The process of codification of canon law between conservative and progressive tendencies

Il processo di codificazione del diritto canonico tra istanze conservative e spinte progressiste

29.08.2023

Anna Sammassimo*

 

Il processo di codificazione del diritto canonico

tra istanze conservative e spinte progressiste

 

English title:The process of codification of canon law between conservative and progressive tendencies

Doi: 10.26350/18277942_000141

 

Sommario: Premessa. 1. Le istanze emerse al Concilio Vaticano I. - 2.  Il movimento per la codificazione. - 3. I lavori della codificazione. – 3.1. La consultazione dell’episcopato mondiale e delle Università Cattoliche. - 3.2. I vota. - 3.3. La discussione sui vota. - 3.4. Gli Schemata. - 3.5. Le animadversiones. - 4. La promulgazione. - Conclusioni

 

          Premessa

 

Agli inizi dell’800 approcciarsi al diritto canonico è operazione ardua e disagevole per gli stessi giuristi ed esperti della materia: se già la sola consultazione del Corpus juris canonici è ben complessa a causa della sua ampiezza, del diverso valore giuridico delle singole parti, dell’insufficiente sistematica e della scarsa rispondenza alle esigenze dei tempi, i suddetti operatori devono anche districarsi tra le fonti non recepite e non abrogate dal Corpus e muoversi nell’immenso materiale legislativo successivo al XIV secolo[1].

Nonostante ciò, il processo di codificazione nell’ordinamento della Chiesa stenta a decollare e prende avvio solo (circa) un secolo dopo i primi codici moderni: contrariamente, infatti, a quanto avviene, a partire dal XVIII secolo, in Prussia, Francia e Austria, negli Stati Pontifici l’esigenza di un aggiornamento organico e sistematico tarda a farsi sentire. Questo per vari motivi. Innanzitutto, «il bisogno di conoscere il diritto, soprattutto presso i laici, [è] assai meno vivo che non quello dei sudditi di conoscere il diritto profano, essendo ormai ristretto il campo della materia privatistica governato da leggi della Chiesa»[2]; in secondo luogo, nella Chiesa «troppo grande [è] la forza della tradizione, troppo profonda la venerazione per gli antichi testi ed anche troppo grave il decadimento degli studi canonistici in Italia e nella Curia, troppo scarsa la conoscenza storica e la capacità sistematica degli scrittori»[3]; infine, «i principi teorici della codificazione, tanto quelli derivati dalla scuola del diritto naturale, quanto quelli prodotti dalla dottrina dell’utilitarismo, [cozzano …] irreducibilmente con le dottrine filosofiche e giuridiche della Chiesa»[4].

Tutto ciò crea una situazione di stallo che comincia a sbloccarsi nella seconda metà del XIX secolo e più precisamente in sede di preparazione del Concilio Vaticano I[5]. A questo punto, infatti, una parte del mondo cattolico mostra di avvertire interesse per una codificazione del diritto canonico o comunque per una sistemazione della legislazione vigente[6].

 

  1. Le istanze emerse al Concilio Vaticano I

 

La proposta di codificazione del diritto canonico non emerge, tuttavia, nelle risposte dei cardinali di curia[7] all’invito di Pio IX di studiare il progetto di «un Concilio ecumenico per provvedere con tale straordinario mezzo agli straordinari bisogni del  gregge cristiano» e di comunicargli «in iscritto e separatamente ciò che nel Signore avrebbero giudicato convenevole»[8] ma «si trova invece chiaramente enunciata nei responsa dei trentaquattro vescovi di rito latino consultati nell'aprile-maggio 1865 dal pontefice, su proposta della congregazione direttrice, circa gli argomenti da trattarsi nel futuro Concilio»[9]. Più precise richieste vengono poi presentate in risposta alla più ampia consultazione dell’episcopato promossa dalla Santa Sede nel giugno 1867[10].

È soprattutto l’episcopato francese, molto probabilmente ispirato dall’esperienza del Code Napolèon[11], a chiedere una revisione del Corpus (Sergent e Plantier)[12] o una «refonte» di tutto il diritto canonico (Dupanloup)[13] ma si esprimono a favore di un «codex» che riunisca e compendi le leggi vigenti anche i vescovi di Ratisbona e Salamanca[14] mentre altri auspicano che si adatti la disciplina ai bisogni del tempo, «cosicché alle leggi e alle consuetudini incerte e mutevoli succeda una precisa e stabile legislazione per tutte le chiese»[15].

Nonostante la scarsa considerazione da parte delle commissioni preparatorie, l’esigenza di una codificazione è ormai sentita da molti e viene ripresentata da alcuni vescovi italiani e francesi nell’aula conciliare nel gennaio-febbraio 1870, durante la discussione degli schemi «de episcopis», «de sede episcopali vacante» e «de vita et honestate clericorum»[16]. Essa è poi riaffermata nei postulati collettivi presentati tra la fine del 1869 e gli inizi del 1870 ed esaminati tra febbraio e marzo dello stesso anno, al punto che la congregazione «pro postulatis», dopo alcune iniziali incertezze, ammette «ut ad summum pontificem deferretur» la richiesta «de leges ecclesiasticas in unum codicem redigendo», proveniente da trentatrè padri di diverse nazioni e interamente dedicata ai problemi della codificazione[17].

I motivi addotti a sostegno dell’operazione sono vari.

Innanzitutto vi è un giudizio fortemente negativo sulla legislazione vigente soprattutto a causa del disordine normativo che rende molto difficile (se non impossibile) approcciarsi alle fonti la legislazione e fa della certezza del diritto una chimera irraggiungibile. Ancora, vi è una confusa moltiplicazione delle decretali, molte delle quali ormai desuete ed altre non più applicabili anche a causa dei rivolgimenti politici che hanno sovvertito le basi tradizionali dei rapporti tra la Chiesa e gli Stati. Poi, si lamenta la mancanza di norme per i nuovi problemi posti dall’evolversi dei tempi e dei costumi[18].

Tutto ciò ha ripercussioni fortemente negative sulla disciplina della vita ecclesiale, che in molte curie diocesane dipende più dall’arbitrio del vescovo che dalle disposizioni dei sacri canoni. L’amministrazione della giustizia versa, poi, in condizioni disastrose: a causa di procedure confuse e in gran parte inapplicabili ogni diocesi adotta le forme che ritiene più opportune, le negligenze sono inevitabili ed i ritardi privi di ogni giustificazione. Anche in ambito penale è l’incertezza a regnare sovrana, sicché spesso i vescovi si trovano a dover scegliere tra lasciare impuniti dei delitti o procedere in modo arbitrario ex informata coscientia, con la conseguenza di privare gli imputati di ogni tutela, di svuotare la disciplina ecclesiastica, di diminuire la stessa credibilità dell'autorità[19].

Se, a fronte della descritta situazione, vi è convergenza nell'affermare l'assoluta necessità e urgenza di una profonda revisione della legislazione ecclesiastica, quanto alle modalità di tale revisione le richieste appaiono tutt'altro che univoche, limitandosi alcuni a chiedere una revisione e un adattamento del Corpus, altri invece propendendo chiaramente per innovazioni più radicali come la redazione di un «novum corpus» o di un «codex iuris canonici»[20]. Ad ogni modo, pressocché tutti chiedono che la revisione avvenga in modo da rendere la legislazione adeguata ai tempi, aggiungendo, correggendo e modificando quanto necessario; molti insistono poi affinché si giunga ad una raccolta di testi legislativi da cui siano espunte non solo le norme giuridicamente abrogate ma anche quelle disposizioni che non risultino più applicabili o si siano rivelate di difficilissima osservanza[21].

Dal punto di vista formale, poi, si chiede che tale raccolta ricomprenda tutte le leggi vigenti in modo da ovviare all'inconveniente della molteplicità e della dispersione delle fonti; che essa riduca il più possibile lo spazio lasciato alla interpretazione a favore della certezza del diritto e della chiarezza delle fonti e della possibilità di comprensione del testo anche da chi non sia specificamente versato nella scienza giuridica[22]. Si chiede anche che la nuova raccolta sia organica, sistematica e breve, dunque secondo la metodologia adottata dai codici statuali, richiamati esplicitamente da alcuni padri[23].

Tuttavia, se«proprio i lavori di questa assemblea [impongono] all’attenzione delle gerarchie ecclesiastiche e degli studiosi del tempo l’esigenza di una organica reformatio iuris, prospettando anche l’utilità di una sua codificazione, il desiderio dei trentatre padri, condiviso da numerosi altri vescovi, non ottiene alcuna realizzazione pratica durante gli ultimi anni del pontificato di Pio IX, che si limita a riordinare la disciplina delle censure latae sententiae. Anche Leone XIII, che da cardinale si era pronunciato a favore di una codificazione almeno parziale, non va oltre alcuni provvedimenti riguardanti materie determinate come l'edizione e la proibizione dei libri, le congregazioni religiose a voti semplici, le procedure relative alle cause disciplinari e criminali dei chierici.

Le ragioni di questa scelta non sono molto chiare ancora oggi: per alcuni studiosi la codificazione viene decisa già negli ultimi anni di papa Pecci, per altri lo stesso pontefice si considera troppo anziano per impegnarsi nel complesso problema. Uno dei principali fattori determinanti il rinvio è da cercarsi nella questione romana che, da un lato, impegna la Santa Sede in più urgenti problemi e, dall'altro, sconsiglia una codificazione dei principi dello jus publicum ecclesiasticum per il timore della prevedibile reazione degli Stati che porrebbe ulteriormente in crisi la posizione internazionale del pontefice. In ogni caso il periodo immediatamente successivo alla conclusione del Vaticano I, se non appare particolarmente significativo dal punto di vista dell'attività legislativa, è, invece, molto importante e finanche decisivo per il processo di codificazione grazie al dibattito che si instaura tra i canonisti[24].

 

  1. Il movimento per la codificazione

 

La presa di Roma e gli urgenti problemi di carattere politico che la Santa Sede si trova ad affrontare rinviano, dunque, sine die la promulgazione di un codex iuris canonici breve, organico, completo e sistematico[25], e né Pio IX né Leone XIII mettono mano all’opera invocata. Tuttavia, l’assemblea conciliare è riuscita ad imporre la questione all’attenzione delle gerarchie ecclesiastiche e degli studiosi del tempo[26].

Lo dimostra l’animata e approfondita discussione che esplode negli ultimi decenni del 1800 e nei primi anni del 1900 e che riguarda tutti gli aspetti della questione, dalla stessa utilità di una codificazione del diritto canonico alle modalità concrete con cui realizzarla[27].

Innanzitutto, com’è stato sottolineato[28], «mentre alcuni afferma[va]no l'urgenza e la necessità della codificazione, altri ne sottolinea[va]no la difficoltà, manifestando perplessità e riserve fondate su considerazioni di diversa natura».

Decisamente favorevoli al progetto alcuni canonisti arrivano a realizzare, a titolo personale e con risultati differenti, dei progetti di codici[29], che in alcuni casi comprendono tutto il diritto canonico ed in altri soltanto determinate materie[30]: essi sono animati dal desiderio di contribuire a far chiarezza nel panorama legislativo della Chiesa e molto probabilmente, almeno alcuni, influenzati dalla “corrente codificatoria” che in quel periodo attraversa gli Stati europei.

