The flexible dogma of property and the 'peregrinus' soldier in a eastern province of the Roman Empire. P. Yadin 11

Il dogma ‘flessibile’ della proprietà e il soldato peregrino in una provincia orientale dell’Impero Romano P. Yadin 11

23.02.2023

 Lucia di Cintio

Professoressa associata di Storia del Diritto Romano e di Diritti dell’Antico Oriente Mediterraneo, Università degli Studi di Salerno

 

Il dogma ‘flessibile’ della proprietà e il soldato peregrino

in una provincia orientale dell’Impero Romano

P. Yadin 11*

English title:The flexible dogma of property and the 'peregrinus' soldier in a eastern province of the Roman Empire. P. Yadin 11

 

Sommario: 1. Il testo. 2. La cittadinanza dei militari nei territori orientali dell’Impero. 3. Koinè e assenza delle clausole a diritto romano. 4. Usurae. 5. Ipoteca. 6. Il dogma ‘flessibile’ della proprietà.

 

DOI: 10.26350/18277942_000105

 

1. Il testo

 

Il presente lavoro si inserisce in una serie di contributi[1] dedicati allo studio del cosiddetto Archivio di Babatha[2], ossia un gruppo di papiri privati dalla cui analisi sono stati dedotti elementi interessanti e significativi riguardanti sia aspetti giuridici sia sociali nelle province orientali, in particolare in quella di Arabia, nel II secolo d. C.

Il documento, che ci si accinge ad analizzare, riguarda un prestito garantito da ipoteca tra un centurione e un provinciale del villaggio En-Gedi, che sembra svelare lati inediti e sorprendenti nel diritto ai confini dell’impero, integrando, e in alcuni casi superando, le conoscenze acquisite dal Corpus Iuris Civilis, nonché dalle fonti letterarie.   

 

(a.124 En-Gedi)

ἐπὶὑπάτωνΜανείουἈκειλίουΓλαβρίωνοςκαὶΤορκουάτουΘη̣β̣ανιανοῦπρ̣[ὸ] μ̣ιᾶςνωνῶν̣ Μ̣α̣ί(*)ωνἐνἘνγαδοῖςκώμῃκυρίουΚαίσαρος,

ἸούδαςἘλαζάρουΧθουσίωνοςἘνγαδηνὸςΜαγωνίῳΟὐά[λ]εντι (ἑκατοντάρ)χ(ῳ) σπείρ̣η̣ςπρώ̣τηςμειλιαρία̣ς̣(*) Θρᾳκῶνχαίρειν· ὁμολογῶἔχεινκαὶ

ὀφείλεινσοιἐνδάνειἀργυρίουΤυρίουδηνάρια⟦τεσσαράκοντα⟧ \ἑξήκοντα/ ο̣ἵ̣ ε̣ἰσινσ̣τατῆρ̣εςδεκ̣[α]π̣έντε , ἐπὶὑποθήκῃτ̣ῇ̣ ὑπαρχούσῃ⟦Ἐλα⟧αὐλῇ

ἘλαζάρῳΧθουσιωνος(*) πατρίμουἧςἔχωἐπιτροπὴνὑποτιθέναικα[ὶἐγ]μισθο[ῦνπα]ρ̣ὰτοῦαὐτοῦἘλαζά[ρο]υ̣, ἧςαὐλῆςγείτονεςἀπὸἀνα̣-

5τολῶνσκηναὶκαὶἸησοῦςΜανδρ̣ῶνο̣ς, δύσεος(*) σκηναὶκαὶἐργαστ̣ή̣[ρ]ι̣ο̣[ν] τ̣ο̣ῦ̣ α̣ὐτ̣[οῦἘλαζάρου] π̣ατρό̣[ςμο]υ̣, ν̣ό̣[του] ἀγορὰκαὶΣίμων

Μ̣αθθαίου, βορ̣[ρᾶ] ὁδὸςκαὶπραισίδιον, ὃἀργύριονἀπ̣οδ̣ώσωσοικα̣[λ]άν̣δ̣αιςἸανα[ουαρίαι]ς(*) ⟦τοῦτό[κου] τ]οῦαὐτοῦἔτους, τὸνδὲτό-

κονχορηγ̣ήσωσοιτοῦαὐτοῦἀργυρίουκατὰμῆναὡς̣ τῶ̣νρδηνα̣[ρ]ων(*) δηναρ̣ο̣[ν](*)[ ἕ]ν̣ , κα̣ὶἐά̣ν̣ σοι [μ]ὴ̣ ἀ̣ποδώσωτῇὡρισμένῃ

προ[θ]ε̣σ̣μ̣ίᾳκαθὼςπρογέγραπταιτ[ὸδίκα]ι̣ονἔσ̣[ται] σοικτᾶσθ̣[αιχ]ρ̣ᾶσθ̣α̣ι̣ π[ωλ]ε̣ῖ̣ν̣ διο̣[ικεῖντὴ]ναὐτὴνὑποθήκηνχω̣ρ[ὶς]

  ̣[  ̣]  ̣  ̣  ̣  ̣ κ̣[αὶἡ] π̣ρ̣ᾶ̣ξ[ιςἔσταισο]ικα̣[ὶτ]ῷ [π]α̣ρ̣ά̣ σο̣υκαὶ [ἄλλῳπαντίτῷδι]άσουἢὑπέρσου̣ κ̣[υρίως]

10τοῦτοτ[ὸ] γράμμαπροφέροντι, ἔκτεἐμοῦκαὶἐκτῶνὑπα̣ρχόντων̣ [μουπάντῃ] πάν[των] ὧνκέκτημαικ̣α̣ὶ̣ ὧ̣ν̣ ἐ̣ὰ̣ν̣

ἐπικ̣τ̣ήσω̣μαι, πράσσοντικυρίως, τρόπῳᾧἂναἱρ̣ῆ̣τ̣αιὁπ̣ρ̣άσσω̣[ν. - ca.12 -]  vac. ?

ἐπ̣ὶὑ̣[πάτ]ω̣νΜανείο̣υἈκειλίουΓλαβρίωνος̣ κα̣ὶΤορκουά[τουΘ]η̣βανιανο[ῦπρὸ] μ̣ιᾶςνων̣ῶ̣νΜαί(*)ω[ν]

ἐνἘνγαδοῖςκώμῃκυρίουΚαίσαρος, ἸούδαςἘλ̣[αζ]ά̣ρ̣ο̣υ̣ Χθο̣υ̣[σίω]ν̣ος̣ Ἐ[ν]γ̣αδηνὸςΜαγωνίῳ

Οὐά̣λ̣εντι (ἑκατοντάρ)χ(ῳ) σπείρηςπρώτηςμειλιαρίας(*) Θρᾳκῶνχ[αί]ρε̣ι̣ν· ὁμ̣ο̣λ̣ο̣γ̣ῶἔ̣χεινκαὶὀφείλειν

 

Testo esterno

 

15σοιἐνδάνειἀργυρίουΤυρίουδηνάριαἑξήκοντα, οἵεἰσι̣ν̣ [σ]τ̣α̣τ̣ῆ̣ρεςδεκα̣πέντε , ἐπὶὑπο-

θήκῃτῇὑπαρχούσῃαὐλῇἐνἘνγαδοῖςἘλαζάρῳΧθου̣σιω̣ν̣ο̣ς̣(*) π̣α̣τ̣ρίμ̣ου̣ ἧςἔχωἐπιτ̣ρ̣ο̣-

πὴν̣ ὑ̣πο̣τιθέ̣[ν]αικαὶἐγμισθοιν(*) παρὰτοῦαὐτοῦἘλα̣[ζάρο]υ̣, ἧςαὐλῆ̣ςγείτ̣[ο]ν̣εςἀπὸἀνα-

τ[ο]λ̣ῶ̣νσκ̣ηναὶκαὶἸησοῦςΜαν̣δ[ρ]ῶ̣ν̣ο̣ς̣, δύσεος(*) σκη̣ν̣[αὶκαὶ] ἐ̣ρ̣γασ̣τ̣ήριοντοῦαὐτοῦἘλαζάρ<ο>υ

πατρόςμου, νότουἀγορὰκαὶΣ[ί]μ̣ω̣νΜαθθ̣αίου, βο̣ρ̣[ρᾶὁ]δὸς [καὶπρ]α[ισ]ί̣δ̣[ι]ο̣ν, ὃἀργύριον

20ἀποδ̣ώσωσοικ̣αλάνδαιςἸαναουαρία̣ις(*) τῷαὐτῷἔτει̣ [τῆς] α̣ὐτῆς̣ ὑ̣π̣α̣τ̣είας, τὸνδὲτόκονn

χορηγήσωσοιτοῦαὐτοῦἀργυρίουκα̣τ̣ὰμῆναὡςτ̣ῶ[ν] ἑκατὸνδ̣η̣[να]ρων(*) δ[η]ν̣αρον(*)

ἕνκατὰμῆνα. ἐὰνδέσο̣ιμ̣[ὴἀποδώσωτ]ῇ̣ [ὡρισμένῃπροθεσμίᾳκα]θ̣ὼ̣ς̣ προ[γ]έ̣γρα-

[πταιτὸδ]ί̣[καιο]ν̣ ἔσ[ταισοικτᾶσθαιχρᾶσθαιπωλεῖνδιοικεῖντὴναὐτὴνὑποθ]ή̣κ̣η̣[ν]

[ -ca.?- χ]ω̣ρ̣[ὶς  -ca.?-]

25[- ca.14 -]ς̣, [καὶἡπρᾶξιςἔσταισοικαὶτῷπαράσουκ]α̣ὶἄ̣λλῳ̣ π̣α̣ν̣[τὶ] τῷδιά

[σο]υ̣ ἢὑ̣[πέρσο]υ̣ κυ̣ρί̣ως̣ τ̣[οῦτοτὸγράμμαπροφέροντι, ἔκτεἐ]μοῦκαὶἐκτῶνἘλαζάρου̣

πατρόςμουὑ̣παρχ̣[ό]ν̣τω̣ν̣ [πάντῃ] π̣ά̣[ν]τ̣ω̣[ν], ὧ̣[νκεκτήμεθα] κ̣α̣[ὶὧνἐ]ὰ̣ν̣ ἐπικτησώ-

μ̣ε̣θ̣α̣, [π]ρ̣ά̣[σ]σ̣ο̣ν̣τικ̣υ̣ρ̣[ί]ως, τ̣ρόπ̣ῳὧνἂν [αἱ]ρ̣ῆ̣[ταιὁπράσσων, κυρ]ίας̣ τῆςμισ-

θώσεωςἧςσ̣ο[ι]   ̣  ̣  ̣[  ̣  ̣  ̣]υἐμίσθωσ̣α̣. vac. ?

30ἑρμη̣νεία· Ἰ̣ο̣ύ̣δα̣ςἘλ[αζάρου] Χθο̣[υσίων]οςτ̣ὰ̣ α[  ̣  ̣  ̣  ̣]μην[ -ca.?- ]

[  ̣  ̣  ̣] ὑ̣πέθηκαἀκ̣ολούθω[ςτοῖςπρογεγρ]α̣μμ̣έ̣ν̣[οις. ἐγράφηδιὰ]

Ἰ̣ο̣υ̣σ̣τείν̣ο̣υ̣.

Γαῖος Ἰούλιος Π̣ρ̣οκλῆς

Κ̣αλλαῖος Ἰωάνου μάρτ(υς)

Ὠ̣ν̣ήσιμος Ἰαν  ̣  ̣  ̣ου μάρτυς

Ἰωάνης   ̣  ̣  ̣  ̣υ̣ μ̣ά̣ρ̣τ̣(υς)

35Ἰώσηπος Σ̣αει  ̣ου [μά]ρ̣τυς

Σ̣ί̣μων Σ̣[ί]μων̣ο̣[ς μάρτυς]

Θεώ̣δ̣ο̣ρ̣ος̣ υἱὸς̣ [  ̣  ̣  ̣]ί̣ου μάρ(τυς)

 

Si tratta di un atto in cui si legge di un prestito concesso a Yehudah bar Ele’azar detto Kthusion, il secondo marito di Babatha, da un militare con nome romano.

‘Sotto il consolato di Mario Acilio Glabrione e Torquato Tebanio, il giorno prima delle none di maggio, a En Gedi, villaggio dell’imperatore, Giuda figlio di Elazaros Khthousionos da En Gedi a Magonius Valens, centurione della Cohors prima militiaria Thracum: saluti. Dichiaro di avere di essere in debito con te per 40 60 denarii di argento tirio, che corrispondono a 15 stateri, contro l’ipoteca di un terreno a En Gedi di Elazaros Khthousionos mio padre, e sul quale ho da parte di Elazaros stesso potestà di ipotecare e affittare.

I confini del terreno sono: a est l’accampamento militare e Iesous figlio di Mandronos, a ovest l’accampamento e la bottega del già nominato Elazaros, mio padre, a sud la piazza del mercato e Simonos figlio di Matthaios, a nord la strada e il presidio. Ti restituirò il denaro alle calende di gennaio dello stesso anno; invece, ti pagherò l’interesse su questo denaro ogni mese nella misura di un denaro ogni cento. Se non ti restituirò nella data stabilita come è stato stabilito, avrai diritto di acquistare, usare amministrare, questa ipoteca, senza … avrai potestà di riscossione tu e ogni altra persona che a tuo nome o in tua vece, presenti legalmente questo documento e che proceda legalmente nel modo scelto da quella stessa persona e su di me e sulle mie proprietà quello che ho acquistato e quelle che potrei ancora acquistare’[3].

Il documento reca l’attestazione di un prestito a usurae, e contiene diversi elementi di grande interesse, alcuni dei quali evidenziati con dovizia di argomenti dalla letteratura[4], altri, invece, trascurati che saranno oggetto della seguente disamina.

La dottrina, che si è dedicata allo studio del papiro, postula de plano che il centurione Valens fosse cittadino romano, avendo un nome romano, diversamente dalla parte debitrice ebrea, e proprio su tale presunta cittadinanza romana ruota la lettura del brano. In particolare, un recente contributo[5] collega il testo dell’Archivio di Babatha a un passo tratto dal Vangelo di Matteo. Secondo questa teoria, il fatto che l’ufficiale romano presti denaro a un tasso di interesse ragionevole e segua il diritto dei vinti offre lo spunto anche per valutazioni sulla vita e sull’integrazione tra vari popoli, segnatamente ebreo e romano. Pertanto, il documento[6] confermerebbe una rilettura generale del ruolo degli ufficiali romani[7] nei centri abitati delle lontane province. Come è stato già argomentato, gli stessi storici antichi tendono a descrivere la gestione del potere da parte della milizia romana come sovente vessatoria e foriera di rivolte[8]; diversamente in Yadin 11 un civis romanus, per di più titolare di un non trascurabile potere, in quanto ufficiale, avrebbe concluso un contratto scritto a diritto ellenistico, nella lingua della koinè, ossia dei dominati, corroborando quanto è dedotto dalla lettura del passo del Vangelo di Matteo, in cui un centurione chiede aiuto a Gesù per il proprio servo malato, considerando per di più Cristo stesso quale suo signore[9]. Il brano in questione è Matt. 8.5-13 che vale la pena di riproporre nella versione greca, in quanto, come si vedrà a breve, alcuni termini rivestono un significato preciso nell’economia del presente discorso.

