From the body politic to the corporate governance. Public organization and juridical image of the world.

Dal corpo politico alla corporate governance. Organizzazione pubblica e immagine giuridica del mondo

29.10.2020

Paolo Costa

Ricercatore a tempo determinato in Istituzioni di diritto pubblico, Università degli Studi di Padova

 

Dal corpo politico alla corporate governance.

Organizzazione pubblica e immagine giuridica delmondo*

 

 

English title: From the body politic to the corporate governance. Public organization and juridical image of the world.
Numero DOI: 10.26350/004084_000105

 

 

Sommario: 1. Isomorfismo e duplicazione organizzativa. 2. Il ruolo dei Weltbilder. 3. Herrschaft e Macht. 4. Organizzazione del potere ed “epoche”. 5. Un breve attraversamento storico, a mo’ di dimostrazione. 6. Un tentativo di attualizzazione e qualche considerazione conclusiva. 7. Postilla al 5 novembre 2020.

 

 

«[…] dal IX secolo in poi, al di fuori delle mura della stessa Roma, divenne un’abitudine pregare non per l’Imperium Romanum, bensì per l’“Impero Cristiano”, supplicando Dio che l’“esercito cristiano”, l’exercitus Christianus, vincesse sebbene non sia politicamente mai esistito né un impero né un esercito cristiano. Da un punto di vista mitico o escatologico, queste erano però delle realtà».

 

(Ernst H. Kantorowicz, I misteri dello Stato, 1955)

 

 

  1. Isomorfismo e duplicazione organizzativa

 

Nel 1977, John W. Meyer e Brian Rowan pubblicano il saggio Institutionalized organizations: formal structure as myth and ceremony[1].

Gli autori individuano le dinamiche fondamentali del cosiddetto isomorfismo organizzativo, che sarebbe poi divenuto uno schema classico per l’esplicazione della diffusione dei modelli organizzativi.

La principale chiave di lettura della teoria è quella ambientale. Le organizzazioni non agiscono semplicemente quali attori razionali che si adattano alle condizioni ambientali, mossi dal solo fine dell’efficienza e dell’efficacia − e che dunque assumono forme organizzative razionalmente orientate a tale fine. Vi è piuttosto una prevalenza del fattore ambientale sul calcolo razionale. La forma organizzativa è determinata da diffusi criteri istituzionali di razionalità, che possono essere reali ma non di rado sono miti, ancorché sostenuti da un’argomentazione almeno apparentemente logica. Si parla in proposito di «miti razionalizzati». Questi ultimi, proprio in quanto tali, non rispondono ad effettivi criteri di efficienza ed efficacia organizzativa. Le organizzazioni si adeguano nondimeno ad essi dacché la loro diffusione li rende fattori di legittimità sociale, utili ad innalzare le prospettive di sopravvivenza dell’organizzazione che li fa propri. Di qui il fenomeno della duplicazione delle strutture organizzative all’interno del medesimo ente: l’una ufficialmente orientata ai criteri di legittimità sociale; l’altra ufficiosamente orientata alle regole di efficacia ed efficienza interne.

 

  1. Il ruolo dei Weltbilder

 

L’idea di «miti razionalizzati» che assurgono a criteri di organizzazione istituzionale evoca il tema dei Weltbilder. Richiama in particolare l’eccedenza sempre possibile tra la realtà e la sua rappresentazione.

Il concetto di Weltbild è proprio della riflessione filosofica novecentesca. È stato sviluppato in senso sostanzialmente critico da Martin Heidegger[2], ma lo si ritrova già in precedenza in pagine di Max Weber[3].

Sulle orme della riflessione weberiana, il Weltbild può essere definito come:

 

«un costrutto cognitivo unitario e sistematico – privo di lacune significative, ma non necessariamente coerente – in cui il mondo come totalità dei fenomeni costitutivamente indeterminata viene interpretato a fini essenzialmente pratici. L’immagine del mondo è un mondo in immagine: un prodotto intellettuale che realizza una selezione, una sintesi (ordine) e un’integrazione dell’esperienza – reale e possibile – che fornisce il quadro di riferimento per l’interpretazione della propria condizione e la definizione delle proprie esigenze e delle proprie aspettative. Qui l’immagine non è imitazione, non è riproduzione, non è somiglianza. È piuttosto rappresentazione: un’attività proiettiva, necessariamente creativa, che si mette in campo come unica modalità di relazione con ciò che non si può cogliere, ma a cui non si può fare a meno di riferirsi. L’immagine è (l’unico) modo di dare la determinazione (indispensabile dal punto di vista pratico) a qualcosa di costitutivamente indeterminato, di oggettivamente inattingibile. L’immagine del mondo weberiana è una costruzione concettuale che rende gestibile l’ingestibile perché lo priva del suo eccesso di complessità, della sua eccedenza rispetto all’esperienza. Proprio perché eccede ogni esperienza possibile il mondo si dà soltanto in immagine»[4].