Tra quanti cercano di codificare tutto il diritto canonico vigente vi sono coloro che raccolgono la legislazione vigente limitandosi (per così dire) a ordinarla e ad organizzarla per renderla, appunto, più fruibile: tra questi sia permesso ricordare tre importanti autori, uno francese e due italiani e cioè De Luise[31], Colomiatti[32] e Russo[33].

In particolare, Gaspare De Luise pubblica per primo a Napoli nel 1873 un Codex canonum Ecclesiae, scritto «iuxta methodum intermediam inter antiquas compilationes et codificationes modernas, longiore et profusiore modo referentem textus antiqui iuris». Si tratta, cioè, di un «tentativo non tanto di costruzione di una nuova normativa, quanto di raccolta di testi vigenti per ogni settore»[34], realizzato senza utilizzare quei criteri di brevità e chiarezza ai quali, secondo i canonisti francesi, si sarebbero dovuti conformare tutti coloro che si fossero cimentati nella redazione di un trattato di diritto canonico sotto il titolo e la forma di un codice. Il testo è suddiviso in libri, titoli ed articoli. La divisione tipicamente medievale in cinque libri non è rispettata: le materie contenute nel volume, infatti, sono riportate in otto libri, dunque secondo un’organizzazione del materiale diversa da quelle generalmente seguite dai canonisti, i quali erano soliti adottare l’ordine delle Decretali o il piano delle Istituzioni giustinianee. Il primo tratta De jure publico ecclesiastico. Seguono poi i libri: De ecclesiastica hierarchia; De jure dogmatico; De jure personarum; De jure laicorum; De jure rerum; De criminibus et poenis; De judiciis. Il difetto di questo lavoro è di contenere prescrizioni dogmatiche, una inopportuna ripartizione delle materie e gravi omissioni.

Emanuele Colomiatti, a sua volta, tenta di dare un ordine sistematico al diritto canonico all’epoca vigente sotto il titolo di Codex iuris pontificii seu canonici, la cui pubblicazione ha inizio a Torino a partire dal 1888. Il piano dell’opera prevede due parti: la prima, intitolata Jus primarium sive fundamentale, e la seconda, che avrebbe dovuto contenere il Jus secundarium seu derivativum ma che non viene mai compilata. La prima parte è a sua volta divisa in quattro libri: I. Auctoritas summi pontificis cum suis nominibus; et modus quo creatur summus pontifex idest electio eiusdem, cum potestate cardinalium, Sede apostolica vacante; II. Explicatio auctoritatis summi pontificis id est S. Consistorium, S. Congregationes et alia officia seu collegia pontificia; III. Archivium pontificium, secretaria Vaticana et bibliotheca apostolica Vaticana; IV. Privilegia, id est iura honorificia propria papae, cardinalium, praelatorum, cubiculariorum, etc. L’opera del Colomiatti non è un vero e proprio codice, quanto piuttosto una raccolta di costituzioni pontificie e di decreti dei concilii ripartiti in 1742 canoni, che non hanno nulla in comune con i canoni dell’attuale codice. Per ciascun canone l’Autore riprende senza alcuna modifica le parole del testo legislativo che più chiaramente illustra la questione, mentre in nota riporta sia altri frammenti legislativi ripetitivi sia testi abrogati[35]. Per capire il metodo utilizzato dall’Autore si noti che nel titolo Nomina summi pontificis i can. 53-67 contengono più di 200 denominazioni con cui il Papa, la Santa Sede e la città di Roma compaiono nelle fonti legislative, e per ciascun nome si ha pure il riferimento alle fonti. Tale metodo portò l’Autore a compilare nove volumi per un totale di diverse migliaia di pagine. L’ultimo è apparso nel 1907: l’opera si interrompe, per l’inizio della codificazione ufficiale, alle norme riguardanti la Curia Romana[36].

L’ultima, in ordine cronologico, delle iniziative private di codificazione di carattere generale delle fonti legislative vigenti è lo Juris canonici privati codex vigens, di cui Fortunato Russo pubblica il primo volume a Palermo nel 1904, subito dopo la pubblicazione del motu proprio di Pio X, Arduum sane. L’opera è redatta anch’essa “juxta methodum statuum modernorum”: nel proemio la materia risulta divisa in tre parti –pars I. de personis, pars II. De rebus, pars III. De Judiciis– secondo la sistematica delle Istituzioni giustinianee, ma di fatto è stata pubblicata solo la prima parte. Comprende sei sezioni, suddivise in capi, titoli e canoni, corredati dall’indicazione delle fonti. La prima sezione concerne il diritto delle persone (ed il titolo VIII è interamente dedicato ai Cardinali); la seconda s’incentra sui Capitoli, le Curie, i Sinodi, i Seminari, le Università; la terza comprende i canoni sui precetti, le leggi della Chiesa, i Sacramenti; la quarta concerne le sepolture, i beni ed i benefici ecclesiastici; la quinta e la sesta, rispettivamente il diritto penale della Chiesa ed i giudizi. Ciascun canone contiene nel proprio testo l’indicazione delle fonti. Le circostanze che portano alla pubblicazione parziale di questo testo presentano un certo interesse perché legate alle vicende della codificazione del diritto della Chiesa. L’opera, infatti, sarebbe dovuta uscire nel 1904, ma l’autore, sorpreso dalla emanazione del motu proprio “Arduum sane munus” del 19 marzo 1904, ne blocca l’edizione per timore che tale pubblicazione venga “interpretata per lo meno come una mancanza di venerazione all’atto Pontificio e alla Commissione incaricata all’uopo”[37].

Altri Autori si cimentano in opere ispirate alle legislazioni moderne, ricavando dai testi legislativi vigenti norme brevi, chiare e astratte. Sia permesso, anche in questo caso, ricordare, tra gli altri, tre Autori, due francesi ed uno italiano: Pillet, Deshayes e Pezzani.

Albert Pillet[38] presenta le prescrizioni di diritto canonico in articoli chiari e concisi sul modello del codice civile, ed in particolare del Code Napoléon. Con ciò si prefigge lo scopo di dimostrare che è possibile redigere un codice che abbracci tutto il diritto canonico in brevibus et lucidis formulis. L’opera è divisa in libri, capitoli, sezioni, paragrafi ed articoli numerati per un totale di 2004. Pillet divide la sua opera in base allo schema Personae, res, actiones e dunque in tre parti, chiamate tractatus; un capitolo puramente scolastico di cinque articoli: De definitione et de divisione juris canonici, precedeva il tutto. Dopo questo caput praevium, egli pone i prolegomena divisi in capitoli: De constitutione Ecclsiae, De lege ecclesiastica generatim, De legibus ecclesiasticis in specie, e che corrispondono alle Normae generales del Codice attuale. Il trattato De personis è in tre libri: De clericis, De laicis, De regularibus; il De rebus in quattro: De rebus spiritualibus proprie dictis (sulla predicazione, i sacrementi ed i sacramentali), De rebus sacris, De rebus religiosis, De rebus temporalibus;il De iudiciis et poenis in tre: De iudiciis, De poenis, De delictis et criminibus. Alla fine compaiono degli Addenda tra i quali Pillet pone il Syllabus errorum, la costituzione Apostolicae Sedis di Pio IX e, tradotta da lui stesso dal latino, l’istruzione della Congregazione per i Vescovi ed i Religiosi dell’11 giugno 1880 sulla procedura giudiziaria contro il clero nelle questioni disciplinari e penali. Le fonti sono indicate in nota ad ogni articolo. I testi antichi ripresi alla lettera sono riportati tra virgolette. Dal punto di vista della metodologia del lavoro e della qualità della redazione, l’opera del Pillet segna un importante passo avanti rispetto alle precedenti e dimostra la possibilità di operare una codificazione completa del diritto canonico sul modello dei codici civili degli Stati moderni. Essa ebbe sicuramente una notevole influenza sul processo di codificazione.

Un’opera analoga è pubblicata a Parigi nel 1895 da Florent Deshayes sotto il titolo di Memento juris ecclesiastici publici et privati ad usum Seminariorum et Cleri: un compendio, ad uso dei seminari e del clero, delle leggi di origine divina ed umana sulle quali si costituisce e si regge la Chiesa. Condotta sempre secondo il disegno generale delle Institutiones giustinianee, è divisa in cinque libri: De jure publico interno Ecclesiae, De jure externo Ecclesiae, De personis, De rebus, De judiciis, cui seguono tre appendici che contengono i testi del diritto particolare francese e 19 importanti documenti. I cinque libri sono: I. De jure publico interno ecclesiae; II. De jure publico externo ecclesiae; III. De personis; IV. De rebus; V. de judiciis. Delle tre appendici la prima tratta “de jure particulari Galliae”, la seconda è costituita da una raccolta di documenti, la terza, infine, contiene un index bibliographique. Come il Pillet, il Deshayes redige articoli chiari e brevi, ma lascia troppo spazio al diritto pubblico ecclesiastico.

Tra il 1893 ed il 1902 viene, infine, pubblicato a Roma dal Pezzani, professore di diritto canonico nel Seminario Vaticano, il Codex Sanctae Catholicae Romanae Ecclesiae. Allo scopo di facilitare la conoscenza del diritto canonico, l’Autore traduce la legislazione in vigore in articoli brevi che chiama canoni. L’opera è divisa in quattro parti a loro volta suddivise in titoli e canoni, ciascuno dei quali è corredato da ampi commenti e dettagliate illustrazioni, ma è restata incompiuta. La prima parte, pubblicata nel 1893, contiene i canoni sulla promulgazione e sull’interpretazione delle leggi ecclesiastiche ed i capitoli sulla costituzione della Chiesa e sul Romano Pontefice; la seconda, del 1896, è incentrata sul diritto delle persone; la terza, del 1902, tratta delle res, e la quarta del diritto penale. L’opera del Pezzani viene subito apprezzata dalla dottrina del tempo per la semplicità, la chiarezza, la linearità della forma, la perfezione della sistematica giuridica e la completezza espositiva[39]. Superiore a quelli del Luise e del Colomiatti, il lavoro del Pezzani merita tuttavia il rimprovero di contenere troppe prescrizioni di diritto pubblico e troppe nozioni dogmatiche, soprattutto nel terzo libro. I primi due volumi sono corredati di una tabella analitica che è forse potuta servire da modello ai redattori del Codex.

Molto di tali opere confluirà nel codice pio-benedettino e si può certamente concordare chi ritiene che esse ne costituiscano un primo abbozzo di modello e un utile riferimento[40].

