La dimensione istituente delle libertà collettive: promozione costituzionale e risposta istituzionale

La dimensione istituente delle libertà collettive: promozione costituzionale e risposta istituzionale

24.02.2024

Filippo Pizzolato*

 

La dimensione istituente delle libertà collettive:

promozione costituzionale e risposta istituzionale**

 

English title: The instituting dimension of collective rights: constitutional promotion and institutional response

DOI: 10.26350/18277942_000163

 

Sommario: 1. Il pregio costituzionale delle libertà collettive - 2. Teorie economiche e criticità dell’azione collettiva - 3. Azione sociale, azione collettiva e principio di sussidiarietà - 4. Azione collettiva e dimensione istituente dei diritti - 5. Movimenti collettivi e risposta istituzionale – 6. Frammenti di una conclusione.

 

 

  1. Il pregio costituzionale delle libertà collettive

 

La partecipazione politica si può concretamente realizzare solo laddove si dia la possibilità di una dimensione collettiva dell’azione[1]. È questa, infatti, la via per la quale le differenze che animano il pluralismo del corpo sociale possono assumere un rilievo politico e non restare neutralizzate entro un (immaginario) volere popolare unico, di marca inesorabilmente rappresentativa. La crisi di consenso e di fiducia che affligge i soggetti istituzionali delle liberal-democrazie, in trasformazione degenerativa verso la post-democrazia e/o le cosiddette democrazie illiberali, è frutto, oltre che di dinamiche internazionali e globali, della “diserzione” dei partiti, che quell’azione collettiva dovevano veicolare, e del conseguente preteso confinamento della partecipazione politica ad atti individualizzati (essenzialmente il voto) di investitura. Le indagini demoscopiche e sociologiche documentano, da molti anni ormai, l’elevato livello di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, che riguarda anzitutto i partiti, ma che si comunica agli organi repubblicani in cui maggiormente si esprime la dialettica interpartitica (il Parlamento, soprattutto). L’assenza o l’irrilevanza della dimensione del gruppo sulla scena politica, al di là dei partiti risucchiati entro lo spazio istituzionale, condizionano negativamente fino a compromettere la qualità della partecipazione politica. O la declinano nella forma - non universalistica - della pressione lobbystica[2].

Se si assume questa premessa, si comprende perché il riconoscimento e l’esercizio delle libertà collettive potrebbero costituire una leva significativa per provare a riattivare la qualità democratica dello spazio repubblicano. Attraverso la strumentazione dei diritti, tradizionalmente appannaggio della soggettività individuale, si può incoraggiare la riattivazione di una dimensione collettiva dell’azione umana e un processo di (auto)liberazione[3]. Ciò nondimeno, questa categoria di libertà non è spesso considerata sotto questa veste “funzionale” e, non a caso, prevale la sua trattazione in termini di libertà negative o di diritti civili.

Le libertà collettive sono diritti dell’individuo (rectius: del cittadino, come significativamente recitano gli articoli 17 e 18 Cost.), ad esercizio strutturalmente e logicamente congiunto. Già il riferimento testuale al cittadino è evocativo del rilievo politico-partecipativo di queste libertà. In alcune impostazioni costituzionalistiche, le libertà collettive sono inquadrate come diritti nella sfera pubblica[4], ad accentuarne non solo la natura di veicolo di tutela di interessi sociali, ma la destinazione al buon funzionamento del dibattito e della dialettica democratici[5]. Ciò che le caratterizza non è infatti solo l’esercizio congiunto, ma più precisamente il carattere cooperativo, avendo sia la riunione, sia l’associazione l’orizzonte di una finalità comune che orienta la convergenza dei partecipanti[6]. Per non parlare dello sciopero, alla cui finalità cooperativa si associa una valenza rivendicativa e antagonistica di lotta comune[7].

In forza di queste caratteristiche, si può affermare che le libertà collettive ospitino un potenziale istituente, racchiuso nel moto cooperativo e ordinante che le anima. Riunione, associazione, manifestazione del pensiero, cooperazione sociale sono oggetto di libertà costituzionali aventi strutturali o almeno possibili ricadute organizzative. Non solo in termini di strutturazione dell’opinione pubblica, ma anche di esperienze di autogoverno per la cura di bisogni diffusi o di autogestione di spazi condivisi.

Le libertà collettive custodiscono un ulteriore elemento di pregio costituzionale, se viste in connessione logica con le formazioni sociali, di cui costituiscono il presupposto e delle quali attivano l’impulso creativo. Le libertà collettive si possono infatti cristallizzare e “solidificare” in diritto della formazione sociale, allorquando vengano ad assumere una forma di relativa staticità istituzionale, avente una precisa natura giuridica, di tipo associativo o altro. La storia del sindacato è evidentemente correlata con l’esperienza di esercizio di libertà collettiva dei lavoratori. Nell’art. 39 Cost., per consolidata giurisprudenza costituzionale, trova fondamento «la generale autonomia collettiva» (Corte cost., sent. 33/2019, ex multis). E, più recentemente, figure del terzo settore sono riconosciute a valle di un processo di istituzionalizzazione di condotte cooperative e di cura inizialmente non strutturate. A partire dal volontariato, espressione di una vocazione antropologica “primigenia”, come ebbe a definirlo la Corte costituzionale (sent. 75/1992), ma accompagnato a istituirsi solo negli anni Novanta del secolo scorso. Il terzo settore è la plastica manifestazione dell’istituzionalizzazione di una libertà di iniziativa, esercitata diffusamente, che, secondo un’immagine usata da Haeberle, su cui si ritornerà, è tramutata da quantità in qualità, generando istituzione. Per certi aspetti, anche le nuove dimensioni famigliari nascono secondo una dinamica simile. Le libertà collettive rilevano pertanto come fattore istituente dinamico e garantiscono all’ordinamento democratico un’energia rigenerante che gli è essenziale.

L’esercizio di libertà collettive, costituzionalmente garantite, quali per esempio quelle di riunione e di sciopero, si esprime però anche anteriormente a - e indipendentemente da - la eventuale e comunque incerta cristallizzazione organizzativa, costituendone una premessa necessaria, ma non sufficiente. Il dinamismo immesso da quell’esercizio, nel suo scorrimento magmatico, è già fattore di attivazione democratica, particolarmente preziosa in tempi – come quelli di post-democrazia[8] – caratterizzati dalla tendenza al ristagno e alla sclerotizzazione delle forme istituite, per lo più disertate dalla partecipazione civica. Questa attivazione può orientarsi alla manifestazione ed alla organizzazione di orientamenti condivisi, anche sotto forma di protesta e rivendicazione; o, come si vedrà, tradursi in azione collaborativa in risposta diretta a bisogni collettivi.

L’azione collettiva può generarsi spontaneamente e/o essere incentivata dalla predisposizione – per via legislativa - di canali istituzionali che la stimolano e la immettono direttamente nello spazio pubblico. Ciò accade ad esempio nella dimensione giurisdizionale, in cui le collettività agenti non sono necessariamente originate da un moto di aggregazione spontanea, ma convergono in risposta a un incentivo pubblico che offre strumenti di coalizione per la tutela di interessi individuali[9]. Un riferimento utile – su cui però non si concentrerà questo contributo - può essere individuato nello strumento processuale della cosiddetta class action, già disciplinata dal codice del consumo[10].

In sintesi, le libertà collettive sono l’alimento dal basso di una dimensione istituzionale dei diritti e, al contempo, un fattore della possibile, continua contestazione e rigenerazione dell’ordinamento repubblicano. La dimensione istituzionale può anche essere predisposta per accogliere o promuovere i diritti, ma non necessariamente questi troveranno nell’assetto istituzionale esistente un alveo accogliente e affidabile.

 

  1. Teorie economiche e criticità dell’azione collettiva

 

La valorizzazione del ruolo della cooperazione si iscrive, nell’orizzonte costituzionale, in coerenza con l’adesione a un’antropologia personalistica, che talora viene descritta come ottimistica tout court. Essa implica indubbiamente un certo grado di fiducia nelle condotte interpersonali. La già richiamata sentenza 75 del 1992 si inserisce in questa concezione, laddove richiama la «libera e spontanea espressione della profonda socialità che caratterizza la persona stessa». Ciò nondimeno, il riconoscimento della propensione cooperativa della condotta umana è stato spesso contestato sulla base di una differente concezione antropologica, segnata dall’individualismo e dalla conflittualità, che può semmai sublimare in competizione.