 

L’immagine del mondo è appunto solo un’immagine. In essa non vi è alcuna verità circa l’essere del mondo; e in fondo neppure la ricerca di essa. Ciò è coerente con gli esiti metafisici della modernità. Heidegger, da parte sua, ha parlato di epoca «dell’immagine del mondo» [Die Zeit des Weltbildes], e non, al plurale, di «immagini» del mondo, quasi a voler dar prova, già dal titolo della sua opera, che il discrimine non si pone tra un’immagine del mondo e un’altra, ma tra il pensare il mondo per immagini oppure l’esperirlo nel suo essere. Non esisterebbe dunque un’immagine del mondo per ogni epoca, quanto un’epoca, quella moderna, che ha rinunciato all’essere del mondo per iniziare a rappresentarlo secondo immagini. Weber non si addentra in tale questione, che è questione metafisica, nel senso, che qui può esserle attribuito, di osservazione della realtà da un punto visuale che la trascenda. Ma dall’interno della modernità egli coglie nondimeno e fino in fondo il senso del pensare il mondo per immagini. Su questo punto il pensiero di Weber e quello di Heidegger sono in un certo senso l’uno la conferma dell’altro, e insieme l’espressione di un unico fenomeno, colto rispettivamente nell’immanenza e nella trascendenza.

A questa altezza ci si imbatte in una questione rilevante per la riflessione giuspubblicistica. Si tratta del rapporto costitutivo tra immagine del mondo e potere politico: 

 

«L’immagine del mondo», osserva ancora Dimitri D’Andrea, interpretando Weber, «è il frame intrascendibile nel quale noi definiamo “chi siamo”, interpretiamo i nostri interessi e diamo forma alle nostre aspirazioni. Detto altrimenti: l’orizzonte in cui il fenomeno del potere prende forma. Un Weltbild è quell’insieme di credenze che strutturano la soggettività e definiscono così i poteri a cui è esposta e, al tempo stesso, i poteri rispetto ai quali risulta indifferente. Il potere è un effetto dell’immagine del mondo, l’immagine del mondo ha un effetto di potere. Come ogni sapere. Sono le immagini del mondo che strutturano la soggettività, attribuiscono potere, definiscono spazi-margini di resistenza. Le immagini del mondo definiscono aspettative, attribuiscono e legittimano poteri, stabiliscono ciò che è rilevante e ciò che non lo è, creano spazi e risorse per quelle forme di resistenza al potere che Michel Foucault chiama controcondotte»[5].

 

L’immagine del mondo è «l’orizzonte in cui il fenomeno del potere prende forma». Viene qui chiaramente individuata una regolarità: la forma del potere è sempre in relazione ad un’immagine del mondo. 

Il Weltbild svolge dunque una funzione legittimante. Là dove goda di una decisiva diffusione sociale, esso si comunica alla forma del potere politico. Concorre, si potrebbe dire, a determinare la rappresentazione delle “epoche”, e con essa la corrispondente idea di organizzazione sociale. In tal senso legittima socialmente una determinata forma organizzativa in quanto induce a considerarla corrispondente alla realtà del mondo, dunque come la più adeguata delle organizzazioni possibili (in questo discorso il riferimento alla “realtà” va ovviamente inteso in senso fenomenico e non ontologico, dunque come effettività del mondo e non come verità del mondo). «Il quadro metafisico che una determinata epoca si costruisce del mondo», osserva Carl Schmitt, «ha la stessa struttura di ciò che si presenta a prima vista come la forma della sua organizzazione politica»[6].

Il Weltbild incide in questo modo sulla genesi dei concetti organizzativi.

È rilevabile una significativa contiguità fra la teoria dell’isomorfismo organizzativo, la riflessione sui Weltbilder e le dottrine dell’istituzionalismo giuridico.

La paternità della teoria istituzionalistica va riconosciuta, com’è noto, al giurista francese Maurice Hauriou. In Italia è stata ripresa, con significative differenze, da Santi Romano.

Carl Schmitt, nella sua classificazione dei tipi di scienza giuridica, ne ha fatto un tipo di pensiero giuridico a sé[7]. Ma dottrina assai attenta ha evidenziato come in realtà non si tratti di una teoria tra le altre bensì del presupposto fondamentale per la pensabilità di ogni teoria giuridica dello Stato. Maurizio Fioravanti, muovendo dalle radici savignyane dell’istituzionalismo giuridico, osserva in particolare che:

 

«nessuna scienza di diritto pubblico, al di là delle successive scelte in senso “istituzionalistico” o “normativistico”, sarebbe stata pensabile a partire dalla metà dell’Ottocento se i giuristi non avessero ritenuto di poter porre lo stesso potere politico ad oggetto delle proprie analisi: e che ciò, infine, fu possibile solo sulla base delle elaborazioni di Savigny sul terreno del diritto privato, le quali sboccarono complessivamente […] nell’individuazione di un ordine istituzionale del diritto, di quel sistema di principii giuridici, che rappresentava, non solo il superamento, da parte della scienza del diritto privato, di una considerazione meramente esegetica del diritto positivo vigente, ma anche, in senso più generale, il “profondo” ordine giuridico della collettività, capace di vincolare lo stesso potere politico»[8].

 

La teoria istituzionalistica è assai nota ai giuristi e davvero non mette conto ripercorrerla nella sua interezza. È utile tuttavia sottolinearne un aspetto specifico.