Questi e gli altri Autori che si sono cimentati in tali opere sono tutti convinti che il Codice di diritto canonico debba sicuramente trattare dello jus publicum externum, e dunque della disciplina delle relazioni tra la Chiesa e gli Stati, cui anzi, attribuiscono una importanza fondamentale. Quanto, però, alla sistemazione della materia e alla forma delle singole norme, alcuni, come il Pillet, ritengono che si debba seguire il piano tradizionale delle Institutiones iuris canonici, con la divisione in cinque libri: prolegomena, personae, res, iudicii, poenes, suddivisi in sezioni o titoli da mettere in accordo con quelli delle Decretali; altri invece, come il Colomiatti ed il Pezzani, preferiscono che si distribuisca in maniera originale la materia. Inoltre, per taluni i canoni devono riprodurre per quanto possibile i testi delle leggi canoniche, anche quando questo porti a disposizioni molto ampie e a disuguaglianze tra le stesse, mentre per altri i canoni devono essere brevi, concisi e di formulazione nuova ed uniforme. Infine, gli uni suggeriscono che la legge sia accompagnata da testi e da commentari, gli altri che il Codice non contenga se non le disposizioni legislative con le indicazioni delle fonti. Secondo tali varii principi vengono realizzate le compilazioni del diritto canonico sotto forma di codice ma, da un lato, quelle del De Luise, del Colomiatti, del Pezzani, sono condotte su un piano originale e cercano di mantenere nei canoni il testo primitivo delle leggi (quelle dei due ultimi essendo accompagnate da vastissimi apparati di testi e di illustrazioni), dall’altro lato quelle del Deshayes e del Pillet sono condotte secondo il disegno generale delle Istituzioni e composte di articoli brevi sul modello del Codice napoleonico[41].

La differenza tra le due correnti è ben evidenziata dal Pillet, il quale, dopo aver sottolineato che all’epoca in cui scrive (1897) sono già stati avviati lavori preparatori per la redazione di un codice privato di diritto canonico sia in Francia che in Italia, aggiunge che «tout récemment encore, un traité de droit canonique, écrit sous cette forme, a été publié par un professeur du Séminaire du Vatican, Mgr Pezzani, dont l’oeuvre […] a été accueillie avec bienveillance et bénie avec effusion par le Souverain Pontife. Le docte professeur n’a pas suivi absolument la méthode qu’ont adoptée en France ceux qui l’ont précédé. Nous avions pensé, et notre collègue du Mans, M. l’abbé Deshayes, avait été de notre avis, qu’il fallait formuler maintenant uniquement les textes de loi, en laissant de côté les discussions, les démontrations et les commentaires. Notre confrère de Rome a cru devoir publier immédiatement un commentaire des articles ou des canons, qui expriment et résument nos lois ecclésiastiques; il a cherché à faire ainsi en même temps l’oeuvre accomplie pour le Code civil français, non seulement par Portalis, mais encore par Rogron ou par Marcadé»[42].

Contrari all’idea di provvedere in tal senso sono soprattutto i canonisti tedeschi  ed è significativo che nessun progetto privato di codificazione sia venuto dalla Germania[43].

 

  1. I lavori della codificazione

 

Nonostante dalla pur breve esperienza del primo Concilio del Vaticano siano nati i suggerimenti di riforma e gli auspici per una codificazione moderna del diritto canonico, nonostante molti autori abbiano privatamente realizzato dei veri e propri codici e nonostante che a partire dal 1891 non si smetta più di presentare, nei convegni internazionali cattolici[44], dei rapporti volti a dimostrare la necessità di una revisione e codificazione del diritto canonico, tale opera continua a sembrare impossibile da realizzare.

Per la traduzione in concreto di quello che è ormai un desiderio di tutti si deve dunque attendere l’elezione di Pio X[45], "convinto della necessità del Codice e disposto a superare tutte le gravi difficoltà che la sua compilazione avrebbe necessariamente presentate"[46].

La pubblicazione, il 19 marzo 1904, del motu proprio di Pio X Arduum sane munus de ecclesiae legibus in unum redigendis[47], con il quale la Santa Sede, «intelligentes ad instaurationem in Christo ecclesiasticam disciplinam conferre maxime, qua recte ordinata et fiorente uberrimi fructus deesse non possunt», non solo prende l’iniziativa ma si assume anche la direzione dei lavori di codificazione, desta molta sorpresa negli ambienti ecclesiastici[48].

Nel suddetto motu proprio il Pontefice innanzitutto ricorda come la Sede Apostolica, sia nei concilii ecumenici che al di fuori di essi, «nunquam intermisit ecclesiasticam disciplinam optimis legibus instruere pro variis temporum conditionibus hominumque necessitatibus». Quindi, esprime la consapevolezza che purtroppo le leggi, anche se «sapientissimae, si dispersae maneant, facile ignorantur ab iis qui eisdem obstringuntur, nec proinde, uti par est, in usum deduci possunt» e ciò a grave detrimento della stessa disciplina ecclesiastica. È proprio per evitare tale «incommodum» che i suoi predecessori hanno provveduto alle Collezioni di canoni che, però, non avevano eliminato il problema: «Ipsa namque Collectionum congeries non levem difficultatem parit; saeculorum decursu leges prodiere quamplurimae, in multa congestae volumina; non paucae, suis olim aptae temporibus, aut abrogatae sunt aut obsoleverunt; denique nonnullae, ob immutata temporum adiuncta, aut difficiles ad exequendum evaserunt, aut communi animorum bono minus utiles».

Pio IX e Leone XIII hanno quindi cercato di porre rimedio a tali inconvenienti riformando alcuni settori del diritto canonico ma la loro opera non è stata sufficiente. Quindi, convinto della necessità di una tale riforma ed in risposta alle richieste più volte rivoltegli, dopo aver richiamato le domande dei vescovi e dei cardinali di riunire in una sola raccolta tutte le norme cogenti della Chiesa adattandole alle esigenze del tempo e citato espressamente i postulata presentati al Concilio Vaticano I[49], Pio X dichiara di voler intraprendere la grande opera della codificazione del diritto canonico.

Tutto ciò premesso, Pio X dispone (I) di istituire un «Consilium, sive, ut aiunt, Commissionem Pontificiam» composta di cardinali designati da Lui stesso e (II) da Lui presieduta; (III) che i suddetti cardinali eleggano «iusto numero Consultores», con la propria approvazione, tra gli studiosi di diritto canonico e di teologia; (IV) che «universum episcopatum, iuxta normas opportune tradendas» partecipi ai lavori; (V) che i consultori preparino le materie di propria competenza  e poi le discutano in adunanze presiedute dal segretario della commissione cardinalizia, che i cardinali esaminino gli «studia et sententias» e che tutto il lavoro sia poi sottoposto allo stesso pontefice per l’approvazione[50].

 

3.1.        La consultazione dell’episcopato mondiale e delle Università Cattoliche

 

Per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, in occasione del processo di codificazione del 1917, la Santa Sede incoraggia la partecipazione di tutto l’episcopato all’elaborazione di un corpus legislativo. I vescovi sono chiamati a dare il loro contributo in ben due momenti distinti: all’inizio dei lavori, con i Postulata Episcoporum, e poi in pieno processo di codificazione, quando ci si sta già avviando alla fase conclusiva della stessa, attraverso le Animadversiones Episcoporum[51].

Un tale interesse inteso al coinvolgimento di tutto l’episcopato mondiale è evidente già nel febbraio del 1904 con il motu proprio Arduum sane munus che, come già ricordato, al n. 4 della sua versione definitiva stabilisce: «Volumus autem universum Episcopatum, iuxta normas opportune tradendas, in gravissimum hoc opus conspirare atque concurrere»[52].

Poi, il 25 marzo 1904 il cardinale segretario di Stato Merry del Val invia la circolare Pergratum mihi[53] a tutti i vescovi metropolitani della Chiesa, chiedendo loro di sollecitare il parere di tutti coloro che nelle rispettive province avevano il diritto di prendere parte ai concilii provinciali e di far pervenire alla Santa Sede al più tardi entro quattro mesi i suggerimenti raccolti, brevemente formulati, riguardo alle modifiche o riforme ritenute indispensabili o utili al diritto canonico[54].

Più precise indicazioni sull’opera da compiere si trovano nella lettera che il 6 aprile dello stesso anno Pietro Gasparri[55], in qualità di segretario della commissione pontificia «pro Ecclesiae legibus in unum redigendis», invia alle Università Cattoliche affinché partecipino alla codificazione. In essa, infatti, si legge che è intenzione del Pontefice «universum canonicum ius in canones seu articulos, ad formam recentiorum codicum, apte distribuatur, eodemque tempore, documenta, post authenticas Corporis Iuris collectiones prodita, ex quibus praefati canones seu articuli desumpti sunt, simul colligantur»[56]. Inoltre, viene anche indicato l’ordo da osservarsi per la distribuzione delle materie: «praemissa parte generali complectente titulos De Summa Trinitate et fide catholica, De Constitutionibus, De Consuetudine, De Rescriptis, quinque habebuntur libri: De Personis, De Sacramentis, De Rebus et Locis sacris, De delictis et poenis, De Iudiciis; qui tamen ordo, pro laboris a Consultoribus perficiendi commoditate ab initio constitutus, poterit, si progressu studiorum opportunum videbitur, immutari»[57].

È da sottolineare come tale consultazione manifesti la consapevolezza che i suggerimenti dei vescovi sulle condizioni effettive di vita nelle diverse regioni del mondo avrebbero ben potuto guidare i lavori dei consultori: così, grazie alla collaborazione dell’episcopato, si vuole assicurare al nuovo codice un carattere eminentemente pratico fino ad eliminare tutte le imperfezioni del diritto allora in vigore ed allo stesso tempo introdurre le riforme necessarie[58].

I vescovi rispondono numerosi al cardinale Segretario di Stato: nell’Archivio Segreto Vaticano si trovano moltissime lettere giunte a Roma da tutto il mondo, con innumerevoli suggerimenti che vanno da questioni concrete e puntuali sino a considerazioni molto generali e che riflettono le preoccupazioni e i problemi (non soltanto di ordine giuridico, ma anche ecclesiologico, disciplinare, pastorale ed amministrativo) dell’Episcopato mondiale agli inizi del XX secolo.

Tali proposte sono successivamente raccolte sotto la direzione del consultore Bernardino Klumper in un volume di circa trecento pagine, intitolato Postulata Episcoporum in ordinem digesta e diviso al suo interno in libri a loro volta ulteriormente suddivisi in capitoli[59].

Ad esso si deve aggiungere l’ Appendix ad Postulata Episcoporum, sempre del Klumper, di 68 pagine, che raccoglie, probabilmente, i suggerimenti pervenuti in ritardo alla Commissione per la Codificazione del diritto canonico, quando il primo volume era già in preparazione[60].

Se i Postulata di tutto l’episcopato cattolico sono molto importanti per l’inizio dei lavori, la redazione di un codice è, innanzitutto, un’opera di erudizione e la sua elaborazione è affidata non solo a “pratici” del diritto, ma anche a “teorici”: ecco perché il 6 aprile 1904 Gasparri invia la lettera Universitates quoque studiorum in codificationis opus concurrere debent[61] ai rettori delle Università Cattoliche sollecitandone la collaborazione e soprattutto tracciando a grandi linee il piano dell’opera[62].