Una versione assiologicamente neutrale di questo approccio alternativo si può ravvisare nell’individualismo metodologico[11], che assume l’interesse individuale – per quanto variamente ispirato e orientato - come molla d’azione del soggetto. La teoria economica è classicamente costruita attorno a questa ipotesi, anche se non mancano paradigmi differenti (ad esempio, l’economia civile).

Un esempio notevole di questo approccio, in una versione consapevole ed equilibrata, si ritrova nel classico e giustamente celebre studio di Mancur Olson[12], dedicato alle possibilità di un’azione collettiva. Per Olson, la funzione fondamentale delle organizzazioni è in generale quella di fornire beni collettivi o pubblici[13]. L’analisi dell’azione collettiva si intreccia pertanto con quella – più frequentata - dei fallimenti del mercato nella produzione di beni pubblici, non rivali e non escludibili. La possibilità di azione collettiva è stata contestata o almeno, sul piano della teoria economica, ridimensionata dallo studio in esame, le cui tesi giungono a dimostrare l’improbabilità che individui razionali, pur aventi un interesse o un obiettivo comune, agiscano effettivamente allo scopo di conseguire tale obiettivo, «a meno che il numero dei componenti del gruppo sia piuttosto piccolo, o, a meno che non si ricorra a coercizioni o a qualche altra misura allo scopo di spingere gli individui ad agire nel loro comune interesse»[14]. Solo nei piccoli gruppi, seguendo l’argomentazione proposta da Olson, vi può essere attività spontanea a sostegno degli obiettivi comuni[15]. Anche in quest’ultimo caso, per i gruppi cioè meno numerosi, però, la cooperazione si svolge in modo subottimale e con tendenza allo sfruttamento del “grande” da parte del “piccolo”[16].

A rafforzare la conclusione circa le possibilità di cooperazione all’interno di piccoli gruppi concorre la considerazione degli incentivi sociali, anziché meramente economici, alla contribuzione. Anche considerando beni come lo status, l’accettazione o la reputazione sociale, per Olson, resta vero che si tratta di incentivi «rilevanti unicamente nel piccolo gruppo e all’interno del gruppo numeroso svolgono un ruolo solo quando questa è una federazione di gruppi minori»[17].

Un ulteriore bilanciamento di questa conclusione proviene dallo stesso Olson, allorquando relativizza i risultati della sua teoria nel caso di gruppi mossi da interessi non di natura economica, come ad esempio per le lobbies filantropiche e religiose, per le quali «il rapporto tra i propositi e gli interessi del singolo membro e i propositi e gli interessi dell’organizzazione può essere talmente complesso e oscuro, che una teoria come quella qui elaborata non può essere di grande aiuto. Né essa è di grande aiuto per analizzare gruppi caratterizzati da un basso livello di razionalità (…) Là dove il comportamento irrazionale o non razionale costituisce la base per una lobby, sarebbe forse meglio cercarne la spiegazione adeguata nella psicologia o nella psicologia sociale piuttosto che nell’economia»[18].

La teoria olsoniana si concentra sulle organizzazioni di interessi che si attivano per influenzare le decisioni pubbliche, agendo alla stregua di lobbies mosse da finalità eminentemente economiche[19]. Questo tipo di azione produce un problema ulteriore, perché induce a concentrare le risorse verso l’area di legislazione favorita dalle lobbies stesse e non genera effetti redistributivi equi, perché gli interessi organizzati «non sono quelli dei poveri e talvolta sono persino quelli dei ricchi»[20].

Le classiche tesi olsoniane, per come sono state sintetizzate, appaiono equilibrate e riescono a scansare l’insidia di un riduzionismo antropologico, distinguendo, oltre alla dimensione dei gruppi, la finalità degli stessi. Non sempre l’approccio della teoria economica si attiene a uno standard rispettoso di tale complessità. Spesso i modelli economici, se non altro per la profilazione di ipotesi, non riescono a tenere adeguatamente in conto la complessità dell’umano, che ospita un sistema motivazionale auto-affermativo, in cerca della soddisfazione di interessi di tipo egoistico, ma insieme a uno opposto, espressamente cooperativo, che comprende la disponibilità a stare e a fare insieme: questi due sistemi interagiscono tra loro e compongono il tessuto della vita personale e politica[21]. Soprattutto in una società complessa e aperta, la disponibilità alla cooperazione comporta il rischio di affrontare defezioni e ciò nondimeno la strategia psicologica della fiducia costituisce «un’opzione di ragionevole ottimismo: significa ritenere sufficientemente probabile che quella cooperazione sia, malgrado tutto, fruttuosa»[22]. La fiducia è quindi presentata come una strategia ragionevole per l’organizzazione dei rapporti sociali e perfino per il diritto[23].

In alcune impostazioni, il confine tra teorie economiche e piano di azione politica diviene labile e ciò si verifica quando le ipotesi di modello economico trascolorano in linee di proposta di politica economica o di politica tout court. Sembra questo il caso delle controverse dottrine neo-liberali che, come è stato criticamente sostenuto, non puntano «a sottrarre alla democrazia il suo fondamento, quanto piuttosto a impedire che si creino le condizioni di possibilità di un’azione collettiva basata sul discorso dell’eguaglianza. A essere in gioco non è tanto la sovranità popolare, quanto piuttosto il riconoscimento che le forme collettive di azione possono modificare l’ordine del sistema»[24]. L’unico ordine reputato “spontaneo” è quello del mercato, le cui connessioni inter-individuali chiedono di essere poste al riparo da interferenze distorsive provenienti da altri sistemi[25]. Da questa prospettiva, l’organizzazione democratica, alimentata dall’azione collettiva, «si presenta come un disciplinamento sociale che opera letteralmente contro natura, dal momento che produce individui che agiscono contro quello che viene considerato come l’ordine naturale di mercato»[26].

L’azione collettiva non è qui contestata in quanto improbabile, se non impossibile, ma scongiurata e contrastata per i suoi effetti, artificiosi e deleteri, sull’ordine di mercato[27].

 

  1. Azione sociale, azione collettiva e principio di sussidiarietà

 

Dalle scienze sociali, sociologia e politologia, provengono riflessioni variegate e articolate sull’azione collettiva. Non potendo, nemmeno per sunto, ripercorrere la ricchezza di queste prospettive, è però utile provare ad abbozzare una distinzione tra azione collettiva e azione sociale. Se infatti l’azione collettiva è certamente azione sociale, non è sempre vero che l’azione sociale abbia una struttura collettiva.

Le indagini sociologiche hanno messo a fuoco una dimensione amministrativa o sociologica della cittadinanza, resasi indipendente, anche nel suo dinamismo, rispetto alla delineazione giuridica della cittadinanza formale[28]. Non mancano analisi, di conio per lo più sociologico, che hanno rilevato e sottolineato, a dispetto di una frequente narrazione in senso contrario, una diffusa partecipazione civica e l’impegno per compiti di cura di beni comuni[29]. Non sempre, tuttavia, questa azione sociale è collettiva o lo è in un senso generico e debole. Anzi, ricorre la sottolineatura della natura crescentemente individualizzata di questo impegno civico, disintermediato, come si usa dire[30], tanto che si sono progettati e regolamentati strumenti di “amministrazione condivisa” che favoriscono, mediante la regia istituzionale, le aggregazioni tra singoli cittadini attivi, spesso tra di loro indipendenti. A maggior ragione, si ha facile gioco nel sottolineare come l’azione collettiva non abbia un carattere di massa, ma sia segnata appunto da crescente individualizzazione e perfino de-territorializzazione[31]. Proprio questo carattere individualizzato e talora deterritorializzato può contribuire a spiegare perché questo fermento partecipativo, pur operando con esiti apprezzabili sul versante sociale, manchi spesso di incidere significativamente sul piano politico-istituzionale e perché anzi possa essere, da quest’ultimo, strumentalizzato. 