Nel celebre saggio del 1925[9], Hauriou evidenzia anzitutto una relazione tra forma organizzativa e idea direttrice. L’organizzazione pubblica della società, che culmina nella sua organizzazione istituzionale, si sviluppa lungo alcune fasi logiche e cronologiche (interiorizzazione, incorporazione, personificazione) attraverso le quali l’idea originaria genera un’organizzazione istituzionale adeguata alla sua realizzazione. Hauriou si esprime apertamente nei termini di «idée de l’oeuvre à réaliser» all’interno di un raggruppamento sociale. Le esemplificazioni che propone evidenziano l’indifferenza verso la natura dell’oeuvre, e dunque della nascente istituzione: una società anonima è istituita per realizzare un’impresa speculativa; un ospedale è istituito per realizzare di un’idea caritatevole; uno Stato è un «corps» (il lessico di Hauriou evoca la tradizionale immagine del body politic, resa celebre dagli studi di legal history di Ernst Kantoriwicz) costituito per la realizzazione di un certo numero di idee, riassumibili come «protectorat d'une société civile nationale, par une puissance publique à ressort territorial, mais séparée de là propriété des terres, et laissant ainsi une grande marge de liberté pour les sujets»[10].

Pur nella differenza delle finalità, la logica che unisce gli esempi offerti da Hauriou è la medesima: il rapportarsi delle forme organizzative ad un’idea da realizzare. Dove tale idea sia quella di Stato, essa determina le forme organizzative di quest’ultimo e, finalmente, il suo ordinamento giuridico. In ultima analisi, molti concetti giuspubblicistici trovano la propria matrice nell’idea diffusa (e determinante) dell’intrapresa politica da realizzare, la quale si pone nei loro confronti come condizione, per così dire, ambientale: in contiguità, appunto, con la teoria dell’isomorfismo organizzativo e la riflessione sui Weltbilder.

Le implicazioni di tali considerazioni richiedono, prima di procedere oltre, alcune precisazioni ulteriore intorno alla questione della legittimità politica. 

 

  1. Herrschaft e Macht

 

In ogni organizzazione sociale è possibile distinguere, nel solco dell’insegnamento weberiano, Herrschaft e Macht, il cui significato e le cui differenze possono essere rese, privilegiando un linguaggio quam maxime giuridico, ricorrendo alle coppie lessicali sovranità/legittimità e potere/potenza. Potrebbero essere rispettivamente considerate, attingendo con qualche approssimazione alla celebre dottrina dello Stato jellinekiana, come il lato giuridico ed il lato sociologico del medesimo fenomeno. Ciò significa che è possibile distinguere il dispositivo di legittimazione del potere dalle modalità de facto con cui il potere viene esercitato. Vi è sempre una dottrina giuridica che rende legittimo l’esercizio del potere[11]; e vi è sempre un’arte del governare a cui il sovrano deve attenersi per esercitare il potere in quel preciso frangente storico.

La prima questione è quella della legittimità. Essa, come denuncia lo stesso etimo della parola (conformità ad una legge[12]), è sempre una questione essenzialmente giuridica. La storia dei suoi sviluppi presenta sicure regolarità. La legittimità trova fondamento in principi e concetti interni allo stesso pensiero giuridico, epifenomenici rispetto alla sola “base etico-naturale” del fenomeno giuridico (la persona[13]), e dunque indipendenti dagli altri livelli dell’organizzazione sociale. In altre parole, la questione della legittimità è caratterizzata da una forte autonomia che le deriva dall’autonomia propria dei concetti giuridici fondamentali (a partire da quello di contratto) sui quali si sono costruite nei secoli le diverse dottrine della sovranità[14]. Secondo la celebre immagine antropomorfa che si deve a Thomas Hobbes, forse il massimo teorico della moderna legittimità politica, l’economia (il benessere e la ricchezza) è la forza del makros anthropos, ma la sua anima risiede nella sovranità[15].

La seconda questione è quella dell’organizzazione concretamente preposta all’esercizio del potere. Nello Stato moderno, tale è considerata la pubblica amministrazione o, più in generale, lo Stato-apparato. Nel senso ancor più generale con cui la si intende qui, essa non coincide né con la prima né con il secondo. È riferibile piuttosto alla concreta forma storica in cui il potere politico cerca la propria effettività, al di là di schemi concettuali astratti.

L’organizzazione del potere politico ha dunque natura concettuale ma anche prasseologica. Per tale ragione, essa incrocia inevitabilmente gli altri livelli di organizzazione sociale (civile, economico, religioso, etc.) e da questi può essere condizionata, anche in modo decisivo[16].

 

  1. Organizzazione del potere ed “epoche”

 

Ciò sollecita un interrogativo intorno alla possibilità di individuare, tra i diversi livelli di organizzazione e prassi sociale, quello che possa considerarsi determinante – o, altrimenti detto, strutturale. Un tale livello potrebbe infatti esprimere quella condizione ambientale considerata metodologicamente centrale dalla teoria dell’isomorfismo organizzativo.

In effetti, è difficile negare che vi sia un livello sociale determinante per il concreto esercizio del dominio. In questo, il materialismo storico probabilmente non si è sbagliato. È sicuramente discutibile che il livello determinante sia sempre ed invariabilmente quello economico (e che, dunque, quest’ultimo sia anche quello decisivo[17]). Ma è difficile negare che esista un livello determinante, una “struttura” sociale dalla quale muovere per la comprensione delle forme del potere politico (affermazione che, poi, altro non esprime se non la possibilità di pervenire ad una spiegazione causale dei fenomeni sociali).