 

Matt. 8.5: ⸂Εἰσελθόντος δὲ αὐτοῦ⸃ εἰς Καφαρναοὺμ προσῆλθεν αὐτῷἑκατόνταρχος παρακαλῶν αὐτὸν 8.6 καὶ λέγων· Κύριε, ὁ παῖς μου βέβληται ἐν τῇ οἰκίᾳ παραλυτικός, δεινῶς βασανιζόμενος.8.7 ⸀καὶ λέγει ⸀αὐτῷ· Ἐγὼἐλθὼν θεραπεύσω αὐτόν. 8.8 ⸂καὶἀποκριθεὶς⸃ὁἑκατόνταρχος ἔφη· Κύριε, οὐκ εἰμὶἱκανὸς ἵνα μου ὑπὸ τὴν στέγην εἰσέλθῃς· ἀλλὰ μόνον εἰπὲ λόγῳ, καὶἰαθήσεται ὁ παῖς μου·8.9 καὶ γὰρ ἐγὼἄνθρωπός εἰμι ὑπὸ⸀ἐξουσίαν, ἔχων ὑπ’ ἐμαυτὸν στρατιώτας, καὶ λέγω τούτῳ· Πορεύθητι, καὶ πορεύεται, καὶἄλλῳ· Ἔρχου, καὶἔρχεται, καὶ τῷ δούλῳ μου· Ποίησον τοῦτο, καὶ ποιεῖ. 8.10 ἀκούσας δὲὁἸησοῦς ἐθαύμασεν καὶ εἶπεν τοῖς ἀκολουθοῦσιν· Ἀμὴν λέγω ὑμῖν, ⸂παρ’ οὐδενὶ τοσαύτην πίστιν ἐν τῷἸσραὴλ⸃ εὗρον. 8.11λέγω δὲὑμῖν ὅτι πολλοὶἀπὸἀνατολῶν καὶ δυσμῶν ἥξουσιν καὶἀνακλιθήσονται μετὰἈβραὰμ καὶἸσαὰκ καὶἸακὼβ ἐν τῇ βασιλείᾳ τῶν οὐρανῶν· 8.12 οἱ δὲ υἱοὶ τῆς βασιλείας ἐκβληθήσονται εἰς τὸ σκότος τὸἐξώτερον· ἐκεῖἔσται ὁ κλαυθμὸς καὶὁ βρυγμὸς τῶν ὀδόντων. 8.13 καὶ εἶπεν ὁἸησοῦς τῷἑκατοντάρχῃ· Ὕπαγε, ⸀ὡς ἐπίστευσας γενηθήτω σοι· καὶἰάθη ὁ⸀παῖς ἐν τῇὥρᾳἐκείνῃ.

 

Secondo la dottrina sopra ricordata[10], tutto il testo, compresa la profezia in 8.11[11], esprimerebbe proprio il valore positivo dell’integrazione tra popoli, ossia tra romani e provinciali, ebrei e non ebrei, risultando particolarmente significativo il fatto che un soldato romano chiedesse aiuto a un peregrino[12]. Invero, tale teoria, per quanto suggestiva, presenta alcune difficoltà esegetiche e ricostruttive. Innanzi tutto, qualora un romano, in questo caso il centurione, avesse appellato ‘Κύριε’ un soggetto diverso dall’imperatore, che era per di più un provinciale, sarebbe potuto incorrere nel reato di laesa maiestas[13], crimine capitale. Peraltro, il centurione non si limita a chiamare Gesù ‘signore[14]’, ma tutto il discorso verte su di una superiorità del peregrino Cristo, verso l’ufficiale romano, in un modo che contravviene alle regole di potere romano. Il militare rimarca, infatti, la superiorità di Gesù, ponendo un parallelo con la sua posizione di ufficiale, e non ritenendosi degno di ospitarlo. Lascia, inoltre, perplessi anche il trattamento riservato allo schiavo, che per i romani, dal punto di vista giuridico e commerciale, era assimilato a una res, come noto; certamente il soldato poteva umanamente essere affezionato allo schiavo, ma sembra peculiare che, per lo stesso, rischiasse un’incriminazione per laesa maiestas

 

2. La cittadinanza dei militari nei territori orientali dell’Impero

 

Ebbene, proprio la cittadinanza romana, in P. Yadin 11, per conseguenza anche in Matt. 8.5-13, non può essere data per presupposta, dal momento in cui sia il nome[15] sia la contestuale appartenenza alla milizia romana non sembrano elementi sufficienti per l’acquisizione automatica dello status civitatis, essendo quella della cittadinanza dei legionari provinciali una questione tra le più controverse, rispetto alla quale la dottrina sopra ricordata trascura anche la ricca documentazione papiracea riguardante casi di peregrini arruolati nella fila dell’esercito romano.

Tra i testi principali, riguardanti il tema ora prospettato, si può ricordare il papiro VPB 72 attorno a cui si acuisce il dibattito dottrinario agli inizi del secolo scorso, quando Segrè[16] si occupa della fonte proprio dell’età di Adriano, 117-118, proveniente da un territorio a diritto ellenistico come l’Egitto, caratteristiche che la rendono idonea a chiarire anche il contenuto di P. Yadin 11, scritto in ambiente ellenizzato sempre in epoca antonina. In specifico, nel documento è attestata la lite tra due fratelli per l’eredità del padre, un cittadino alessandrino che era entrato nelle fila dell’esercito romano con il nome di Longinius Valens, ma che, originariamente, si chiamava Psenamunis figlio di Asemos. Segrè ritiene, anche dalla lettura del papiro, che la cittadinanza romana potesse essere ottenuta solo dopo aver servito nell’esercito per 25 anni, conseguita la honesta missio; dunque, il protagonista della vicenda riportata, essendo egli morto in servizio, non ne avrebbe goduto. Lo studioso ricava parte del suo impianto teorico collegando la narrazione, così come dallo stesso ricostruita, al paragrafo 35 dello Gnomon des Idios logos[17] secondo il quale, i figli dei soldati avrebbero ereditato ab intestato solo ove avessero goduto della stessa cittadinanza del padre. Per Segrè, se Longinio fosse stato cittadino romano in costanza di servizio, allora i figli egiziani non avrebbero eredito; ma così non risulta, in quanto nati prima dell’entrata nell’esercito del de cuius, avrebbero conservato la loro nazionalità, come si evincerebbe dal combinato disposto del §§ 52, 53 e 54 dello Gnomon des Idios logos, ove si afferma che le donne egizie sposate con militari che avevano ottenuto la honesta missio, restano egiziane, ma nel paragrafo successivo, si afferma che i figli sono romani e non possono ereditare dalla madre.

Secondo la lettura, non priva di contrasti di Segré, allora sembrerebbe non potersi dubitare che a Longinio Valente non fosse stata concessa la cittadinanza romana, prima che gli fosse riconosciuta la honesta missio, ma godesse solo di quella alessandrina[18], necessaria comunque a sua volta per ottenere l’acquisizione dello status civitatis romano.

Il contenuto di VPB 72, prima facie, pare essere contraddetto da altra documentazione, in cui si può ravvisare la concessione della cittadinanza, in seguito all’arruolamento nelle legioni, in modo automatico, come in CPL 102, del 92, in cui un soldato, T. F1avio Longo, dichiara sotto giuramento di essere di nascita libera, cittadino romano e di avere il diritto di servire nella legione[19].

Solo leggendo in modo sistematico ulteriori fonti, che toccano in qualche modo il problema riguardante lo status civitatis, la dottrina è riuscita ad addivenire alla soluzione dell’intricata questione. Così, il volume nono di PSI n. 1026, nonché P. Mich. VII[20] 432 hanno reso possibile stabilire che gli atti di concedo dei legionari rispetto agli ausiliari fossero tra loro diversi, e tale diversità avrebbe riguardato la honesta missio, quale presupposto per la cittadinanza, con diploma specifico, ma necessaria solo per gli auxiliarii veterani[21].  Altre attestazioni, non di meno, dimostrano come «spesso l'obbligo di documentare, in modo adeguato, una richiesta o di legittimare il proprio diritto ad un beneficio, comportavano la necessità di una esplicita citazione della norma che regolava il caso, o almeno un richiamo documentale utile alla procedura seguita»[22]. Appare chiaro come tali testimonianze si pongano in senso contrario agli automatismi circa il riconoscimento di cittadinanza in caso di arruolamento.

A mio avviso, la promessa o l’aspettativa dell’acquisizione della cittadinanza, a certe condizioni, avrebbe potuto costituire anche una sorta di incentivo a una condotta tale da rendere i militi meritevoli del diploma di honesta missio.

Questa ricostruzione può, in tal modo, gettare una luce anche nell’interpretazione di P. Yadin 11, in quanto il milite apparteneva proprio a truppe ausiliarie[23]. Pertanto, egli ben avrebbe potuto essere un peregrino che, una volta arruolato, avrebbe assunto il nome romano di Magonius Valens, sulla scorta della fictio tribus[24], ma non è detto che avesse ricevuto anche necessariamente la cittadinanza romana. Il dato mi sembra significativo, poiché pone in dubbio lo status civitatis, dato invece per certo in modo tralatizio, di Magonius Valens, ed è probabile che anche il centurione di Matt. 8.5-13 fosse un soldato peregrino.

Assumendo che il centurione fosse un peregrino, e avesse conservato la sua cittadinanza originaria, ottenendo un nome romano in quanto militare romano, P. Yadin 11 acquisisce una portata affatto diversa, spiegandosi agevolmente l’impiego della lingua della koinè e il ricorso a un negozio di stampo ellenistico. Così, anche il rapporto paritetico tra centurione e debitore, nonché tra Gesù e centurione in Matt. 8.5-13 trova una sua ragion d’essere nell’alveo dei rapporti tra provinciali che non contrastava l’ordinamento romano. Invero, a tale ipotesi vanno coordinati altri punti che sembrano problematici, attinenti anche all’uso della lingua che, se da un lato è quella della koinè ellenistica, dall’altro è ricca di latinismi.

 

  1. Koinè e assenza delle clausole a diritto romano

 

L’uso della lingua della koinè, in P. Yadin 11, è in linea con quanto già evidenziato[25], ossia che non solo gli imperatori raccomandavano l’uso del greco in questi territori anche ai romani, ma, per di più, tra costoro, fu proprio Traiano che, nel riconoscere la nuova provincia di Arabia, dispose che fosse essa koinè la lingua ufficiale del territorio, sostituendola al nabateo[26].

Che tale modus agendi rispecchiasse l’uso tipicamente pragmatico della gestione del potere romano è dimostrato ancora dal fatto che fu creata una cancelleria atta alla traduzione e alla diffusione degli originali atti in latino in greco diretta da un funzionario noto come ab epistulis Graecis[27], che si aggiunse all’ufficio dell’ab epistulis Latinis in epoca adrianea[28]. Come attestato dalla numerosa documentazione papiracea ed epigrafica, così, gli atti ufficiali destinati all’oriente erano redatti in greco da un prototipo latino[29] e ciò avrebbe influito anche nella latinizzazione della koinè.

Sebbene ancor oggi sia discussa la valutazione della koinè linguistica voluta dallo stesso potere centrale, mi sembra condivisibile la teoria per cui essa debba essere letta come instrumentum imperii[30], atto a diffondere le regole giuridiche e amministrative romane nel modo più veloce e meno invasivo possibile[31], tanto da arrivare a una koinè amministrativa modellata su quella romana. Agire nella lingua di una platea tanto vasta, come quella dei territori ellenizzati, avrebbe, infatti, consentito che gli istituti di diritto romano si diffondessero rapidamente nelle lontane province orientali in cui erano assenti, tant’è che la loro introduzione ex novo si concretizza nella creazione di neologismi[32] ottenuti per traslitterazione e slittamenti semantici contenuti anche in Yadin 11; tra questi, a mio avviso, va posta attenzione all’espressione κα̣[λ]άν̣δ̣αιςἸανα[ουαρίαι]ς: si tratta di una traslitterazione di una datazione romana, non greca, a differenza che negli altri atti dell’Archivio[33] ove il metodo di datazione è duplice, locale e romano.

Dunque, si è di fronte a un atto a diritto ellenistico, concluso (probabilmente) tra provinciali, ma con datazione romana, segno di quella koiné amministrativa e giuridica[34] che permeava anche il diritto sin dall’epoca antonina[35] e che probabilmente potrebbe essere collegata al luogo in cui si sarebbe svolto l’accordo, ossia l’accampamento militare. La datazione, a mio avviso, non è un indice da cui ricavare lo status civitatis, poiché, nell’Archivio di Babatha atti tra peregrini contengono comunque la doppia datazione.

Collegato a tale aspetto, vi è anche il fatto che lo scriba si chiami Iustinus, presunto cittadino romano, il cui nome non è, però, completo rispetto agli usuali tria nomina; ciò ha lasciato indurre[36] che lo scriba fosse un sottoposto del centurione. Come sopra ricordato[37], ai militari romani era proibito allontanarsi dall’accampamento anche per testimoniare; pertanto, il nome romano Iustinus si sarebbe potuto riferire a un soldato peregrino che aveva acquisito il nome romano che si trovava nel presidio come per Magonius; ciò spiegherebbe anche la sua capacità di redigere un atto giuridico nella lingua della koinè. Peraltro, Ἰ̣ο̣υ̣σ̣τείν̣ο̣υ̣ (l.30) sembra più un genitivo, che una translitterazione dal latino, mancando il sigma finale; dunque, il papiro potrebbe essere corrotto e monco di alcuni elementi essenziali per ricavare dall’onomastica ulteriori indicazioni.

In P. Yadin 11 vi è un elemento, a mio avviso non trascurabile, ossia l’assenza della clausola stipulatoria o di quella tipica della singrafe o del chirografo che rendevano le obbligazioni da esse nascenti rilevanti come obligationes litteris nell’ordinamento romano[38]; queste sono presenti, invece, in altri papiri, proprio all’interno dell’Archivio di Babatha, segnatamente, per quanto concerne la stipulatio orale, provata per iscritto, in Yadin 21 e Yadin 22[39], analizzati in studi precedenti a cui si rinvia, oltre che in altri documenti anche precedenti a Traiano[40]. Parimenti, altri papiri nelle o delle provincie orientali contengono delle clausole tipiche come quella di P. Yadin 17[41] che consentivano la tutela presso i tribunali romani[42]. Difatti, il punto che mi sembra essenziale riguarda proprio la tutela delle obbligazioni scaturenti da tali atti. Un cittadino romano avrebbe avuto tutto l’interesse ad adire una corte romana e non provinciale; Ebbene, è noto che, nell’attivare una simile eventualità, se l’atto non avesse presentato alcun requisito previsto dall’ordinamento romano, l’istante avrebbe potuto esperire un’actio in factum con formula in factum concepta[43], rischiosa dal punto di vista dei risultati, o si sarebbe dovuto affidare a un tribunale locale come il caso della dika greca[44], o ellenistica, con tutte le eccezioni e gli ostacoli dovuti allo suo status civitatis.

Orbene, come detto, in P. Yadin 11 non mi sembra che vi sia alcuna clausola di collegamento con il diritto romano, posto che l’atto, nel contenuto, segue il diritto ellenistico, o ebraico, ma non romano.