 

3.2.       I vota

 

Il 17 aprile 1904, durante la prima riunione generale dei consultori, il presidente Gasparri «dopo aver spiegato lo scopo e la natura del lavoro da compiersi dai consultori e rilevato, accanto alle difficoltà, la necessità e l’opportunità di [quest’] opera di codificazione e di riforma […] propo[n]e infine alla discussione i due dubbi accennati nel biglietto di nomina»[63].

Le due questioni riguardano innanzitutto “la divisione delle materie nel futuro codice” e poi “la distribuzione del lavoro”[64]. Per la divisione delle materie egli propone come base di discussione la divisione tradizionale che richiama nelle sue linee quella delle Istituzioni di Gaio e cioè la nota tripartizione in personae-res-actiones[65]. La discussione su questo schema provvisorio di studio, svoltasi in una serie di consulte parziali successive, si conclude con l’approvazione da parte della Commissione cardinalizia dell’Index materiarum codicis iuris canonici, sempre comunque suscettibile di eventuali modifiche, che prevede la divisione del codice in cinque libri[66].

Il secondo dubbio che il Gasparri sottopone all’attenzione dei consultori nella prima adunanza generale riguarda la questione della distribuzione del lavoro. Definita, infatti, la divisione delle materie, occorre procedere alla redazione in canoni dell’una o dell’altra parte del diritto canonico. Dei due sistemi proposti in merito dal Gasparri viene preferito quello che prevede sia assegnata ad almeno due consultori o collaboratori[67] la stessa materia sulla quale ognuno, separatamente, avrebbe formulato i canoni[68].

Nell’indice sono indicati anche i termini che i consultori devono osservare per la consegna dei lavori – detti vota[69]. Nella trattazione della materia loro assegnata i consultori devono seguire i criteri e le norme fissati dalla Commissione cardinalizia e indicati nella lettera stessa con la quale si assegnavano le materie da studiare e i termini per la consegna[70].

 

3.3.       La discussione sui vota

 

Compiuto il lavoro individuale, comincia quello collegiale. I vota dei consultori vengono sottoposti ai membri della sottocommissione cui appartengono o Commissione speciale[71], che si riuniscono alternativamente il giovedì e la domenica di ogni settimana; ciascun consultore esprime la sua opinione sulle relazioni e sui canoni proposti; tenuto conto della relazione e della discussione, il presidente redige uno schema che viene comunicato a tutti i consultori della commissione e posto in discussione in una successiva seduta e così fino ad accordo raggiunto[72]. Nel caso l’accordo non venga raggiunto, si redige il canone secondo l’opinione della maggioranza o secondo il diritto vigente, aggiungendo tuttavia l’opinione della minoranza e la disposizione divergente da quella in vigore. Lo schema in tal modo preparato dalla sottocommissione viene inviato a tutti i consultori perché ciascuno comunichi per iscritto le proprie osservazioni al cardinal Gasparri[73]. Ogni discussione da luogo, normalmente, ad un nuovo schema; però non è prefissato il numero delle discussioni necessarie per arrivare allo schema definitivo, né il livello di approfondimento con il quale ogni canone deve essere esaminato dalla commissione; ciò dipende fondamentalmente dal giudizio del Presidente della Commissione speciale dei consultori, ossia dal Gasparri o dal De Lai[74].

 

3.4.      Gli Schemata

 

Si considerano schemata le successive redazioni o bozze dei canoni di una materia, realizzate, in un primo momento, dalle commissioni speciali e dalla commissione plenaria dei consultori, e successivamente dai Congressi speciali dei Cardinali[75].

La commissione plenaria dei consultori è composta all’incirca di 40 membri ed ha il compito di esaminare i canoni approvati dalle “commissioni minori” (sottocommissioni o commissioni speciali), prima di sottoporli all’esame del Congresso speciale dei Cardinali. Poiché alle riunioni della commissione plenaria aderiscono, tuttavia, in molti, viene deciso che ad ogni consultore siano inviati gli schemi già formulati e stampati, perché li restituiscano, entro 15 giorni, con eventuali osservazioni, annotate a margine degli stessi canoni. Dopo che le due commissioni speciali dei consultori, istituite rispettivamente il 4 novembre 1904 e il 17 maggio 1905, redigono lo schema definitivo di una materia, lo inviano al Congresso speciale dei Cardinali, al fine di definire il testo dello schema di ogni libro del Codex. Successivamentei Vescovi e Superiori Regolari della Chiesa latina formulano le loro animadversiones[76].

 

3.5.       Les Animadversiones

 

Nel 1912, dopo che i lavori si sono protratti per circa 8 anni, il progetto del codice è quasi portato a termine. Prima di sottoporlo all’approvazione del Pontefice, il cardinal Gasparri ha l’idea di inviare gli schemata votati dalla commissione a tutti i vescovi della Chiesa latina.

Dunque, quando il processo di codificazione ha già percorso un lungo cammino, si torna a sollecitare, ancora una volta, la partecipazione dell’Episcopato. Pio X autorizza questa consultazione[77] e, man mano che la commissione dei cardinali termina l’esame dei diversi Libri, vengono mandati gli schemi a tutti quei Vescovi e prelati latini che, secondo la normativa vigente, avrebbero dovuto essere convocati in un eventuale Concilio Ecumenico[78]. Con una lettera circolare firmata dal Gasparri, datata 20 marzo 1912[79], è inviato ai Vescovi il Liber I: Normae generales ed il Liber II: De personis. In questa circolare (denominata “De mandato”) vengono date istruzioni riguardo alle modalità per procedere all’esame di questi canoni. I Vescovi possono avvalersi a tal fine di tre esperti in diritto, chierici regolari o secolari, tenuti al segreto pontificio[80]. Tra il 1912 ed il 1914 gli schematata Codicis Iuris Canonici sono inviati ai Vescovi ed ai Superiori Religiosi affinchè costoro facciano le loro eventuali osservazioni (Animadversiones).

Come giungono a Roma le animadversiones dei vescovi, vengono classificate ed ordinate secondo la numerazione che avevano i canoni nei relativi schemi[81].

Questi fatti possono risalire già alla fine del 1915 e, pur non esistendo un atto formale di scioglimento, le commissioni speciali dei consultori non sono più convocate come invece era stato fatto nella prima fase della codificazione.

Delle Animadvesiones Episcoporum relative ai Libri I e II del Codex vi è un Riassunto delle osservazioni dei Vescovi e Superiori Regolari al Lib. I e II del Codice,in cui si fa una sintesi delle stesse in un centinaio di pagine, ed un altro più breve con le Animadversiones pervenute in ritardo a Roma, intitolato Observationes Episcoporum et Superiorum Regularium in Lib. I et II Codicis[82].

Riguardo all’effettiva influenza delle Animadversiones sulla codificazione, si può dire genericamente che i Vescovi non erano soliti addentrarsi in questioni tecniche, e che talora le loro richieste, ragionevoli per un aspetto concreto o in relazione ad un canone, perdevano di vista la disciplina globale della materia, il che in molti casi ne impedì l’ammissione. Tuttavia, l’idea di sottoporre gli schemata del codice alla revisione dell’episcopato mondiale si rivela felice e feconda.

 

  1. La promulgazione

 

Il Codex iuris Canonici viene promulgato da Benedetto XV il 27 maggio 1917, giorno di Pentecoste, con la costituzione Providentissima Mater Ecclesia[83] ed entra in vigore il 19 maggio dell’anno seguente.

Il 28 giugno 1917 viene pubblicato in un volume apposito degli Acta Sanctae Sedis, come parte seconda del volume nono, con il titolo Codex iuris canonici Pii X Pontificis Maximi iussu digestus Benedicti Papae XV auctoritate promulgatus assieme alla costituzione anzi citata, alla professio catholicae fidei nella formula di Pio IV e otto Documenta che sono alcune tra le leggi mantenute in vigore dal Codice. In quello stesso giorno il cardinal Gasparri, durante una solenne cerimonia in Vaticano, alla presenza del collegio cardinalizio e di consultori, collaboratori, vescovi e prelati, consegna a Benedetto XV un esemplare del Codice, «dopo aver pronunciato un breve discorso in cui si [domanda] quale [sia] il valore intrinseco di esso e [rimette] bensì l’ardua sentenza al giudizio dei posteri, ma [afferma] che, avendo interrogato valenti canonisti, profondi conoscitori dell’opera, tutti avevano dato risposta confortante e lusinghiera, il merito di che egli ascriveva ai consultori, ai vescovi, ai cardinali, grazie ai quali il Pontefice, mentre l’umanità stava dilaniandosi in una guerra senza esempio nella storia, poteva dare alla Chiesa il Codice delle sue leggi disciplinari, luminosa prova del fatto che la Chiesa cattolica, posta dalla Divina Provvidenza in mezzo alle incessanti competizioni di questa terra, prosegue serena ed immacolata la divina sua missione di amore e di bene, senza lasciarsi distrarre dall’imperversare delle umane tempeste»[84].

Il Pontefice, in risposta al cardinal Gasparri, osserva «che col Codice [è] stato raggiunto il nobilissimo fine cui mirava Pio X, di soddisfare cioè al desiderio di conoscere “tutte” e “sole” le leggi che reggono la Chiesa; “tutte”, perché senza la conoscenza di tutte non si può avere perfetta osservanza dei doveri, “sole”, perché il ricordo di leggi abrogate o cadute in desuetudine può giovare alla storia del diritto, non alla pratica della vita, che anzi rende più difficile ed incerta»[85]. Ritiene, inoltre, di poter anticipare la sentenza che Gasparri vuole lasciare ai posteri «rilevando il valore intrinseco del Codice e giudicando dover esso riuscire altamente proficuo agli interessi della Chiesa», e dichiara infine di proporsi «di zelarne la fedele osservanza, chiudendo l’orecchio ad ogni domanda di deroga»[86].

 

Conclusioni

 

Il dibattito sulla codificazione del diritto canonico è vivacissimo anche dopo la sua promulgazione[87] e fino ai nostri giorni[88]. In particolare, tra le questioni che più vengono indagate, vi è quella della ideologia che l’ha ispirata, cioè il tipo di concezione ecclesiologica e di preoccupazione specifica che hanno mosso i fautori di tale reformatio iuris[89].

Una parte della dottrina ha sottolineato che la codificazione – come operazione politica prima ancora che legislativa - «non è la scelta occasionale di un legislatore più zelante. È, al contrario, un modo tutto nuovo di affrontare il problema delle fonti e di risolverlo, un modo che è essenzialmente vincolato all'immagine nuova che di società, di Stato, di diritto viene disegnata con geometrica precisione nel secolo XVIII consolidandosi poi nel XIX»[90]. Di conseguenza, nella Chiesa cattolica la suddetta operazione sarebbe stata dettata da quella concezione secolarizzante della Chiesa come societas iuridice perfecta che, mettendone in secondo piano l'irriducibile specificità, tende ad assimilare la società ecclesiale a quelle statuali. Così, dunque, come il Code civil, anche il Codice di diritto canonico «si rivelerebbe funzionale a un disegno di accentramento che, mediante la imposizione di una rigida uniformità disciplinare, finisce con il negare ogni legittimo pluralismo, col favorire il giuridismo, con il ridurre quella adattabilità alle più diverse circostanze di tempo e di luogo che caratterizza l'ordinamento canonico»[91].