Nella sua logica interna, del resto, lo stesso materialismo ha considerato determinante il livello economico (la struttura dei rapporti di produzione) non già per aderire ad esso ma per fare emergere, quasi per contrasto, la dimensione non sovrastrutturale della libertà (intesa come emancipazione). Il materialismo provoca la materia per disvelarla e non per farne il proprio destino. «L'essenza del materialismo», scrive Martin Heidegger in una celebre lettera in cui coglie il «superamento del materialismo naturalistico e dell’idealismo astratto»[18], «non sta nell'affermazione che tutto è solo materia, ma piuttosto in una determinazione metafisica per la quale tutto l'ente appare come materiale da lavoro»[19].

Possono dunque succedersi livelli determinanti di diversa natura. Possono essere reali o possono essere un’immagine diffusa della società: la logica di fondo non cambia. La loro natura “strutturale”, infatti, non va intesa nel senso di un realismo ingenuo che, quasi positivisticamente, tracci un confine piuttosto arbitrario fra natura e cultura[20]. Una volta che un livello, quale ne sia la natura, assurga al rango di forza determinante, condiziona il modo di pensare e praticare la dimensione pubblica. Esso ne diviene causa, in senso efficiente (avvia i processi di mutamento) e in senso formale (determina le forme della sua esistenza). Così inteso, il livello strutturale è epochenmachende.

 

  1. Un breve attraversamento storico, a mo’ di dimostrazione

 

Ogni passaggio storico si compie all’esito di una fase di transizione.

Ora, è proprio nel momento della transizione “epocale” che nell’ambito dell’organizzazione del potere politico può avere luogo la duplicazione asserita dalla teoria dell’isomorfismo organizzativo, dacché è quello il momento del «già e non ancora» del nuovo ambiente condizionante. La duplicazione non ha luogo nei periodi e nei sistemi che, dal punto di vista giuridico e politico-sociale, registrano maggiore organicità (per usare il linguaggio di Saint-Simon). Dove invece un sistema attraversi una fase di transizione, e dunque sconti una significativa incompiutezza delle forme della sua esistenza politica, può svilupparsi una differenziazione organizzativa tra Herrschaft e Macht, destinata a ricompattarsi solo a transizione compiuta.

È questa una regolarità che si tenterà di mostrare illustrando rapidamente, senza pretese storiografiche, alcuni noti svolgimenti epocali.

L’ordinamento romano-imperiale è senz’altro un ordinamento che può definirsi stabilizzato. Dura circa cinque secoli ed è l’esito di un periodo di transizione che ha visto, accanto alla costituzione ufficiale, l’avvento di poteri de facto (il progressivo consolidamento del principato). In esso Herrschaft e Macht vivono in unità organica. La costituzione politica è fondata su una legittimazione al contempo mistica e razionale. Si afferma gradualmente la divinizzazione dell’imperatore, culminante nella teologia del suo genius e nella liturgia della sua apoteosi. Vespasiano, da parte sua, rispolvera nel 69 d.c. il mito della Lex regia de imperio, cercando in questo modo di rafforzare l’auctoritas imperiale attraverso un atto giuridico (essenzialmente contrattuale) di conferimento della stessa da parte del populus[21]. La forte verticalizzazione dell’organizzazione del potere politico è tutt’uno con la forma del principale strumento di esercizio della Macht, l’esercito. Non è fortuito se fu Augusto, il primo imperatore romano, a realizzare la più organica riforma dell’esercito, stabilizzandolo e professionalizzandolo.

L’avvento del cristianesimo annuncia l’inizio di una nuova transizione, e quindi di una nuova duplicazione organizzativa. «[…] durante e dopo l’epoca di Costantino», osserva Kantorowicz, «i Vescovi della Chiesa trionfante si appropriarono di numerosi privilegi riguardanti le divise e le cariche che nel tardo impero erano stati propri degli ufficiali più alti in grado», in una reciproca influenza «tra sacerdotium e regnum». Di qui la lunga transizione medievale, con il suo conflittuale dualismo dei poteri: «il sacerdotium assunse sembianze imperiali, mentre il regnum acquisì fattezze religiose»[22].

Per larga parte del Medioevo si assiste ad una scissione tra auctoritas e potestas. La prima, definibile, se si vuole, con la successiva formula del «regnare senza governare», si concentra nelle massime autorità dei due ordinamenti universali (papa e imperatore); al di sotto di questi, la concreta potestas è esercitata da un sistema di particolarismo istituzionale in un contesto di particolarismo giuridico. È il complesso ordinamento della Respublica christiana,articolato secondo il diritto territoriale in principati, signorie, città, castelli, chiese, monasteri, etc.[23]

L’assolutismo pone fine al sistema medievale. Si assiste ad una rimodulazione dell’influenza tra le due sfere:

 

«[…] nel corso dei secoli il centro di gravità […] si spostò dall’autorità personale del Medioevo alle forme collettive dei tempi moderni, ai nuovi Stati nazionali e alle altre comunità politiche. Gli scambi e gli influssi tra la Chiesa e lo Stato non riguardarono più il singolo detentore del potere, ma le comunità. In conseguenza di ciò, alcuni problemi sociologici diedero vita a questioni ecclesiastiche e, viceversa, queste crearono dei problemi sociologici. Sotto l’autorità del pontefice, in quanto princeps e verus imperator, l’apparato gerarchico della Chiesa romana – malgrado alcune caratteristiche del costituzionalismo – dimostrò una tendenza a divenire il prototipo perfetto di una monarchia assoluta e razionale, fondata su basi mistiche. Contemporaneamente lo Stato dimostrava una tendenza crescente a diventare una quasi-Chiesa e una monarchia mistica fondata su basi razionali. In queste acque – torbide, se vogliamo – il nuovo misticismo dello Stato trovò la sua origine e il suo sviluppo»[24].