 

 

 

 

4. Usurae

 

Tra gli elementi di interesse in Yadin 11, possono essere considerate le usurae. Il tasso praticato risulta del 12 per cento, che era quello previsto nelle contrattazioni romane, al tempo di Adriano[45], ma non è certo che corrispondesse al tesso praticato usualmente in Nabatea. In P. Yadin 15, non di meno, si legge: 5 …διὰ τ̣ὸ̣ ὑμᾶς μὴ δεδωκέ̣ναι τῷ υἱῷ μο[υ ὀρφανῷ] [  ̣  ̣  ̣  ̣  ̣  ̣  ̣  ̣] τ̣ρ̣ο̣φῖ̣α(*) πρὸς τ̣ὴ̣ν̣ δ̣[ύ]ν̣αμ̣ιν̣ \τ̣[όκ]ου/, ἀ̣ρ̣γ̣[υ]ρ̣ίου αὐτοῦ καὶ τῶν λοιπῶν ὑπαρχόντων αὐτοῦ καὶ μάλιστα πρὸς ὁμειλίαν(*) ἣν̣ ε̣ἰκου̣[σα][  ̣  ̣  ̣  ̣  ̣ αὐ]τ̣ῷ̣ [κ]αὶ μὴ χ̣[ορ]η̣[γ]εῖν αὐτῷ τόκον τοῦἀργυρίου εἰ μὴ τροπαιεϊκὸν(*) ἕνα εἰς ἑκατὸν δηνάρια, ἔχουσα ὑπάρχοντα ἀξιό[χρεα τούτ]ου τοῦἀρ[γυρίο]υ οὗἔχετε τοῦὀρφανοῦ, διὸ προεμαρτυροποίησα ἵνα εἰ δοκεῖὑμεῖν(*) δοῦναί μοι τ̣ὸἀργύριον [διʼ ἀσφαλείας περὶὑποθήκης τῶ]ν̣ ὑπαρχόντων μου χορηγοῦσα τόκον τοῦἀργυρίου ὡς ἑκα̣τὸν δ̣ην[α]ρ̣ί̣ω[ν δηνάριον ἓν].   ̣  ̣  ̣  ̣] τ̣ρ̣ο̣φῖ̣α(*) πρὸς τ̣ὴ̣ν̣ δ̣[ύ]ν̣αμ̣ιν̣ \τ̣[όκ]ου/, ἀ̣ρ̣γ̣[υ]ρ̣ίου αὐτοῦ καὶ τῶν λοιπῶν ὑπαρχόντων αὐτοῦ καὶ μάλιστα πρὸς ὁμειλίαν(*) ἣν̣ ε̣ἰκου̣[σα]. Nelle linee 5 sgg. si evince che i tutori versavano al figlio mezzo denario ogni cento denarii, come interesse mensile, che corrispondeva a un tasso del sei per cento, ritenuto troppo basso dalla madre che chiedeva di poter fornire il tasso di interesse adeguato di un denario e mezzo ogni cento denarii…che era quello ritenuto adeguato da Babatha anche in relazione al tenore di vita del figlio, ossia del diciotto per cento. Da ciò è stato dedotto che Babatha avesse guadagnato un interesse pari al 9%. Su tali dati si è ipotizzato che la cifra potesse equivalere al tasso di interesse praticato in Nabatea[46]. Da solo questo dato non sembra probante, tanto più che i papiri del secondo secolo in territori orientali proprio contenenti mutui con costituzione di ipoteca prevedono il tasso del 12 per cento[47]. Pur ammettendo la bontà di tale ricostruzione, certamente accurata, il tasso del 12 per cento non può definirsi tasso di interesse usuraio[48].

Da un punto di vista più strettamente giuridico, altresì, emergono degli aspetti che possono essere esaminati con una certa attenzione.

 

5. Ipoteca

 

Nel documento si configura un’ipoteca di tipo ellenistico, non parificabile al pignus conventum[49], come è oramai acquisito.

La documentazione papiracea del II secolo, compreso Yadin 11, fornisce informazioni che confermano la struttura dell’ipoteca[50] nei territori ellenizzati.

Innanzi tutto, la garanzia, in caso non soddisfacimento del debito, è costituita anche sulla persona del debitore[51], in corrispondenza di diritti ellenistici, nonché sui beni presenti e futuri dello stesso. Si tratta di un tipo di garanzia, versata in un documento dotato di esecutività, già contenuto nei contratti matrimoniali[52], nei quali il marito assicura i beni della moglie con tutto il patrimonio presente e futuro[53]. Anche nel diritto romano è presente tale tipo di garanzia, ma in modo esplicito[54], si può individuare solo in D. 20. 1. 34. 2[55] di Scevola[56].

Se nel diritto romano una garanzia tanto ampia era limitata dal ius vendendi, nei diritti ellenistici è assente una tale proporzione tra le parti; così il creditore avrebbe potuto appropriarsi di un bene di valore maggior del debito insoluto, in modo legittimo. Anche se noto, dunque, si può ricordare che in Yadin 11, conformemente ai diritti ellenistici[57], il diritto di appropriazione è insito nella struttura dell’ipoteca stessa, la descrizione dei diritti del creditore riveste solo carattere ricognitivo, mentre nel diritto romano occorreva che fossero attuati i noti meccanismi consensuali, aggiunta di patti, e giudiziari.

Nei papiri a diritto greco-egizio, non di meno, sembra che fosse stata necessaria la presenza dell’espressione, stereotipa più che tecnica, πρᾱσις ἐπὶ λύσει[58], per imprimere esecutività al documento, espressione che permane anche nei documenti a diritto ellenistico, ma, seppur leggermente diversa nella forma, identica nel contenuto, presente, sia nelle garanzie sui beni della moglie nei contratti matrimoniali, sia in Yadin 11: πρᾶξις ἔσται σοι καὶ τῷ παρά σου[59].

La letteratura differenzia le proprie teorie nello stabilire come si concretizzasse la procedura monitoria, per Mitteis[60], seguito da Segrè[61], ove il documento fosse stato privato, sarebbe stato necessario l’intervento dello stratego, e di una previa diffida formale al debitore. Occorre specificare che i documenti esaminati da Segrè si riferiscono a un contesto egiziano, ritenuto dal medesimo parametro anche per l’oriente a diritto ellenistico. Nel papiro dell’Archivio di Babatha, oltre al richiamo alla clausola di esecutività, la parte debitrice specifica che il creditore può esercitare le sue pretese a semplice esibizione del documento; dunque, anche ove si ammetta che la procedura greco-egizia fosse applicata in Arabia, la dichiarazione del debitore ora ricordata avrebbe conferito un’esecutività immediata al documento[62].

Per di più, in Yadin 11, mancano le clausole che rinviano al diritto romano, come quella stipulatoria[63] e, o, quella che attesta una singrafe valevole quale litteris obligatio[64], sembrando, così, una omologia a sei testimoni diffusa nel mondo ellenistico. Il fatto che le parti non si preoccupassero di collegare la scrittura in qualche modo a una possibile tutela romana, mi sembra che possa essere considerato come una forma di disinteresse delle stesse ad adire le corti romane, corroborando l’ipotesi che anche Magonius Valens fosse peregrino.

Così nel papiro dell’Archivio di Babatha sembra che tutto concorra e ipotizzare che si trattasse di un caso esemplare di contrattazione ellenistica tra privati provinciali; il che consente di valutare alcuni dati testuali nell’ambito di una visione più ampia riguardante la proprietà, come ora si vedrà.

 

6. Il dogma ‘flessibile’ della proprietà

 

In P. Yadin 11 troviamo alla l. 4-5 la seguente espressione, ὁμολογῶἔχειν, habere, alla l. 27 κεκτήμεθα, alla l. 10 κέκτημαι. Nella riga 4, il debitore dichiara al creditore quali fossero i beni idonei a costituire ipoteca e di avere il denaro preso a mutuo, quindi in proprietà. Si tratta di caratterizzare una forma di appartenenza all’interno di una dialettica tra provinciali ed ἔχειν esprime l’idea di quello che per i romani equivaleva al dominium. Nella riga ove ricorre κέκτημαι, invece, si tratta del diritto di acquisizione dell’ipoteca eventuale da parte di Magonius Valens, dunque non immediatamente parificabile alla proprietà piena. Siamo di fronte a situazioni diverse che sono qualificate in modo altrettanto diverso, ma coerente con il concetto che si voleva esprimere in modo corrispondente alle regole dell’ordinamento romano.

Questi dati possono essere coordinati con altri emersi dall’indagine su altri papiri. Così in Yadin 16[65], come si è visto in studi precedenti, è impiegato κέκτημαι che generalmente è reso al presente, con ‘avere’, oppure ‘possedere[66], ma che, a mio avviso, andrebbe tradotto con ‘ho acquisito’[67]. In Yadin 16, infatti, si era ipotizzato che l’uso di tale lemma non fosse casuale, ma che volesse limitarsi a indicare solo un’acquisizione a titolo derivativo, non il ‘titolo’ esatto del negozio. Altresì si era pensato che un verbo generico come κτάομαι fosse stato impiegato al fine di evitare di usare la categoria della proprietà dominium per definire una forma di appartenenza di un provinciale in un atto romano. Il censimento, pubblico, infatti, che era imposto dai dominatori, doveva rispettare le caratteristiche dell’ordinamento e del sistema tributario voluto dai romani. A tal proposito, si è ricordato come sia nelle Istituzioni di Gaio[68] sia nei testi degli agrimensori sia attestato che i provinciali non potessero essere titolari di dominium ex iure Quiritium[69], ma potessero godere della possessio dei propri fondi, come se il loro diritto di proprietà originario fosse stato compresso o degradato dai nuovi dominatori.

Il concetto, tecnicamente inteso, di ‘in bonis habere’ non apparteneva a questi territori, e dunque per evitare problemi di inquadramento, si sarebbe impiegato un verbo generico come κέκτημαι.

In P. Yadin 11, la caratteristica genericità, che acquisisce il sintagma in questione nella sua forma mediopassiva, è bilanciata dalla lista delle facoltà, dei diritti che derivano dal documento, ‘avrai diritto di acquistare, usare amministrare, questa ipoteca’; l’elencazione, infatti, racchiude ciò che corrisponde al diritto di proprietà, e si sarebbe resa necessaria proprio per rendere il documento chiaro, privo di possibili contestazioni che ne avrebbero in qualche modo ostacolato l’esecutività.

Altre riflessioni in tema di forme di appartenenza sono state apportate in sede di analisi di Yadin 14[70], 23[71], 25[72] papiri in cui si contesta la legittimità di appartenenza di alcuni fondi, tramite atti giudiziari. Nello specifico, l’espressione in Yadin 25, [διακουσθῶμε]ν β̣ίαν μ̣οι χρωμένῃ σ̣υ̣κ̣ο̣[φ]α̣ν̣τ̣ο̣ῦ̣σ̣ά̣ [μοι καὶἔδωκα καθʼ ὑμ]ῶ̣ν̣ π̣ι̣τ̣τ̣ά̣κ̣ι̣ν τ̣ῷ̣ κρ̣[ατί]σ̣τ̣ῳ̣ ἡ̣γ̣ε̣μ̣ό̣, come β̣ίᾳ διακρατῖς , è la medesima che ricorre in Yadin 23 – τοῖς αὐ̣τοῖς ὀ̣ρ̣φα̣ν̣[οῖ]ς ὃν βίᾳ διακ̣ρ̣α̣τῖς–, soltanto che in questo caso il documento reca sin dall’inizio il discorso diretto. In Yadin 25 è impiegato il termine βία, come in Yadin 23 per indicare una situazione parimenti simile, di antigiuridicità[73]. L’uso del lemma διακρατῖς e διακουσθῶμε]ν corrisponde alla mens dell’attore, secondo il quale Babatha non sarebbe stata proprietaria dei fondi del marito defunto, in quanto questi sarebbero spettati ai nipoti dello stesso secondo la linea ereditaria ebraica.

Allora, in via sintetica, si può notare che in P. Yadin 11 ἔχειν è usato per delineare la forma di appartenenza nelle dialettiche interne ai provinciali; κέκτημαι, invece, per indicare un atto di acquisizione che non dà luogo al dominium pieno, come nei casi in cui la forma di appartenenza riguardi i rapporti tra romani e peregrini. In P. Yadin 16 il medesimo κέκτημαι esprime parimenti un’acquisizione non meglio specificata, in modo coerente con il fatto che esso è sintagma contenuto in un atto di censimento romano, e, in corrispondenza della visione dei romani, per cui i provinciali non potevano essere proprietari iure Quiritium.

 L’esame dei papiri Yadin può offrire ulteriori spunti di riflessione; in particolare, negli atti giudiziari, P. Yadin 14, P. Yadin 23, P. Yadin 25 si trovano termini che indicano detenzione, poiché concepiti nell’ottica di chi contesta la legittima proprietà di Babatha, in modo ancora corrispondente alla mentalità giuridica romana che aveva chiara la differenza tra detenzione, possesso e proprietà.

Da questa lettura sistematica, emerge una sorta di duplex dominium, ma in modo diverso da quello considerato in Gai. 2.40, ove si delinea una divisio all’interno del sistema romano delle forme di appartenenza in provincia; nei papiri Yadin, invece, si può individuare un’ottica soggettiva; in altri termini il medesimo soggetto può essere considerato proprietario verso gli altri provinciali, possessor verso i romani, in una logica simile, per certi versi, a quella che sottostava allo status civitatis dei provinciali a cui era riconosciuto il ius latii, pur mantenendo la loro cittadinanza originaria.

Ciò potrebbe anche ben spiegare la possibilità, suffragata dalla ricca documentazione, per cui i peregrini avrebbero potuto usare il loro diritto nei limiti consentiti dal potere romano. Così, oltre che a godere di una doppia cittadinanza, gli abitanti delle province ellenistiche avrebbero goduto di duplice forma di appartenenza[74] a seconda che si sviluppasse nei rapporti interni o verso i Romani, in modo da conciliare la scarsa tendenza dogmatizzante[75] di questi popoli con la concezione di dominium romana che svolgeva anche una funzione anche di appartenenza sociale[76].

In definitiva, nei testi dell’Archivio, a mio avviso, si possono ravvisare le diverse forme di appartenenza, nelle province orientali nel II sec. d. C., in un modo corrispondente a quello elaborato dalla scientia iuris romana, in cui la distinzione tra proprietà, possesso e detenzione appare chiara ed è operata, oltre che sui criteri noti, anche sulla base della cittadinanza, dello status civitatis.

 In altri termini, se per i diritti greci non è attestata una chiara sistematica delle stesse[77], in questi papiri, invece, sembra che si possa individuare una certa consapevolezza nell’uso dei vari concetti, così come elaborati nel diritto romano. In Yadin 16 si può pensare a un’influenza del diritto romano diretta, visto che si tratta di un atto romano, ed anche negli atti giudiziari P.Yadin 14, P.Yadin 23, P.Yadin 25, la terminologia, che rinvia a categorie diverse da quella di dominium,potrebbe essere stata il frutto di operatori del diritto che si parametravano al diritto romano anche nella scelta dei termini da impiegare, nonché a direttive imperiali confluite nelle norme provinciali, o nell’Editto che delineavano le varie categorie, secondo ottica romana, tradotte, come visto, nella koinè.

Un ulteriore riscontro all’ipotesi, per cui si potrebbe delineare un’influenza del diritto romano anche in un processo, seppur embrionale, di ‘dogmatizzazione’ delle forme di appartenenza, almeno per il periodo adrianeo.

Così, a mio avviso, dalle attestazioni papiracee interne all’Archivio di Babatha,  sembra che, attraverso la flessibilità delle categorie, meglio tipi, con cui si estrinsecava il concetto di proprietà, il diritto romano, in epoca antonina, abbia influenzato i diritti ellenistici, elevandosi a fattore di coordinamento, koinè giuridica anche nei territori ai confini dell’Impero[78]. Solo con il passare del tempo, si sarebbe assistito a quel processo di destrutturazione delle categorie delle varie forme di appartenenza, confluite nel generico κέκτημαι. Tale lemma è presente in modo costante nelle fonti tarde, esprimendo il possesso generico[79], possessio

Abstract:P. Yadin 11 costituisce un tassello che contribuisce a delineare in modo meno vago il quadro giuridico nei territori delle province orientali, ove, secondo l’ipotesi qui prospettata, il diritto romano avrebbe influenzato i diritti ellenistici durante il Principato. Segnatamente, le varie forme di appartenenza, all’interno dell’Archivio di Babatha, sembrano specificarsi e delinearsi secondo i parametri dell’ordinamento romano, acquisendo maggiore specificità rispetto ai diritti locali preesistenti. Si nota, altresì, come sia ravvisabile una differenza nella concezione delle forme di appartenenza, negli atti tra provinciali e quelli che in qualche modo riguardano i romani. Allo stesso tempo, emerge l’applicazione delle categorie giuridiche romane, per le stesse forme di appartenenza, in modo meno rigido di quanto appaia o si ritenga. Così, il diritto romano, al tempo degli Antonini, si pone come un fattore di unificazione o di coordinamento dei vari diritti locali, attraverso l’adattamento dei propri dogmi che diventano, o iniziano a divenire, meno rigidi. Sarebbe stato solo in epoca posteriore che tali varie forme di relazioni sarebbero confluite nella generica possessio, κέκτημαι.