Da un punto di vista costituzionale, il principio di sussidiarietà – riscoperto, esaltato e poi tornato in ombra – è fondamentale per permettere la comprensione della struttura democratica dell’ordinamento repubblicano, in quanto riconosce e promuove la partecipazione dei cittadini singoli e associati alla cura dell’interesse generale. In recenti contributi, si è introdotta al riguardo la categoria dell’azione sociale diretta, a sottolineare il rilievo immediato dell’impegno svolto dai cittadini, senza la ricerca di un’interlocuzione istituzionale. L’azione sociale diretta è una «risposta concreta e immediata a un bisogno materiale»; pur essendo ascrivibile al fenomeno della partecipazione politica, è indirizzata verso la società e non verso le «autorità statali o altri detentori del potere»[32]. Si assiste insomma, da parte dei protagonisti dell’iniziativa civica, a una specie di “salto” della dimensione pubblico-istituzionale, in vista di un’azione che aspira a organizzare una capacità di risposta a bisogni condivisi. Tale azione sociale non sembra aspettarsi nemmeno più il supporto e il riconoscimento da parte dell’istituzione e agisce assumendo come referente il corpo sociale o una sua frazione[33]. Rispetto alla declinazione classica del principio di sussidiarietà, sembra pertanto sfumare il lato collaborativo tra cittadini e istituzioni pubbliche.

Tale forma di impegno civico politico è stata efficacemente inquadrata da Giovanni Moro, nel contesto di una complessiva «situazione di inceppamento del circuito domande dei cittadini-risposte del sistema politico», all’esito della quale «le forme di partecipazione correnti consistono in molti casi nel concorso alla costruzione delle risposte, non solo alla formulazione di domande (…) Inoltre, le forme di partecipazione affermatesi nelle ultime decadi consistono in azioni che modificano la realtà e non solo nel dibattito e nella discussione»[34].

Su questi presupposti, Moro distingue diverse arene di partecipazione politica dei cittadini: «l’arena politico-elettorale, quella appunto della competizione tra partiti e coalizioni per ottenere la maggioranza nelle assemblee elettive e insediarsi al governo, in cui la posta in gioco riguarda la vittoria alle elezioni, la egemonia nel sistema politico, il governo delle istituzioni; l’arena del dibattito pubblico, in cui vengono proposti, discussi e diffusi valori e interessi dei cittadini e in cui la posta in gioco è la definizione dell’agenda pubblica, l’affermazione e la diffusione di significati, valori e standard di comportamento, il riconoscimento di interessi, posizioni, condizioni e valori non considerati; l’arena delle politiche pubbliche, in cui vengono promossi, progettati, realizzati e valutati programmi promossi da autorità pubbliche o da altri attori per affrontare una questione di interesse comune e in cui la posta in gioco è la definizione dell’agenda istituzionale, la progettazione dei modi di affrontare un problema o cogliere una opportunità, la produzione di effetti nella realtà (outcome) e non solo di atti normativi e programmi (output)»[35].

La terza arena (quella delle politiche pubbliche) dà forma a uno spazio variegato ed accogliente per un’azione sociale, a rilievo politico e frequentemente a struttura collettiva, promossa dal basso o organizzata dalla sfera pubblica (come, in alcuni casi, per i patti di collaborazione). Esperienze di auto-organizzazione sono ad esempio quelle mutualistiche o di sindacalismo sociale[36].

L’azione collettiva presenta un legame originario con la politicità democratica[37]. Tale azione può essere intrapresa per dare vita – anche in uno stadio successivo – a soggettività squisitamente politico-partitiche, per il tramite delle vicende di uno specifico conflitto; essa è anche all’origine di processi di nuova istituzionalizzazione o di rigenerazione delle istituzioni esistenti[38]. Questo rapporto di strumentalità può operare anche in verso contrario, e cioè su iniziativa del potere pubblico, quando la partecipazione è attivata e governata, per ben specifici e limitati episodi di coinvolgimento, con l’obiettivo di (ri)legittimare le istituzioni e/o occultare le ritrazioni dello Stato da compiti pubblici. In quest’ultimo caso, la partecipazione è strutturata dall’alto, attivata all’occorrenza (o a convenienza) e si caratterizza per una (volutamente) ridotta capacità trasformativa[39]. Si può anche affermare che la partecipazione, quando sia attivata strumentalmente, possa giungere nel medio-periodo a depotenziare l’azione sociale, scolorendo in disincanto e sfiducia. 

 

  1. Azione collettiva e dimensione istituente dei diritti

 

Si può ora tornare al processo di istituzionalizzazione dell’azione collettiva. Tale processo si rivela costituzionalmente rilevante, sia per la possibile genesi di formazioni sociali autonome, sia per l’aspirazione, che la Costituzione nutre, di un’integrazione tra tessuto sociale e struttura politico-istituzionale. Di questa integrazione il principio di sussidiarietà, in senso verticale e orizzontale, è l’ispirazione. Sono gli stessi diritti, declinati nel senso della corresponsabilità, a divenire sorgente di istituzioni, secondo la preziosa e risalente interpretazione della dottrina costituzionalistica[40].

Le libertà collettive sono una componente essenziale e genetica di questa dimensione istituzionale dei diritti. Il rapporto tra libertà/autonomia dei lavoratori e formazione del sindacato è un’espressione di questa potenzialità. Con riferimento al Grundgesetz, P. Haeberle, richiamando la giurisprudenza, ha affermato che «il sindacato come tale è elevato a soggetto della libertà sindacale, che invece è formulata in termini di diritto individuale», in quanto «la coalizione è una “oggettivazione” della libertà sindacale. I singoli sindacati sono, insieme ai corrispondenti complessi normativi, le formazioni oggettive che caratterizzano l’aspetto istituzionale del diritto fondamentale»[41]. Su questa dimensione istituzionale dei diritti di libertà Haeberle incontra il magistero di M. Hauriou.

Questa dimensione istituzionale non è ottenuta mediante la mera congiunzione di diritti individuali, ma, per Haeberle, è – da un certo momento - una realtà che preesiste agli stessi, se è vero che «la libertà individuale esige ordinamenti obiettivi in cui essa si possa affermare e svolgere»; essa «trova la libertà come istituto già esistente. Quest’ultima le si oppone, oggettivata, secondo le caratteristiche di ciascun ambito vitale, come qualcosa di dato e di attuato»[42]. Il titolare del diritto individuale entra dunque in queste sfere e le «riempie con le sue forze creative e con il suo personale operato. I diritti fondamentali quali diritti soggettivi individuali costituiscono dunque parti integranti di queste “sfere”»[43]. La dimensione istituzionale dei diritti si compie nella trasmutazione della quantità nella qualità: «i diritti fondamentali come istituti dipendono dall’operato di una pluralità indeterminata di individui. Per questo la costituzione non si interessa soltanto della libertà dei singoli, ma della libertà di questa pluralità. La libertà contrattuale è un “istituto” solo quando molti concludono dei contratti»; «la libertà d’opinione è un “istituto” solo quando si hanno manifestazioni del pensiero di tanti soggetti, da cui è possibile si formi un’opinione pubblica»; «il diritto fondamentale come istituto e l’assetto sociale complessivo ricevono un’impronta soggettiva dall’operare di una pluralità di soggetti, cioè dall’esercizio individuale dei diritti fondamentali, così come viceversa i diritti fondamentali come diritti individuali acquistano una caratterizzazione oggettiva»[44].

Il movimento che collega esercizio dei diritti e istituzionalizzazione non è unidirezionale. Si viene anzi a produrre una circolarità dinamica tra diritto soggettivo e libertà come istituzione: il primo si inserisce in un alveo, di cui può contribuire a mutare il corso; e la seconda è la “stabilizzazione” di un esercizio plurimo precedente. 

L’elegante costruzione concettuale di Haeberle può offrire schemi interpretativi utili, nello scenario giuridico moderno, oltre (se non più) che sul piano del diritto pubblico, su quello del diritto privato o, meglio, per riprendere un’espressione di W. Cesarini Sforza, del «diritto dei privati»[45]. È infatti primariamente in questa dimensione che l’azione cooperativa intesse una nuova dimensione giuridica e istituzionale.