 

Lo strumento pratico di circolazione dei dispositivi legittimanti è il diritto romano-canonico, e in particolare gli «influssi tra chiosatori e glossatori canonici e civili»[25]. Riprendendo e integrando una conclusione di Maitland, Kantorowicz afferma che «la nazione si era messa nei panni del principe»; e tuttavia «questo avvenne solo dopo che il principe si era messo già nei panni del pontefice e del vescovo»[26].

Da questo excursus, rapido ma poggiante sull’autorità di grandi storici del diritto, si evince una certa continuità dei dispositivi formali di legittimazione del potere, estendentesi in pratica dal tardo Impero romano sino al moderno Stato nazionale. Ma si evince altresì come, al di sotto del livello della legittimità (della Herrschaft), assai diverse furono le concrete organizzazioni della Macht. Come si è visto, il tardo impero romano è un’epoca organica in cui le due organizzazioni (impero ed esercito) sono isomorfe. Assai disorganico è invece il Medioevo[27]. Alla verticalità dell’auctoritas propria degli ordinamenti universali non corrisponde un’analoga forma organizzativa del livello del concreto esercizio del potere: la potestas è, sia istituzionalmente sia giuridicamente, diffusa in un cosmo particolaristico. Il moderno Stato nazionale perviene invece ad una nuova epoca organica: il potere legittimo si concentra in un unico punto preciso e da questo si dipana una rigorosa organizzazione amministrativa mera esecutrice della sua volontà.

La critica anticapitalistica dell’Ottocento inaugura una nuova epoca disorganica. Prende forma teorica la scissione fra struttura e sovrastruttura. La legittimazione formale dello Stato resta tale; ma essa non coincide più con il “vero” potere sociale, rispetto al quale lo Stato stesso si fa sovrastrutturale e degrada a «comitato d’affari della borghesia». Di qui prende le mosse una vicenda storica che, passando per l’avvento dei partiti di massa, trova una sua parziale stabilizzazione nella nascita del moderno Stato sociale, espressione del costituzionalismo prescrittivo dell’epoca industriale. La legittimazione rappresentativa ottocentesca è ormai inadeguata a rendere visibile nelle istituzioni il conflitto presente in una società non più monoclasse[28]. Prendono vita un ampio dibattito e non poche iniziative di riforma del sistema politico e costituzionale che intendono lo Stato non più come garante di un ordine ma come mediatore tra interessi in conflitto; lo Stato stesso è chiamato a dare soddisfazione a tali interessi sancendo diritti di prestazione e divenendo, secondo una nota definizione, Stato imprenditore. La forma della sua legittimità (quella di mediatore del conflitto) e la forma del concreto esercizio delle sue attività (l’erogazione delle prestazioni sociali) coincidono, rassomigliando entrambe molto da vicino ad un modello di relazioni industriali[29].

 

  1. Un tentativo di attualizzazione e qualche considerazione conclusiva

 

Un tentativo di applicazione della teoria dell’isomorfismo organizzativo alla condizione politica del presente richiede ai giuristi lo sforzo di non fermare il fuoco dell’attenzione alla sola sagoma dello Stato nazionale. Ciò perché, come si tenterà di mostrare subito, l’ambiente condizionante non può più essere considerato solo quello sociale ma diviene altresì determinante la dimensione spaziale

In effetti, benché nelle discipline giuridiche si discorra da almeno un secolo di crisi dello Stato moderno, l’orizzonte spaziale in cui istintivamente il giurista colloca la propria riflessione è sempre quello dell’ordinamento statale. Lo abbandona solo per altri spazi “formali”, definiti comunque in relazione a quest’ultimo: l’ordinamento europeo (lo spazio politico degli Stati membri), l’ordinamento internazionale (lo spazio politico degli Stati nazionali), etc.

L’osservazione degli sviluppi attuali sembra evidenziare la necessità ma al contempo l’insufficienza di tale prospettiva. Con ciò si intendono affermare due cose: il livello di analisi determinante non è più quello nazionale, a dispetto dell’inveterata abitudine dei giuristi; ma non è neppure ancora quello globale, a dispetto dell’invalsa persuasione di economisti e scienziati della politica. Il contesto storico sembra essere quello di una tipica epoca di transizione e dunque disorganica.

Davvero non serve dilungarsi per mostrare l’esistenza di una crisi della sovranità nazionale come luogo di effettivo esercizio del potere. Ma neppure serve dilungarsi per mostrare l’esistenza di un processo di globalizzazione di natura essenzialmente economica e tecnologica (e dunque impolitica).

Il globalismo restituisce un’immagine del mondo in cui dileguano i tradizionali soggetti dell’ordinamento internazionale (le personae publicae degli Stati nazionali) nonché, per conseguenza, le tradizionali categorie del politico, a partire dalla coppia amico-nemico[30]. In luogo della consolidata immagine verticale, si fa strada un’immagine reticolare[31].

