Some Reflections Concerning the Decision-Making Power of the Hierarchical Superior (can. 1739)

Alcune riflessioni sui poteri decisori del Superiore gerarchico (can. 1739)

29.12.2020

Paweł Malecha

Promotore di Giustizia Sostituto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica

 

Alcune riflessioni sui poteri decisori del Superiore gerarchico (can. 1739)*

 

English title: Some Reflections Concerning the Decision-Making Power of the Hierarchical Superior (can. 1739)

DOI: 10.26350/18277942_000015

 

Sommario: 1. Premessa. 2. Il ricorso gerarchico e il ruolo del Superiore gerarchico. 3. L’ampia competenza del Superiore gerarchico. 4. Il concetto di opportunità. 5. La decisione sul ricorso. 5.1. La conferma dell’atto impugnato. 5.2. L’invalidità. 5.3. La rescissione (l’annullamento). 5.4. La revocazione. 5.5. La emendazione o la correzione. 5.6. La sostituzione. 5.6.1. La surrogazione. 5.6.2. La obrogazione. 6. Gli altri poteri del Superiore gerarchico. 6.1. Il rigetto. 6.2. La derogazione. 6.3. La mutazione. 6.4. Il risarcimento dei danni. 7. La sanazione. 8. Conclusioni.

 

 

  1. Premessa

 

Il Superiore gerarchico, in base al can. 1739, gode di ampio potere discrezionale per risolvere una controversia originata dall’atto amministrativo impugnato. Infatti, egli, in virtù della superiorità gerarchica sull’autore del provvedimento, secondo i casi, può non solo confermare o dichiarare invalido l’atto giuridico impugnato, ma anche rescinderlo, revocarlo, o, qualora ciò gli sembri più opportuno, correggerlo, surrogarlo, obrogarlo. Il Superiore gerarchico però non può – come vedremo – sanare la violazione della legge sia in procedendo, sia in decernendo commessa da parte dell’autore del decreto impugnato.

L’oggetto di questo studio sarà proprio il potere decisorio del Superiore gerarchico, di cui al can. 1739. Tale argomento, a parere di chi scrive, richiede alcune precisazioni e puntualizzazioni per il tramite di una riflessione canonica, perché la questione – nonostante poca ma sufficiente letteratura al riguardo – non è ben conosciuta fra i ministri e cultori di diritto canonico, soprattutto di quello amministrativo. Infatti, essi a volte non sono in grado di distinguere a livello teorico il significato dei diversi termini tecnico-giuridici contenuti nel sopra citato canone; di conseguenza, accadono talora errori anche nell’esercizio del potere decisorio.

 

  1. Il ricorso gerarchico e il ruolo del Superiore gerarchico

 

In questo paragrafo si vuole offrire una chiave di lettura introduttoria alla retta comprensione dei poteri decisori del Superiore gerarchico. Pertanto, porteremo ora brevemente la nostra attenzione sul ricorso gerarchico e sul ruolo del Superiore gerarchico.

Con il ricorso in parola «si adisce il Superiore, in linea gerarchica, dell’autorità, che ha prodotto il decreto che si assume lesivo, per chiedere la verifica dell’atto amministrativo stesso»[1]. In altri termini, il Superiore gerarchico viene chiamato nel caso a giudicare l’operato del subordinato. La norma essenziale al riguardo si trova nel can. 1737, soprattutto nel § 1[2], in cui viene stabilito che chi si senta gravato da una decisione può ricorrere al Superiore gerarchico di colui che ha emesso l’atto amministrativo singolare, per un qualsiasi motivo giusto.

Va messo in evidenza che per presentare ricorso gerarchico, che deve essere redatto per iscritto, a norma del can. 1737, § 1, si richiede che il ricorrente, da una parte, sia gravato da una decisione, e il gravamen viene inteso quale lesione di un diritto che appartiene al ricorrente. Dall’altra parte, lo stesso ricorrente può addurre un qualsiasi motivo giusto, compresi anche motivi di opportunità e discrezionalità. A questo punto è conveniente osservare che il ricorrente, oltre al gravamen, deve anche dimostrare – come insegna la giurisprudenza della Segnatura Apostolica – la legittimazione attiva a ricorrere, cioè un interesse dovuto a un vantaggio concreto che gli possa derivare dalla vittoria nel ricorso di specie. Tale interesse deve essere personale, diretto e attuale, esplicitamente tutelato e protetto dalla legge[3].

Il ricorso gerarchico obbliga il Superiore a pronunciarsi. Se, invece, il Superiore gerarchico non risponde entro i termini stabiliti dalla legge, si presuppone che la sua risposta sia negativa[4].

