Il fascino discreto della politica del diritto post-teodosiana

Il fascino discreto della politica del diritto post-teodosiana

25.12.2023

Elio Dovere*

 

Il fascino discreto della politica del diritto post-teodosiana**

English title:The Discreet Appeal of Post-Theodosian Law Politics

 

DOI: 10.26350/18277942_000151

 

Sommario: 1. Le indagini sulla normazione post-teodosiana. – 2. Il diritto attento ed ‘esperto’ dell’età di Zenone.

 

1. Le indagini sulla normazione post-teodosiana

 

Quando sullo spirare del IV secolo, ovvero alla divisione dell’impero nelle partes con Arcadio e Onorio come Augusti, si sarebbe realizzata la definitiva separazione tra l’Oriente e l’Occidente – e nella storia di quest’ultimo, come sappiamo, si sarebbero iscritti i prodromi di una transizione di lunga durata verso l’Europa del Medioevo –, il Tardoantico avrebbe da lì a poco generato i suoi frutti migliori sul piano della produzione del diritto. Il Teodosiano, con la raccolta e messa in ordine della moles constitutionum di più di cent’anni[1], e dunque con l’idea nuova della referenzialità ordinamentale del Codex (nulli post Kal. Ian. concessa licentia ad forum et cotidianas advocationes ius principale deferre vel litis instrumenta componere, nisi ex his videlicet libris, qui in nostri nominis vocabulum transierunt et sacris habentur in scriniis[2]), avrebbe dato un inedito ma sicuro ancoraggio normativo alle cancellerie; nel contempo, peraltro ‘sdoganando’ le collezioni non ufficiali gregoriana ed ermogenianea, avrebbe fornito ai futuri legislatori un modello ufficiale davvero moderno. Esso, soprattutto, avrebbe autoritativamente indotto il convincimento politico, da allora innanzi effettivamente divenuto imprescindibile – in qualche modo culturalmente anticipando, verrebbe quasi da pensare, quello che tanti secoli dopo, sarebbe stato metodologicamente individuato da Rodolfo Sacco come il formante legislativo tipico degli ordinamenti di civil law[3] –, che anche sul piano di stretto riguardo formale dovesse essere pressoché solo l’imperium a governare il diritto dei Romani[4].

Più ancora di quella reale trasformazione culturale avvenuta allorché con Costantino, allo sparire del principato agli inizi del IV secolo, la lex (la lex generalis), priva del suo senso ordinamentale ‘classico’, era divenuta pressoché l’unica fonte continua del ius[5], il Codice avrebbe radicalmente mutato il modo di pensare l’orizzonte in cui inserire la produzione del diritto positivo. Le cancellerie operanti dopo quella teodosiana, per quanto formatesi, com’è ovvio, sull’abbondante ius controversum dei secoli precedenti, non avrebbero potuto che confrontarsi dapprima col tanto diritto organizzato nella prima raccolta ufficiale, e questo non foss’altro che per seguire le indicazioni politiche del codificatore che, giustamente guardando innanzi e prevedendo nuove leggi – per le quali aveva finanche tracciato l’iter formativo[6] –, aveva immaginato come eterna la selezione di costituzionia lui intitolata, tanto da prefigurarne una perennis memoria presso i posteri[7].

Ma, al di là dei modi dell’attività tecnico-normativa dei burocrati imperatòri, di certo facilitata dall’avere nel cogente Codex Theodosianus un ampio e agevole riferimento legislativo sempre comodamente disponibile, gli stessi prìncipi, pur con piena e ovvia libertà autocratica, non avrebbero potuto che tenere conto – com’è naturale, sia in adesione critica sia in opposizione – delle leggi del corpus pubblicatonel 438. E questo per ossequio, se non altro, verso quello che Teodosio II, con comprensibile veridico orgoglio, aveva proclamato essere stato l’esito migliore della sua attività di governo, “l’impresa dell’epoca sua” (… verum egimus negotium temporis nostri)[8], appunto i libri legum imperatòri da subito reperibili in qualsiasi pubblico archivio del territorio, finanche in quel ristrettissimo spazio africano ancora sotto il controllo di Roma intorno alla metà del secolo[9].

