[26] Su questa distinzione si veda anzitutto W.A. Rogers,  C. Mackenzie & S. Dodds, Why bioethics needs a concept of vulnerability, International Journal of Feminist Approaches to Bioethics , vol. 5 (2), 2012, pp. 11–38; e C. MacKenzie, W. Rogers, S. Dodds, Introduction: What is Vulnerability and Why Does It Matter for Moral Theory, in MacKenzie, W. Rogers, S. Dodds (Eds.), Vulnerability, New Essays in Ethics and Feminist Philosophy, cit., pp. 7-9.

[27] Secondo una distinzione fra vulnerabilità “dispositional or occurent”, ovvero fra vulnerabilità in potenza o in atto (una donna in gravidanza è solo potenzialmente vulnerabile in ragione di complicanze durante il parto, ad esempio, ma lo diviene in atto in ragione di circostanze cliniche sociali economiche e geografiche molto variabili): così MacKenzie, W. Rogers, S. Dodds, Introduction: What is Vulnerability, cit., p. 8.

[28] Ibidem.

[29] È il caso di molte forme di tutela e protezione delle persone con disabilità, che nei fatti esacerbano la vulnerabilità di queste stesse persone anziché ridurla, per l’effetto di processi di esclusione, stigmatizzazione, e perdita di potere. Su questo si veda oltre a MacKenzie, W. Rogers, S. Dodds, Introduction: What is Vulnerability, cit., p. 9, anche e più estesamente M.G. Bernardini, Dalla responsabilità alla democrazia abilitante: prospettive (non troppo) future su etica della cura e vulnerabilità, in Giolo – Pastore, Vulnerabilità, cit., p. 284.

[30] E. Frazer, K. Hutchings, Feminist Approaches to Violence and Vulnerability. In A. Garry, S.J. Khader, A. Stone (Eds.), The Routledge Companion to Feminist Philosophy, Routledge, London-New York 2017, p. 690.

[31] Sulla critica all’essenzialismo da parte di alcune prospettive femministe si veda C. Witt, Anti-essentialism in feminist theory, Philosophical Topics, 23.2, 1995, pp. 321-344.

[32] L. Chouliaraki, The ironic spectator: Solidarity in the age of posthumanitarianism. Polity Press, Cambridge, MA, 2013; B.T. Knudsen, and C. Stage, Affective methodologies. Developing cultural research strategies for the study of affect, Palgrave, New York 2017.

[33] J. Butler, Z. Gambetti, L. Sabsay (Eds.), Vulnerability and Resistance, Duke University Press, Durham 2016, p. 2.

[34] R. Brubaker, Ethnicity Without Groups, Harvard University Press, Cambridge 2006.

[35] D. Morondo Taramundi, Un nuovo paradigma per l’eguaglianza? La vulnerabilità tra condizione umana e mancanza di protezione, in B. Casalini, O., Giolo, L. Re, Vulnerabilità, etica, politica e diritto, cit., pp. 188-89.

[36] M.A. Fineman, Beyond Identities: The Limits of an Antidiscrimination Approach to Equality, Boston University Law Review, 92, 2012, p. 1751.

[37] J. Butler, Rethinking Vulnerability and Resistance, in Butler, Gambetti, Sabsay (Eds.), Vulnerability and Resistance, cit., p. 16.

[38] S. A. Hurst, Vulnerability in research and health care; describing the elephant in the room? Bioethics 22.4 (2008): 191-202; F. Luna, Elucidating the concept of vulnerability: Layers not labels, IJFAB: International Journal of Feminist Approaches to Bioethics 2.1 (2009): 121-139.

[39] A. Cole, All of Us Are Vulnerable, But Some Are More Vulnerable than Others: The Political Ambiguity of Vulnerability Studies, an Ambivalent Critique. In Critical Horizons, Vol. 17 No. 2, 2016, p. 262.

[40] I.M. Young, Gender as seriality: Thinking about women as a social collective, in Signs: journal of women in culture and society, 1994, 19(3), p.  718.

[41] Young, Gender as seriality, cit., p. 719.

[42] F. Macioce, La vulnerabilità di gruppo: funzione e limiti di un concetto controverso. Giappichelli, Torino 2021.

[43] J-P. Sartre, Critique de la raison dialectique. Gallimard, Paris 1980.

[44]I.M. Young, Gender as seriality, cit., p. 728.

[45]D. Woodly, Seeing collectivity: Structural relation through the lens of Youngian seriality. Contemporary Political Theory 14.3, 2015, p. 221.