Altra parte della dottrina, pur ritenendo queste critiche, indubbiamente meritevoli di molta attenzione, ritiene di dover evidenziare gli aspetti positivi della codificazione quali, in primis, sul piano sostanziale, il fatto di aver posto termine alla confusione normativa preesistente, di aver consentito un più ordinato svolgimento della vita ecclesiale e di aver favorito un notevole sviluppo degli studi canonistici[92].

Orbene, se indubbiamente la codificazione del diritto canonico è stata influenzata e anche ispirata dai codici moderni e se non è un caso che tra i maggiori sostenitori dell’operazione vi furono l’episcopato francese ed il Gasparri, è pur vero che in seno alla Chiesa cattolica l’operazione è stata condotta con modalità del tutto peculiari. Si pensi solo, ad esempio, alla vasta attività di consultazione, a cominciare da quella dell’episcopato mondiale e delle Università cattoliche sparse nel mondo, che l’ha preceduta e poi accompagnata.

Queste modalità riflettono ed illuminano una caratteristica essenziale del diritto canonico che lo rende diverso da tutti i diritti statuali: il fatto di essere universale. E non è caratteristica da poco. Se la codificazione del diritto canonico fosse stata una mera operazione di accentramento legislativo e di “assolutismo giuridico”[93], essa molto probabilmente sarebbe stata o sarebbe potuta essere imposta dall’alto, tanto più non essendo e non essendo mai stato l’ordinamento della Chiesa democratico e tanto più dopo la proclamazione, nel Concilio Vaticano I, del dogma dell’infallibilità pontificia. Il Pontefice avrebbe ben potuto, cioè, limitarsi a scegliere dei collaboratori fidati ed assegnare a questi il compito di redigere il Codice e invece no: ha preferito consultare tutti i Vescovi e non solo, richiedendo e valutando le opinioni dei canonisti e degli operatori del diritto, nel maggior numero possibile. È stata dunque un’operazione di carattere mondiale, in cui molte (se non tutte le) realtà ecclesiali si sono sentite coinvolte e valorizzate, chiamate a costruire insieme il futuro della Chiesa.

Quanto, poi, al piano sostanziale, non solo si deve concordare con chi ha sottolineato la bontà della riorganizzazione del diritto della Chiesa ma si deve anche aggiungere che il Codice del diritto della Chiesa – sia quello pianobenedettino sia quello attuale – ha saputo mantenere una caratteristica fondamentale dell’ordinamento canonico che è quella della sua elasticità. Se, infatti, con la scelta del Codice «l’illuminismo giuridico si faceva campione dello statalismo, alterando il messaggio genuino del giusnaturalismo – messaggio universalistico – e riducendo il diritto nelle mani dei vari Sovrani nazionali»[94], con la stessa scelta il legislatore canonico, non solo non rinnega il diritto naturale e la sua superiorità sul diritto positivo ma lascia anche ampio spazio, per un verso, ad istituti come la consuetudine, come l’equità, come la dispensa e la tolleranza e, per altro  verso, ai diritti particolari.

Certamente per Gasparri e non solo «il Codice, più che un servile atto imitatorio, fu una scelta ritenuta necessaria, fu l’armatura giuridica di cui la Chiesa Romana sembrava aver bisogno di fronte a tante incombenti minacce»[95], ma fu anche una scelta ponderata e bilanciata con le peculiarità e specificità dell’ordinamento, quasi bimillenario, della Chiesa.

Se, dunque, negli Stati moderni la codificazione segna una cesura tra presente e passato[96], questo non avviene o comunque non avviene in quegli stessi termini nell’ordinamento della Chiesa[97].

 

Abstract:-Those bishops who at the Vatican Council in 1870 asked the Pope, Pius IX, for the codification of the canon law gave expression to a widely felt need. The last official attempts at the codification of the canon law had been made in the Middle Age. At the end of XIX century, it was extremely difficult in many cases for anyone to get at the law texts themselves. In practice much use was made of works of canon lawyers in which an orderly and full statement of the law in force, duly supported by texts and references, could generally be found. This being the state of things, it is not to be wondered at that the bishops present at the Vatican Council, besides asking for various modifications of the canon law, also expressed a desire for its codification, so that the difficulty arising from the existence of "innumerable laws," among which were contained many that were unknown or repealed, others obsolete, or impossible or very difficult to observe, might be done away with, and the new laws needed to meet changed circumstances be made. The work was set on foot by Pius X when he issued the Motu Proprio " Arduum sane " of March 17, 1904. The object of the proposed Code of canon law was said to be to draw up a clear statement of the general laws of the Church, to set aside what was obsolete or abrogated and to find a place for new laws adapted to the times. The result, in 1917, is the codification of the canon law in the simple and clear form that is found in the Codex Juris Canonici, promulgated by Benedict XV.

Keywords: codification, canon law, Catholic Church


* Università degli Studi di Padova (anna.sammassimo@unipd.it).

[1] Cfr. C. Calisse, La codificazione del diritto canonico, in Rivista internazionale di Scienze Sociali e Discipline Ausiliarie 35 (1904), pp. 346-365.

[2] M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», a cura di G. Feliciani, Bologna 1992, p. 93.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, pp. 93-94, che. Al proposito cfr. anche F. Ruffini, Lo studio e il concetto odierno del diritto ecclesiastico, in Rivista italiana per le scienze giuridiche XIII (1892), pp. 35 ss., ora anche in M. Miele (a cura di), Gli insegnamenti del diritto canonico e del diritto ecclesiastico dopo l’Unità d’Italia, Bologna 2015, pp. 489 ss.; nonché C. Calisse, Codice, in Digesto italiano vol. VII/2, Torino 1897-1902, pp. 442 ss.

[5] Cfr., tra gli altri, E. Cecconi, Storia del Concilio ecumenico Vaticano I, Roma 1872, pp. 35 ss.

[6] Cfr. la puntuale ricostruzione di G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, in AAVV, Studi in onore di Ugo Gualazzini, Milano 1981, pp. 37 ss.; ed anche Id., Presentazione, in M. Vismara Missiroli – L. Musselli, Il processo di codificazione del diritto penale canonico, Padova 1983, pp. 3 ss.

[7] Le risposte arrivano tra il 1864 ed il 1867: tra di esse, quella del bavarese Reisach sottolinea la necessità di una revisione organica della disciplina per adeguarla alle esigenze dei tempi; quella, invece, del cardinal De Luca mette in luce l’opportunità di «raccogliere, ordinare e compendiare» le norme sui rapporti con le autorità civili; cfr. G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., p. 38..

[8] Per gli atti del Concilio Vaticano I si veda J.D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, voll. 49-53: Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani, Arnheim 1923-1927 (d’ora in poi Mansi): in particolare, per l’invito di Pio IX cfr. vol. 49, coll. 9-10. Sottolinea M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», cit., p. 94, che in tale contesto i cardinali si limitano ad insistere sulla necessità di modificare la disciplina ecclesiastica e di adattare la legislazione della Chiesa alle nuove condizioni sociali.

[9] G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., p. 38.

[10] Ivi, p. 39. L’A. sottolinea come diversi prelati affrontano la spinosa questione di una revisione organica della disciplina ecclesiastica nonostante nessuna delle «quaestiones circa graviora ecclesiasticae disciplinae capita» proposte dal prefetto della Congregazione del Concilio, il card. Caterini, ponga il problema. Segue una accurata disamina dei desiderata alla quale si rinvia.

[11] Grossi parla di «un atteggiamento imitatorio […] che sarà dominante nei sostenitori della codificazione, primo fra tutti in Pietro Gasparri»; cfr. P. Grossi, Valore e limiti della codificazione del diritto (con qualche annotazione sulla scelta codicistica del canonico, in A. Cattaneo, L’eredità giuridica di san Pio X, Venezia 2006, p. 143.

[12] Cfr. Mansi, vol. 49, col. 111-112 e 116.

[13] Cfr. Mansi, vol. 49, col. 119.

[14] Cfr. Mansi, vol 49, col. 141-142 e 153.

[15] M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», cit., p. 94.

[16] Cfr. G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., pp. 40-41.

[17] Il postulato, datato 19 febbraio 1870 e sottoscritto da padri di diversa provenienza geografica (tra i quali tredici italiani e tre francesi) è pubblicato in Mansi, vol 53, col. 478-479.

[18] Sottolinea G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., p. 45: «Certamente non sono mancati i tentativi di rendere le leggi adeguate ai tempi, ma le modalità con cui si è cercato di realizzare il necessario «adattamento» hanno aggravato, per certi aspetti, gli inconvenienti, ponendo in crisi la stessa certezza del diritto».

[19] Cfr. G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., pp. 48-50.

[20] Per l’analisi delle singole posizioni cfr. G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., pp. 50-51, il quale interviene a precisare che «l’importanza dei termini non deve essere sopravvalutata sia perché i padri non li adottano in modo costante, univoco e uniforme, sia perché alcuni sono intrinsecamente ambigui come lo stesso termine «codex» che può designare sia una semplice collezione di testi legislativi che un codice in senso moderno». Anche perciò l’A. ritiene di poter concludere che «se vi sono numerosi padri che sostengono la necessità di codificare in senso moderno l'intero diritto della Chiesa questa aspirazione è tutt'altro che unanime poiché mentre alcuni si limitano a chiedere una codificazione parziale, altri ritengono sufficiente una semplice integrazione delle collezioni esistenti mediante gli inserzione o l'aggiunta dei più recenti testi legislativi e altri ancora non vedono nemmeno l'urgenza di una riforma organica della legislazione ecclesiastica».

[21] Cfr. G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., p. 52.

[22] Cfr. G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., p. 53.

[23] Mentre altri si mostrano piuttosto critici; cfr. G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., p. 59-60.

[24] Come sottolinea G. Feliciani, Presentazione, cit., p. 7: «L'interesse di questo dibattito risulta ancor più evidente se si considera che esso non si limita a uno scontro superficiale di tesi contrapposte ma viene condotto in modo talmente approfondito che non pochi fautori del codice, per dimostrarne la possibilità e l'utilità, pubblicano quelli che possono essere definiti come codici privati. Queste opere sono di diverso valore ma è indubbio che alcune di esse presentino un notevole interesse scientifico… gli influssi sul Codex che non possono essere mancati dal momento che alcuni dei loro autori vengono chiamati a far parte del collegio dei consultori».

[25] Cfr. M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», cit., p. 97. Si può leggere di un tentativo di codificazione da parte di Leone XIII in E. Schneider, Die römische Rota, I, Die Verfassung der Rota, Paderborn, 1914, p. 92, n. 1, in cui, tuttavia, l’autore non tratta affatto della codificazione del diritto canonico, ma si sofferma semplicemente sul tentativo di Leone XIII di riorganizzare la Curia, attraverso la nomina di una Commissione preposta all’elaborazione di un progetto, che fu, però, tenacemente osteggiato dai Cardinali della Curia. Al proposito cfr. anche U. Stutz, Der Geist des Codex iuris canonici, Stuttgart, 1918, p. 4, n. 2.