Su questa linea interpretativa si colloca un recente filone di ripensamento critico del diritto privato che, approfondendo la tematica dei beni comuni, prefigura l’orizzonte di una nuova istituzionalizzazione, non affidata alla stanca e ormai aporetica riforma costituzionale[46], tutta interna alla sfera pubblica, ma agita dal basso, per via appunto cooperativa[47].

Si tratta quindi – attraverso lo strumento “antico” del diritto dei privati - di «istituire la cooperazione», per dare veste giuridica alla «fin troppo evidente politicità di queste forme dell’auto-organizzazione», caratterizzate dalla irrappresentabilità e da un rapporto modificato con la sfera pubblica. In consonanza con quanto ricordato a proposito dell’azione sociale diretta, anche questo diritto a genesi cooperativa segna una «differenza specifica con i servizi auto-organizzati sperimentati negli anni Settanta», in quanto «questo nuovo modello di produzione, scambio e consumo non esprime il desiderio di un riconoscimento da parte del pubblico»[48]. Vien quasi da rispolverare un termine desueto e ormai impronunciabile: autogestione[49]. In Costituzione, il modello è invero presente, sia nella variante della cogestione (art. 46), sia nella prefigurazione della possibile socializzazione delle imprese di servizio pubblico (art. 43), sia – in termini più generali - come modello di democrazia, fondata sul lavoro e sull’autonomia sociale e istituzionale (artt. 1, 2 e 5)[50].

Si parla di un diritto dei privati perché «questa socialità – che è insieme cooperazione e solidarietà – non solo certifica che l’azione collettiva è essa stessa una fonte del diritto ma attesta anche che l’autonomia collettiva è dotata di speciali qualità normative. La società organizzata e le prassi sociali collettive sono cioè immediatamente espressive di potere normativo»[51].

Questa linea interpretativa fa talvolta ricorso all’espressione diritto del comune, intendendo con istituzioni del comune «il prodotto, molto sofisticato, di legami di solidarietà e comunità d’affetto capaci di produrre regole giuridiche e legami politici»[52]. Tale riferimento al comune contiene una prudente allusione, una sorta di sottile aggancio, alla tradizionale sfera istituzionale pubblicistica, e cioè al Comune; perché se è vero che «l’impegno e la condivisione sono strettamente legati al raggiungimento di un risultato molto concreto, capace di incidere in maniera efficace, sensibile e diretta sulla propria vita», non può stupire «il riferimento al neo-municipalismo come campo politico in cui realizzare obiettivi simili a partire dall’auto-organizzazione»[53].

 

  1. Movimenti collettivi e risposta istituzionale

 

Alla luce della Costituzione, il processo di istituzionalizzazione dell’autonomia collettiva non può prescindere dalla rigenerazione della sfera pubblica. L’azione istituente sociale non è infatti al riparo dal rischio di tradursi in una dimensione (privata) del potere. La stessa autonomia collettiva è sempre a rischio di non includere la condizione “muta” e tendenzialmente solitaria dello “sventurato”[54]. Questo limite non può essere obliterato e, in effetti, la riflessione sviluppatasi attorno al principio di sussidiarietà non manca di sottolineare l’indefettibilità della sfera pubblica[55].

Al contempo, questa necessaria (re)istituzionalizzazione della sfera repubblicana non può che partire dal Comune, primo (ex art. 114 Cost.) e comunque fondamentale approdo di un ordinamento intessuto dalla cooperazione sociale. La “città” è infatti il luogo seminale della compresenza che mette in scena le domande di riconoscimento, lo spazio in cui è agita la rivendicazione dei diritti e quindi la sede della prefigurazione e della trasformazione della sfera pubblica. La città dei diritti si realizza mediante l’esercizio del diritto alla città. Su questo molto è già stato detto e scritto[56].

Lo spazio dell’azione sociale e dell’esercizio del diritto alla città non ha però come referente necessario e tanto meno come contenitore riepilogativo lo Stato. Se infatti, come si è detto, la dimensione locale mantiene una centralità, perché ospita un’azione collettiva incarnata in uno spazio territoriale condiviso, non necessariamente questo processo si svolge in rapporto dialettico privilegiato con la dimensione statale[57]. L’esercizio delle libertà collettive può creare i presupposti per un’istituzionalizzazione di estensione sovranazionale, di cui i diritti umani sono una prima, ancorché parziale, impalcatura[58].

Una recente e importante manifestazione di questo processo si può ritrovare nell’azione, squisitamente urbana, dei movimenti per l’ambiente che, per necessità logica, operano in una direzione allargata e globalmente coordinata. Essa è stata descritta come azione di (interessi) vulnerabili, che si propone come portavoce di interessi e di rivendicazioni dei vulnerabili di domani (le generazioni future). L’azione collettiva sembra, in questo caso, voler coinvolgere “categorie” fragili e porsi al loro servizio, in un’alleanza, appunto, tra generazioni di vulnerabili[59].

Peraltro, le modalità d’azione di questi movimenti sperimentano talora un’altra possibile – e ricorrente – caratteristica dell’azione collettiva: il porsi in rapporto antagonistico con la legalità istituita, quando sia ritenuta inidonea e refrattaria a proteggere interessi meritevoli di tutela e costituzionalmente privilegiati. Si preannuncia così una nuova schiera di cittadini “imputati per eccesso di cittadinanza”[60]. Essi compiono infatti illegalità con l’intento di servire una dimensione superiore, non solo etica, di giustizia, a fondamento costituzionale[61]. Il principio costituzionale, cui l’azione di protesta si richiama, è individuato per lo più nella solidarietà o nella tutela dell’ambiente[62]. Mentre l’azione solidale volontaria dei cittadini attivi si può tradurre nel compimento, con modalità illegali, del bene che si ritiene l’ordinamento debba tutelare, facendo così esplodere la contraddizione interna all’ordinamento stesso[63], nel caso più recente di alcuni movimenti a difesa dell’ambiente, l’azione illecita è pensata e non di rado praticata in chiave dimostrativa, con la finalità di attirare l’attenzione sulle ragioni della protesta.

La sfera politico-istituzionale non sempre reagisce a queste condotte disobbedienti e di protesta recependo il valore presunto disatteso. Nel caso dei regolamenti comunali sui beni comuni, gli enti locali sono stati in prima linea nell’offrire copertura normativa e istituzionale alle condotte di attivismo civico, sottraendole, almeno in parte, al rischio di incorrere nella sanzione. In altri casi, la sfera politico-istituzionale, nelle diverse articolazioni, non si limita a riaffermare la legalità violata dalle proteste, ignorando le istanze avanzate dall’autonomia collettiva, ma addirittura la irrigidisce, con una chiusura di marca securitaria e con la criminalizzazione della disobbedienza civile. Di questo tipo è stata, almeno per ora, la reazione di fronte alle spettacolari e certamente discutibili azioni di protesta di Ultima Generazione[64].

La repressione, quando diventi il timbro prevalente se non esclusivo della reazione istituzionale[65], solleva, a monte, qualche interrogativo su quale sia l’effettivo peso ermeneutico e maieutico della riforma costituzionale dell’art. 9[66], e se questo principio riformato non possa e non debba divenire un criterio (non l’unico, certamente) per orientare la risposta dell’ordinamento di fronte a solide ragioni di protesta. Tanto più che si tratta di una riforma costituzionale introdotta recentemente, a riconoscere, in una sede particolarmente solenne quali i principi fondamentali, il pregio del valore dell’ambiente e il rilievo della tutela delle generazioni future. 

Non sono mancate in effetti posizioni, anche di rilievo istituzionale[67], critiche rispetto a una risposta politica declinata soltanto in senso repressivo. Tale critica si è appuntata sulla non adeguata considerazione delle finalità di pregio costituzionale perseguite dalle azioni dimostrative e ha sottolineato i rischi di una repressione non allineata ai principi dell’azione penale medesima. Sarebbero infatti da valutare con rigore gli elementi di offensività dei reati compiuti, la proporzionalità della pena richiesta rispetto all’illecito compiuto, comprendendo – nella determinazione di questa proporzionalità – la misura di bene che l’azione vietata intende promuovere. Si rimette ai giudici la considerazione delle ragioni, caso per caso, di queste azioni, valutando – come taluno suggerisce – il ricorso alla scriminante dello stato di necessità, motivato dall’urgenza delle misure di contrasto del cambiamento climatico[68], o, con maggiore plausibilità, applicando l'articolo 131 bis c.p., ossia la causa di non punibilità per tenuità del fatto.