[46]Sul punto si vedano C. Calhoun, The problem of identity in collective action, in J. Huber (Ed.), Macro-Micro Linkages in Sociology, Sage, Newbury Park 1991, pp. 51–75; e K. Cerulo, Identity Construction: New Issues, New Directions, Annual Review of Sociology, 1997, 2, pp. 385-409. Molto critico non solo in merito alla possibilità di un “moral status” dei gruppi, ma della stessa possibilità di agency, è E. Wall, The problem of group agency, The Philosophical Forum. 2000, 31 (2), pp. 187-197.

[47] A. Cavarero e F. Restaino, Filosofie femministe. Due secoli di battaglie teoriche e pratiche, Bruno Mondadori, Milano, 2002, p. 159. Si veda sul punto, in una prospettiva più critica, O. Giolo, La vulnerabilità neoliberale. Agency, vittime e tipi di giustizia, in Giolo – Pastore (a cura di), Vulnerabilità. Analisi multidisciplinare di un concetto, cit., p. 253, 266 ss.

[48] R. Taylor, J. L. Jasinski, Femicide and the feminist perspective. Homicide Studies, 15(4), 2011, pp. 341-362.

[49] Young, Justice and the politics of difference, cit., p. 44.

[50] Così Cudd, Analyzing oppression, cit., p. 47.

[51] I. Zucker, B.J. Prendergast, Sex differences in pharmacokinetics predict adverse drug reactions in women. Biology of Sex Differences, 11 (32) 2020. Per una review della letteratura sul punto, con particolare attenzione ai randomized clinical trials, si veda Khan SU, Khan MZ, Raghu Subramanian C, et al. Participation of Women and Older Participants in Randomized Clinical Trials of Lipid-Lowering Therapies: A Systematic Review. JAMA Netw Open, 3(5), 2020.

[52] Su questo mi permetto di rinviare ai risultati di una ricerca europea cui ho partecipato, nell’unità di ricerca diretta da L. Palazzani: H2020, Improving the guidelines for Informed Consent, including vulnerable populations, under a gender perspective (i-CONSENT), grant n. 741856, i cui risultati e report sono consultabili sul sito https://i-consentproject.eu/it/ .

[53] Koivunen et al., p. 1.

[54] M. Nijenshon, Por un feminismo radical y plural: Repensando las coordenadas teóricas y políticas de un nuevo feminismo desde una lectura cruzada de Judith Butler, Ernesto Laclau, y Chantal Mouffe. Cadernos Pagu, 54, 2018, p. 9.

[55] Sul punto, e per un commento alla Carta di Ni Una Menos, si veda L. Sabsay, The political aesthetics of vulnerability and the feminist revolt. Critical times, 3.2, 2020, pp. 193 ss.

[56] N. Fraser, Rethinking the Public Sphere: a Contribution to the Critique of Actually Existing Democracy, Social Text, 25/26, 1990, pp. 56-80

[57] I.M. Young, Inclusion and Democracy. Oxford University Press, Oxford 2000, p. 167.

[58] Fraser, Rethinking the Public Sphere, cit., p. 71.

[59] Sul tema della visibilità osservazioni importanti sono nel bel volume di G. Zanetti, Filosofia della vulnerabilità. Percezione, discriminazione, diritto, Carocci, Roma 2019, pp. 15-17 e 29 ss.

[60] Su questo orientamento critico delle teorie della vulnerabilità, e sull’influenza del pensiero femminista, si vedano O. Giolo, La vulnerabilità e la forza. Un binomio antico da ritematizzare, in Bernardini, Casalini, Giolo, Re (a cura di), Vulnerabilità, etica, politica e diritto, cit., pp. 341 ss.; Casadei, La vulnerabilità in prospettiva critica, cit., pp. 84-87; e A. Pinto, Vulnerabilità: come trasformare il dato ontologico in categoria politica. Un confronto fra Adriana Cavarero e Judith Butler, in Bernardini, Casalini, Giolo, Re (a cura di), Vulnerabilità, etica, politica e diritto, cit., pp. 49-82.

[61] Casadei, La vulnerabilità in prospettiva critica, cit., p. 78.

[62] Gilson, Vulnerability, Ignorance, and Oppression, Hypatia, vol. 26, no. 2, 2011, p. 310. Si veda anche M. Fineman, Elderly as vulnerable: rethinking the nature of individual and societal responsibility. Elder Law Journal, 2012, 20, p. 126: “vulnerability is also generative. Importantly, our vulnerability presents opportunities for innovation and growth, creativity, and fulfillment. It makes us reach out to others, form relationships, and build institutions.”

[63] Casadei, La vulnerabilità in prospettiva critica, cit., p. 78, cui rinvio anche per ulteriori riferimenti. In particolare, Casadei richiama opportunamente H. Cixous, La jeune née, Unione générale d’éditions, Paris 1975.

[64] Casadei, La vulnerabilità in prospettiva critica, cit., p. 88.

Macioce Fabio



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