 

Yadin 11 constitutes a piece that helps to delineate the legal framework in a less vague way in the territories of the eastern provinces, where, according to the hypothesis proposed here, Roman law would have influenced Hellenistic laws during the Principate. In particular, the various forms of belonging within the Babatha Archive seem to be specified and outlined according to the parameters of the Roman system, acquiring greater specificity with respect to pre-existing local rights. It is also noted how a difference can be seen in the conception of the forms of belonging, in the deeds between provincials and those that in some way concern the Romans. At the same time, the application of the Roman juridical categories emerges, for the same forms of belonging, in a less rigid way than it appears or is believed. Thus, Roman law, at the time of the Antonines, acts as a factor of unification or coordination of the various local laws, through the adaptation of its own dogmas which become, or begin to become, less rigid. It would have been only in a later period that these various forms of relationships would come together in the generic possessio, κέκτημαι.

                

Keywords: Archivio di Babatha, proprietà, esercito

 

Babatha Archive, property, army


* Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1] Sull’Archivio di Babatha rinvio a L. di Cintio, Archivio di Babatha. Un’esperienza ai confini dell’Impero Romano. Sul processo nelle province, Milano, 2021, pp. 1-210, con letteratura alla ntt. 1 sg., a cui si rinvia; Ead., Yadin 16 e forme di appartenenza nell’Archivio di Babatha in «Iura and Legal System», 8 (2021), pp. 28- ss., e in Terre, Acque, Diritto. Forme delle società antiche, Atti Convegno Suor Orsola Benincasa, Napoli, 2021, pp. 85-108; Ead., Πίστεως περωτημένης κανθομ̣ολογημένη̣ς. Stipulationes e variae causarum figurae. Il caso di Yadin 21 e Yadin 22, in «Iura and Legal System», 9 (2022), pp. 47 ss., con letteratura alle ntt. 2 sg., e, in corso di pubblicazione, in Atti in Onore di Letizia Vacca; Ead., Kα̣λ̣ῶ̣ς γείνεσθ̣αι. P. Yadin 17 e la syngrăpha, in «Mediterraneo Antico» in corso di pubblicazione.

[2] Per notizie sull’Archivio, cfr. L. di Cintio, Archivio di Babatha, cit., pp.1-210. Si tratta di papiri trovati negli anni sessanta del secolo scorso, in una Grotta nota come Grotta delle Lettere, sulla sponda nord-est del Mar Morto. I documenti appartengono tutti a una giovane donna, vedova, Babatha, che, probabilmente, si era rifugiata nella Grotta durante la rivolta di Bar Kochba, trovandovi la morte. I documenti attestano vicende giudiziarie della donna coinvolta in cause ereditarie e riguardanti la tutela del figlio, orfano di padre. Vi sono, peraltro, anche atti privati di diritto sostanziale, come Yadin 11.

[3] Per la traduzione cfr. D. Harman, Archivio di Babatha, Brescia, 2016, pp. 1-177.

[4] La letteratura si è soffermata sull’interlinea del numero 40, corretto con 60 e a cui è stata collegata la diversità del testo esterno ove si trovano aggiunte rispetto all’interno. P. F. Esler, Reading Matthew by the Dead Sea: Matthew 8:5–13 in Light of P. Yadin 11, in «Theological Studies», 70 (2014), p. 1-12. Lo studioso ricorda l’opinione di J. G., Oudshoorn, The relationship between Roman and local law in the Babatha and Salome Komaise archives: General analysis and three case studies on law of succession, guardianship and marriage, (Studies on the Texts of the Desert of Judah), Leiden, 2007, p. 166, per cui l’interlinea e la diversa lunghezza delle copie si spiegherebbero con un supposto intento vessatorio da parte del centurione sull’ebreo. Pur degni di nota, a mio avviso, tali dati possono semplicemente attestare il fatto che l’atto sarebbe stato redatto tra privati; probabilmente scrittura e accordo erano contestuali, avendo potuto lo scriba registrare lo svolgimento dell’accordo in fieri, all’interno dell’accampamento in modo estemporaneo. Altresì, come si vedrà a breve, il tasso di interesse risulta in linea con quelli usuali, non certo vessatorio.

[5] P. F. Esler, Reading Matthew, cit., p. 1-12.

[6] Risalente alla fine del II secolo è P. Mur.114, che contiene un prestito di un soldato romano, sempre con costituzione di ipoteca; purtroppo, il papiro è corrotto, tanto da consentirne un’analisi precisa; tuttavia, la sua presenza potrebbe essere considerato uno di quegli elementi per cui sembrerebbe usuale la costituzione di ipoteca a fronte di un prestito; ciò in conformità con la tendenza ellenistica di rafforzare le forme di autotutela, evitando il ricorso all’autorità giudiziaria.

[7] Per la letteratura circa la dialettica potere centrale e milizia cfr.: J. B. Campbell, The emperor and the Roman army, Oxford, 1984, p. 453; L. D’Amati, Giovenale, Satira XVI: alcune osservazioni sui privilegi dei militari in ambito processuale, in «Teoria e Storia del Diritto Privato», 12 (2019), pp. 1-46, che inserisce il brano in considerazioni più ampie attinenti alle disposizioni in tema di procedura di Adriano volte ad adeguare i processi romani agli spazi provinciali, come in D. 22.5.3.6 (Call. 4 de cogn.): Testes non temere evocandi sunt per longum iter et multo minus milites avocandi sunt a signis vel muneribus perhibendi testimonii causa, idque divus hadrianus rescripsit. Sed et divi fratres rescripserunt: "quod ad testes evocandos pertinet, diligentiae iudicantis est explorare, quae consuetudo in ea provincia, in quam iudicat, fuerit". nam si probabitur saepe in aliam civitatem testimonii gratia plerosque evocatos, non esse dubitandum, quin evocandi sint, quos necessarios in ipsa cognitione deprehenderit qui iudicat, in cui si riconosce una sorta di privilegio ai militari che non potevano allontanarsi dall’accampamento per testimoniare.

[8] Per le fonti letterarie si ricorda quanto narrato da Ap., Metam., 9.39, Giuv., Sat., XVI (55/60–127 CE). Per la letteratura sul punto cfr.: J. B. Campbell, The emperor, cit., passim; R. Alston, Soldier and society in Roman Egypt: A social history, London-New York, 1995; Id., ‘The ties that bind: Soldiers and societies,’ in The Roman army as a community, in «Journal of Roman Archeology», 5 (2020), pp. 175-196, che sono inclini a interpretare questi testi come il segno di un’incapacità del potere centrale di gestire la milizia sparsa e stanziata nei vari territori.

[9] P. F. Esler, Reading Matthew, cit., p. 4 s., si rifà agli studi di R. Alston, Soldier and society, cit., passim; Id., The ties that bind, cit., p. 175 ss., che esamina la documentazione papiracea egiziana estendendo i risultati interpretativi alle province orientali; si tratta in particolare, Archivi di Fayum e dei papiri di Oxyrhynchus che si vedranno avanti.

[10] P. F. Esler, Reading Matthew, cit., p. 9.

[11]  ‘E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori’, (Mt 8:10–12, RSV).

[12] P. F. Esler, Reading Matthew, cit., p. 9: «The opening of the passage must have come as a shock: ‘As he entered Capernaum, a centurion came forward to him, beseeching him and saying, “Lord …”’ (Mt 8:5–6, RSV). The Christ-followers who might have encountered Matthew’s Gospel around the Dead Sea soon after its appearance were familiar with Roman centurions who had the military might of Rome at their disposal, which had been deployed to devastating effect only two decades earlier, who were the richest people in their locality and probably those of the highest status, regularly lending money to them at high, yet not oppressively high, interest rates, and owning properties in their village when borrowers had defaulted on repayment. They were, moreover, willing to be petitioned to help them in the event of difficulties such as felonious and violent neighbours, harsh tax-collectors and so on. And yet here we see a centurion seeking help from Jesus! The use of the word παρακαλῶν, meaning ‘beseeching’, in relation to his approach to Jesus carries quite a punch in this context. In a major reversal of the usual social roles, it is the rich, powerful and influential Roman who petitions help from a Judean lacking property and without any defined status in the Judean social system. The centurion even addresses Jesus with the very respectful salutation, κύριε. He is affording respect to the Judean Jesus who only a little earlier in the Gospel had himself been expressing derogatory remarks about ἐθνικοί (5:47; 6:7). Thus we encounter a non-Judean giving the Matthean Jesus a lesson on inter-ethnic courtesy».

[13] Sul tema rinvio a L. di Cintio, Pater patriae e maiestas. Un nuovo possibile nuovo modello normativo, in «Iura and Legal System», 2 (2019), pp. 9-20.

[14] Nella koinè, esso era anche il termine per indicare l’imperatore. A tal proposito, cfr. L. di Cintio, Yadin 16 e forme di appartenenza, cit., pp. 85-108, in cui si discute dell’appellativo di kyrios verso l’imperatore pronunciato da Babatha, ebrea.

[15] A partire dal II secolo, epoca di P. Yadin 11, i soldati traevano il nome dai nomi gentilizi imperiali, pseudo-tribù, ma si trattava di una fictio iuris che non implicava in automatico l’estensione della cittadinanza; peraltro, proprio il mancato riconoscimento della cittadinanza a fronte dell’obbligo di prestare il servizio militare costituiva causa di malcontento tra stranieri. Se il riconoscimento fosse stato automatico, non si spiegherebbe la Lex Gellia Cornelia del 72 a. C., citata da Cicerone, in Balb. 19: 9] Itaque quod maxime petendum est a vobis idcirco non peto, iudices, ne de vestra sapientia atque de vestra humanitate dubitare videar: est autem petendum ne oderitis ingenium, ne inimici sitis industriae, ne humanitatem opprimendam, ne virtutem puniendam putetis. Illud peto, ut, si causam ipsam per se firmam esse et stabilem videritis, hominis ipsius ornamenta adiumento causae potius quam impedimento esse malitis. Nascitur, iudices, causa Corneli ex ea lege quam L. Gellius Cn. Cornelius ex senatus sententia tulerunt; qua lege videmus esse sanctum ut cives Romani sint ii quos Cn. Pompeius de consili sententia singillatim civitate donaverit. Donatum esse L. Cornelium praesens Pompeius dicit, indicant publicae tabulae. Accusator fatetur, sed negat ex foederato populo quemquam potuisse, nisi is populus fundus factus esset, in hanc civitatem venire. Sulla difesa e sul relativo passaggio testuale, per tutti, cfr. C. Venturini, "Virtute adipisci civitatem". Nota in margine all'orazione Pro L. Cornelio Balbo, in «Nova Tellus», 28 (2010), pp. 161-177. Sull’arruolamento dei soldati in epoca imperiale cfr.: G. Forni, Le tribù romane. III. 1 Le pseudo tribù, Roma, 1985, Id., L’anagrafia del soldato e del veterano, in Actes du VIIe congrès International d’épigraphie grecque et latine, Bucarest-Paris, 1979; E. Todisco, I veterani in Italia in età imperiale, Bari, 1999, pp. 102-103.

[16] A. Segrè, A proposito di peregrini che prestavano servizio nelle legioni romane, in «Aegyptus», 9 (1928), pp. 303-308. Successivamente, S. Daris, Documenti per la storia dell'esercito romano in Egitto, Milano, 1964, pp. 1-261, sviluppa la teoria di A. Segrè alla luce dell’ampia documentazione che A. Segrè non aveva avuto modo di valutare, pervenendo a stabilire, sempre su base documentale, che non sia possibile ricavare una regola uniforme circa la concessione di cittadinanza in funzione dell’arruolamento.

 [17] Seppur nota, si ricorda che questa è la denominazione originale attribuita dagli editori del codice fiscale, E. Seckel W. Schubart, Berlin, 1919.

[18] Plin., epist., X, 6: Sed cum annos eius et censum sicut praeceperas ederem, admonitus sum a peritioribus debuisse me ante ei Alexandrinam civitatem impetrare, deinde Romanam, Quoniam esset Aegyptius. Ego autem, quia inter Aegyptios ceterosque peregrinos nihil interesse credebam, contentus fueram hoc solum scribere tibi, esse eum a peregrina manumissum patronamque eius iam pridem decessisse. De qua ignorantia mea non queror, per quam stetit ut tibi pro eodem homine saepius obligarer. Rogo itaque, ut beneficio tuo legitime frui possim, tribuas ei et Alexandrinam civitatem [et Romanam].

[19] Nell testo si legge che il sottoufficiale aveva il compito di assistere il centurione in battaglia e di sostituirlo in caso di assenza, della Legio III Cyrenaica: Iuratusque dixit… civem Romanum esse iusque militandi in legione habere. G. Forni, Il reclutamento delle legioni da Augusto a Diocleziano, Milano-Roma, 1953, pp. 103 sgg., esamina questo papiro per confutare la teoria di A. Segrè e la ricostruzione dello stesso di VPB 72, ma in modo, a mio avviso, non convincente in quanto il giuramento di fedeltà postula l’avvenuta acquisizione di cittadinanza, e non appare legato ad essa in modo funzionale.

[20] P. Mich. VII 432: Imp. Caesare divi Vespasiani f. DomitianoAug. Flavio Clemente cos. . . vet. ascr. . . Alexandriae ad Aegyptum . . .Sex(ti) f(ilius) Galeria tribu . . . testatus est eos qui signaturi essent se descriptum et recognitum fecisse ex tabula aenea quae fixa est in Caesareo Magno sub porticum sinisteriorum in pariete, in qua scriptum fuit it quod infra scriptum est Imp. Caesar divi Vespasiani f. Domitianus Aug. pont. max. trib. pot. XV dicit visum est mihi edicere eorum qui militaverunt in Aegypto in legione XXII Deioter(iana) qui XX stipendia emeritis honesta missione dimissi sunt quorum nomina infra scripta sunt civitatem Romanam dedit et conubium cum uxoribus quas tunc habuissent.

[21] In tal senso: R. Cavenaile, Le P. Mich. V Il 432 et l'honesta missio des légionnaires, in Studi in onore di A. Caldetini e R. Paribeni, 2, Milano, 1957, pp. 243-251; S. Daris, Documenti per la storia, cit., pp. 27-39.

[22] Così S. Daris, I papiri e gli ‘ostraca’ latini d’Egitto, in «Aevum», 74 (2000), p. 160, che cita un papiro, contenente la lettera ChLA 1212= CEL 149164 che una recluta, C. Valerio Saturnino, indirizza al Prefetto d'Egitto degli anni 113/117: M. Rutilio Lupo Marco Rutilio Lupo praefecto Aegypti ab Caio Valerio Saturnino tirone. Rogo, domine, digjnum me iudices ut probes militem 5 in cohorte ut pojssim bene ficio tuo sub signis Imperatoris domini nostri militare genioque tuo gratias agam. Dunque, risulta chiaro che l’acquisizione della cittadinanza in epoca Antonina non sarebbe stata automatica.

[23] È specificata anche l’appartenenza, ossia la Cohors I Miliaria Thracum, secondo M. P. Speidel, A tile stamp of Cohors I Thracum Milliaria from Hebron/Palestine, in «Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik», 35 (1979), pp. 170-172, che aveva il quartiere generale in Hebron e un avamposto in En Gedi. Riscontri sarebbero la presenza nel papiro del termine greco πρ]α[ισ]ί̣δ̣[ι]ο̣ν, che è la translitterazione di praesidium e la parola τ[ο]λ̣ῶ̣ν, oltre al ritrovamento di terme proprio in quella zona.

[24] Sul metodo di attribuzione di nomi romani ai peregrini che si arruolavano cfr. S. Daris, Note di Lessico e di Onomastica Militare, in «Aegyptus», 44 (1964), pp. 47–51.

[25] Anche per questo aspetto rinvio a L. di Cintio, Archivio di Babatha, cit., p. 142 nt. 332, ove bibliografia.