Il rischio che il dibattito politico lascia prospettare è quello di una nuova variante del diritto penale dell’autore, espressione, se così ci si può esprimere, della “cattiva coscienza” di un garantismo di marca borghese che si traveste all’occorrenza da giustizialismo (cui fa da contraltare, in altri, il garantismo selettivo di certo giustizialismo). Sul punto, un penalista particolarmente attento a queste possibili deviazioni del diritto penale ha osservato profeticamente come «avendo perduto la capacità e volontà di fronteggiare le ingiustizie e insicurezze sociali generate dal mercato, gli Stati sono tentati di rilegittimarsi in forza soprattutto di scelte repressive rivolte verso coloro che in realtà sono già le vittime di quel mercato»[69].

 

  1. Frammenti di una conclusione

 

Le libertà collettive sono l’origine di una forza rigenerativa e potenzialmente re-istituente di una democrazia popolare e partecipativa. Le tracce ricompositive lasciate da questa energia istituente sono però spesso confuse o solo tratteggiate. Si fanno più nitide e marcate laddove le istituzioni pubbliche accolgano questi apporti e se ne lascino rinnovare. L’amministrazione condivisa è il segno più vivido e recente delle potenzialità rigenerative insite in questo processo. Viceversa, le linee restano confuse e contrastate se la sfera pubblica si arrocca sulla difensiva di canali istituzionali entro i quali la vitalità democratica sembra non poter o voler scorrere più[70]. Allora la partecipazione, anziché sprigionare capacità istituente, rischia di rivelarsi velleitaria e di dileguare verso un esito deludente e frustrante.

Non si potrebbe comunque concludere, in nome di un presunto realismo, che essa sia inutile[71]. Lo scollamento, ormai avanzato, tra cittadini, formazioni sociali e istituzioni, è infatti una condizione patologica e nel tempo insostenibile, esposta alle lacerazioni prodotte dalle spinte agenti nelle due direzioni. O la sfera pubblica si rinserra ed involve in forme autoritarie e repressive, come sta accadendo nelle cosiddette democrazie illiberali; o la vitalità democratica riesce a inaugurare e guadagnare nuovi assetti istituzionali, all’interno o all’esterno della sfera pubblica. Proprio nel contesto che fa da sfondo a questa riflessione, di ossificazione dei canali tradizionali di partecipazione politica, per sospingere verso un esito rigenerativo è necessario l’apporto delle libertà collettive che valgono almeno a tenere in tensione, dall’interno, l’ordinamento democratico, attraverso l’esercizio di una capacità di resistenza; a riempire i canali partecipativi ancora percorribili e a tratteggiarne di nuovi.

 

Abstract:In this contribution, collective rights are presented as the nourishment - from bottom up - of an institutional dimension of rights and, at the same time, as the origin of a regenerative and potentially re-establishing force towards a popular and participatory democracy. They are also a factor of the possible, continuous contestation and regeneration of the republican system.

 

Keywords: Collective rights; Participation; collective action.


*   Università degli Studi di Padova (filippo.pizzolato@unipd.it).

** Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1] G. Duso, Reinventare la democrazia. Dal popolo sovrano all’agire politico dei cittadini, Franco Angeli, Milano 2022, pp. 288-290. Per M. Magatti, Il potere istituente della società civile, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 204, «quanto più la membrana costituita dalla società civile è ricca e sviluppata, tanto più esistono anticorpi che contribuiscono a combattere le distorsioni che il processo di differenziazione può sempre determinare»; A. Algostino, Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav, Jovene, Napoli 2011, pp. 214 e 225.

[2] Un tentativo di rilanciare la partecipazione politica utilizzando lo schema e la metodologia dell’azione lobbystica è stato recentemente proposto da A. Alemanno, The good lobby. Partecipazione civica per cambiare la politica dal basso, tr. it., Tlon, Roma 2021.

[3] V., tra gli altri, P. Ridola, Diritti fondamentali. Un’introduzione, Giappichelli, Torino 2006, p. 96.

[4] R. Bin-G. Pitruzzella, Diritto pubblico, Giappichelli, Torino 2023, p. 473, comprendendovi anche l’art. 21.

[5] R. Bin-G. Pitruzzella, Diritto pubblico, cit., p. 474; P. Ridola, Diritti fondamentali, cit., p. 176; cenni critici in P. Mezzanotte, Class action e Costituzione. Dimensione metaindividuale dei diritti e ruolo della giurisdizione, in Nomos, 1/2022, pp. 19 e 21, che rileva «il rischio di una torsione funzionale dei diritti e dello snaturamento della pregnanza difensiva e garantista da cui sono all’origine connotati. Questo rischio si annida nell’enfatizzazione del versante collettivo e partecipativo, così come di quello istituzionale».

[6] P. Caretti-U. De Siervo, Diritto costituzionale e pubblico, Giappichelli, Torino 2023, p. 547 con riferimento agli artt. 17, 18, 39 e 49: «il loro esercizio presuppone il concorso di una pluralità di soggetti, accomunati da un unico fine, e non si esaurisce nella difesa di una sfera di autonomia individuale, ma è diretto alla realizzazione di quelle comuni finalità».

[7] Si v. la sent. 290/1974 della Corte costituzionale. In dottrina, cfr. M. Luciani, Diritto di sciopero, forma di Stato e forma di governo, in Argomenti di diritto del lavoro, 1/2009, p. 21.

[8] C. Crouch, Postdemocrazia, tr. it., Laterza, Bari-Roma 2003.

[9] Un contributo critico all’inquadramento dello strumento processuale alla luce della Costituzione, tra diritti individuali e interessi collettivi, in P. Mezzanotte, Class action e Costituzione, cit., pp. 4 e ss. e 32 ss. L’A. distingue tra azione collettiva e azione di classe. Cfr. anche P. Mazzina, Azione di classe e azione collettiva: principi costituzionali, in Dig. Disc. Pub., Aggiornamento, V, Torino 2012, p. 61 ss. Assai favorevole è la considerazione che allo strumento rimediale riserva M. Spanò, Fare il molteplice. Il diritto privato alla prova del comune, Rosenberg&Sellier, Torino 2022, pp. 20, 40, 56: «la tutela non colleziona casi individuali, né trasfigura l’interesse di molti nell’interesse esponenziale di uno: essa piuttosto mette in comune interessi simili in una sola performance procedurale e così facendo produce un soggetto potente e effimero – una “classe” – destinata a giocare e a vincere una volta sola per poi diversamente ricomporsi e nuovamente affiliarsi»; per l’A. è positiva proprio «la sovversione della logica del diritto soggettivo, da un lato; e la politicizzazione integrale dello spazio della procedura, dall’altro» (p. 97).

[10] P. Mezzanotte, Class action e Costituzione, cit., p. 9: «la legittimazione a instaurare la class action trova motivazione in un dato di ordine materiale: è problematico predicare l’esistenza di una “classe” in quanto gruppo sociale organizzato, se non in funzione del processo. Prima e al di fuori del processo esiste spesso solo una moltitudine non aggregata di individui danneggiati dal comportamento di un grande soggetto economico. È il processo, invero, il luogo in cui le pretese individuali si compongono in un’azione collettiva e nel quale prende forma un gruppo sociale distinto, che, almeno ai fini processuali, sembra dotato di qualificazione giuridica, se non, addirittura, di propria soggettività. (…) il modello dell’azione di classe è funzionale all’esigenza di provocare una capacità di aggregazione laddove essa in principio è più carente». Per questo, l’A. parla di un «ruolo demiurgico degli istituti processuali» (p. 10).

[11] Su cui F.A. von Hayek, Individualismo: quello vero e quello falso, tr. it. Rubbettino, Soveria Mannelli 1997. L’importanza della questione antropologica per il diritto e per l’economia è stata di recente recuperata da P. Costa, Le istituzioni dell’uomo, il diritto e l’economia. Una breve riflessione a partire dal pensiero di Giambattista Vico, in Economia Pubblica, 1/2021, p. 51, proprio per scongiurare «il rischio di ridurre la persona, quasi sulla falsariga dell’homo oeconomicus, ad individuo astratto e presunto razionale».