 

  1. L’ampia competenza del Superiore gerarchico

 

Il Superiore gerarchico che è chiamato a definire il ricorso gerarchico cioè a rispondervi, in virtù del can. 1739 può «a seconda dei casi, non solo confermare o dichiarare invalido il decreto, ma anche rescinderlo, revocarlo, o, se ciò sembra al Superiore più opportuno, correggerlo, surrogarlo, obrogarlo»[5]. Dal testo del can. 1739 emerge quindi che la competenza del Superiore gerarchico si estende sia alla legittimità, sia al merito, e può andare anche oltre i limiti della petizione fatta dal ricorrente (ex officio e dunque di fatto praeter recursum). Infatti, il canone contempla la possibilità di risolvere il ricorso anche in base a motivi di opportunità, di convenienza, di buona amministrazione, ecc[6].

L’ampia competenza del Superiore gerarchico, di cui al citato can. 1739, viene confermata anche dall’art. 136, § 1, del Regolamento Generale della Curia Romana che recita: «I ricorsi gerarchici alla Santa Sede contro i decreti amministrativi di autorità ecclesiastiche sono esaminati sia nella legittimità che nel merito dal Dicastero competente, a norma del diritto»[7].

Infine, le estese e variegate facoltà del Superiore gerarchico vengono confermate dalla costante giurisprudenza della Segnatura Apostolica[8].

  1. Il concetto di opportunità

 

L’opportunità, di cui al can. 1739, non è sinonimo di arbitrarietà, di capriccio o di mancanza di ragioni. Infatti, il concetto di opportunità suppone la legittimità: «tra legalità in senso stretto e illegalità conclamata c’è una fascia – più o meno ampia, a seconda dei casi – in cui sussiste la discrezionalità, che non è un semplice spazio per l’esercizio arbitrario dell’autorità, ma la possibilità di scegliere tra diversi mezzi, ugualmente legittimi, onde provvedere a una determinata necessità. La scelta – la decisione – che si adotta in ciascuna fattispecie, sarà basata su determinati motivi, criteri, valutazioni ecc. che il [S]uperiore gerarchico può, a sua volta, ponderare di nuovo»[9]. Il Superiore gerarchico gode quindi di facoltà di esercitare il suo ampio potere secondo le necessità del caso per rendere il proprio atto (la propria decisione) discrezionale, opportuno, conveniente o utile. La mancanza, invece, di valutazione da parte del Superiore di per sé non produrrebbe l’illegittimità del suo atto, ma potrebbe renderlo inopportuno, sconveniente o inutile.

 

  1. La decisione sul ricorso

 

La decisione del Superiore gerarchico, che decide sul ricorso gerarchico contro l’atto giuridico dell’autorità inferiore, a norma del can. 1739, può assumere diverse modalità. Esamineremo ora brevemente le diverse possibilità offerte dal menzionato canone.

 

5.1.         La conferma dell’atto impugnato

 

Quando il Superiore conferma la decisione dell’autorità inferiore, si suppone che egli consideri legittimo l’atto impugnato; tale conferma può avvenire in forma communi o in forma specifica[10].

Attraverso la conferma in forma specifica, il Superiore fa espressamente propria la decisione dell’autorità subordinata. Tale conferma richiede una revisione integrale del decreto impugnato, cioè sia circa la sua legittimità che il merito. Anche se questa forma di conferma è menzionata solo nel Codice di Diritto Canonico in relazione alle decisioni prese dal Papa (cf. can. 1405, § 2), in linea di principio non può escludersi la conferma in forma specifica altresì da parte del Superiore gerarchico. In altre parole, se il Superiore vuole confermare in forma specifica l’atto impugnato, deve esaminare a fondo tutti i profili della decisione impugnata, cioè sia la legittimità che il merito.

Se, invece, il Superiore si limita a un esame parziale dell’atto giuridico impugnato o al trattamento dei motivi addotti nel ricorso, si è di fronte a una conferma in forma communi, con la quale il Superiore non adotta integralmente l’atto impugnato[11]. In altri termini, se il Superiore gerarchico si limita soltanto ai profili di legittimità o a quelli di legittimità e/o di merito indicati nel ricorso quali violazioni di legge, si tratta della conferma in forma comune.

Comunque sia, la distinzione fra le forme di conferma sembra che non abbia rilevanza in questo canone, ma la assuma unicamente nel contesto della riparazione dei danni.

 

5.2.       L’invalidità

 

Il Superiore gerarchico può dichiarare invalido (irritum declarare) l’atto impugnato. Tale dichiarazione è ovviamente una conseguenza della presenza di un motivo di nullità nell’atto impugnato, di cui ai cann. 10[12] e 124[13]. L’atto giuridico, infatti, in alcuni casi, può essere dichiarato invalido per assenza di un elemento essenziale o dei requisiti previsti dal diritto per la validità di questo tipo di atto (cf. can. 124, § 1) o a causa della presenza di un vizio di procedura esplicitamente sanzionato con la nullità (cf. can. 10). Infine, va notato che a volte l’atto giuridico è nullo ipso iure, per mancanza assoluta di potere o di competenza di chi ha prodotto tale atto (cf. can. 35[14]).