[26] Sul punto cfr.: P. Garnseyhttps, R. Saller, Storia sociale dell'Impero Romano, trad. it., D. I. Kertzer (a cura di), Firenze, 1995, p. 263; R. Pigro, La lingua greca nei documenti ufficiali degli imperatori e dei magistrati romani nel periodo compreso fra i principati di Vespasiano ed Adriano, Espero, Partizánske, 2012, p. 80.

[27] J. Kaimio, The Romans and the Greek Language, in «Societas Scientiarum Fennica», 64 (1979), p. 74.

[28] Sulla divisione della cancellaria ab epistulis, in questo periodo, cfr. G. B. Townend, The post of ab epistulis in the second century, in «Historia», 10 (1961), pp. 375-381; G. W. Bowersock, Greek sophists in the Roman empire, Oxford, 1969, pp. 50-55; D. Nörr, Zur Reskriptenpraxis in der hohen Prinzipatzeit, in «ZSS», 98 (1981), pp. 3-46.

Interessante è la lettura di CP. I, 110, ove si legge il nome di Valerius Eudamon come funzionario responsabile.

[29] Così R. Pigro, La lingua greca, cit.,p. 166: «Questa prassi comportò un continuo “travaso” di concetti fra i due sistemi linguistici e culturali, finì per “romanizzare”, com’è facile immaginare, anche la lingua greca, vuoi con l’introduzione di vocaboli e locuzioni di origine latina (πραίτωρ, νπεράτωρ...), vuoi tramite slittamenti semantici di termini autoctoni preesistenti (¢ρχιερεύς, Ûπατος...), che in diversi casi ancor oggi, in neogreco, mantengono il significato acquisito in quell’epoca». Si veda anche S. Tropea, Il processo di affermazione del potere romano attraverso le epistole in greco: autorità, amministrazione ed evergetismo nell’età repubblicana, in «Miscellanea», 8 (2018), pp. 313-354.

[30] Peraltro, presso i Romani la conoscenza del greco era diffusa almeno tra i ceti più elevati, come noto, sin dall’epoca repubblicana. Basti pensare a Cic., Pro Archia 23: Nam si quis minorem gloriae fructum putat ex graecis versibus percipi quam ex latinis, vehementer errat, propterea quod graeca leguntur in omnibus fere gentibus, latina suis finibus, exiguis sane, continentur e Quint., Inst. or. 1.1.12: A sermone Graeco puerum incipere malo, quia Latinum, qui pluribus in usu est, uel nobis nolentibus perbibet, Su tale punto, per ulteriore letteratura, cfr. R. Pigro, La lingua greca, cit., p. 167.

[31] G. de Souris, P. Nigdelis, D. Whitehouse, The parallel use of Greek and Latin in the Greco-Roman world, in A. F. Christidis (Ed.), A History of Ancient Greek: From the beginnings to the Late Antiquity, Cambridge, 2007, pp. 897-900.

[32] A tal proposito, si è evidenziata la differenza con il greco dei testi biblici ricchi di ebraismi, come notato da R. Pigro, La lingua greca, cit.,pp. 158.

 [33] Sul punto, cfr. L. di Cintio, Archivio di Babatha, cit., passim.

[34] Già V. Arangio-Ruiz, v. Editto di Caracalla, in «Nov.Dig.It.», 6 (1968), pp. 403-404, aveva dedotto, dallo studio della ricca documentazione papiracea, quanto il diritto romano avesse coordinato, se non unificato, i vari diritti, una linea, questa, del Maestro, approfondita, in varie direzioni, da M. Talamanca, Il diritto romano come fattore di unificazione nel mondo antico, in Studi G. Impallomeni, Milano, 1999, pp. 423-435. Su tale aspetto cfr. anche: G. Purpura, I papiri e le costituzioni imperiali in Egitto, in «Aegyptus» Raccolta di Scritti dedicati a Orsolina Montevecchi, II, 89, (2009), pp. 155-220; Id., Sulla ‘Constitutio Antoniniana’, A proposito di Chiara Corbo, Constitutio Antoniniana. Ius, Philosophia, Religio, «Studi e Testi di Koinonia, Nuova serie, 4» (Napoli, D’Auria, 2013), in «Index», 43 (2015), pp. 92-102, ove, non solo è compiuta attenta analisi esegetica, ma si valuta proprio il profilo ‘politico’ della norma, evidenziando gli aspetti contraddittori presenti anche nella letteratura passata. Ancora si veda O. Licandro, La Constitutio Antoniniana del 212 d.C. e il paradigma urbano. Una "diversa" lettura di P. Giessen 40.I, in «Annuario della scuola archeologica di Atene delle missioni italiane in Oriente», 98 (2020), pp. 467-502.

[35] In tal senso L. Migliardi Zingale, Diritto romano e diritti locali nei documenti del vicino oriente, in «SDHI», 55 (1999), pp. 217-231, che analizza diversi casi di translitterazione contenuti nell’Archivio di Babatha.

[36] In tal senso, P. F. Esler, Reading Matthew, cit., pp. 2-12.

[37] Cfr. supra nt. 7, L. D’Amati, Giovenale,cit.,pp. 1-46.

[38] L. di Cintio, Πίστεως, cit., pp. 47 ss.

[39] La clausola πίστεως ἐπερωτημένης καὶἀνθομ̣ολογημένη̣[ς] per cui L. di Cintio, Πίστεως, cit., pp. 47 ss.

[40]  Cfr.: P.SI n. 729 contenente clausole estrapolate dal formulario varroniano; P. Lond. 2. 229, del 166, per cui cfr. L. di Cintio, Πίστεως, cit., nt. 100-102.

[41] La clausola è πίστει ἐπ̣η̣ρ̣ωτήθη καὶἀνθωμολογήθη [ταῦ-]τ̣α̣ ο̣ὕ̣τω[ς] κ̣α̣λ̣ῶ̣[ς γ]είνεσθ̣αι.

[42] Cfr. L. di Cintio, Kα̣λ̣ῶ̣ς γείνεσθ̣αι, cit., passim

[43] Sull’individuazione e applicazione delle procedure giudiziarie romane nelle province, cfr., per tutti, L. Maganzani, Pubblicani e debitori d’imposta. Ricerche sul titolo ‘de publicanis’, Torino, 2002, pp. 14 ss.; Ead., ‘Edictum provinciale’ e processi locali nella Sicilia nell’età di Cicerone, in «Studi G. Nicosia», V, Milano, 2007, p. 1 ss. (estr.), L’Editto provinciale alla luce delle Verrine. Profili strutturali, criteri applicativi, in La Sicile de Cicéron: lecture des Verrines. Actes du colloque de Paris (19-20 mai 2006), Besançon, 2007, pp. 127 ss.; Ead., La formula con ‘intentio incerta’ della ‘Lex Rivi Hiberiensis’ (§ 15 III.39-43), in Lex Rivi Hiberiensis. Diritto e tecnica in una comunità di irrigazione della Spagna romana, Napoli, 2014, pp. 181 ss., con approfondita discussione dottrinaria, a cui si rinvia per la bibliografia. La studiosa, in modo affatto nuovo, evidenzia proprio l’applicazione del processo ordinario nelle province, grazie a una analisi complessa, in cui riesce a ricostruire anche le formulae che potevano essere adottate in situazioni raccordabili al processo privato.

[44] Cfr. per tutti, L. Maganzani, ‘Edictum provinciale’ e processi locali nella Sicilia nell’età di Cicerone, cit., pp. 127 ss. Alla studiosa va ascritto il merito di essersi occupato di un aspetto dei testi ciceroniani in modo nuovo, segnando un nuovo percorso per quanto concerne lo studio dei processi nelle province orientali, a cultura ellenistica. Nel solco dell’autrice si pone L. di Cintio, Archivio di Babatha, cit., pp. 21 ss. Per aspetti diversi, l’idea che il processo romano fosse diffuso anche tra i non cives è argomentata in modo esemplare da G. Purpura, Diritto, papiri e scrittura, Torino-Madrid, 1999, p. 48, afferma che «il diritto romano, ancor prima della Constitutio Antoniniana, rappresentava un modello generale e culturalmente ambito dagli stessi provinciali»; Id., Gli edicta Augusti ad Cyrenenses e la genesi del SC Calvisiano, in AUPA., 55 (2012), p. 464.

[45] Sulle usurae nell’Impero Romano cfr. F. Fasolino, Studi sulle ‘usurae’, Salerno, 2006, passim. Con specifico riguardo ai territori ellenizzati cfr. A. Segrè, Il mutuo e il tasso di interesse nell'Egitto greco - romano, in «Atene e Roma», 5 (1924), pp. 119-138, con riguardo a Yadin 15, cfr. N. Lewis, Y. Yadin, Y. e J. C. Greenfrield (eds.), The Documents from the Bar Kochba Period in the cave of letters: Greek Papyri and Aramaic and Nabatean signatures and subscriptions, Israel Exploration Society, The Hebrew University of Jerusalem and the Shrine of the Book, Jerusalem, 1989, pp. 54-56, F. Esler, Reading Matthew, cit., p. 7 s., il tasso di interesse del 12% era praticato nei limiti del diritto romano; per il diritto locale nota Esler che non si hanno documenti per operare un paragone con in tassi praticati usualmente nel territorio di Nabatea. «There is, however, conclusive evidence concerning local interest rates from another document in the Babatha archive that indicates that a 12% interest rate was not unduly high or oppressive». (P. F. Esler, Reading Matthew, cit., p. 8)

[46] Cfr. nt. precedente.

[47] P. Flor. 1, analizzato da E. Costa, Sul Papiro fiorentino n. 1, in «BIDR», 14 (1901), pp. 48-50, tratta di mutuo ipotecario, come P. London II, 348, del 205.

[48] P. F. Esler, Reading Matthew, cit., p. 9 s.

[49] La letteratura sul pignus conventum è pressochè sterminata, e non può essere ricordata in questa sede; per gli scritti recenti, con ampi richiami bibliografici, cfr. F. De Juliis, Studi sul ‘pignus conventum’, Torino, 2017, pp. 1-312, che si occupa del pignus conventum, in un ampio studio, e con bibliografia dettagliata alle nt. 2 ss. Sembra, comunque opportuno, annoverare alcuni contributi che hanno segnato le linee di sviluppo dello studio dell’ipoteca rispetto al pegno convento: F. Ebrard, Die Digestenfragmente ad formulam hypothecariam und die Hypothekarezeption, Leipzig, 1917; M. Sargenti, Il ‘de agri cultura’ di Catone e le origini dell’ipoteca romana, in «SDHI», 22 (1956), pp. 158 ss.; P. Frezza, Le garanzie delle obbligazioni, II, Le garanzie reali, Padova, 1963; A. Biscardi, Appunti sulle garanzie reali in diritto romano, Milano, 1976; M. Kaser, Studien zum römischen Pfandrecht, in «TR», 44 (1976), pp. 233-289 = Studien zum römischen Pfandrecht, Collana Antiqua 16, Napoli, 1982, pp. 1-57; Id., Studien zum römischen Pfandrecht, II, Actio pigneraticia und actio fiduciae, in «TR», 47 (1979), pp. 195-234, 319-345 = Studien zum römischen Pfandrecht, cit., pp. 59-125; Id., Besitzpfand und ‘besitzloses’ Pfand (Studien zum römischen Pfandrecht III, in «SDHI», 45 (1979), pp. 1-92 = Studien zum römischen Pfandrecht cit., pp. 127-217; la questione è stata inoltre considerata da: G. Hanard, Interdit salvien et action servienne. La genèse de l’hypothèque romaine, «RIDA», 41 (1994), p. 239 s. Per quel che concerne la presente indagine, ossia i rapporti tra ipoteca ellenistica e romana, la studiosa conferma quanto emerso in letteratura nel corso del tempo, ossia che ipoteca di tipo greco e romano si atteggiassero in modo diverso, la coincidenza è poco più che lessicale, e piuttosto tarda, in quanto il termine ‘ipoteca’ si trova nelle fonti a partire dal II sec. d. C. in D. 41.3.33.4 (44 Iul. dig.). Per quanto riguarda l’individuazione delle ragioni alla base di tale permeazione, l’autrice conferma la teoria di M. Kaser, Studien, cit., pp. 233-289, secondo il quale il termine sarebbe entrato in uso presso i giuristi romani, attraverso la prassi dei tribunali nelle province orientali dell’impero. A mio avviso, tuttavia, la presenza della documentazione rinvenuta nel corso del tempo, potrebbe dimostrare che il termine sia derivato dalle prassi negoziali che, e proprio Yadin 11 ne è prova, si svolgevano tra romani e peregrini.

[50] In caso di insoddisfazione del debito occorreva l’attuazione di una lex commissoria o un’actio in personam affinchè la res entrasse nel dominium del creditore, come noto.

[51] L’auto garanzia rappresentava una costante negli atti negoziali papiracei. Sul punto cfr.: E. Costa, Nuove osservazioni sopra le locazioni greco-egizie di fondi rustici, Bologna, 1913; A. Segrè, Note sulla γγύη greco-egizia, in «Aegyptus», 10 (1929), pp. 3-24; L. Wilcken, Grundzüge und Chrestomathie der Papyruskunde, Leipzig-Berlin, 1912, p. 105. Peraltro, altri esempi sono contenuti proprio all’interno dello stesso Archivio di Babatha, come Yadin 21-22, che ho analizzato in L. di Cintio, Πίστεως περωτημένης, cit., pp. 38-68.

[52] G. Castelli, I parapherna nei papiri greco-egizii e nelle fonti romane, Milano, 1913, p. 21.

[53] L’ambito contrattuale in cui la presenza di tale clausola è attestata è esaminato da M. Modica, Introduzione allo studio della papirologia giuridica, Milano, 1914, p. 146.

[54] Un antecedente di tale tipo di garanzia è individuato nella leges catoniane con riguardo agli invecta e agli illata, e poi una forma di pegno generale in D. 20. 1. 34 pr.

[55] (Scaev. 27 dig.): Creditor pignori accepit a debitore quidquid in bonis habet habiturusve esset: quaesitum est, an corpora pecuniae, quam idem debitor ab alio mutuam accepit, cum in bonis eius facta sint, obligata creditori pignoris esse coeperint. respondit coepisse. Sul punto cfr. H. L. E. Verhagen, Security and Credit in Roman Law: The Historical Evolution of Pignus and Hypotheca, Oxford, 2022, pp. 270-281.

[56] M. Talamanca, I clienti di Q. Cervidio Scevola, in «BIDR», 103-104 (2000-2001 [pubbl. 2009]), p. 589, sottolinea proprio la capacità del giurista di adattare o recepire istituti di stampo ellenistico nel mondo romano.

[57] Già L. Mitteis, Roman. Papyrusstudien, in «ZSS», 23 (1902), pp. 300-304, esaminando papiri di mutui garantiti da ipoteca chiariva come il passaggio di proprietà in caso di insolvenza costituisse il corrispettivo del debito non pagato, opinione ribadita da E. Costa, Mutui ipotecari greco-egizi, in «BIDR», 34 (1925), p. 97. Si vedano, in proposito: P. Dura 20: 17-19 (a. 121); P. Dura 21: 6-8 (prima metà del II sec.); P. Dura 22: 9-12 (133); P. Dura 29: 12-14 (a. 251).

[58] Su questo punto le opinioni degli studiosi si differenziano. Per Costa, loc. cit.,l’inserimento della clausola sarebbe stato sufficiente a conferire immediata esecutività al documento, mentre per A. Segrè, L’obbligazione letterale, cit., p. 63 ss., l’esecutività si sarebbe risolta in una mancato giudizio, che avrebbe comunque necessitato della procedura monitoria per essere efficace. Cfr. anche D. Erdas, Note sulla garanzia personale negli atti di vendita di beni immobili nella Grecia antica, in «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia», 4 (2012), pp. 345-364.