[26] Cfr. G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., p. 80; M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», cit., p. 97.

[27] Cfr., ex multis, A. Boudinhon, De la codification du droit canonique, in Le Canoniste Contemporain, t. 27 (1904), pp. 641-650 e t. 28 (1905), pp. 18-23; F. RUFFINI, La codificazione del diritto ecclesiastico, Prato, 1904; M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», cit., pp. 97-102; A. Van Hove, Prolegomena ad Codicem iuris canonici, ed. altera, Mechliniae-Romae 1945, pp. 386-387 e 617; L. De Echeverria, La codificación del derecho canónico vista en España a fines del siglo XIX, in Apollinaris. Miscellanea in memoriam Petri Card. Gasparri, 1960, pp. 327-341.

[28] G. Feliciani, Il Concilio Vaticano I e la codificazione del diritto canonico, cit., p. 35.

[29] Al proposito cfr., in particolare, S. Raponi, Il movimento per la codificazione canonica: il dibattito nelle riviste e le compilazioni private in Francia alla fine del XIX secolo, in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica 1 (2002), pp. 311-334; C. Minelli, La «refonte» del diritto canonico negli autori francesi alla vigilia della codificazione pio-benedettina, in Diritto e religioni 2 (2017), pp. 622-653.

[30] Tra questi ultimi si ricordano il Code de procédure canonique del Péries, pubblicato tra il 1892 ed il 1893 (cfr. Le canoniste contemporain, t. 15, 1892, et t. 16, 1893), o il Proyeto de codigo procesual canónico (Madrid 1895) riguardanti entrambi la procedura canonica matrimoniale; e l’importante lavoro dell’Holleweck, Die Kirchlichen Strafgesetze (Mainz 1899) relativo al diritto penale della Chiesa. Pur nella loro diversa estensione, un elemento accomunava questi ultimi lavori parziali ai primi: si trattava infatti, in ogni caso, di tentativi di codificazione del diritto canonico posti in essere da privati per dimostrare concretamente la possibilità di realizzare un codice della chiesa, al quale, peraltro, avrebbero fornito ampio materiale.

[31] G. De Luise, Codex canonum Ecclesiae qui ex antiquo jure adhuc usque vigente et ex concilii Tridentini decretis pro cleri atque populi christiani reformatione editis diligenter de prompti atque ex summorum pontificum nuperque Pii IX tam per se quam in sacro concilio Vaticano constitutionibus exscripti tradunutur concinnatus, Napoli 1873.

[32] D. E. Colomiatti, Codex iuris pontificii seu canonici, Taurini, 1888-1907, in Bibliotheca Apostolica Vaticana, R.G. Dir. Can. 107 vol. IX, scatola 29.

[33] F. Russo, Juris canonici privati codex vigens, sive legum ecclesiasticarum omnium novissima collectio, Palermo 1904.

[34] M. Vismara Missiroli - L. Musselli, Il processo di codificazione del diritto penale canonico, cit., p. 120.

[35] A proposito di quest’opera scriveva Ruffini (in La codificazione del diritto ecclesiastico, cit., pp. 7-8) che era composta di «larghi stralci di costituzioni pontificie e di altre fonti nel loro testo originale, rispettata la loro successione cronologica, alternati degli ampi frammenti e delle brevissime sentenze e pr lo più già accompagnato ad ogni testo un intero apparato di commenti».

[36] Cfr. E. Ruffini, Cenno illustrativo sull’opera di Mons. E. Colomiatti, Codex iuris pontificii seu canonici in Atti della Rivista Accademica delle Scienze di Torino, vol. XLIII (1908), pp. 404 ss; H. Laemmer, Zur Codification des canonischen Rechts, cit., pp. 165 ss.; A. Vetulani, Codex juris canonici,in Dictionnaire de Droit Canonique, III, Paris, 1942, p. 920, col. 915.

[37] L’opera comunque, priva di qualunque valore, non ebbe alcuna fortuna; cf. M. Falco, Introduzione allo studio del Codex Iuris Canonici, op. cit., p. 102.

[38] A. Pillet, Jus canonicum generale distributum in articulos, 1° éd. Parisiis 1890 (2° éd. Parisiis 1900), consultato su B.A.V. Fondo C.I.C., scatola 4. Nella nota al lettore il Pillet spiega di aver fatto una selezione tra le vecchie e le nuove leggi di diritto canonico, e dunque che la novità del suo lavoro non consiste nel contenuto, ma nella forma: «Non nova sunt ea quae in hoc libro meo continentur, sed nove et sub forma adhuc inusitata disponuntur. Saeculo enim nostro legislatores jura proponenda fore curaverunt in Codicibus, in quibus leges brevibus et lucidis formulis expressae promulgantur. Et, si in istis operibus, multa sunt quae, quoad doctrinam, minime sint approbanda, forma tamen horumce codicum a nonnullis justissime laudatur. Plurimi nunc ideo, et quidem ex clarissimis inter nostros, optaverunt ut leges canonicae simili forma redigantur, clero populoque fideli sic praesentandae». Poi, l’Autore chiarisce lo scopo che si è prefissato: «… grandi operi perficiendo memet non accinxi. Ad hoc in me penitus deficit non tantum auctoritas legifera, sed scientia requisita ad talem et tantum laborem. Ideo, nec librum meum Codicem nominare volui. Felicem me putarem si illi viro quem ad hoc Deus est vocaturus, ego, quasi humillimus praecursor, viam parare potuissem! Exponere leges ecclesiasticas generales, quales exprimuntur sive in Corpore Juris, sive inter decreta Concilii Tridentini, sive in constitutionibus Pontificum, sive ex decisionibus Congregationum, haec fuit mens mea, hunc libellum conscribendo. Brevis esse volui obscuritatem tamen pro viribus vitando. Opus practicum conficere conatus sum, ad usum illorum quibus Juris dicendi aut applicandi munus incumbit. Discussiones et demonstrationes sedulo omisi» (pp. V-VII). In effetti, il metodo di questo Autore si distingue notevolmente da quello del De Luise e del Colomiatti.

[39] Cfr. La Civiltà Cattolica, vol. VII, Roma 15 agosto 1896; La Voce della Verità, Roma, 5 marzo 1894. Il Monitore Ecclesiastico, vol. I, part. II, anno XXI, fascicolo 4. Conversano, 30 Giugno 1896.

[40] Primi tra tutti, Falco e Feliciani.

[41] Cfr. M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», cit., pp. 100-102.

[42] Quale che sia questa divergenza, l’Autore conclude che essa è «poca cosa», mentre veramente importante è che «à Rome même, à l’ombre de la coupole de Saint-Pierre, sous les yeux et sous la bénédiction du Souverain Pontife, l’idée de la codification canonique a été acceptée et approuvée. Cela seul suffirai déjà pour encourager ceux qui désirent travailler à cette grande oeuvre, et pour démontrer qu’elle n’est ni inopportune, ni sujette à réprobation»; cfr. A. Pillet, De la codification du droit canonique, cit., pp. 29-30.

[43] Basti ricordare che ancora nel 1904, a poche settimane dall’iniziativa di Pio X, Sägmüller dubitava che una codificazione del diritto canonico fosse possibile avuto riguardo allo stato delle relazioni della Chiesa con i vari poteri civili; cfr. J.B. Sägmüller, Lehrbuch des katholischen Kirchenrechtes, t. I, Freiburg, 1904, p. 138.

[44] Cfr. C. Fantappié, Chiesa romana e modernità giuridica. Il Codex iuris canonici (1917), t. II, Milano 2008, pp. 615 ss.

[45] G. Feliciani, Presentazione, cit., pp. 9-10. Sulle modalità con cui viene presa una decisione così rilevante esistono varie e contrastanti versioni, per le quali si rinvia allo scritto testé citato nonché a C. Fantappié, Chiesa romana e modernità giuridica. Il Codex iuris canonici (1917), t. II, cit., pp. 643 ss.

[46] P. Gasparri, Storia della codificazione del diritto canonico per la Chiesa latina, in AAVV, Acta congressus iuridici internationalis VII saeculo a decretalibus Gregorii IX et XIV a codice iustiniano promulgatis. Romae 12-17 novembris 1934, Roma, 1937, p. 4. A proposito della questione circa le modalità con cui venne presa la decisione di dare inizio ai lavori di codificazione esistono opinioni differenti. Secondo alcuni l’iniziativa sarebbe da attribuire al Gasparri, secondo altri al cardinale Gennari ed infine per altri ancora allo stesso pontefice; cfr. G. Feliciani, Presentazione, cit., p. 9, e M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex Iuris Canonici», cit., p. 103.

[47] Acta Pii X, I, Romae, 1905, pp. 219 ss., e Acta Sanctae Sedis vol. XXXVI, 1903-1904, pp. 549-551. Nella scatola n. 1 dell’Archivio Segreto Vaticano, Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari che è possibile consultare presso la Cattedra di Diritto Canonico, Fondo “Codex Iuris Canonici”. Microfilmoteca C.N.R. “La codificazione del diritto canonico” (Fondo CIC), dell’Università Cattolica di Milano si può leggere la relazione manoscritta del motu proprio del Cardinal Gennari, uno dei sedici membri della Commissione Pontificia per la Codificazione del Diritto Canonico. Anche se la data riportata sul manoscritto è febbraio (senza indicazione del giorno), è probabile che la stesura di tale bozza risalga al mese di gennaio. In otto fogli, essa giunge in risposta alla lettera dell’11 gennaio 1904, con la quale Pio X chiese esplicitamente al Cardinal Gennari di redigere un brevissimo Motu proprio da inviare a tutti i Cardinali e consultori membri della Commissione di codificazione. Tale manoscritto presenta alcune correzioni a mano – attribuibili al Cardinal Gasparri – che si ritrovano, per la maggior parte, nello stampato del 1904. L’originario titolo del Motu proprio, De Jure Canonico in unum Corpus redigendo, viene modificato in De vigentibus Ecclesiae legibus in novum Corpus redigendis. Inoltre, il manoscritto del Gennari comprende l’elenco, non presente nello stampato del 1904, dei Cardinali che avrebbero composto la Commissione codificatoria: Marianus Rampolla, Hieronymus Gotti, Dominicus Ferrata, Antonius Agliardi, Vincentius Vannutelli, Seraphinus Vannutelli, Casimirus Gènnari, Beniaminus Cavicchioni, Andreas Steinhuber, Franciscus Segna, Josephus Calas. Vives y Tutò, Felix Cavagnis, Franciscus Cassetta, Franciscus Satolli. Tuttavia, lo stesso numero degli Acta Sanctae Sedis dove si trova il motu proprio Arduum sane munus, conferma in una nota a margine del testo la lista dei sedici cardinali con il cardinal Séraphin Vanutelli in testa, che Pio X nomina membri della commissione codificatrice (Acta Sanctae Sedis vol. XXXVI, p. 551). E’ la prova più evidente della sollecitudine con cui il Santo Padre desiderava dare inizio ai lavori di codificazione. Sul contributo di Pio X alla codificazione cfr. C. Fantappié, Chiesa romana e modernità giuridica. Il Codex iuris canonici (1917), t. II, cit., pp. 639-690.