[12] M. Olson, La logica dell’azione collettiva. I beni pubblici e la teoria dei gruppi, tr. it., Feltrinelli, Milano 1983 (orig. 1965).

[13] Ibidem, p. 28.

[14] Ibidem, p. 14 e p. 50: «Quanto più numeroso è un gruppo, tanto più esso non otterrà un’offerta ottimale di un bene collettivo, e tanto più sarà improbabile che tale gruppo agisca in modo da ottenerne anche una quantità minima. In breve, quanto più numeroso è il gruppo, tanto meno esso perseguirà i propri interessi comuni»; p. 58: «In un piccolo gruppo in cui un membro ottenga una quota del beneficio totale così ampia da trovarsi in migliori condizioni, se pagasse il costo intero egli stesso piuttosto che privarsene, è da presumere che il bene collettivo venga procurato. In un gruppo in cui nessun membro riceve un beneficio così ampio dal bene collettivo da avere interesse a fornirlo anche nel caso in cui debba egli stesso sostenerne tutto il costo, ma in cui il singolo è ciononostante così importante nei confronti del gruppo nel suo insieme che la presenza o l’assenza del suo contributo ha un effetto manifesto sui costi o sui benefici degli altri membri del gruppo, il risultato è indeterminato. In un gruppo numeroso in cui nessun singolo contributo produce una differenza percettibile rispetto al gruppo nel suo insieme, a carico o a beneficio di ogni altro singolo membro, è invece sicuro che un bene collettivo non verrà procurato se non con la coercizione o qualche incentivo esterno che spinga i membri di tale gruppo ad agire nel loro comune interesse».

[15] Ibidem, p. 15. Tale considerazione ha spinto A. Baldassarre ad annotare come l’assenza di rapporti cooperativi diventi non solo la conclusione, ma «la condizione di validità della teoria olsoniana» (A. Baldassarre, Introduzione, in Id. (a cura di), I limiti della democrazia, Laterza, Roma-Bari 1985, p. XVII).

[16] M. Olson, La logica dell’azione collettiva, cit., p. 41 e pp. 46-48: «La parte tecnica di questa sezione ha dimostrato che alcuni piccoli gruppi sono in grado di procurarsi beni collettivi senza ricorrere alla coercizione o a un qualche incentivo positivo distinto dal bene collettivo medesimo. Ciò accade perché in certi piccoli gruppi ognuno dei membri, o, almeno, uno di loro troverà che il guadagno personale che egli ricava dall’esistenza del bene collettivo eccede il costo totale del provvedere una qualsiasi quantità di tale bene collettivo: vi sono, cioè, membri la cui situazione migliorerebbe nel caso in cui il bene collettivo venisse procurato rispetto al caso in cui tale bene non lo sia, anche qualora dovessero sostenere essi stessi l’intero costo per procurarselo. (…) La maggiore probabilità che un bene collettivo venga conseguito si ha in gruppi molto piccoli caratterizzati da un notevole livello di diseguaglianza – e cioè in gruppi composti da membri di “dimensione” o interesse diseguali nel bene collettivo; poiché quanto più un qualsiasi membro è interessato al bene collettivo, tanto più grande è la probabilità che tale membro ottenga una parte così significativa del beneficio che ne deriva che egli trarrà vantaggi dal preoccuparsi che tale bene venga procacciato, anche nel caso che debba assumersene tutti i costi egli stesso. Anche nei gruppi molto piccoli, comunque, il bene collettivo non verrà fornito in misura ottimale»

[17] M. Olson, La logica dell’azione collettiva, cit., p. 77. Stessa conclusione in M. Olson, I limiti della democrazia derivanti dall’azione collettiva, in A Baldassarre (a cura di), I limiti della democrazia, cit., pp. 36-37.

[18] M. Olson, La logica dell’azione collettiva, cit., pp. 180-181.

[19] M. Olson, I limiti della democrazia derivanti dall’azione collettiva, cit., p. 35.

[20] M. Olson, I limiti della democrazia derivanti dall’azione collettiva, cit., p. 48.

[21] G. Jervis, Individualismo e cooperazione. Psicologia della politica, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 165. Sul bisogno di riconoscimento insiste ad esempio A. Pizzorno, Decisioni o interazioni? La microdecisione del cambiamento sociale, in Rassegna Italiana di Sociologia, 1996, p. 123 ss.  Cfr. anche la critica a Olson svolta da F. Cassano, Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Dedalo, Bari 2004, p. 48.

[22] G. Jervis, Individualismo e cooperazione, cit., p. 246.

[23] Il tema è stato rilanciato con successo da T. Greco, La legge della fiducia. Alle radici del diritto, Laterza, Roma-Bari 2021; cfr. anche E. Resta, Le regole della fiducia, Laterza, Roma-Bari 2009.

[24] M. Ricciardi, La fine dell’ordine democratico. Il programma neoliberale e la disciplina dell’azione collettiva, in Scienza & Politica, Quaderno n. 8, 2020, p. 286 e, con l’ordine del sistema, «l’impossibilità di modificare collettivamente le condizioni della propria condizione individuale» (ibidem).

[25] M. Ricciardi, La fine dell’ordine democratico, cit., p. 289: «Il “capitalismo disorganizzante” non mette in discussione solo la mediazione statale, ma anche la possibilità di una sintesi societaria, mirando a impedire ogni possibile politicizzazione in vista dell’uguaglianza. Come affermato programmaticamente da Hayek, la società deve apparire come effetto di un «ordine spontaneo», che non può essere modificato dai singoli che ne fanno parte. La possibilità di questo ordine si basa tuttavia sulla manifesta impossibilità di stabilire connessioni politiche tra gli individui che non siano quelle stabilite dalle logiche individualistiche di affermazione attraverso il mercato». Si richiamano, a supporto, le tesi di M.N. Rothbard, Egalitarianism as a Revolt Against Nature and Other Essays, The Ludwig von Mises Institute, Auburn (Alabama) 2000, p. 5. V. anche la critica all’idea neoliberale in G. Chamayou, La société ingouvernable. Une généalogie du libéralisme autoritaire, La Fabrique, Paris 2018, p. 205 ss.; A. Zhok, Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, Meltemi, Roma 2020, pp. 136-138.

[26] M. Ricciardi, La fine dell’ordine democratico, cit., p. 291. Ibidem, p. 292, a proposito di Rothbard, «Si tratta piuttosto di tenere aperto lo spazio tra gli individui, che non possono in nessun caso presentarsi come un’entità collettiva, e il governo statale delle loro azioni, in modo che l’ordine che già esiste possa affermarsi senza che ci sia un altro potere sopra di lui». Sul pensiero di Rothbard a proposito della democrazia, si v. ora il documentato saggio di R.A. Modugno, Murray N. Rothbard, IBL libri, Torino 2022, pp. 76, 84 ss. e 152.

[27] M. Ricciardi, La fine dell’ordine democratico, cit., p. 294: «Lo scopo della critica è (…) confutare ogni possibile comunicazione tra la società e lo Stato, perché altrimenti la prima, divenendo un aggregato collettivo diverso dagli individui, sarebbe anche la fonte di legittimità in grado di autorizzare qualsiasi azione statale (…) Non si tratta solamente di ricondurre ogni forma complessa di agire a coloro che singolarmente agiscono, ma di contestare che possano esistere forme cooperative in grado di eccedere i limiti dei propositi individuali». Sulle caratteristiche dell’ordine socio-economico (il ruolo del denaro e della tecnica, in primis) come elementi di (deliberata) inibizione della cooperazione, si v. anche, con riferimento alla filosofia di S. Weil, T. Greco, Curare il mondo con Simone Weil, Laterza, Roma-Bari 2023, pp. 98-99.

[28] G. Moro, Cittadinanza attiva e qualità della democrazia, Carocci, Roma 2013, pp. 275-276.

[29] Tra gli altri, G. Moro et aa., La cittadinanza in Italia, una mappa, Carocci, Roma 2022, p. 226.