Siccome, tuttavia, la nullità non opera automaticamente, gli atti, che si ritengano nulli, obbligano il destinatario finché non venga pronunciata la relativa dichiarazione di nullità. I danni che derivano invece dall’atto nullo possono essere chiesti dal momento in cui tale atto è entrato in vigore.

 

5.3.       La rescissione (l’annullamento)

 

La rescissione dell’atto giuridico valido è una delle conseguenze delle circostanze contemplate dal diritto (cf. ad es. can. 125, § 2[15]). Si tratta dei casi in cui l’atto impugnato ha un vizio che non implica la sua nullità assoluta o ipso iure, «ma potrebbe produrre la sua rescissione a istanza dell’interessato. “In questi casi – a differenza della ipotesi di nullità assoluta – la decisione produrrà effetti dal momento in cui essa viene presa (ex nunc), e non automaticamente dal momento dell’emissione dell’atto annullato”»[16].

In un voto pro rei veritate, preparato dal Promotore di Giustizia della Segnatura Apostolica, viene esposta la dottrina e la giurisprudenza del Supremo Tribunale circa la rescissione[17]. Al proposito si afferma che:

a)     la rescissione presuppone che l’impugnato atto amministrativo dell’autorità inferiore è valido;

b)    la rescissione è un atto costitutivo, non dichiarativo, cioè la stessa rescissione non dichiara l’atto nullo, ma lo rende tale;

c)     la rescissione presuppone infine la presenza della causa giusta e ragionevole che faccia riferimento alle circostanze del caso e alla gravità delle lesioni.

Pertanto, il Superiore gerarchico, che vuole rescindere il valido atto amministrativo impugnato, viola la legge, quando: 1) non ci sia la causa giusta oppure 2) questa causa non sia congrua e ragionevole e 3) a seguito dell’atto impugnato la parte ricorrente non subisca lesione.

 

5.4.       La revocazione

 

La revocazione è il provvedimento che lascia senza effetto il precedente atto, senza necessità di porre al suo posto un altro atto in merito alla stessa questione. Il Codice di Diritto Canonico si serve della parola revocatio 46 volte, raramente però nel significato originale di richiamo (cf. cann. 271 e 362) o di promemoria (cf. can. 1562, § 1), ma piuttosto nel significato di revocazione di provvedimenti e atti giuridici, non esclusi anche atti amministrativi (cf. cann. 47; 58, § 1; 73; 79 e innanzitutto cann. 1732-1739)[18].

L’atto revocato non ha vizi di nullità; infatti, se così fosse, l’atto potrebbe essere dichiarato invalido o rescisso. Si tratta quindi dell’atto che il Superiore gerarchico revoca per motivi di opportunità, perché ritiene che esso non sia necessario, conveniente, utile o proporzionatamente gravoso, ecc.

In una causa, a suo tempo pendente presso la Segnatura Apostolica, si è posta la questione in iure se l’autorità ecclesiastica inferiore, al fine di dichiarare la lite finita presso la Segnatura Apostolica, potesse revocare l’atto amministrativo singolare da essa stessa emesso, senza il consenso della Congregazione competente, che aveva già confermato la decisione dell’autorità inferiore[19]. Non vi è dubbio che, secondo la costante giurisprudenza della Segnatura Apostolica, dopo la revoca da parte dell’autorità ecclesiastica dell’atto amministrativo impugnato, la lite presso la Segnatura Apostolica venga sempre dichiarata finita. Ma questo principio generale non determinava quale fosse l’autorità ecclesiastica competente nel caso, cioè l’autorità inferiore o quella superiore. Durante la discussione nel Collegio dei Giudici si è osservato che, a norma dell’art. 123, § 1, della Costituzione Apostolica Pastor bonus, l’oggetto diretto della lite presso la Segnatura Apostolica è l’atto amministrativo singolare emanato dal Dicastero competente, non invece l’atto amministrativo dell’autorità ecclesiastica inferiore. Visto che nel caso l’autorità ecclesiastica superiore si era già espressa sulla decisione dell’autorità inferiore, ossia che l’autorità superiore manus super casum apposuit, venne deciso pertanto che l’autorità inferiore non potesse revocare l’atto approvato dall’autorità superiore senza il suo consenso[20]. Infatti, l’autorità superiore aveva già fatto proprio l’atto del Superiore inferiore.