[48] Cfr. Le Canoniste contemporain, t. XXVII, 1904, p. 300. Non pone, però, termine alla disputa sulla utilità e sulla possibilità di una codificazione del diritto canonico: anzi per certi aspetti accentua i contrasti: cfr., al proposito, G. Feliciani, Presentazione, cit., p. 3-5: «… gli storici del diritto canonico più attenti hanno messo in luce come la tesi di Gasparri che pretende di collocare il codice nella grande linea delle collezioni canoniche dei secoli passati risulti insostenibile. Il Codex, pur conservando nella sostanza gran parte del diritto precedente, costituisce un'assoluta novità poiché la chiesa non aveva mai conosciuto una legislazione che assorbisse in modo pressoché totale la disciplina antecedente, abolendo formalmente tutte le collezioni anteriori».

[49] «At illustres Ecclesiae Praesules, iique non pauci etiam e S. R. E. Cardinalibus, magnopere flagitarunt ut universae Ecclesiae leges, ad haec usque tempora editae, lucido ordine digestae, in unum colligerentur, amotis inde quae abrogatae essent aut obsoletae, aliis, ubi opus fuerit, ad nostrorum temporum conditionem propius aptatis; quod idem plures in Vaticano Concilio Antistites postularunt».

[50] Nota M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», cit., p. 105, che «se la parte espositiva del motuproprio è manchevole e poco esatta, la parte dispositiva è così insufficiente, da non lasciare neppur intendere che sorta di opera il Pontefice volesse compiere: egli, infatti, non dice quale sia il negotium, l’opus che affida ai cardinali, ai consultori ed all’episcopato; il disegno del Pontefice non può indursi se non dai voti che egli accoglie, secondo i quali dovevano essere riunite tutte le leggi della Chiesa, pubblicate fino a quel tempo, digeste in chiaro ordine, tolte di mezzo quelle abrogate o cadute in desuetudine, le altre, ove occorresse, adattate alle condizioni dei tempi»

[51] J. Llobell, E. De Léon, J. Navarrete, Il libro “De Processibus” nella codificazione del 1917, cit., 1999, p. 46. Sull’ordine dei lavori del codice (1904-1917) cfr. C. Fantappié, Chiesa romana e modernità giuridica. Il Codex iuris canonici (1917), t. II, cit., pp. 699-804.

[52] ASV Fondo CIC scat. 1.

[53] Cfr. Acta Sanctae Sedis, vol. XXXVI, 1903-4, pp. 603-604. Lo stampato con la firma del cardinal Merry del Val si rinviene in ASV Fondo C.I.C. scat. 1.

[54] Cfr. J. Llobell, E. De Leon, J. Navarrete, Il libro De processibus nella codificazione del 1917, cit., vol.1, p.47.

[55] Sulla formazione di Gasparri e sul suo magistero parigino cfr. C. Fantappié, Chiesa romana e modernità giuridica. L’edificazione del sistema canonistico (1563-1903), t. I, Milano 2008, pp. 347-416. Sul ruolo di Gasparri nella codificazione del diritto canonico cfr., tra gli altri, i lavori di F.C. Bouuaert, La part du cardinal Gasparri dans la conféction du Code de droit canonique, in Miscellanea in memoriam Petri card. Gasparri, Città del Vaticano 1960, pp. 361-365; e di G. Feliciani, Il cardinal Gasparri e la codificazione del diritto canonico, in Studi in onore di Gaetano Catalano, Soveria Mannelli (CZ) 1998, pp. 563-579.

[56] Acta Sanctae Sedis, vol. XXXVII, 1904-5, p. 130.

[57] Ibidem.

[58] A. Vetulani, Codex juris canonici, cit., col. 920.

[59] ASV Fondo C.I.C., scatola 4: B. Klumper, Postulata Episcoporum in ordinem digesta, Romae (Typis Vaticanis), 1905. È stato, inoltre, rinvenuto un altro esemplare nella Biblioteca dell’Università Gregoriana, alla collocazione Mag. 80 Ef 1. I Postulata sollecitano soluzioni che, in numerosi casi, sarebbero state adottate soltanto dal Concilio Vaticano II e dal Codex Iuris Canonici del 1983. Tuttavia si deve segnalare che per poter realizzare uno studio completo sul processo di codificazione, è necessario integrare i documenti riprodotti dal Klumper con gli originali inviati dai Vescovi, compito non semplice e per la varietà delle lingue dei Vescovi e per le difficoltà legate alla trascrizione dei manoscritti. Tanto più che il Klumper, nell’intento di dare un ordine al materiale raccolto, raggruppò i Postulata a seconda della loro presunta utilità, mutando la collocazione di alcuni di essi ed omettendone altri. La scatola 96 ASV Fondo CIC contiene gli originali non ordinati e non classificati di Postulata e di Animadversiones, ma non tutti, essendovene altri divisi in diverse scatole, e probabilmente, quanto alle Animadversiones, non solo quelle formulate dall’episcopat in occasione dello Schema del 1914, ma anche alcune di quelle formulate dalla Curia Romana nel 1916; cfr. J. Llobell, E. De Leon, J. Navarrete, Il libro De processibus nella codificazione del 1917, cit., p.48. D’ora in poi Postulata.

[60] ASV Fondo C.I.C., scatola 6. D’ora in poi Appendix ad Postulata.

[61] Per il testo della lettera alle Università cattoliche, cfr. Acta Sanctae Sedis, vol. XXXVII, 1904-1905, p. 130.

[62] Cfr. A. Boudinhon, De la codification du droit canonique, in Le canoniste contemporain, t. XXVIII, 1905, p. 20.

[63] Dal verbale manoscritto dell’adunanza del 17 aprile 1904, a firma dell’Assistente E. Pacelli, conservato presso l’Archivio della S. Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, ora in microfilm presso l’Istituto di Diritto Canonico dell’Università Cattolica di Milano (scat. n. 2).

[64] Ivi.

[65] «Dovrebbe premettersi una parte generale o preliminare la quale conterrebbe i titoli De summa Trinitate et Fide catholica (ossia la formula di professione della fede cattolica), De constitutionibus, De consuetudine, De rescriptis. La divisione poi della parte speciale sarebbe data da questo criterio. Le leggi della Chiesa, conformemente al fine della medesima, sono dirette alla santificazione delle persone. Quindi il primo libro della parte speciale dovrebbe essere il De personis. Vengono poi i mezzi di santificazione (De rebus) colle loro relative suddivisioni (…). Infine il terzo libro della parte speciale dovrebbe essere il De iudiciis, comprendente le leggi dirette a ristabilire l’ordine turbato, e il quarto il De delictis et poenis. Questo ordine potrebbe intanto servire almeno come schema di lavoro. Successivamente poi potrebbero introdursi in esso quelle modificazioni che appariranno opportune allo scopo di fissare alla fine l’ordine definitivo», ivi.

[66] Commissione Pontificia per la codificazione del diritto canonico. Divisione delle materie nel futuro lavoro di codificazione. Giugno 1904. Si tratta di una redazione a stampa dell’Index materiarum Codicis Iuris Canonici: De Summa Trinitate et Fide Catholica; liber I. Pars generalis; liber II. De personis; liber III. De rebus; liber IV. De delictis et poenis; liber V. De iudiciis.

[67] A questo punto è opportuno spendere qualche parola sulla differenza tra i termini “consultore” e “collaboratore”. Nell’organizzazione dei lavori di codificazione questa differenza riguardava essenzialmente il fatto che i consultori erano presenti alle sessioni in cui si discutevano i progetti. Questa partecipazione dipendeva fondamentalmente dalla previa residenza in Roma, salvo casi eccezionali in cui qualche collaboratore si trasferì all’Urbe per intervenirvi, diventando così normalmente consultore. Ciò è quanto si apprende dalla lettera Pergratum mihi del 25 marzo 1904, dove si può leggere: “Ad normam autem tertiae ipsarum paragraphi, [del m.p. Arduum sane munus], inter Consultores a Patribus Cardinalibus, Pontifice probante, hi, Romae commorantes, adnumerati sunt, quibus alii postea adiungentur: (…)” (cfr. Acta Sanctae Sedis vol. XXXVI, 1903-1904, p. 603); inoltre, nel n. 4 del Regolamento dell’11 aprile 1904 è scritto che: “i consultori ed officiali interverranno diligentemente a tutte le Consulte, a meno che ne siano impediti da giusta causa”; ed ancora la lettere che Deshayes, nominato consultore, scrisse al Gasparri in data 24 luglio 1904, affermava: “Je m’y suis opposé, ne sachant pas si ce titre de Consulteur n’était pas réservé aux canonistes résidents in Urbe. Je vous demande, Mgr., la permission de solliciter votre avis sur ce point (…)”(in ASV, Fondo CIC, scatola 1). Nella risposta il Gasparri chiariva: “Quant au titre qui leur convient, il a été décidé que le titre de Consulteur soit réservé aux canonistes résidents à Rome et nommés membres de la commission des Consulteurs par les Cardinaux avec l’approbation du St. Père, et à ceux des canonistes étrangers, que l’Episcopat de chaque nation collectivement voudrait envoyer à Rome, suivant les normes indiquées dans la lettre circulaire du Cardinal Secrétaire d’Etat à tous les Evêques catholiques de rite latin en date du 25 mars dernier. Quant aux autres canonistes soit romains soit étrangers, aux quels on a confié l’étude de quelque partie spéciale dans la rédaction du nouveau Codex iuris canonici, le titre, qui leur appartient, est celui de collaborateur. Cette distinction apparaît même dans ma dernière lettre (cfr. Pergratum mihi), où l’on parle toujours de Consulteurs et de simples collaborateurs (consultor aliusve operis ordinator)”. La stessa interpretazione si trova nell’Annuario Pontificio: “Oltre alla predetta Commissione dei Consultori, residenti in Roma, vari altri canonisti italiani ed esteri prendono parte al lavoro della codificazione col titolo di Collaboratori(Annuario Pontificio del 1909, p. 447; del 1913, p. 551; del 1916, p. 571); cfr. Llobell – E. De León – J. Navarrete, Il libro “De Processibus”, cit., pp. 67 ss.

[68] G. Noval, Codificationis juris canonici recensio historico-apologetica et Codicis Pio-Benedectini notitia generalis, Romae, 1918, p. 26.