[30] Si v. la ricerca coordinata da M. Ambrosini (a cura di), Volontariato post-moderno: da Expo Milano 2015 alle nuove forme di impegno sociale, Franco Angeli, Milano 2016. Cfr. anche A. Campati, La distanza democratica. Corpi intermedi e rappresentanza politica, Milano, Vita e Pensiero, Milano 2022, p. 95 ss.; M. Magatti, Il potere istituente, cit., p. 18.

[31] F. Deriu-A. Putini, Movimenti sociali e azione collettiva: strategie, ruoli ed esperienze nelle città del XXI secolo, in La Rivista delle Politiche Sociali/Italian Journal of Social Policy, 1/2022, p. 123 parlano di «movimenti sociali urbani che contribuiscono sì alla creazione di legami sociali, ma entro un perimetro temporalmente limitato e/o spazialmente “chiuso”»; cfr. anche M. Magatti, Il potere istituente, cit., p. 11.

[32] L. Bosi-L. Zamponi L., Resistere alla crisi. I percorsi dell’azione sociale diretta, il Mulino, Bologna 2019, p. 23.

[33] L. Bosi-L. Zamponi, Solidarietà, mutualismo, resistenza: l’azione collettiva in Italia dalla crisi economica a quella pandemica, in la Rivista delle Politiche Sociali / Italian Journal of Social Policy, 1/2022, p. 90 ragionano di «forme di azione sociale diretta, cioè forme di azione collettiva che hanno l’obiettivo di cambiare la società nel suo insieme o un suo aspetto specifico attraverso l’azione stessa invece che rivolgendosi in termini rivendicativi o conflittuali alle autorità statali o ad altri detentori di potere». Per gli aa. cit., il fine politico non è assente: «queste pratiche non erano fini a sé stesse, ma erano tese a costruire rinnovata socialità e partecipazione capace di generare lotta sociale e politica» (ibidem, p. 95). Si trattava infatti di «garantire un ruolo attivo agli attori collettivi in un contesto di latenza, e sfruttare l’opportunità per costruire legami solidali e comunitari che possano favorire, in una fase successiva, una nuova ondata di mobilitazione: è questa la scommessa del mutualismo, per gli attori di movimento» (ibidem, p. 103). L’obiettivo di fondo, pertanto, era «quello di avere effetti di attivazione sulle stesse persone che riescono a raggiungere attraverso queste medesime pratiche, così da dar vita a una nuova politicizzazione, anche conflittuale, della società» (p. 96).

[34] G. Moro, La cittadinanza, in M. Almagisti-P. Graziano (a cura di), La democrazia. Concetti, autori, istituzioni, Carocci, Roma 2024, p. 141 ss. Per Moro, vi è un “resto” di partecipazione: «le azioni di protesta, al limite della legalità od oltre, considerate tipiche della partecipazione “non convenzionale”, sono una quantità modesta rispetto al complesso delle azioni partecipative. Ad esempio, nel corso del 2015 in Italia le manifestazioni in luoghi pubblici che sono consistite in blocchi stradali, picchetti e occupazioni di spazi, risultavano essere il 3,5% del totale; mentre quelle che hanno comportato atti di violenza e vandalismo solo lo 0,7%».

[35] G. Moro, La cittadinanza, cit.

[36] Su cui G. Amendola, Dal mutualismo al sindacalismo sociale. Esperimenti per una politica della produzione, in A. Quarta-M. Spanò (a cura di), Rispondere alla crisi. Comune. Cooperazione sociale e diritto, Ombre corte, Verona 2017, p. 99: «le esperienze mutualistiche e di sindacalismo sociale sono politiche proprio in quanto criticano radicalmente ogni idea di autonomia del politico. Ridisegnano lo spazio politico, a partire dalle città e dalle metropoli in cui agiscono, non come spazio della decisione che si impone dall’alto sui soggetti, come costruzione di un ordine della rappresentanza che pretenda di dettare confini e regole alla produzione sociale (…), né ovviamente come spazio semplicemente subordinato ai dispositivi della valorizzazione, come nelle ricette neoliberali: sperimentano, al contrario, una politica della produzione».

[37] A. Cavarero, Democrazia sorgiva. Note sul pensiero politico di Hannah Arendt, Raffaello Cortina, Milano 2019, p. 45.

[38] M. Magatti, Il potere istituente, cit., pp. 86 e, diffusamente, 113 ss., 151-152, 197-198 (per la società civile come incubatrice dell’istituzionalizzazione); A. Algostino, Democrazia, rappresentanza, cit., p. 133 ss.

[39] F. Pizzolato, Partecipazione e partecipazionismo nello Stato democratico, in Costituzionalismo.it, 1/2023; A. Algostino, Democrazia, rappresentanza, cit., pp. 120-121.

[40] V. soprattutto A. Barbera, Art. 2, in Commentario alla Costituzione (a cura di G. Branca). Principi fondamentali art.1-12, Zanichelli-Il Foro Italiano, Bologna-Roma 1975, pp. 57 ss. e 71; G. Berti, Manuale di interpretazione costituzionale, Cedam, Padova 1994, p. 248; più recentemente, A. Di Martino, La doppia dimensione dei diritti fondamentali, in Rivista del Gruppo di Pisa, 2/2016, p. 42 ss.

[41] P. Haeberle, Le libertà fondamentali nello Stato costituzionale, tr.it., NIS, Roma 1993, p. 125.

[42] P. Haeberle, Le libertà fondamentali, cit., p. 135.

[43] P. Haeberle, Le libertà fondamentali, cit., p. 135.

[44] P. Haeberle, Le libertà fondamentali, cit., p. 146.

[45] W. Cesarini Sforza, Il diritto dei privati, Quodlibet, Macerata 2018; sull’importanza del recupero di questo autore, v. M. Spanò, Fare il molteplice, cit., p. 82: «Per cominciare a ricostruire un’altra storia (una contro-storia?) del diritto privato, e quindi un’altra storia della politica, è dunque necessario “cambiare sole”. Ciò significa che possiamo considerare il diritto privato – come è stato e come è tuttora – in quanto forma autonoma di istituzione di collettivi, come la vera e propria impalcatura dei rapporti sociali e della cooperazione sociale»; ibidem, p. 83; cfr. anche P. Costa, Città e disintermediazione giuridica, in P. Costa-F. Pizzolato-A. Scalone (a cura di), L’autonomia locale e le dimensioni dell’eteronomia, Giappichelli, Torino 2023, pp. 20-21 (in nota).

[46] Sulla distinzione tra potere costituente e potere istituente, passaggi brevi ma significativi in R. Esposito, Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica, Einaudi, Torino 2020, pp. 167-168.

[47] M. Spanò, Situazioni dell’autonomia. Sul carattere cooperativo del diritto privato, in A. Quarta-M. Spanò (a cura di), Rispondere alla crisi, cit., p. 139: «L’autonomia descrive meno un centro di imputazione che il punto di emanazione di una speciale capacità normativa istituente: la capacità di organizzare. Un elemento cooperativo, dunque, ancorché implicito, le inerisce essenzialmente». Ibidem, pp. 141-142: «Il limite storico e strutturale dell’intervento legislativo e dunque l’illusione che la macchina possa essere rimessa in carreggiata lavorando sul suo lato pubblicistico, sollecita lo sviluppo di un diritto del cooperare che tenga assieme l’autonomia privata con l’accesso e la non-proprietà»; v. anche M. Spanò, Fare il molteplice, cit., p. 14; pp. 127-128: «ha poco, e forse nessun senso pretendere di rivolgersi all’arsenale del diritto pubblico per trovare antidoti che, in ragione della loro universalità e generalità, dovrebbero dimostrarsi più efficaci nel rimediare agli effetti nefasti della “topologia” (…) si tratta di pensare allo stesso tempo un diritto pubblico non sovrano e un diritto privato non proprietario».

[48] A. Quarta-M. Spanò, Istituire la cooperazione, in A. Quarta-M. Spanò (a cura di), Rispondere alla crisi, cit., p. 12.