[59] A. Segrè, L’obbligazione letterale, cit., p. 97; Id., Note sul documento esecutivo greco-egizio, in «Aegyptus», 9 (1928), pp. 3-62, ricorda invece la πράξις καθάπερ εξ δικές. Si tratta di una clausola diffusa nei territori ellenizzati fino al V secolo, e consisteva in una finzione, ossia che fosse intervenuta una sentenza giudiziale, a rafforzare la posizione della parte, con carattere di esecutività. Sugli aspetti giuridici, oltre che lessicali, della clausola cfr.: K. Sethe, K. – J. Partsch, Demotische Urkunden zum ägyptischen Bürgschaftrechte vorzüglich der Ptolemäerzeit, in «Abhandlungen der philologisch-historischen Klasse des sächsischen Akademie der Wissenschaften», 32 (1920), p. 544; E. Seidl, Ptolemäische Rechtsgeschichte, 2ª ed., Glückstadt-Hamburg- New York, 1962, p. 102; H. J. Wolff, J. – H. A. Rupprecht, Das Recht der griechischen Papyri Ägyptens in der Zeit der Ptolomäer und des Prinzipats. I. Münich, 2002, p. 94.

[60] L. Mitteis, Roman. Papyrusstudien, cit., pp. 300-304.

[61] A. Segrè, L’obbligazione letterale, cit., p. 97 s., cita P. Oxy II. 237 col VIII. ll. 7-18, secondo l’autore del 138 d. C., ma risulta del 186, del prefetto d’Egitto Valerio Eudaimon in cui si descrive il procedimento monitorio.

[62] H. J. Wolff, The praxis-provision in papyrus contracts, in«American Philological Association», 72 (1941), p. 418 s., si basa proprio sul carattere esecutivo di tali documenti per elaborare la sua teoria sull’obbligazione greca, da intendersi quali posizione di responsabilità diversa dal debito, teoria che, come noto, è stata isolata.

[63] È il caso di Yadin 21-22 su cui L. di Cintio,Πίστεως, cit., pp. 47 ss.

[64]  È il caso di Yadin 17 su cui L. di Cintio, Kα̣λ̣ῶ̣ς γείνεσθ̣αι, cit., pp. 1 ss.

[65] Yadin 16 e forme di appartenenza, cit., pp. 85-104.

Rabbath, a. 127: ἐγγεγραμμένον καὶἀντιβεβλημένον ἀντίγραφον πιτακίου ἀπογραφῆς προκειμένης ἐν τῇἐνθάδε βασιλικῇ, καὶἔστιν ὡς ὑποτέτακται. ἐγγεγραμμένον καὶἀντιβεβλημένον ἀντίγραφον πιτακί̣ου ἀπογρα̣φῆ̣ς̣ π̣ρ̣ο̣κ̣ει̣μένης ἐν τῇἐνθάδε βασιλικῇ, καὶἔστιν ὡς ὑποτέτακται· ἐπὶ Αὐτοκράτορος Καίσαρος θεοῦ Τραιανοῦ Παρθικοῦ υ̣ἱ̣οῦ θεοῦ Νέρουα υἱωνοῦ ΤραιανοῦἉδριανοῦ Σεβαστοῦἀρχιερέως μεγίστου δημαρχικῆ̣ς ἐξουσίας τὸ δωδέκατον ὑπάτου τὸ τρίτον, ἐπὶὑπάτων Μάρκου Γαουίου Γαλλικανοῦ καὶ Τίτου Ἀτειλίου Ῥούφου Τιτιανοῦ πρὸ τεσσάρων νωνῶν Δεκεμβρίων, κατὰ δὲ τὸν τῆς νέας 10ἐπαρχείας Ἀραβίας ἀριθμὸν ἔτους δευτέρου εἰκοστοῦ μηνὸς Ἀπελ-λαίου ἑκκαιδεκάτῃἐν Ῥαββαθμωβοις πόλει. ἀποτιμήσεως Ἀραβίας ἀ̣γ̣ομένης ὑπὸ Τίτου Ἀνεινίου Σεξστίου Φλωρεντείνου πρεσβευτοῦ Σεβαστοῦἀντιστρατήγου, Βαβθα Σίμωνος Μαωζηνὴ τῆς Ζοαρηνῆς περιμέτρου Πέτρας, οἰκοῦσα ἐν ἰδίοις ἐν αὐτῇ Μαωζᾳ,ἀπογράφομα̣ι̣ ἃ κέκτημαι, συνπαρόντος μοι ἐπιτρόπου Ἰουδάνου Ἐλαζάρου κώμης Αἰνγαδδῶν περὶἹερειχοῦντα τῆς Ἰουδαίας οἰκοῦντος ἐν ἰδίοις ἐν αὐτῇ Μαωζᾳ· κῆπον φοινικῶνος ἐν ὁρίοις Μαωζων λεγόμενον Αλγιφιαμμα σπόρου κρειθῆς σάτου ἑνὸς κάβων τριῶν τελοῦντα φοίνικος συρου καὶ μείγματος σάτα δεκαπέντε πατητοῦ σάτα δέκα στεφανικοῦ μέλαν ἓν λεπτὰ τριάκοντα γείτονες ὁδὸς καὶ θάλασσα, κῆπον φοινικῶνος ἐν ὁρίοις Μαωζων λεγόμενον Αλγιφιαμμα σπόρου κρειθῆς κάβου ἑνὸς τελοῦντα τῶν γεινομένων καθʼ ἔτος καρπῶν μέρος ἥμισυ γείτονες μοσχαντικὴ κυρίου Καίσαρος καὶ θάλασσα, κῆπον φοινικῶνος ἐν ὁρίοις Μαωζων λεγόμενον Βαγαλγαλὰ σπόρου κρειθῆς σάτων τριῶν τελοῦντα φοίνικος συρου καὶ νοαρου κόρον ἕνα πατητοῦ κόρον ἕνα στεφανικοῦ μελαίνας τρεῖς λεπτὰ τριάκοντα γ̣ε̣ί̣τ̣ο̣ν̣ε̣[ς κλ]η̣ρ̣ο̣ν̣ό̣μοι Θησαίου Σαβακα̣ κ̣αὶἸαμιτ Μανθανθου, κῆπον φοινικῶνος ἐν ὁρίοις Μαωζων λεγόμενον Βηθφααραια σπόρου κρειθῆς σάτων εἴκοσι τελοῦντ̣α φοί̣νικος συρ̣[ο]υ κ̣α̣ὶ νοαρου κόρους τρεῖς πατητοῦ κ̣όρο̣υ̣[ς] δύο στεφανικοῦ μελαίνας ὀκτὼ λεπτὰ τεσσαράκοντα πέ̣ν̣τ̣ε̣ γ̣ε̣ί̣τονες Θαμαρὴ Θαμοῦ καὶὁδός. ἑρμηνεία ὑπογραφῆς· Βαβθα Σίμωνος ὄμνυμι τύχην κυρίου Καίσαρος καλῇ πίστει ἀπογερ̣ά̣φ̣θ̣α̣ι̣ ὡ̣ς προγέγρα̣π̣[τα]ι̣. Ἰ̣ουδάνης Ἐ̣λ̣αζ̣άρο̣υ̣ ἐπιτρ̣ό̣πευ[σ]α̣ καὶἔγραψα ὑπὲρ αὐτῆς.ἑρμηνεία ὑπογραφῆς τοῦἐπάρχου· Πρεῖσκος ἔ̣π̣αρχος ἱππέων ἐδεξάμην τῇ πρὸ μιᾶς νωνῶν Δεκεμβρίων ὑπατίας Γαλλικ̣[αν]ο̣ῦ [καὶ Τιτιανο]ῦ̣.

[66] In H. M. Cotton, J. C. Greenfield, Babatha’s Property, and the Law of Succession in the Babatha Archive, in «ZPE», 104 (1994), p. 211, è reso con ‘what I possess’, così come in D. Hartman, Archivio di Babatha, cit., p. 97.

[67] Per una articolata disamina dei vari sensi del verbo, cfr. H. Estienne, Thēsauros tēs hellēnikēs glōssēs: Zeyt - Lam, IV, London, 1822, p. 5397.

[68] Gai. 2.40 su cui nt. successiva.

[69] Cfr. L. di Cintio, Archivio di Babatha, cit., p. 116 nt. 269 e nt. 270. Per le fonti, cfr.:  Gai. inst. 2.40: ‘Sequitur, ut admoneamus apud peregrinos quidem unum esse dominium; nam aut dominus quisque est aut dominus non intellegitur. quo iure etiam populus Romanus olim utebatur: aut enim ex iure Quiritium unusquisque dominus erat aut non intellegebatur dominus. sed postea diuisionem accepit dominium, ut alius possit esse ex iure Quiritium dominus, alius in bonis habere ’. La divisione tra ‘in bonis habere ’ e ‘dominium ex iure Quiritium ’ e Front., de agr. qual., II l. 36.1: ‘Et stipendiarios … qui nexum non habent neque possidendo ab alio quaeri possunt. Possidentur tamen a priuatis, sed alia condicione… et veneunt sed nec mancipatio eorum legitima potest esse; possidere enim illis quasi fructus tollendi causa et praestandi tributi condicione concessum est. … vindicant tamen inter se non minus fines ex aequo ac si privatorum agrorum ’. in merito agli agri stipendiarii per distinguerli da quelli provinciali: (Aggen. Urb. Controv. agr. p. 64 Blume): ‘Nexum non habent, neque possidendo ab alio quasi possunt, possidentur tamen a privatis sed alia condicione, et veneunt sed nec mancipatioo eorum legitima potest esse. ...vindicant tamen inter se non minus fines ex aequo ac si privatorum agrorum ’ Per la sterminata letteratura sulla regolamentazione dei terreni provincial;, cfr., tra gli altri, M. Talamanca, Gli apporti patrimoniali, cit., p. 240 ss.; G. Luzzatto, Sul regime del suolo nelle province romane, Roma, 1974, p. 24; M. Talamanca, Gli ordinamenti provinciali nella prospettiva dei giuristi tardoclassici, in G. G. Archi (a cura di), Istituzioni giuridiche e realtà politiche nel tardo impero (III-V sec. d. c.), Atti di un rencontro tra storici e giuristi, Firenze, 2-4 maggio 1974, Milano, 1976, p. 218 s.; S. Riccoobono jr., ‘Civitates’ nell’unità dell’impero romano: autonomie locali e politica del territorio, in La città antica come fatto di cultura. Atti del convegno di Como, Bellagio 16/19 giugno 1979, Como, 1983, pp. 215 ss., F. Grelle, L’appartenenza del suolo provinciale nell'analisi di Gaio, 2.7 e 2.21, in «Index», 18 (1990), pp. 167-185., L. Capogrossi Colognesi, Le forme gromatiche del territorio e i vari regimi giuridici dell’ager Romanus e dell’ager colonicus. Il complesso mosaico della romanizzazione italica,in L. Capogrossi-Colognesi, E. Gabba, (a cura di), Gli Statuti municipali, Pavia, 2006, pp. 579-604; L. Franchini, Sull’applicazione del diritto romano in Dacia, in «RDR», 8 (2008), pp. 7-10 (estr.), e G. Nicosia, Considerazioni sull’amministrazione delle province in età imperiale, in «AUPA», 52 (2007-2008), p. 27,   con specifica attenzione a Gai. 2.40, si può ricordare che la fonte è letta nei modi più vari dalla letteratura: si può qui ricordare, in estrema sintesi, che tendenzialmente le teorie oscillano tra la considerazione di una dicotomia, intesa come esistenza di categorie di proprietà distinte, e l’ipotesi per cui il concetto sarebbe stato unico, ma con diverse gradazioni interne, ossia una situazione possessoria su cui si sarebbe innestata quella del dominium dotato di una tutela più intensa. Il primo a elaborare tale teoria in modo compiuto con metodo esegetico è P. Bonfante, Sul c.d. Dominio bonitario ed in particolare sulla denominazione ‘in bonis habere’, in Scritti giuridici varii, II. Proprietà e servitù, Torino, 1926, pp. 370-376. Tali concettualizzazioni sembrano risentire di alcune elaborazioni tipiche dell’epoca moderna applicate al diritto romano, ossia di quella tendenza eccessivamente dogmatizzante che non tiene in conto come la realtà romana, durante il principato, fosse in forte divenire, caratterizzata, tra l’altro, da territori da annettere con problematiche diverse, derivanti sia dalla morfologia complessa nell’amplissimo impero, sia dagli assetti giuridici preesistenti che dovevano essere conciliati con l’ordinamento romano. Si presume, inoltre, in modo rigido che le due espressioni fossero dotate di portata precettiva, ossia, rispettivamente, ‘divisionem accepit dominium ’e ‘duplex dominium ’, dove la duplicità sarebbe prova dell’una o dell’altra ipotesi. A me sembra che la distinzione sia frutto di una sorta di generalizzazione interpretativa di un manuale, quello gaiano, che, in quanto tale, tendeva alla chiarezza e alla sintesi. Sul duplex dominium cfr.: M. S. Mayer, Über das ‘duplex dominium’ des Römischen Rechts, in «Zeitschrift für Geschichtliche Rechtswissenschaft», 8 (1832), pp. 1 ss.; E. Albertario, Il momento del trasferimento della proprietà nella compravendita, Milano, 1936, p. 425 ss.; G.G. Archi, Il trasferimento della proprietà nella compravendita romana, Padova, 1936, 112 ss., S. Di Marzo, Il ‘duplex dominium’ di Gaio, in «BIDR.», 43 (1936), pp. 296 ss.; S. Solazzi, In tema di ‘duplex dominium’, in «SDHI», 16 (1950), ora in Scritti di diritto romano, VI, Napoli, 1955, p. 602, F. La Rosa, In tema di ‘duplex dominium’, in «AUCA», 3 (1949), pp. 521 ss.; F. Gallo, Studi sul trasferimento della proprietà in diritto romano, Torino, 1955, pp. 82 ss.; M. Kaser, In bonis esse, in «ZSS», 78 (1961), pp. 173-184; U. R. Feenstra, Duplex dominium, in Simbolae M. David, I, Leiden, 1968, p. 55 ss.; Id., Dominium and ius in re aliena. The Origin of a Civil Law Distinction, in Legal scholarship and Doctrines of private Law, 13th-18th centuries, 3 (1996), pp. 111 ss.; G. Diósdi, ‘In bonis esse’ und ‘nudum ius Quiritium’, in Studi E. Volterra, II, Milano, 1971, p. 125 ss.; Id., Ownership in ancient and preclassical roman Law, Budapest, 1970, pp. 166 ss., L. Vacca, Il c.d. ‘duplex dominium’ e l’ ‘actio publiciana’ , in Vendita e trasferimento della proprietà nella prospettiva storico-comparatistica. Materiali per un corso di diritto romano, Torino, 1997, pp. 88 ss.; F. Gallo, Un nuovo approccio per lo studio del ‘ius honorarium’, in Opuscula selecta, Padova, 1999, pp. 944 ss.; B. Biscotti, Ancora sulle proprietà in diritto romano. Spunti esegetici, in «Index», 36 (2008), pp. 185 ss., e P. Ferretti, Acquisto ‘a non domino’ da parte del ‘servus fugitivus’: un rincorrersi tra regole ed eccezioni, in «Cultura giuridica e diritto vivente», 8 (2020), pp. 2 ss., che però se ne occupa in relazione al caso del servo.