[69] I “vota” costituiscono, almeno dal punto di vista cronologico, la prima fonte del processo codificatore. In effetti, si tratta dei primi lavori svolti da due o più consultori e collaboratori cui fosse stato affidato un tale compito al fine di avvalersi del loro apporto quale base di partenza del lavoro per la redazione dei futuri schemata. Nonostante tutto e secondo quanto risulta dalla documentazione dell’ASV, la distinzione formale tra votum e schema non è perfettamente definita nel corso del processo codificatore. Non si tratta di due categorie stabilite a priori durante i lavori di codificazione; e neppure lo stesso Gasparri, in qualità di ideatore e di organizzatore del sistema di lavoro, sembra avesse stabilito sin dall’inizio che i documenti preparatori delle Consulte sarebbero dovuti essere di due tipi: vota e schemata. Di fatto, in nessun documento studiato si prevede una tale distinzione; invece, e di contro, in molti punti si parla indistintamente di votum e di schema per designare documenti di natura diversa. Una tale confusione terminologica, riguardo a documenti sostanzialmente diversi, si constata anche in dottrina ed in alcune sessioni tenutesi in seno alla Commissione di codificazione. Infatti, il materiale consultato permette di stabilire che, almeno come regola generale, nella Commissione di codificazione si utilizzava il termine votum per riferirsi a documenti di diverso tipo. Tali documenti possono essere un progetto elaborato in articoli, un rapporto riguardo ad una questione precisa o ad una parte generale del Codex o una proposta di regolamentazione. I primi vota, attribuibili ad un preciso collaboratore o consultore, per la maggior parte risultano essere il primo progetto di disciplina di una materia. Quando non si tratta di un contributo di una persona in concreto, ma è il frutto, ad esempio, della discussione svoltasi nella Commissione dei consultori, il testo viene ad essere designato generalmente come schema, o anche di frequente “progetto”; cfr J. Llobell – E. De León – J. Navarrete, Il libro De processibus nella codificazione del 1917, cit., pp. 70-77.

[70] Cfr. Sunto del “Codex iuris canonici”, in Monitor Ecclesiasticus 1918, p. 25 n. 3; P. Gasparri, Praefatio (ed. in 18°), pp. XXX ss.

[71] Se l’esistenza di commissioni speciali di consultori è assodata alla luce dei documenti del ASV, non si può dire lo stesso riguardo al loro numero ed a coloro che ne fecero parte nelle diverse fasi della codificazione; cfr. J. Llobell – E. De León – J. Navarrete, Il libro De processibus nella codificazione del 1917, cit., pp. 63 ss.

[72] In tal modo, dice il Gasparri, non c’è nulla nel Codice che non sia stato discusso quattro o cinque volte, e alcuni argomenti come, secondo il Noval, la rimozione amministrativa dei parroci, sono stati discussi anche dieci o dodici volte; cfr. M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», cit., p. 114.

[73] Ibidem.

[74] Tutti gli schemata passavano per le mani del Gasparri per essere inviati ai consultori della commissione plenaria, di cui accettava o respingeva le osservazioni che riteneva opportune prima di far pervenire lo schema al Congresso dei Cardinali, al quale Gasparri era sempre presente, prima come Segretario e poi come Cardinale.Si deve tuttavia precisare un punto riguardo alla descrizione appena fatta degli schemata. In diverse occasioni si può leggere nei verbali che, dopo il dibattito su un votum iniziale (es. votum Bassibey sul processo matrimoniale), non sembrando opportuna la distribuzione o la redazione fatta dal consultore incaricato, veniva chiesto ad uno dei consultori membri della commissione speciale che realizzasse un nuovo progetto, tenendo conto ovviamente di tutto quanto detto riguardo al primo votum. In questo caso ci troviamo “materialmente” di fronte ad un secondo votum; ma al contempo non si trattava di un votum fatto ex novo, iniziale, ma del frutto delle discussioni avutesi in seno alla commissione corrispondente sul primo votum. Pertanto anche questi progetti vengono considerati come veri e propri schemata, frutto di un lavoro della commissione dei consultori, indipendentemente dal fatto che il testo del codice sia più o meno simile a tali schemata; cfr. J. Llobell – E. De León – J. Navarrete, Il libro De processibus nella codificazione del 1917, cit., pp. 80 ss.

[75] L’esistenza di questa commisione era stata già prevista al numero 15 del Regolamento. Ma già in una lettera del 31 marzo 1904 il Gasparri esortava alcuni Cardinali membri del Congresso cardinalizio (per la precisione a F. Cavagnis, B. Cavicchioni, D. Ferrata, C. Gennari, G. Vives y Tutó, cfr. P. Gasparri, Praefatio, cit., p. XXXVII) a studiare prima di tutto il trattato De sacramentis per poi occuparsi di quello De personis e così di seguito, essendo questo il desiderio del Papa. Il momento in cui questo Congresso speciale iniziò ad esistere e ad essere operativo, potrebbe collocarsi intorno al 3 maggio 1904, quando il Gasparri dispose che un gruppo ristretto di cardinali dovesse esaminare i punti che non avessero presentato particolari difficoltà o comportato innovazioni del diritto vigente (cfr. ASV Fondo CIC, scat. 1). La principale funzione del Congresso consisteva nell’esaminare il lavoro precedentemente dibattuto nella Consulta (nel Regolamento dell’11 aprile si parla della Consulta per fare riferimento alle riunioni dei consultori senza specificare, caso per caso, se si tratta di una commissione plenaria o speciale. Non si verificò lo stesso con la Commissione cardinalizia, nella quale furono distinte chiaramente, nello stesso Regolamento, la “plenaria” e la “speciale”).

[76] Cfr. J. Llobell, E. De Leon, J. Navarrete, Il libro De processibus nella codificazione del 1917, cit., pp. 61-62-79 ss.

[77] Cfr. P. Gasparri, Storia della codificazione del diritto canonico per la Chiesa latina, cit., p. 5

[78] Cfr. P. Gasparri, Praefatio, cit., p. XLI.

[79] Cfr. ASV Fondo CIC, scat. 1: sono rinvenibili quattro diversi documenti stampati di questa circolare; il primo con la detta data, diretto ai Vescovi suffraganei; il secondo, datato 1 aprile 1913, di egual tenore; il terzo del 1 luglio 1913 ed il quarto del 15 novembre 1914, diretti a tutti i Vescovi senza ulteriore specificazione.

[80] Un anno dopo, il 1 aprile 1913, fu inviato il Liber III: De rebus preannunciandosi di già l’invio del Liber IV: De delictis et poenis e del V: De iudiciis ecclesiasticis, che sarebbero stati trasmessi rispettivamente il 1 luglio 1913 e il 15 novembre 1914; cfr. P. Gasparri, Storia della codificazione del diritto canonico per la Chiesa latina, cit., p. 8.

[81] Talune volte esse pervennero separatamente ma in genere erano ricevute assieme a quelle del Metropolita, poiché così si disponeva al punto V della Circolare (cfr. ASV Fondo CIC, scat. 1). E come già si fece con i Postulata, anche in questo caso furono stampate le Animadversiones, che per quanto riguarda il Liber V: De iudiciis ecclesiasticis, sono contenute in un quadernetto di più di cento pagine (ASV Fondo CIC, scat. 73; si tratta di un opuscolo di 108 pagine redatto dal Gasparri con il titolo: Animadversiones Episcoporum ac Superiorum Regularium in Libro V Schematis Codicis Iuris Canonici). La scatola 96 contiene gli originali non ordinati e non classificati dei Postulata e delle Animadversiones. Ciò, tuttavia, non comporta che vi si rinvengano tutti i suggerimenti e le osservazioni formulati dai Vescovi, poiché ne è giunta notizia di altri. Sono, infatti, pervenute, ad esempio, Animadversiones nella scatola 73 in tema di processi matrimoniali e nella scatola 36 in tema di matrimonio. (cfr. J. Llobell – E. De León – J. Navarrete, Il libro De processibus nella codificazione del 1917, cit., p. 48). È comunque opportuno puntualizzare che nella citata documentazione si trovino Animadversiones non corrispondenti a quelle formulate dall’Episcopato in occasione dello schema del 1914, ma vi siano quelle formulate dalla Curia Romana nel 1916 (cfr. ASV Fondo C.I.C., scatola 26, parte II, priva di numerazione). Nessuna di queste ultime tratta, però, dei Cardinali.

[82] Entrambi i testi stampati si rinvengono nella Biblioteca della P.U. Gregoriana, sotto la collocazione rispettiva di «2033 II» e «2033 V», ma non nell’ASV Fondo CIC; cfr. J. Llobell – E. De León – J. Navarrete, Il libro De processibus nella codificazione del 1917, cit., pp. 81 ss.

[83] Acta Apostolicae Sedis, vol. IX, parte II, 1917, pp. 8 ss.

[84] Si cita il discorso come riportato da M. Falco, Introduzione allo studio del «Codex iuris canonici», cit., pp. 119-120.

[85] Ibidem.

[86] Ibidem.

[87] Per una panoramica di tale dibattito cfr. R. Astorri, La canonistica di fronte al CIC 17, in A. Cattaneo (a cura di), L’eredità giuridica di san Pio X, cit., pp. 173-183.

[88] Cfr., tra gli altri, C. Fantappiè, Per la storia della codificazione canonica (a cento anni dal suo avvio), in Ius Ecclesiae 16 (2004), p. 41, nonché i numerosi lavori monografici successivi alla possibilità di visionare l’Archivio Segreto Vaticano.

[89] Al proposito cfr. C. Fantappié, Chiesa romana e modernità giuridica. Il Codex iuris canonici (1917), t. II, cit., pp. 807 ss.

[90] P. Grossi, Valore e limiti della codificazione del diritto (con qualche annotazione sulla scelta codicistica del canonico, cit., p. 146, il quale sottolinea anche che prima di questa maturità moderna abbiamo sì codificazioni e codici ma in una accezione assolutamente generica, tesa ad indicare ogni attività fissatoria e sistematoria che viene operata del diritto, ma non abbiamo quella fonte tipica e nuova che è il Codice dopo quello di Napoleone I. E aggiunge che «scegliendo il Codice, non si faceva qualcosa di innocuo, di puramente formale, senza implicazioni ideologiche e culturali. Al contrario, si assumeva a suprema fonte canonica il prodotto tipico di un certo momento storico e - quel che è peggio - intriso delle ideologie in esso circolanti», e cioè quelle dell'illuminismo giuridico qual è estrema derivazione dell'incisivo movimento giusnaturalistica e della rivoluzione francese (pp. 145-146). Cfr. anche, tra i numerosi scritti dell’A. sul tema, Id., Storia della canonistica moderna e storia della codificazione canonica, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno 14 (1985), pp. 587-599; e Id., Storicità del diritto, in Apollinaris LXXIX (2006) 1-2, pp. 105-117.

[91] Cfr. G. Feliciani, Presentazione, cit., p. 6.

[92] Ibidem.

[93] P. Grossi, Valore e limiti della codificazione del diritto (con qualche annotazione sulla scelta codicistica del canonico, cit., p. 146; Id., Ancora sull’assolutismo giuridico (ossia: della ricchezza e della libertà dello storico del diritto), in AAVV, Studi in onore di Giorgio Berti, Napoli 2005. 

[94] P. Grossi, Valore e limiti della codificazione del diritto (con qualche annotazione sulla scelta codicistica del canonico, cit., p. 148.

[95] Ivi, 154.

[96] Ivi, 132.

[97] Per uno sguardo sul rapporto tra storia e diritto con riferimento al processo di codificazione cfr. anche T. Sol, Quale futuro per la storia del diritto canonico dopo la codificazione del 1917?, pro manuscripto, in http://www.consociatio.org/congresso2017

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Sammassimo Anna



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