 

5.5.        La emendazione o la correzione

 

A volte il Superiore gerarchico ritiene che l’atto impugnato debba essere conservato, introducendone però delle modificazioni. Ciò si fa come modo per perfezionare, in alcuni elementi difettosi o poco opportuni, l’atto che di per sé viene considerato da parte del Superiore gerarchico corretto nella sostanza. In concreto si può trattare, ad esempio, degli errori materiali o delle espressioni poco opportuni. Il Superiore gerarchico può anche modificare i motivi della decisione, come è avvenuto – soltanto a titolo esemplificativo – in una causa, nella quale la Congregazione per il Clero ha corretto il decreto del Superiore inferiore, supplendo la parte motiva, perché essa non era ben chiara[21]. Infine, per il tramite dell’emendazione si dà senza dubbio una certa soddisfazione al ricorrente.

 

5.6.       La sostituzione

 

L’ultima delle possibili decisioni del Superiore gerarchico, previste nel contemplato can. 1739, è la sostituzione dell’atto amministrativo. E ciò si ha «quando il contenuto del nuovo provvedimento è diverso, vale a dire, allorché non sia possibile stabilire un’identità sostanziale con l’atto impugnato»[22].

L’abrogazione, la derogazione, la obrogazione e la surrogazione – come scrive G.P. Montini – «sono termini tecnici giuridici che hanno attinenza alla cessazione o al cambiamento di una legge. La loro origine etimologica, come pure tecnica, è nell’ambito del diritto romano, da cui sono poi passate, per il tramite del diritto medievale, nel linguaggio giuridico odierno sia canonico sia degli ordinamenti giuridici statali moderni»[23]. Il Legislatore canonico però non favorisce l’uso dei sopra menzionati termini[24]. Infatti, nel Codice di Diritto Canonico il loro uso è piuttosto raro e spesso vengono utilizzate voci generiche quali revocare (cf. can. 21), cessare (cf. cann. 33, § 2, 34, § 3 e 58, § 1), mutare (cf. can. 1313, § 1) e tollere (cf. can. 1313, § 2)[25].

Comunque sia, considerati altrettanti tipi di sostituzioni, nel testo del can. 1739 la sostituzione appare solo sotto due denominazioni: surrogazione e obrogazione.

 

5.6.1. La surrogazione

 

La surrogazione è una sostituzione molto particolare[26] in quanto non implica la revocazione di una legge, ma significa – strettamente parlando – la aggiunta di una nuova legge a quella già esistente. In altri termini, attraverso la surrogazione la legge precedente non viene né revocata né mutata, ma completata e ampliata con una nuova normativa[27].

Nel can. 1739, tuttavia, la surrogazione non si riferisce a una legge, ma a un atto amministrativo. Ciò significa che il Superiore gerarchico può aggiungere a un atto amministrativo dell’autorità inferiore una nuova parte del ragionamento sia in iure che in facto. Si evince, pertanto, che il Superiore gerarchico gode di facoltà di completare l’atto impugnato. Di conseguenza la surrogazione di un decreto impugnato indica l’aggiunta di una decisione a quella precedente che è stata impugnata con ricorso gerarchico[28].

 

5.6.2.    La obrogazione

 

La obrogazione (da non confondersi con il termine abrogazione[29]) è la mutazione di una legge attraverso la promulgazione di una nuova legge, emanata al fine di sostituire la precedente[30]. L’elemento più significativo dell’obrogazione è che la revocazione (cancellazione) della legge precedente avviene per il tramite di una nuova legge. Inoltre, si tratta di una nuova legge non semplicemente diversa, ma addirittura contraria a quella precedente, come si deduce dal contesto, in cui il verbo obrogare viene usato nel can. 53. Infatti, nel menzionato canone si legge: «Se i decreti sono tra di loro contrari, quello peculiare, nelle cose che vengono espresse in modo peculiare, prevale su quello generale; se sono ugualmente peculiari o generali, quello successivo nel tempo obroga il precedente, nella misura in cui gli è contrario». Va notato che l’obrogazione può cancellare una legge per il tramite di una nuova legge sia totalmente (l’obrogazione in senso proprio) che parzialmente (l’obrogazione in senso proprissimo).

Il termine obrogare, presente soltanto nei canoni 53 e 1739 del nuovo Codice, non si riferisce a una legge, ma ovviamente ad atti amministrativi. Si potrebbe applicare l’obrogazione, ad esempio, nei casi in cui il Superiore gerarchico ritenga che la revoca dell’atto impugnato che leda un vero e proprio diritto non sia sufficiente e che, per questo motivo, sia più opportuno tutelare e riconoscere tale diritto violato, mediante un nuovo atto amministrativo che lo protegga esplicitamente[31].