[70] (a.125) Maoza:[ἔ]τους ἐν̣[άτ]ου Αὐτο[κράτορος  -ca.?-][Ο]ὐ̣α̣λ̣ερί̣[ο]υ Ἀσια[τικοῦ  -ca κατὰ] δ̣ὲ̣ τ̣[ὸ]ν̣ ἀ̣ρ̣ι̣θ[μὸν  -ca.?-Ὑπερβερε-][ταί]ο̣υ̣ λ̣ε̣γ̣ο[μέ]ν̣ου Θ̣ε̣[σ]ρ̣εὶ τ̣ε̣[τάρτῃ -ca.?- ἐπι-]5β̣εβ̣λ̣ημένων̣ μ̣α̣ρ̣τ̣[ύρων  -ca.?-  Μαναήμου]δ̣ι̣ὰ̣ ἐ̣π̣ι̣τρόπ̣ο̣υ̣ αὐτ[ῆς](*) -ca.?- ἸωάνῃἸωσή[π]ο̣υ̣ τ̣[ο]ῦ̣ Ἐ̣γλ̣α ἑ̣ν̣ὶ̣ -ca.?-  ὄντι][ὀ]ρφαν̣οῦ(*) τ̣[ο]ῦἸ̣η̣[σοῦ  -ca.?- δεδωκέναι][τῷ υἱῷ μου  -ca.?- καθάπερ]10[δ]έ̣[δω]κ̣εν [Ἀβ]δ̣ο̣ο̣[βδας  -ca.?-  παρεδρεῦσαι ἐπ̣ὶ̣ βήμα[τ]ο̣[ς Ἰ]ο̣υ̣[λίο]υ̣ Ἰ̣ο̣υ̣λ̣ι̣[ανοῦ  -ca.?- μητροπό-]λ̣ε̣ι τῆς Ἀραβίας μέχρ[ι οὗ δ]ι̣ακ̣ο̣υσ̣[θ]ῶ̣[μεν  -ca.?τριβου-][ν]αλίῳἐπὶἸουλια̣ν̣[ο]ῦ̣ ἐ̣πά[ρχου  -ca.?- Δίου μηνὸς]ἢ εἰς τὴν αὐτοῦἔν̣γ̣ιστα πα̣ρ̣[ουσίαν  -ca.?- ]r,ext15ἔτους ἐνάτου Αὐτο̣κ̣ρ̣ά̣τ̣[ορος ΤραιανοῦἉδριανοῦ Καίσαρος]Σεβαστοῦ, ἐπὶὑπάτω̣ν Μάρκ[ου] Ο̣ὐ̣α̣λ̣ε̣ρίο̣υ̣ Ἀσιατ̣ι̣κ̣ο̣ῦ̣ τ̣ὸ̣ [β κα]ὶΤιτίου Ἀκυλείνου πρὸ τεσ̣σ̣ά̣ρ̣ω̣ν̣ εἰδῶν Ὀκ̣τ̣ω̣β̣ρ̣ίω̣[ν, κατὰ]δὲ τὸν ἀρ̣ι̣θ̣μ̣ὸ̣ν̣ τ̣ῆ̣ς̣ [ἐπαρχείας Ἀραβίας ἔτους εἰκοστοῦ]μη̣νὸς Ὑπερβερεταί̣ου λ̣ε̣γ̣[ομένου Θεσρεὶ τετάρτῃ καὶ εἰ-]20κας(*), ἐν Μαωζᾳ περὶ Ζ[οαραν, ἐπὶ τῶν ἐπιβεβλημένων]μαρτύρων παρή̣ν̣γ̣ε̣ι̣[λεν Βαβαθα Σίμωνος τοῦ Μανα-]ήμου, διὰ(*) ἐπιτρόπου αὐ̣τ̣[ῆς τ]ο̣ῦ̣δε τοῦ πράγμ̣[ατος]Ἰούδα Χθουσίωνος, ἸωάνῃἸωσήπου τοῦἘγλα ἑ[νὶ τῶν]κατ̣ασταθέντων ἐπιτ̣ρ̣[όπ]ω̣ν Ἰησο̣ῦ̣ [υἱῷ αὐτῆς ὄντι]25[ὀρ]φανῷ τοῦἸησοῦὑπὸ̣ βο[υλ]ῆ̣ς τ̣ῶ̣ν Πετ̣ρ̣α̣ί̣ω̣[ν, λέγου-][σ]α̣· διὰ τό σ̣ε̣ μ̣ὴ̣ δε[δωκέναι τῷ] υ̣[ἱῷ μου - ca.10 - τῷ]αὐτῷὀρφανῷἐ̣ξ ο̣ὗ̣   ̣[  ̣  ̣]  ̣[  ̣  ̣  ̣]  ̣εστ  ̣καθάπερ δέδωκεν Ἀβδο̣ο̣β̣δας Ἐλλο[υ]θα ὁ̣ κολλ̣ή̣[γας σου]διʼ ἀποχῆς, διὸ παρανγέλλω σοι παρ̣ε̣δρεῦσαι [ἐπὶ βήμα-]30τος̣ Ἰουλίου Ἰουλιανοῦἡγεμώνος(*) ἐν̣ Πέ̣τρᾳ[μητροπόλει][τῆ]ς̣ Ἀ̣ρ̣αβ̣ί̣α̣ς̣ [μέχρι οὗ διακουσθῶμεν ἐ]ν̣ τ̣ῷ̣ ἐν Π̣έ̣[τρᾳ τριβουναλίῳ][τῆ]ς̣ δ̣ευτέρ̣ας̣ ἡ̣μ̣έρ̣α̣ς̣ τ̣[οῦ Δίου μηνὸς ἢ εἰς τὴν αὐτοῦἔγγιστα][  ̣  ̣]ι ἐν Πέ[τρᾳ π]α̣ρου[σίαν  -ca.?-][κ]α̣ίπερ [  ̣  ̣  ̣  ̣]  ̣  ̣[-ca.?-]35[-ca]  ̣ -ca.?- [ο]ἱ̣ ἐπ̣[ιβε]β̣[λ]η̣μένοι μάρτυρ̣[ε]ς̣· Ἰωάνης Μακ̣[ου]θ̣[α]Σ̣αμμοῦος ΜαναήμουΘαδδαῖος ΘαδδαίουἸώσηπος Ἀνανία40[  ̣  ̣  ̣]α̣ς Λ̣ι̣βανο̣ῦ̣. Sul papiro cfr. L. di Cintio, Archivio di Babatha, cit., pp. 101 ss. 

[71]ἐπὶ τῶ̣[ν ἐπιβ]ε̣βλημένων μ̣α̣ρτύρων π[α]ρή̣ν[γ]ι̣λεν(*)\Βησᾶ̣[ς]/ Ἰησο̣ύ̣[ου]ἐπίτ̣ρ̣ο̣[πος] τ[ῶν ὀ]ρ̣φανῶ̣ν Ἰησ[ο]ύουἘλεαζ[ά]ρ̣ο̣υ̣ Χ̣θουσίω̣[νος]Ἠν[γαδηνὸ]ς(*) [Βα]β̣α̣θ̣[α]ν̣ Σίμω[ν]ος Μαωζηνὴ̣<ν> ἐ̣πέρ̣χεσθαι(*) α̣[ὐ-] ῷἐπ̣ὶ̣ Ἁ̣[τ]ε̣ρί̣[ῳ] Νέπω̣τ̣ι πρεσ̣β̣ευτου(*) καὶἀ̣ν̣[τ]ι̣σ̣[τ]ρα[τ]ήγ̣[ῳ εἰς]5Πέτραν ἢ̣ ἄλλου ἐν τῇ αὐτοῦ̣ ἐπαρχίᾳ(*) χάριν κ̣ήπου φοι̣ν̣ι̣κῶνο[ς] ἀ̣ν̣η̣κοντα(*) τοῖς αὐ̣τοῖς ὀ̣ρ̣φα̣ν̣[οῖ]ς ὃν βίᾳ διακ̣ρ̣α̣τῖς(*), οὐδ̣[ὲν δ]ὲ̣ ἧσσον(*) καὶ π̣α̣ρεδ̣[ρεύει]ν [πρὸ]ς̣ πᾶσαν ὥ̣[ραν] καὶἡ̣μ̣[έραν μέ]χ̣[ρι] δ̣[ι]α̣γ̣[ν]ώ̣σε̣ω[ς]. ἐ̣π̣ρ̣[άχθη ὑ]π̣ατίας(*) Κ[ατυλλίνου κ̣[α]ὶἌ̣π̣ρου̣ π̣ρ̣ὸ ιε̣ κ[αλ(ανδῶν)Δ]εκενβρί[ων](*)[ ἐν τῇ πε]ρ̣ὶ̣ [Π]έ̣[τ]ρ̣α̣ν̣. Sul testo cfr. L. di Cintio, Archivio di Babatha, cit., pp. 124 ss.

[72] AD131 Maoza[ἐπὶ τῶν ἐπι]βεβλημένων καὶἐπισφραγισαμένων [μαρ]τ̣ύ̣ρ̣[ων π]α̣ρ̣[ήγγειλ]ε̣ν̣ Ἰ̣ο̣υ̣[λία Κ]ρ̣[ισπῖν]α̣ θ̣[υ]γ̣α̣τ̣ὴ̣ρ̣ Βερνικι(*)ανοῦ [ἐπίσκο]π̣ο̣ς̣ τ̣ῶν ⟦ν⟧ὀ̣ρ̣φ̣α̣νῶ̣ν̣ Ἰησούου ΧθουσίωνοςΒ̣α̣β̣α̣θ̣[ᾳ Σί]μ̣ωνος· ἐπιδὴ(*) ὁἐπίτροπος Βησᾶς Ἰησούου τῶν 5αὐτῶν [ὀρ]φ̣ανῶ̣ν̣ ἀσ̣θενέστε̣ρός ἐστιν καὶ οὐκ ἠδυνάσθη̣ πα̣ρ̣[αγγεῖλαι] ἐ̣σ̣[ὲ σ]ὺ̣[ν] ἐ̣[μο]ί̣, νυ̣νεὶ̣(*) [π]αρανγέλλω σοι κατὰ τὴν ὑ̣[πογραφ]ὴ̣ν̣ τοῦ κρατίστου ἡγεμόνος συνεξελθῖν(*) αὐτὴ<ν>εἰς̣ [Π]έ̣[τραν πρ]οσ  ̣[  ̣]  ̣[  ̣]η̣μι̣α̣σθαι̣ τ̣ὰ νόμι̣μα ἐξαυ̣τ̣ῆ̣[ς] χ̣ρ̣ᾶ̣σ̣[θαι - ca.10 -]  ̣[  ̣  ̣  ̣] ὑ̣π̣α̣ρ̣χ̣ό̣ν̣τ̣ω̣ν̣ τῶν αὐτῶν 10ὀ̣ρ̣φ̣α̣ν[ῶ]ν β̣ίᾳ διακρατῖς(*) ἃ οὐκ ἀνῆκέν σοι, οὐδὲν δὲἧ[σσον καὶ] π̣αρε̣[δ]ρ̣εύιν(*) ἐν Ἁδριανῇ Πέπ̣τρᾳ(*) μέχρι <οὗ> δι[ακουσθῶμε]ν̣. εἰ [δὲ μ]ή̣ [γ]ε̣, [γίνω]σ̣κ̣[ε ὅτ]ι̣ π̣ε̣ρ̣ὶ̣ τ̣ο̣ύ̣τ̣ο̣υ̣ λ̣[όγον ὑφέ]ξ̣ι̣ς̣(*) τ̣ῷ̣ κρ̣ατίστῳἡ̣γ̣εμόνι. ὃς(*) δὲἀπεκρ̣[ίθ-][η] Β̣α̣β̣α̣θ̣[α]ς̣ Σίμωνος διὰ <ἐ>π̣ιτρόπου αὐτῆς Μαρας Ἀβδαλ̣15[γου Πετραίου], λέγ[ο]υ̣[σ]α̣· ἐπὶ(*) πρὸ τού<του> παρήνγιλ̣έ̣ς(*) με εἰς [Ἁδριανὴν Πέτραν πρὸς τὸν] κ̣ρ̣ά̣τ̣[ι]σ̣[τ]ο̣ν̣ [ἡ]γ̣[ε]μό̣ν̣α̣ <ε>κη̣- [-ca.?-]ω̣ν̣  ̣[  ̣]  ̣  ̣α  ̣  ̣  ̣  ̣σ  ̣  ̣  ̣  ̣[  ̣  ̣]σί̣ᾳ̣ μ̣έ̣[χρι] [διακουσθῶμε]ν β̣ίαν μ̣οι χρωμένῃ σ̣υ̣κ̣ο̣[φ]α̣ν̣τ̣ο̣ῦ̣σ̣ά̣ [μοι καὶἔδωκα καθʼ ὑμ]ῶ̣ν̣ π̣ι̣τ̣τ̣ά̣κ̣ι̣ν τ̣ῷ̣ κρ̣[ατί]σ̣τ̣ῳ̣ ἡ̣γ̣ε̣μ̣ό̣20νι κ̣α̣ὶ̣ [ὑπέγρα]ψ̣έ̣ν̣ μ̣οι [εἰς Π]έ̣τ̣ρ̣[αν σὺν ὑμ]ῖ̣[ν τ]ὰ [νόμι]μα χρ̣ᾶ̣[σ-] θ̣α̣ι̣, καὶ τὰ νῦν παρανγέλλω σοι πρώτως πρὸς τὸν κράτισ̣-[τ]ο̣ν̣ ἡγ[εμό]ν̣α̣ εἰς Ῥαββαθμωαβα χάρ̣[ι]ν̣ ο̣ὗἔχω πρός σε κ̣α̣τ̣ὰ̣ τ̣ὴ̣ν δ̣ι̣ά̣γ̣ν̣ωσιν τοῦ κρατίστου ἡγεμόνος [τὰ νόμιμα ἀρ]νοῦμαι. [ὣ]ς δὲἀποκριθοῦσα(*) Ἰουλία Κρισπῖ\ν/α,25[λέγουσα· τὰ νόμιμα τοῦ κρατίστου ἡγεμόνος τῇ δικαιοδ]ο̣σ̣ί̣-[ᾳ εἰς Πέτραν ἀ]π̣[ή]ρ̣τισα̣, κ̣[αὶ εἴ τι λόγον ἔχεις πρὸς ἐμὲ] [π]α̣ρ̣ε̣[δ]ρ̣ε̣ύ̣ιν(*) [ἐ]πὶ τὸν αὐτὸ[ν Νέπωτα ἐπιτροπ  ̣  ̣. ἔχεις] [τῶν αὐτῶν ὀ]ρ̣φ̣α̣[ν]ῶ̣ν̣. ἐπράχθη ἐν Μαωζᾳ περὶ Ζοορων [ὑπατείας Λαίνα Ποντιανοῦ καὶ Μάρκου Ἀντωνίου] 30[Ῥουφίνου πρὸἑπτὰ εἰδῶν Ἰουλίων. Sul papiro cfr. L. di Cintio, Archivio di Babatha, cit., pp. 130-135.

[73] Per tale aspetto cfr. ntt. precedenti.

[74] Il fenomeno potrebbe essere collegato anche alla cosiddetta proprietà temporanea, su cui cfr. S. Tolone Azzariti, Die Revocabilität Rechts und das Eigentum auf Zeit. La proprietà temporanea e le sue radici germaniche attraverso l’opera di Antonio Di Prisco, Madrid, 2016, pp. 86 ss. Lo studioso, dopo aver analizzato in modo rigoroso la letteratura tedesca, teorizza l’idea che si possa costituire un dominium a termine, attraverso l’applicazione del meccanismo definito dallo stesso ‘reversione’, operante ipso iure o in modo espressamente pattuito. Cade, così, anche per questa via, il dogma della ‘intangibilità’ della proprietà. 