Si scorgono tuttavia anche i segni di una controtendenza. Basti rammentare, a tacer d’altro, il crescente fenomeno del sovranismo, il quale, al di là del tenore polemico del concetto di nuovo conio, altro non sembra esprimere che la vecchia statualità westfaliana. 

La crisi della sovranità nazionale alle prese con la globalizzazione, in realtà, non significa necessariamente crisi di ogni potenza nazionale. Il mondo non è affatto privo di potenze nazionali; più che altro, non tutti gli Stati hanno la forza di porsi come tali. Il concetto che potrebbe soccorrere per la comprensione di questo scenario è quello, politico e giuridico, di impero.

L’impero, in effetti, vive di una tensione tra realtà e rappresentazione, tra potere reale e potere ideale. Uno dei caratteri fondamentali tipici del fenomeno è quello dell’universalità. Ogni impero si propone al mondo (come nel celebre passo di Virgilio) sine fine, in senso temporale ma anche in senso spaziale. È un tema che si intreccia con la teologia politica e che richiederebbe estese analisi. Qui si vuole solo evidenziare un aspetto di carattere storico, a conferma della tensione dialettica che attraversa il concetto di impero. Nessun impero storicamente esistito si è mai esteso al mondo intero[32]. In realtà ogni impero è sempre stato circoscritto ad un’area geografica definita, per quanto estesa. In termini geopolitici, gli imperi hanno conseguito al massimo un’egemonia[33]. L’idea di universalità che da sempre li accompagna è una rappresentazione che assolve ad una funzione legittimante: l’appartenenza all’impero è la condizione politica più alta a cui un popolo possa aspirare. L’idea di impero racchiude così in sé anche un ideale di civiltà universale. L’impero rappresenta il punto più avanzato del processo di civilizzazione, se non finanche il suo compimento storico[34]. Tale idea legittimante non elimina tuttavia il fatto che dietro all’immagine spersonalizzante della civiltà universale vi sia un concreto potere politico e personale che esercita la propria egemonia. Esso si manifesta inequivocabilmente ogni qual volta un impero crolla, mettendo a nudo la realtà del dominio metropolitano.

Ora, ritornando all’ultima epoca organica registrata, quella dello Stato sociale, è piuttosto semplice concludere che la sua crisi è stata innescata proprio dal processo di globalizzazione. In particolare, il modello è stato messo drasticamente in crisi dal globalismo economico e del suo tratto più caratteristico, il finanz-capitalismo, doppiato da una crisi dei debiti sovrani che dura ormai da oltre un decennio. 

Non è qui il caso di dilungarsi a raccontare una storia ancora in corso e a tutti nota. Il suo effetto pratico sui modelli organizzativi è stato quello di sostituire (con una buona dose di falsificazione del linguaggio[35]) al government la governance e alla hard law la soft law. Entrambe, governance e soft law, appaiono manifestazioni di un “diritto della globalizzazione” il cui tratto caratteristico è un favor per modelli giusprivatistici ispirati alla corporate governance − a detrimento dei modelli giuspubblicistici propri dello Stato sociale[36], i quali ultimi restano nondimeno i soli formalmente riconducibili alla legittimazione democratica. Tale rimodulazione del rapporto tra diritto pubblico e diritto privato ha portato a parlare di «context of today’s refeudalization»[37]. La disorganicità del momento attuale è palmare.  È un’esperienza giuridica che potrebbe essere interpretata, più o meno metaforicamente, come una transizione verso una forma di “diritto imperiale”[38]: rispondente all’interesse di alcuni più che all’interesse di tutti[39].

Sono queste, ovviamente, solo considerazioni seminali, utili, semmai, a suggerire ulteriori e più approfondite analisi degli sviluppi in corso alla luce del principio dell’isomorfismo organizzativo e della sua potenziale applicabilità all’ambito del diritto pubblico.

 

  1. Postilla al 5 novembre 2020

 

Mentre si scrivono queste righe il mondo è alle prese con la pandemia di Covid-19, che ha prodotto pressoché in tutti gli ordinamenti nazionali, democratici o meno democratici che siano, forme di sospensione dei diritti costituzionali e pervasive misure che si possono definire (non necessariamente con intendimenti critici) biopolitiche[40]. La drammatica vicenda ha altresì determinato una dilatazione del ruolo delle tecnostrutture e riattualizzato il tema del rapporto tra conoscenza scientifica e decisione politica.

Si annunciano così ulteriori e non ancora ricomposte disorganicità.    

 

 

Abstract: The sociological theory of organizational isomorphism has an unexpected relevance in relation to some fundamental categories of public law. In particular, starting from Weber's reflection on the images of the world and their relationship with the phenomenon of power, the duplication of organizational models identified by theorists of isomorphism appears useful to explain some public law’s regularities involved in the legitimation processes.

 

Keywords: organizational isomorphism; political power; legitimation


* Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1]The american journal of sociology, 2 (1977).

[2] V., M. Heidegger, Die Zeit des Weltbildes (1938), tr. .it L’epoca dell’immagine del mondo, in M. Heidegger, Sentieri interrotti, Firenze 1968.

[3] M. Weber, Introduzione a Die Wirtschaftsethik der Weltreligionen (1920), tr. it.  L’etica economica delle religioni universali, in Idem, Sociologia della religione, vol. II, Milano 2002, p. 20.