 

  1. Gli altri poteri del Superiore gerarchico

 

Nel can. 1739, tuttavia, non sono recensiti tutti i poteri decisori del Superiore gerarchico. Infatti, emerge dalla giurisprudenza della Segnatura Apostolica che il Superiore gerarchico gode anche di altri poteri che, ad esempio, gli permettono di rigettare il ricorso, derogare o mutare il decreto impugnato nonché stabilire la riparazione dei danni conseguenti all’atto impugnato. Si deduce pertanto che l’elenco dei poteri decisori del Superiore gerarchico, di cui al can. 1739, non è tassativo, ma solo dimostrativo[32].

 

6.1.        Il rigetto

 

Il Superiore gerarchico non di rado respinge il ricorso gerarchico, ciò avviene quando il ricorso è indubbiamente e manifestamente privo di qualche presupposto e/o di fondamento[33]. Nella prassi si ritiene comunemente e anche erroneamente che il rigetto del ricorso equivale alla conferma del decreto impugnato. Ma il rigetto non comporta automaticamente il timbro di conferma del decreto impugnato da parte dell’autorità superiore, perché il ricorso gerarchico si riferisce non soltanto ai vizi del decreto impugnato, ma anche al merito; pertanto, il ricorso gerarchico è sempre determinato dai motivi addotti. Il Superiore gerarchico può quindi decretare semplicemente il rigetto del ricorso oppure confermare l’atto amministrativo emesso dall’autorità inferiore[34].

 

6.2.       La derogazione

 

«In senso proprissimo per derogazione si intende una qualsiasi revocazione parziale esplicita di una legge precedente.

In senso proprio il concetto di derogazione comprende pure la revocazione parziale implicita (cf. la obrogatio) e perciò intende designare qualsiasi revocazione parziale di una legge preesistente. In questo significato è usato nei canoni 3 e 20 del nostro Codice»[35].

La derogazione dell’atto amministrativo impugnato si ha quando il Superiore gerarchico lo conferma soltanto parzialmente, cioè quando una parte del decreto impugnato con il ricorso gerarchico viene confermata, mentre un’altra no. Questo avviene quando l’autorità inferiore emana – a titolo esemplificativo – quattro decisioni, di cui solo una viene approvata dall’autorità superiore, invece le altre tre no[36].

 

6.3.       La mutazione

 

A volte succede che il Superiore gerarchico muti del tutto il provvedimento del Superiore inferiore, sostituendolo con un provvedimento del tutto diverso: dalla rimozione dall’ufficio alla semplice ammonizione o dalla dimissione di un religioso dall’istituto all’esclaustrazione imposta[37].

 

6.4.       Il risarcimento dei danni

 

Infine si deve tenere presente che il Superiore gerarchico dovrà prendere in considerazione gli eventuali danni causati dall’atto amministrativo. Perciò, qualora essi siano stati richiesti, il Superiore gerarchico può decidere sulla riparazione dei danni, subiti a seguito dell’atto impugnato[38].

 

  1. La sanazione

 

Il Superiore gerarchico, ancora fino a poco tempo fa, a volte, sanava alcuni errori sia in procedendo, che in decernendo commessi da parte del Superiore inferiore. Infatti, a titolo di esempio, in un decreto emesso da una delle Congregazioni si legge al riguardo: «Seppure in maniera succinta, il Decreto episcopale, di cui il Ricorrente chiede la revoca, ha un suo fondamento, dato che è il frutto della prolungata e durevole permanenza del chierico in stato di disobbedienza nei confronti del suo Vescovo. Tuttavia, vi sono alcune omissioni, che vanno sanate, sia in procedendo, che in decernendo»[39].

A tale proposito sorge una domanda sull’ambito del potere decisorio del Superiore gerarchico, ossia se egli, nell’esercizio del suo potere, possa sanare o meno l’illegittimità della decisione impugnata. La domanda proposta è di grande rilievo. La risposta ad rem è stata data dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica con la sentenza definitiva coram Daneels del 2 ottobre 2018. Con questa sentenza, esattamente, è stato chiarito e contemporaneamente messo in evidenza che il Superiore gerarchico in nessun modo gode della facoltà di sanare l’illegittimità della decisione dell’autorità inferiore[40]. E, come recita la menzionata sentenza, è così perché: «Codex Iuris Canonici, ceterum, tantum, servatis condicionibus peculiaribus, cavet de sanatione in quibusdam casibus specificis, scilicet de sanatione in radice matrimonii irriti (cf. cann. 1161-1165), de sanatione actuum in iure processuali (cf. can. 1619) et de sanatione sententiae vitio nullitatis sanabilis affectae (cf. cann. 1622-1623), sed nullibi praevidet sanationem uti institutum generale. Iamvero, Legislator quod voluit dixit, quod noluit tacuit. Quapropter ex silentio de generica facultate sanandi tam in can. 1739 quam in systemate Codis Iuris Canonici concludendum est Superiorem hierarchicum in expendendo recursu hierarchico haudquaquam facultate gaudere decisionis impugnatae sanandae. Quod apprime cohaeret cum regula iuris “Lite pendente nihil innovetur” (can. 1512, n. 5), quae regula utpote regula iuris recursum hierarchicum expendendum procul dubio quoque respicit. Leges, ceterum, quibus recursus hierarchicus regitur processuales habendae sunt, cum in Libro VII de processibus iaceant (cann. 1732-1739). Iam satis hac de re, de qua doctrina, toto systemate iustitiae administrativae prae oculis habito, ulterius disserere potest»[41].