[75] In tal senso si pensi alla misthoprasia di P. London III, 1164 del 212 e P. Oxy, XVII, 21.36 del 29; BGU, IV, 1157 del I sec.: Πρω[τάρχωι] π[αρὰἈμμωνίου τοῦ -ca.?- καὶ παρὰ Πνεφερῶτος τοῦ.?-[καὶ Πιεσιήους τοῦ-ca.?- καὶ Πετεαρενφόις τοῦ Π]ι̣ε̣σ̣ιήους. [ἐπεὶ κατὰ συνχωρήσεις τρεῖς τὰς τελειωθείσας διὰ τοῦ κριτηρίου κατὰ μὲν μίαν] τ̣ὴ̣(ν) γ̣ε̣γ̣ο̣ν̣υ̣ῖ̣α̣ν̣ [ἐν τῷ] 5[τε]τ̣[ά]ρ̣τῳ̣ [(ἔτει) Κα]ί[σα]ρος Π[αῦνι (?)- ca.11 - ὁμολογήκασιν ἀπέχειν](*) ὅ̣ τ̣ε̣ Πνεφερὼς̣ καὶ Π̣ι̣ε̣σ̣ι̣ῆ̣ς̣ καὶἔτι Πετε̣αρε̣ν̣φόις Π̣ι̣ε̣σ̣ι̣ῆ̣ος παρὰ τοῦἈμμωνίου ἀ̣ρ̣[γ]υ̣ρ̣ί̣ο̣υ̣ δραχμὰς χιλίας τριάκοντα δύο ἐντόκους, κατὰ \δὲ/ τὴν ἑτέραν ὡμολόγηκεν ὁἈμμώνιος κομισάμενος ταύτας καὶ τ̣ο̣ὺ̣ς̣ τ̣ό̣[κους] ἀνοίσειν εἰς τοὺς τρεῖς συνχώρησιν περὶ μισθοπρασίας τ[ῆ]ς ὑπαρχούσης αὐτῷ σκάφης ξ̣υ̣λ̣ηγοῦ πηχῶν τριάκοντα πέντε πλάτους πηχῶν ἕνδεκα , κατὰ δὲ \τὴν τρίτην/ ⟦ἑτεραν συνχώρησ[ιν] ⟧10τὴν γεγονυῖαν ἐν τῶι ἐννεακαιδεκάτωι ἔτει Καίσαρος Ἐπεὶφ \τ̣ὸ̣ν̣/ Ἀμμώνιον \κατειληφότα/ ⟦κομισάμενος⟧ παρὰ τοῦ Πνεφερῶτος καὶ Π̣ι̣ε̣σ̣ι̣ή̣ους εἰς τὸ προκείμενον κεφάλαιον ἀ[ρ]γυρίου δραχμὰς τριακοσίας ⟦κατὰ τὸὑπ̣ʼ αὐτῶν εὐδοκηθὲν⟧ἀν\ε̣ν̣η̣ν̣ο̣χ̣έ̣ν̣α̣ι̣/(*) εἰς Πετε̣αρε̣ν̣φ̣ό̣ς \κατὰ τὸὑπʼ αὐτῶν ε̣ὐ̣δ̣(οκηθὲν)/ περὶ μισθοπρασίας \θ̣ε̣  ̣  ̣/ τρίτου μέρους τῆς δηλουμένης σκάφης συνχώρησιν, τὰ νῦν συνχωροῦμε(ν) πρὸς ἑατοὺς(*) ἐπὶ τοῖσδε ὁἈμμώνιος κεκομισμένος παρὰ τοῦ Πνεφερῶς(*) καὶ Π̣ι̣ε̣σ̣ι̣ή̣ους τὰς λ̣ο̣ι̣π̣(ὰς) \  ̣  ̣  ̣  ̣/15τ\οῦ/(*) δ̣α̣ν̣είο̣υ̣ ἀ̣ρ̣γ̣υ̣(ρίου) δραχμὰς {ο(?)} ἑπτακοσίας τριάκοντα δύο καὶ τ̣ο̣ὺ̣ς̣ γ̣ε̣γ̣ε̣ν̣ημένους τόκους καὶ π̣ο̣ι̣ή̣σ̣ε̣ι̣ν̣ ἀκύρους \  ̣  ̣  ̣/ τὰς δηλουμένας τ̣ο̣ῦ̣ δ̣α̣ν̣ε̣ί̣ο̣(υ) [καὶ] τ̣ῆ̣(ς) μ̣ι̣σ̣θ̣ο̣π̣ρ̣α̣σ̣ί̣α̣ς̣ συνχωρήσεις, αὐτόθεν δὲ μεμ̣ι̣σ̣θ̣ω̣κ̣έ̣ν̣α̣ι̣ α̣ὐ̣τ̣ο̣ῖ̣ς̣ Πνεφερῶτι κ̣α̣ὶ̣ [Πιε]σ̣ι̣ῆ εἰς χ̣ρ̣ό̣(νον) ἔ̣τ̣η πεντήκοντα ἀπὸ Φαρμοῦθι τοῦἐνεστῶτος εἰκοστοῦἔτους Καίσαρος τὰ λοιπὰ μέρη [δύο τῆς αὐτῆς σκάφης] Traces ἐ̣ρ̣γ̣ά̣ζ̣ε̣σ̣θ̣α̣ι̣   ̣  ̣  ̣  ̣20[-ca.?-]τ̣ο̣ π̣ρ̣ο̣σ̣κ̣ο̣μίζειν καὶὅτι ἐὰν θέλωσι συντελεῖν, α̣ὐ̣τ̣ό̣θ̣ε̣ν̣ δὲ   ̣  ̣  ̣  ̣[μ]η̣δετ̣έρο̣υ̣ς̣ αὐτῶν μηδʼ ἄλλον ὑπὲρ αὐτοῦ μηδέ(να) ἐπελεύσεσθαι π̣ε̣ρ̣ὶ̣   ̣  ̣  ̣  ̣κεκ̣ομ[  ̣  ̣  ̣  ̣  ̣  ̣]ε̣ι̣  ̣  ̣ καὶ τῶν τόκων, βεβαιώσειν δὲ τὰ δύο μέρη τῆ[ς σκά]φ̣η̣[ς - ca.10 -] [- ca.10 -]  ̣  ̣  ̣  ̣ δ̣υ̣σ̣ὶ̣ π̣α̣ρ̣α̣χ̣ρῆμα̣ ἀ̣π̣α̣ρ̣α̣π̣ο̣δ̣ί̣σ̣τ̣ω̣ς̣ ἢ χωρὶς τοῦ κύρια ε̣ἶ̣ν̣α̣ι̣ 25[τὰ συγκεχωρημένα ἐκτίνειν τὸ] κεφάλαιον σὺν ἡμιολίᾳ [καὶ τὰ βλάβη καὶ δαπανήματα] [καθάπερ ἐκ δίκης].

Si tratta di un affitto di sessanta (o cinquanta) anni di una nave, per la somma del canone è da risolversi in una soluzione al momento della consegna, altra parte, con piena disponibilità e godimento da parte del conduttore e dei suoi eredi. Nonostante la terminologia interna al documento richiami la locazione, l’accordo è denominato dalle parti stesse come locazione-vendita, misthoprasia, in virtù del contenuto sostanziale. Questo schema misto era ben presente nelle negoziazioni ellenistiche, nello specifico per quanto riguarda i contratti agrari, che contengono sia aspetti della locazione sia della vendita. Per di più la durata sessantennale della locazione con la conseguente disponibilità del bene condotto rende il negozio simile all’enfiteusi. La dottrina ha proposto varie soluzioni all’inquadramento dogmatico dal punto di vista del diritto romano a partire da L. Mitteis, Zu den neuen Klassikertexlen der Oxyrhynchos-Papyri, in «ZSS», 28, (1911), p. 383 e da R. de Ruggiero, Locazione fittizia di una nave in un papiro greco-egizio dell’anno 212 d. C., in «BIDR», 20 (1920), p. 49 ss., in modo simile a de Ruggiero, si pone J. Vélissaropoulos, Auclères grecs: Recherches sur les institutions maritimes en Grèce et dans l''Orient hellenisé, 1977, p.  273 ss., per cui si tratterebbe di un accordo che consentiva di godere del bene senza gli oneri del proprietario. per cui si sarebbe trattata di una locazione fittizia per sfuggire al munus a cui il tipo di imbarcazioni era sottoposto. È V. Arangio-Ruiz, Nuovi documenti. Rivista di papirologia per l’anno 1910, in «BIDR», 26 (1924), p. 211, che colloca il contratto in un contesto preciso, compatibile anche con il diritto romano. Secondo lo studioso, si tratterebbe di una contrattazione ellenistica assente nel diritto romano, ma purtuttavia inquadrabile all’interno delle sue coordinate, per cui anche la diversa datazione dei papiri ne dimostra la diffusione. Mutando prospettiva, in base alla quale si è ricondotto lo schema della misthoprasia nell’alveo dell’enfiteusi, lo studioso ravvisa tra le pieghe del lessico tipico delle locazioni una vera e propria alienazione tra privati che, nella forma, conservava passate reminiscenze circa l’appartenenza allo Stato delle navi. Secondo l’ottica di Arangio, il modello enfiteutico sarebbe stato adattato all’alienazione della nave, raccordabile, nello specifico, alla vendita di cosa in proprietà privata, o, opinione preferita dallo studioso, alla trasmissione a titolo oneroso del diritto enfiteutico: modelli atipici continuano a permeare il diritto romano sino al postclassico.

[76] La letteratura su tale argomento, visto da molteplici angolature, è sterminata, alla luce anche della sua fluidità e della sua esposizione a essere ideologizzato nelle varie prospettive in particolare passate, quando si contrapponevano visioni capitalistiche e anticapitalistiche. Pertanto, ai fini della presente indagine, sembra opportuno ricordare alcuni tra i numerosi studi che si occupano del tema in modo tecnico, strettamente connesso all’esegesi delle fonti. Così, cfr.: E. Gabba, Les origines de la république romaine, in Entretiens sur l’Antiquité Classique, XIII, Genéve, 1966, pp. 133 ss.; R. Martini, Recherches sur les agronomes latins, et leurs conceptions économiques et sociales, Paris, 1971, pp. 85 ss.; A.V. Sirago, L’agricoltura italiana nel secondo secolo a.C., Napoli, 1971, pp. 54 ss.; Id., Storia agraria romana. I. Fase ascensionale, Napoli, 1995, pp. 11 ss.; F. De Martino, Storia economica di Roma antica 1, Firenze, 1980, pp. 2 ss.; Id., Le forze di lavoro nell’economia agraria romana, in «PP», 48 (1993), pp. 5 ss.; A. Giardina – A. Schiavone, Società romana e produzione schiavistica. L’Italia: insediamenti e forme economiche 1, Roma-Bari, 1981, pp. 21 ss.; G. Alföldi, Storia sociale dell’antica Roma, Bologna tr. it. 1987, pp. 35 ss.; A. Giardina, Uomini e spazi aperti, in A. Schiavone (cur.), Storia di Roma 1, Torino, 1989, pp. 71 ss.; A. Marcone, Storia dell’agricoltura romana. Dal mondo arcaico all’età imperiale, Roma 1997, 102 ss.; L. Capogrossi-Colognesi, Lavoro agricolo e strutture fondiarie, in E. Lo Cascio (cur.), Terre, proprietari e contadini dell’Impero Romano. Dall’affitto agrario al colonato tardoantico, Roma, 1997, pp. 27 ss.; F. Zuccotti, I glittodonti del diritto romano. Alcuni ipotesi sulle strutture dell’arcaico ordinamento quiritario, in «RDR», 3 (2003), pp. 1 ss. (estr.) con bibliografia.

[77] F. Zuccotti, Per una storia della prothesmia prescrittiva, in «RDE», 2 (2012), p. 296: «In tale prospettiva, tenendo presente l’assenza di una quantomeno compiuta differenziazione tra proprietà e possesso in ambito greco e segnatamente in quello attico, e come la tutela dell’appartenenza si svolga qui in un tipo di processo – la cosiddetta diadikasia – ove com’è noto le parti sono tutte su di uno stesso piano, senza diversa ripartizione degli oneri probatori tra attore e convenuto, è interessante notare come una situazione processuale in linea di massima analoga si venga a creare anche in ambito romano nell’età postclassica, dove la tendenza a tutelare in maniera sempre più decisa il possesso, ponendo in secondo piano rispetto alla protezione della situazione di fatto la eventuale azione relativa alla quaestio de iure circa la titolarità del bene su di un livello di diritto, conduce l’imperatore Costantino (Cod. Theod. 11.39.1) ad addossare in ogni caso al convenuto l’onere di fornire anch’egli una giustificazione del suo possesso, e quindi a parificarlo per tal verso all’attore in una visuale pressoché dimentica del principio ‘melior est condicio possidentis’ e della codificata assenza di qualsiasi onere probatorio a carico del convenuto, secondo una previsione giudicata talvolta «folle» negli studi romanistici, ma legata alla immediata necessità, in un simile contesto, di tutelare soltanto quel possesso che abbia una parvenza di legittimità».

Cfr. anche G. G. Archi, Il concetto della proprietà nei diritti del mondo antico, in «Riv. trim. dir. proc. civ.», 1958, pp. 200-210; A. Biscardi, Diritto greco antico, Milano, 1982, pp. 177 ss.

[78] Si veda supra nt. 33.

[79] A. Berger, Life and works of Saint Gregentios, archbishop of Taphar: introduction, critical edition and translation, Berlin, 2006, pp. 135-137, non solo rileva come l’uso di κέκτημαι fosse costante nella letteratura religiosa medio bizantina, e nota che l’uso di κέκτημαι nel senso di avere rappresentasse un’anomalia, un’espressione «which is especially idiosyncratic in the expression καλώς κέκτημαι instead of καλώς έχω». Mi sembra che le riflessioni dell’autore ben evidenzino la differenza di fondo tra κέκτημαι ed έχω.

Nella letteratura extragiuridica vi è un ulteriore esempio di κέκτημαι nel senso di possedere come ricordato da G. Zago, Cinque Note Testuali a quattro prosatori (Ps. Platone, Seneca, Epitteto, Porfirio), in «Prometheus», 52 (2016), pp. 164-170, che legge κτῆσις, con un senso connesso a quello del presente κτάοµαι, possesso, in Ps.Plat. Epinomis 975a 1-5: ἐροῦµεν δὴ αἵ τ’ εἰσὶν καὶὅτι πᾶς ἀνὴρ αὐτάς, σχεδὸν ὅσοις ἀγὼν πρόκειται τοῦ δοκεῖν ὡς ἄριστον ἄνδρα συµβῆναι γενόµενον ἄν, φεύγει διὰ τὰς κτήσεις τῆς φρονήσεως τε καὶἐπιτηδεύσεως. Anche una fonte papiracea tarda reca il lemma in questione, si tratta di un atto amministrativo, una petizione, egiziana al praepositus per danni da animali in un campo, HGV P. Merton 2. 92 del 324, appartenente all’archivio di Aurelio Isidoro. Διοσκόρῳ πραιποσίτῳ ε πάγου παρὰἸσιδώρ̣ου Πτολεμαίου ἀπὸ κώμης Καρανίδος. κέκτημαι ἀρο̣ύ̣ρας ὑπὲρ τὰ̣ς̣ ὀγ’δοήκοντα, ὑπὲρ ὧν μὴ σπειρομένων τὰ τῷ ταμείῳ πολλῷ χρόνῳ τελῶ καὶ τούτων ἕνεγκα εἰς πενίαν περιέστην...  Anche qui è presente κέκτημαι per indicare forma di appartenenza del terreno; come in Yadin 16 si può ipotizzare che si impiegasse tale termine, in quanto nella sua genericità, non creava problemi di inquadramento rispetto all’autorità romana, rispetto alla quale sono i cives potevano essere titolari di dominium ex iure Quiritium.

di Cintio Lucia



Download:
1 Di Cintio.pdf
 

Array
(
    [acquista_oltre_giacenza] => 1
    [codice_fiscale_obbligatorio] => 1
    [coming_soon] => 0
    [disabilita_inserimento_ordini_backend] => 0
    [fattura_obbligatoria] => 1
    [fuori_servizio] => 0
    [has_login] => 1
    [has_messaggi_ordine] => 1
    [has_registrazione] => 1
    [homepage_genere] => 0
    [insert_partecipanti_corso] => 0
    [is_ordine_modificabile] => 1
    [moderazione_commenti] => 0
    [mostra_commenti_articoli] => 0
    [mostra_commenti_libri] => 0
    [multispedizione] => 0
    [pagamento_disattivo] => 0
    [reminder_carrello] => 0
    [sconto_tipologia_utente] => carrello
)

Inserire il codice per attivare il servizio.