[49] Per M. Follis, Autogestione, in N. Bobbio-N. Matteucci-G. Pasquino, Il dizionario di politica, Utet, Torino 2004, pp. 54-57, essa è la categoria che, nata nel terreno della gestione aziendale e dell’organizzazione industriale, trascolora in ideale politico. A caratterizzarla è un sistema di organizzazione delle attività sociali che si svolgono mediante la cooperazione di più persone, che prendono parte anche alle decisioni, secondo il principio dell’autonomia decisionale di ogni unità di attività.

[50] Cfr. A. Michieli, Contributo allo studio dei profili costituzionali della partecipazione economica, Giappichelli, Torino 2022, p. 2 e passim.

[51] M. Spanò, Fare il molteplice, cit., p. 123.

[52] A. Quarta-M. Spanò, Istituire la cooperazione, cit., p. 15. M. Spanò, Fare il molteplice, cit., p. 85: «il ritiro della politica sovrana fa spazio al diritto privato come una infrastruttura del sociale, dall’altro, il sociale appare nella forma del comune, di una produzione di valore completamente socializzata. Ecco perché il diritto privato può finalmente essere riconosciuto – storicamente e materialmente – come la vera e propria infrastruttura del comune».

[53] A. Quarta-M. Spanò, Istituire la cooperazione, cit., p. 13. Sul punto, v. G. Comazzetto, Orizzonti del neomunicipalismo, in F. Pizzolato-A. Scalone-F. Corvaja (a cura di), La città e la partecipazione tra diritto e politica, Giappichelli, Torino 2019, pp. 216-219.

[54] S. Weil, La persona è sacra?, in Id., Una costituente per l'Europa. Scritti londinesi, tr. it., Castelvecchi, Roma 2013, pp. 188-189.

[55] Rinvio alle considerazioni svolte in F. Pizzolato, Sussidiarietà e riqualificazione dello spazio pubblico, in Labsus Papers, Paper 15, 2009, p. 5 ss..

[56] Rinvio ai contributi in F. Pizzolato-A. Scalone-F. Corvaja (a cura di), La città e la partecipazione, cit.; nonché, per riferimenti bibliografici più ampi, a F. Pizzolato, Città e diritti fondamentali: le ambivalenze della politicità dei diritti, in Istituzioni del Federalismo, 1/2022, p. 155 ss..

[57] A. Cantaro, modelli: autonomia e autodeterminazione nelle vicende del costituzionalismo, in Rivista AIC, 3/2019, pp. 19 e 37.

[58] M. Magatti, Il potere istituente, cit., pp. 217-220; cfr. anche G. Tieghi, Città, diritti umani e tutela glocal, in La città e la partecipazione, cit., p. 191 ss..

[59] F.G. Menga, L’emergenza del futuro. I destini del pianeta e la responsabilità del presente, Donzelli, Roma 2021, pp. 15-16, con riferimento all’azione del movimento Fridays for Future. Sulla categoria, ora anche giuridica, della vulnerabilità, v. le prospettive trattate in O. Giolo-B. Pastore (a cura di), Vulnerabilità. Analisi multidisciplinare di un concetto, Carocci, Roma 2018.

[60] Con riferimento all’omonima campagna di CittadinanzAttiva, v. S. Ianese, Ordine legale e civismo, in F. Pizzolato-G. Rivosecchi-A. Scalone (a cura di), La città oltre lo Stato, Giappichelli, Torino 2022, p. 76 ss.

[61] Con riferimento al movimento No Tav, si v. A. Algostino, Democrazia, rappresentanza, cit., pp. 156-158. In termini filosofico-politici, illuminante il saggio di H. Arendt, Disobbedienza civile, tr. it., Chiarelettere, Milano 2017. Cfr. anche C. Del Bò, La giustizia. Un’introduzione filosofica, Carocci, Roma 2022, p. 47 ss.

[62] In generale, M. Coudrais, Riumanizzare il diritto. Prefazione di Michel Maffesoli, tr. it., Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 30-31 considera «emozioni come la rabbia e l’indignazione (…) necessarie per mantenere la vitalità democratica e istituzionale», e dunque come virtù democratiche, la cui espressione è parte necessaria della ri-umanizzazione del diritto.

[63] In questa direzione si muove anche – nell’intenzione di chi la pratica - la disobbedienza civile a favore dell’autodeterminazione in fine vita e dell’eutanasia.

[64] Le ipotesi di reato contestate agli attivisti sono state interruzione di pubblico servizioviolenza privata, manifestazione non autorizzata, attentato alla sicurezza dei trasporti (art. 432 c.p.), il danneggiamento, eventualmente aggravato, posto che, nel 2019, è stato introdotto un terzo comma, che punisce più gravemente il reato di danneggiamento «in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico» (art. 635 c.p.), istigazione a delinquere (art. 414 c.p.) e addirittura associazione per delinquere (art. 416 c.p.); distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni culturali o paesaggistici (art. 518 duodecies c.p.).

[65] Espressione di una sorta di «impero dell’attualità», proprio di un’età dell’impazienza e del risentimento, in cui è immerso anche il diritto penale, come acutamente osserva G. Forti, Diversioni pensose dallo “sparo” della punitività (post)moderna, in S. Anastasia-P. Gonnella (a cura di), I paradossi del diritto. Saggi in omaggio a Eligio Resta, Roma TrE-Press, Roma 2019, p. 171.

[66] Con riferimento all’ambiente, il ripensamento necessario della dialettica tra rappresentanza e riconoscimento è elaborato da F. Menga, Dare voce alle generazioni future. Riflessioni filosofico-giuridiche su rappresentanza e riconoscimento a margine della recente modifica dell’articolo 9 della Costituzione italiana, in BioLaw Journal – Rivista di BioDiritto, 2/2022, p. 90 ss.; Id., L’emergenza del futuro, cit., p. 96 ss.

[67] Si richiamano ad esempio le posizioni assunte dallo Special Rapporteur dell’ONU per Environmental Defenders under the Aarhus Convention, M. Forst, The criminalisation of environmental defenders is not an adequate response to civil disobedience, in www.editorialedomani.it, 11.4.2023. Il relatore riferisce criticamente di un orientamento, diffuso anche in Europa, repressivo nei confronti di queste manifestazioni di disobbedienza civile, senza considerazione adeguata delle buone ragioni che le animano.

[68] Si v. l’appello “No alla criminalizzazione degli attivisti”, firmato e diffuso sul sito www.giuristidemocratici.it, 8.5.2023. Sul punto, però, l’applicabilità di questa scriminante appare dubbia, in relazione agli orientamenti espressi dalle Corti superiori, perfino nei casi in cui si trattava di riconoscere la necessità di tutela di diritti fondamentali (ad esempio per occupazioni abusive giustificate dal bisogno di procurarsi un bene essenziale, come appunto l'abitazione). Su queste basi, risulta difficile ravvisare, per queste azioni dimostrative, l’attualità del pericolo (misurata con criteri temporali assai più stringenti di quelli di cui si parla a proposito degli effetti del riscaldamento climatico), nonché il carattere non altrimenti evitabile dello stesso. Ringrazio il Prof. Gabrio Forti per avermi offerto utili spunti di riflessione a riguardo. 

[69] G. Forti, "Paradigmi distributivi" e scelte di tutela nella riforma penale-societaria, in Riv. it. dir. proc. pen., 2009, p. 1638. V. anche Id., Percorsi di legalità in campo economico: una prospettiva criminologico-penalistica,Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa, Milano 2006, p. 23; Il mercato e la criminalizzazione dell'"Altro oscuro", in Munera. Rivista europea di cultura, 1/2013, pp. 53-54.

[70] È il tema sviluppato in F. Pizzolato, Resistenza Conflitto Partecipazione. Vitalità democratica e forme istituzionali, Vita e Pensiero, Milano 2023, p. 7 ss.

[71] Colpisce la profondità della riflessione, maturata in contesto certamente differente, di E. Balducci, Francesco d’Assisi, Giunti, Firenze-Milano 2004, p. 52: «la coincidenza tra il reale e il razionale è uno dei pregiudizi della logica del dominio. Ciò che è stato emarginato conserva in sé le risorse che vengono in luce quando si sono consumate le ragioni delle istituzioni che hanno vinto».

Pizzolato Filippo



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