Infine, occorre notare che il Superiore gerarchico il quale, anche se solo ad cautelam, sanasse l’illegittimità della decisione impugnata, commetterebbe l’errore in procedendo, perché egli non gode della facultas sanandi[42].

 

  1. Conclusioni

 

Dopo aver cercato di presentare, per sommi capi, la questione sul potere decisorio del Superiore gerarchico, di cui al can. 1739, emerge che egli gode di ampia competenza. Infatti, secondo i casi, egli può non solo confermare o dichiarare invalido l’atto giuridico impugnato, ma anche rescinderlo, revocarlo, o, qualora ciò gli sembri più opportuno, correggerlo, surrogarlo, mediante eventuali aggiunte, obrogarlo, mediante differenti disposizioni. Tuttavia, tale elenco dei poteri decisori del Superiore gerarchico non è tassativo, ma solo dimostrativo. Infatti, il Superiore gerarchico gode anche di altri poteri che, ad esempio, gli permettono di rigettare il ricorso, derogare o mutare il decreto impugnato nonché stabilire la riparazione dei danni conseguenti all’atto impugnato. Il Superiore gerarchico però non può sanare la violazione della legge sia in procedendo, sia in decernendo commessa da parte dell’autore del decreto impugnato.

 

Abstract: The object of this article is the decision-making power of the hierarchical superior, who – by virtue of the prescription of can. 1739 – may, according to the case, not only confirm or declare the contested legal act invalid, but also rescind it, revoke it, or, if it seems more appropriate, correct it, subrogate it, obrogate it. However, this list of the decision-making powers of the higher authority is not exhaustive, but only demonstrative. In fact, the hierarchical superior also enjoys other powers which, for example, allow him to reject the appeal, derogate or change the contested decree and establish the reparation of damages resulting from the contested act. The hierarchical superior, however, cannot sanate the violation of the law both in procedendo and in decernendo committed by the lower authority.

 

Key words: hierarchical superior, juridical act, confirm, invalidity, rescind, revoke, correct, subrogate, obrogate, derogate, reject, change, senate, reparation of damages.

 


*Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1] Cf. G.P. Montini, Modalità procedurali e processuali per la difesa dei diritti dei fedeli, in Quaderni di diritto ecclesiale 8 (1995), p. 299.

[2] «Chi sostiene di essere onerato da un decreto, può ricorrere al Superiore gerarchico di colui che ha emesso il decreto, per un motivo giusto qualsiasi; il ricorso può essere presentato avanti all’autore stesso del decreto, il quale lo deve immediatamente trasmettere al Superiore gerarchico competente» (can. 1737, § 1).

[3] Cf. Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (= STSA), decreto dell’Ecc.mo Segretario dell’8 settembre 2014, prot.n. 49273/14 CA, p. 2 e Communicationes 10 (1988), pp. 90-91, nn. 3 e 4.

[4] Sulle diverse tipologie di ricorsi, ad es., si veda: P. Malecha, Il ricorso: strumento per rivendicare e difendere i diritti dei fedeli, in Adnotatio iurisprudentiae, Supplementum 4, Brno 2018, pp. 158-170.

[5] «Superiori, qui de recursu videt, licet, prout casus ferat, non solum decretum confirmare vel irritum declarare, sed etiam rescindere, revocare, vel, si id Superiori magis expedire videatur, emendare, subrogare, ei obrogare» (can. 1739).

[6] Cf. J. Fürnkranz, Effizienz der Verwaltung und Rechtsschutz im Verfahren. Can. 1739 in der Dynamik der hierarchischen Beschwerde, Paderborn 2014, pp. 265-267. Si veda anche: M. Marchesi, I ricorsi gerarchici presso i Dicasteri della Curia Romana, in Ius Ecclesiae 8 (1996), pp. 93-94.

[7] AAS 91 (1999), p. 683.