[4] D. D’Andrea, Pensare la soggettività senza natura umana. Materialità e immagini del mondo in Max Weber, in Cosmopolis. Rivista di filosofia e teoria politica, 1 (2016).

 

[5] Ibidem.

[6] C. Schmitt, Le categorie del “politico”, Bologna 1972, p. 69.

[7] C. Schmitt, I tre tipi di pensiero giuridico, in Idem, Le categorie del “politico”, cit., pp. 250 e ss.

[8] M. Fioravanti, Savigny e la scienza di diritto pubblico del diciannovesimo secolo, in Quaderni fiorentini, 9 (1980), p. 337.

[9] La théorie de l’institution et de la fondation. Essai de vitalismo sociale (1925), consultabile in Idem, Aux sources du droit, Parigi 1933.

[10] Ibidem, p. 98.

[11] «[…] tra dominanti e dominati di solito il dominio viene interamente sostenuto da principî giuridici», M. Weber, Economia e società. Dominio, Roma 2012, p. 819.

[12] «Si attribuisce legittimità a un ordinamento politico quando in base ad argomenti giuridici e morali lo si ritiene degno d'essere riconosciuto all'interno (dai consociati) e/o all'esterno (da ordinamenti egualmente sovrani). Etimologicamente legitimus denota qualche cosa come 'conforme alla legge' e 'valido giuridicamente'. Di conseguenza il suo significato varia con il variare delle nozioni di diritto e di legge, in particolare a seconda che si faccia riferimento alla legge naturale e divina, a quella consuetudinaria o a quella positiva. In quest'ultimo caso, che si verifica con la concezione monistica del positivismo giuridico, secondo il quale non vi è altro diritto che il diritto statuito, 'legittimo' diventa sinonimo di 'legale'. Ma il problema della legittimità è nato e si è sviluppato storicamente a partire dall'opposta convinzione che vi sia un ordine normativo superiore a quello del diritto statuito - un ordine da cui questo trae la sua validità. Anche in società nelle quali, per effetto del processo di secolarizzazione, sia venuta meno la credenza in una legge naturale come legge divina, la contingenza del diritto positivo tende a essere riscattata assumendo che le norme statuite possano e debbano essere giustificate sulla base di principî e valori. In questo modo la legittimità viene a designare la giustificazione morale del potere politico in quanto fondato su principî e valori di natura etico-giuridica o etico-sociale», così P. Portinaro, Legittimità (voce), in Enciclopedia delle scienze sociali Treccani, 1996.

[13] Celebre la massima con cui Antonio Rosmini definisce il diritto in senso essenziale: «Conviene dunque dire, volendo parlare esattamente, che “la persona dell’uomo è il diritto umano sussistente”: quindi anco l’essenza del diritto» (A. Rosmini, Filosofia del diritto, vol. I, Milano 1841, p. 224). Al seguito di Maurice Hauriou, Georges Renard si domanda: «si l’être humain est l’unique support d’une subjectivité juridique, s’il n’existe point d’autre sujet de droit que l’homme, et, dans le cas où il en existerait quelque autre, ce qu’il est et comment il se comporte vis-à-vis de la personnalité humaine» (La Théorie de l’Institution. Essai d’ontologie juridique, Parigi 1930, p. 5).

[14] Sia consentito rinviare a P. Costa, Gemina persona. Un’ipotesi giuspubblicistica intorno alla crisi del soggetto politico, Milano 2015.

[15] T. Hobbes, Leviatano, Milano 2001, p. 15.

[16] Si consideri tra l’altro che i due lati del potere, quello giuridico e quello sociologico, sovente si incontrano in un livello superiore (o inferiore, a seconda dei punti di vista) alle dottrine concettualizzate, che è quello simbolico. Studiosi come Marc Bloch ed Ernst H. Kantorowicz hanno scavato in profondità nella simbologia del potere. Maurice Freedman ha espressamente evidenziato la relazione tra simboli e organizzazione sociale: «Le opere sul simbolismo hanno dimostrato in maniera particolarmente sorprendente i pregi di un metodo che indaga e analizza la configurazione delle idee e dei sentimenti gravitanti attorno ad un dato simbolo, le relazioni tra insiemi di simboli, e la connessione tra simboli e organizzazione sociale» (M. Freedman, L’antropologia culturale, Roma-Bari 1979, p. 85). 

[17] «[…] secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell'affermazione in modo che il momento economico risulti essere l'unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura - le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa - costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. - le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un'azione reciproca tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un'enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo piú facile che risolvere una semplice equazione di primo grado. Ci facciamo da noi la nostra storia, ma, innanzitutto, a presupposti e condizioni assai precisi. Tra di essi quelli economici sono in fin dei conti decisivi» (F. Engels, Lettera a Joseph Bolch del 21 settembre 1890, consultabile in K. Marx, Antologia, Milano 2007)

[18] U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Milano 1999, p. 323.

[19] M. Heidegger, Lettera sull’«umanismo», Milano 1995, p. 70.

[20] V., D. Palano, Il dominio dell’uomo sull’uomo. Appunti per un’ontologia del «politico», in Rivista di politica, 4 (2016).

[21] P. Costa, Gemina persona, cit., pp. 32 e ss.

[22] E. H. Kantorowicz, I misteri dello Stato, Genova-Milano 2005, pp. 187-188

[23] C. Schmitt, Il nomos della terra, Milano 1991, p. 41. 