[8] Cf., ad es., STSA, prot. nn.: 20012/88 CA, 31858/00 CA, 34723/03 CA, 37352/05 CA, 37574/05 CA, 46165/11 CA, 47546/13 CA, 47832/13 CA, 50175/15 CA, 50342/15 CA, 52094/16 CA. Nella sentenza definitiva del 25 maggio 2015, coram Sistach, si espone al riguardo: «Scribit D.nus Jorge Miras quoad decretum, quo recursus hierarchicus definitur: “En la redacción se tiene en cuenta, ciertamente, la consideración de las cuestiones de legalidad, requisitos de validez, pero también se incluye la posibilidad de resolver el recurso atendiendo a motivos de oportunidad, de conveniencia, de buena administración, etc.” (Comentario exegético al Código de Derecho Canónico, vol. IV, 2, Pamplona 1997, 2a ed., 2153). Scribit insuper: “El Superior, como puede advertirse, no se encuentra limitado, en cuanto a sus posibilidades de resolución, por las restricciones que afectan al juez en el recurso contencioso-administrativo… El Superior jerárquico es autoridad administrativa y resuelve el recurso administrando, gobernando in actu sobre la misma materia objeto de la decisión del autor del acto impugnado, que ha pasado a ser de su competencia; y sus atribuciones sobre la cuestión son las mismas que tenía el autor del acto, pero en un grado jerárquicamente superior” (ibid.)» (STSA, prot. n. 47832/13 CA, n. 6).

[9] J. Miras, J. Canosa, E. Baura, Compendio di diritto amministrativo canonico, Roma 2007, p. 329.

[10] Cf. G.P. Montini, De recursibus hierarchicis, Roma 2011, pp. 101-104.

[11] Cf. J. Fürnkranz, Effizienz der Verwaltung…, op. cit., p. 202-203.

[12] «Sono da ritenersi irritanti o inabilitanti solo quelle leggi, con le quali si stabilisce espressamente che l’atto è nullo o la persona è inabile» (can. 10).

[13] «§1. Per la validità dell’atto giuridico, si richiede che sia posto da una persona abile, e che in esso ci sia ciò che costituisce essenzialmente l’atto stesso, come pure le formalità e i requisiti imposti dal diritto per la validità dell’atto.

§ 2. L’atto giuridico posto nel dubito modo riguardo ai suoi elementi esterni si presume valido» (can. 124).

[14] «L’atto amministrativo singolare, si tratti di un decreto o di un precetto oppure si tratti di un rescritto, può essere prodotto, entro i limiti della sua competenza, da colui che gode di potestà esecutiva, fermo restando il disposto del can. 76, § 1» (can. 35).

[15] «L’atto posto per timore grave, incusso ingiustamente, o per dolo, vale, a meno che non sia disposto altro dal diritto; ma può essere rescisso per sentenza del giudice, sia su istanza della parte lesa o dei suoi successori nel diritto, sia d’ufficio» (can. 125, § 2). Va citato anche il can. 126 che recita: «L’atto posto per ignoranza o per errore, che verta intorno a ciò che ne costituisce la sostanza, o che ricada nella condizione sine qua non, è nullo; altrimenti vale, se dal diritto non è disposto altro, ma l’atto compiuto per ignoranza o per errore può dar luogo all’azione rescissoria a norma del diritto». Inoltre, della rescissione trattano i seguenti canoni del Codice latino: 149, § 2, 166, § 2, 1451, § 2, e il nostro can. 1739 che è l’oggetto di questo studio.

[16] J. Miras, J. Canosa, E. Baura, Compendio di diritto…, op. cit., p. 330.

[17] Cf. STSA, prot. n. 52455/17 CA.

[18] Ad es., in una causa il Superiore gerarchico ha deciso: «This Congregation hereby decrees that the petition for hierarchical recourse, as presented, against the impugned decree of 3 January 2019 has merit in decernendo, and that the aforesaid singular administrative act must be revoked, and is hereby revoked, in accord with the norm of CIC canon 1739» (STSA, prot. n. 54523/19 CA).

[19] «Quaestio iuris in casu est utrum auctoritas inferior revocare valeat, necne, actum administrativum singularem a se latum et a Dicasterio competenti probatum sine eiusdem consensu (saltem tacito) et a fortiori eiusdem consensu expresse denegato, adeo ut lis coram H.S.T. pendens habeatur finita» (STSA, decretum definitivum diei 14 novembris 2007, coram Echevarría Rodríguez, n. 6, prot. n. 37352/05 CA).

[20] Cf. STSA, prot. n. 37352/05 CA, n. 6.

[21] «At, uti Rev.mus Promotor Iustitiae recte animadvertit, argumentum adductum ruit, quia Congregatio pro Clericis praescriptum can. 1739 explicite invocavit, quod Superiori hierarchico facultatem tribuit actum impugnatum corrigendi. Nam ex contextu satis clare apparet quod, praetermissis quibusdam locutionibus minus accuratis, Congregatio decretum Em.mi Ordinarii N. correxit, motiva supplendo quibus id carebat. Quam ob rem dubitari nequit hac in re de legitimitate in procedendo» (STSA, sententia definitiva diei 27 novembris 2012, coram Rouco Varela, n. 4, prot. n. 46165/11 CA).