[24] E. H. Kantorowicz, I misteri dello Stato, cit., pp. 188, 189.

[25] Ibidem

[26] Ibidem, pp. 189, 190.

[27] E. H. Kantorwicz, L’Unità del mondo medievale, saggio consultabile inIdem, I misteri dello Stato, cit., pp. 165 e ss.

[28] Sul punto, O. Kirchheimer, Potere e conflitto, Modena 2017, pp. 86 – 89.

[29] Per la dottrina italiana, può rammentarsi il dibattito intorno alla «supplenza sindacale», V., G. Giugni, Stato sindacale, pansindacalismo, supplenza sindacale, in Politica del diritto, 1 (1970).

[30] Ci si permette di rinviare a P. Costa, L'anomia dell'impersonale. Sicurezza e tecnica nell'ordine internazionale, in F. Pizzolato - P. Costa (a cura di), Sicurezza e tecnologia, Milano 2017.

[31] Sul modello reticolare, A. Cantaro, I modelli: autonomia e autodeterminazione nelle vicende del costituzionalismo, in Rivista AIC, 3 (2019), pp. 19 e ss. Celebre il tentativo di G. Teubner di pensare un diritto costituzionale “orizzontale” (Constitutional fragments. Societal constitutionalism and globalization, Oxford 2012). Più ampiamente, sulla costituzionalizzazione del diritto internazionale, R. Bifulco, La c.d. costituzionalizzazione del diritto internazionale: un esame del dibattito, in Rivista AIC, n. 4 (2014). 

[32] Per un’analisi storica intorno all’estensione spaziale e temporale degli imperi, H. Münkler, Imperi. Il dominio del mondo dall’antica Roma agli Stati Uniti, Bologna 2008, pp. 20 e ss. 

[33] Sulla fluidità della distinzione tra impero ed egemonia, ibidem, pp. 17 e ss.  

[34] Intorno a “civilizzazione e frontiera contri barbari”, ibidem, pp. 127 e ss. 

[35] R. Bin, Soft law, no law, consultabile all’indirizzo http://www.robertobin.it/ARTICOLI/Softlaw.pdf: «Non so se i linguisti abbiamo mai sviluppato questa tesi, ma ho spesso l’impressione che il linguaggio sia un sistema “a somma zero”, nel senso che ogni neologismo vi venga inserito tende a ridurre lo spazio semantico delle parole usate in precedenza. Così sono portato a chiedermi a quali parole venga sottratto spazio dall’introduzione di termini come soft law e governance. Sono due parole quasi coetanee, mi sembra, e sicuramente connesse: soft law rappresenta una produzione di regole che avviene per canali diversi dalle procedure formali tipiche delle istituzioni costituzionali di governo, e rinvia piuttosto a modi “nuovi”, comunque diversi di gestire processi decisionali complessi, la governance per l’appunto. Naturalmente il fenomeno non è solo linguistico: soft law allude ad un certo superamento del ruolo dell’hard law, ossia del diritto proveniente dalle istituzioni politiche, e governance al superamento delle procedure con cui quelle istituzioni decidono».

[36] R. Bin, Contro la governance: la partecipazione tra fatto e diritto, consultabile all’indirizzo http://www.robertobin.it/ARTICOLI/Governance.pdf: «Si sa che il moderno successo della governance inizia nell’ambito del diritto societario, come corporate governance. Indica l’insieme delle regole, non necessariamente esplicite, che reggono il “governo” Si sa che il moderno successo della governance inizia nell’ambito del diritto societario, come corporate governance. Indica l’insieme delle regole, non necessariamente esplicite, che reggono il “governo” dei grossi gruppi societari, fissando le relazioni che intercorrono tra azionisti, organi di amministrazione, management, strutture di controllo e stakeholder. Sono regole a basso tenore di obbligatorietà, in larga parte basate su raccomandazioni di organizzazioni internazionali e codici di autoregolamentazione, poiché l’ambiente naturale della corporate governance è il mercato globale deregolamentato, in cui la ricerca del profitto e la valutazione a breve termine del rischio sembrano i parametri deontici prevalenti. Nell’evoluzione dell’organizzazione economica, la corporate governance ha preso il posto di un’altra fortunatissima espressione, dominante sino a un decennio fa o poco più: le relazioni industriali».

[37] A. Soupiot, The public-private relation in the context of today’s refeudalization, in I-CON, 1 (2013).

[38] Come s’è tentato di mostrare altrove, P. Costa, La sicurezza della global city. Prassi globale e critica costituzionale, in Costituzionalismo.it, 2 (2018).

[39] Sintetica ed efficace la “massima” di A. Cantaro (cit., p. 16) «l’universalismo è quella “cosa” che fa bene a tutti, mentre il globalismo è quella “cosa” che fa il bene di pochi».                             

[40] G. Agamben, in una lettura critica di alcune dinamiche del governo della crisi sanitaria, paventa il rischio che il “distanziamento sociale” possa divenire «il nuovo principio di organizzazione della società» (Una domanda, consultabile all’indirizzo https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda). Per un altro tentativo di lettura delle forme assunte dal potere politico in questo frangente può vedersi S. Chignola, Ecotecnia e capitale, consultabile all’indirizzo http://www.euronomade.info/?p=13288    

Costa Paolo



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