[22] J. Miras, J. Canosa, E. Baura, Compendio di diritto…, op. cit., p. 331.

[23] G.P. Montini, Il Diritto Canonico dalla A alla Z. A. Abrogazione derogazione obrogazione surrogazione, in Quaderni di Diritto Ecclesiale 5 (1992), p. 245.

[24] Abrogare ricorre 4 volte nel Codice di Diritto Canonico del 1983 (cf. cann. 3, 6, § 1, 20, 505) e 3 volte nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (cf. cann. 4, 6, n. 1; 1502, § 1); derogare ricorre 6 volte nel Codice vigente (cf. cann. 3, 20, 33, § 1, 34, § 2, 1670) e 3 volte nel Codice Orientale (cf. cann. 4, 1502, §§ 1-2); obrogare ricorre 2 volte nel Codice del 1983 (cf. cann. 53 e 1739), mentre non si trova nel Codice Orientale; subrogare infine ricorre 3 volte nel Codice vigente (cf. cann. 1425, § 5, 1624, 1739) e una sola volta nel Codice Orientale (cf. can. 1305).

[25] Cf. G.P. Montini, Il Diritto Canonico dalla A alla Z…, op. cit., p. 256.

[26] La surrogazione in senso proprio di sostituzione si riferisce a persone (cf. cann. 1425, § 5, e 1624).

[27] Il significato originario giuridico del termine subrogare è esposto in modo molto chiaro da Ulpiano: «Lex […] subrogatur, idest adicitur aliquid primae legi» (Liber singularis regularum, § 3).

[28] Al riguardo si veda ad es.: J. Fürnkranz, Effizienz der Verwaltung…, op. cit., pp. 217-220.

[29] Occorre notare che per abrogazione si intende la revocazione di una intera legge precedente: «Lex posterior abrogat priorem [] si id expresse edicat []» (can. 20),comprendendo in tal modo anche la revocazione implicita di una legge, ossia il concetto di obrogazione in senso proprio. Tuttavia, l’abrogazione è accuratamente da distinguere dalla obrogazione. Ma «[i]n concreto a volte vi può essere una qualche difficoltà perché è raro che il Legislatore si limiti a revocare una legge; di solito la revocazione è strettamente connessa con la promulgazione di una nuova normativa» (G.P. Montini, Il Diritto Canonico dalla A alla Z…, op. cit., p. 254).

[30] Ulpiano definisce il termine obrogare così: «Lex […] obrogatur, idest mutatur aliquid ex prima lege» (Liber singularis regularum, § 3).

[31] Cf. J. Miras, Comentario (can. 1739), in A. Marzoa, J. Miras e R. Rodríguez-Ocaña (a cura di), Comentario exegético al Código de Derecho Canónico, Pamplona 1996, vol. IV/2, pp. 2163-2164.

[32] Cf. G.P. Montini, De recursibus hierarchicis, Roma 20162, pp. 114-115.

[33] Cf., ad es., STSA, prot. nn. 55000/20 CA, 55183/20 CA o 55285/20 CA. In quest’ultima causa si legge nella parte dispositiva del decreto del Superiore gerarchico: «This Congregation hereby decrees that the petition for hierarchical recourse, as presented against the 12 February 2020, decree of the […] Archbishop of […], which merged Saint N. Parish, […], and Y. Parish, […] by an extinctive union, with Y. designated as the Parish Church, has no foundation either in law or in fact and is rejected, both in procedendo and in decernendo».

[34] Cf. G.P. Montini, De recursibus …, op. cit. in nota n. 10, pp. 107-108.

[35] Ibid., p. 109.

[36] Si veda, ad es., STSA, prot. n. 54188/19 CA.

[37] Cf. G.P. Montini, De recursibus …, op. cit. in nota n. 10, p. 110.

[38] Cf. ibid. In una causa, ad es., il Superiore gerarchico ha revocato la decisione dell’autorità inferiore, decidendo in pari tempo sulla riparazione dei danni: «[…] Furthermore, the Congregation directs the Ordinary to restore the Recurrent’s praevidentia to its status quo ante and to pay restitution to the Recurrent for four months’ income illegitimately withdrawn» (STSA, prot. n. 54523/19 CA).

[39] STSA, prot. n. 50342/15 CA.

[40] «Can. 1739 Superiori hierarchico in expendendis recursibus hierarchicis amplam facultatem concedit. Qui Superior potest impugnatam decisionem confirmare, irritam declarare, rescindere, revocare, emendare, subrogare vel ei obrogare. Sed ibi nullo modo fit sermo de eius facultate eam sanandi» (STSA, sententia definitiva diei 2 octobris 2018, coram Daneels, n. 6, prot. n. 52094/16 CA).

[41] Ibid.

[42] Cf., ibid., n. 11.

Malecha Paweł



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