È indubbio, e credo che non si faccia male a ribadirlo una volta di più, che la vigenza ecumenica del Teodosiano – come ci dicono le fonti (e con buona pace di certa dottrina) una decisione ufficiale approvata e condivisa senza riserve dal collega occidentale del codificatore costantinopolitano[10] – dal 439 in avanti costringeva tutti, sudditi comuni e operatori di diritto, a guardare al libro-Codice sia come idealmente assorbente quasi tutto il ius fino ad allora esistente (ivi inclusa, nei modi stabiliti da CTh. 1.4.3, la varietas del diritto autorale), sia come ‘blocco di partenza’ per il lavoro delle cancellerie a venire, ovvero materiale di confronto, e perciò di consonanza o di contrasto per qualsiasi ulteriore intervento di governo. Insomma, per quanto di fatto solo una consolidazione del ius principale post-dioclezianeo – ma accuratamente attenta, sapientemente elaborata, scientemente organizzata –, il Codex doveva senz’altro apparire, e positivamente, come il fulcro della recente politica dell’impero ancora formalmente unito, e dunque come un nucleo di diritto sostanzioso, ordinamentalmente focale, con cui era divenuto ineluttabile l’incontro critico per la gestione legislativa della respublica Romanorum.

Ebbene, è pure sulla base di questa considerazione generale concernente appunto la ‘moderna’ funzione sistema del Codice Teodosiano che da tempo era stata rilevata, da parte di chi scrive, la carenza di indagini per così dire strutturali sul diritto del V secolo, viepiù su quello prodotto nei decenni immediatamente pregiustinianei[11].

Benché le indagini di storia politica e culturale d’ambito tardoantico si siano finalmente centrate non più prevalentemente sui principati di Costantino, Giuliano o Teodosio Maior, ma anche sui cent’anni tra Onorio/Arcadio e Anastasio I Dicoro, non altrettanto è avvenuto per gli studi non parcellari di ius romanum: basterebbe leggere le interessanti recentissime pagine specificamente dedicate da alcuni bravi antichisti d’oltralpe ad aspetti essenziali e complementari (contesto ambientale, materiali della quotidianità e monetazione, potere e fede religiosa, mobilità e territorio, amministrazione pubblica) di quella realtà che, parzialmente equivocando dal rigido punto d’osservazione dello storico-giurista, è stata definita l’impero postromano del V-VII secolo[12]. Viceversa, come altrove già osservato, un’intera ‘fetta’ del mondo del diritto post-teodosiano è apparsa sino a oggi ancora tutta da analizzare con la lente del giusromanista; un filtro di lettura, questo, centrato però non a osservare le questioni giuridiche di dettaglio – per quanto essenziali, esse rischiano talvolta di pregiudicare l’emergere d’una visione chiarificatrice generale –, ma diretto a lumeggiare le linee della politica normativa dell’ottantennio di fatto preparatorio dell’esuberante esperienza giustinianea.

In verità, abbastanza di recente, benché non a opera di un cultore di diritto romano, l’ultima legislazione occidentale ha fortunatamente trovato largo spazio d’analisi. È in un corposo ottimo lavoro di Fabrizio Oppedisano dedicato a Lucio Valerio Maioriano, il militare divenuto Augustus ravennate nel 457 e solo per quattro anni princeps, che anche i materiali giuridici coevi sono stati indagati e valorizzati[13]: uno studio più che apprezzabile da molti punti di vista, non ultimo, appunto, per l’acuta attenzione riservata alla buona politica legislativa cui fu improntata, così come emerge dall’esame della produzione della cancelleria legislativa occidentale, la gestione di una delle partes imperii praticamente agli sgoccioli. E si è trattato di una ricerca sulla normazione complessiva d’uno dei successori dei prìncipi valentiniano-teodosiani che è intervenuta ben un quindicennio dopo la pubblicazione dell’unica indagine riservata a una specifica politica del diritto post-teodosiano, ovvero la monografia rivolta dalla compianta Stefania Scarcella alla non modesta attività di governo, estesa su un arco temporale di più di un quindicennio, di Leone I Trace[14].

Le pagine di questo lavoro, più di un centinaio, assegnate al diritto prodotto da Maioriano, attente ai profondi elementi di continuità con la normazione pregressa – spesso osservando una una sorta di ‘ritorno’ al secolo precedente, per esempio alle linee politiche di Giuliano e del primo Valentiniano[15] –, e non distratte relativamente agli spunti di novità[16], hanno ovviamente colmato solo in parte modesta la lamentata ordinaria lacuna d’interesse per il ius successivo a Teodosio. Sebbene da esse, con sufficienza, si estragga una coerente generale «strategia normativa, concepita come una risposta organica alle disfunzioni della società romana» e, assieme, anche ricostruendo il lavorio combinato del legislatore e dei suoi burocrati-giuristi, si sia riusciti a evidenziare con chiarezza le soluzioni allora individuate per specifici e rilevanti problemi, certo non sarebbe stato male che, a latere, in un ottica di stretto tenore giusromanistico si fosse affrontata, per esempio, tra le tante possibili questioni sollevabili in relazione a questa tarda legislazione, quella prevalentemente formale riguardante il tipo di provvedimenti opzionati in quegli anni dalla cancelleria, non solo leges generales (per es. la novella 3) ma anche orationes (è il caso della novella 1) o pragmaticae (come la novella 5).

In ogni caso, una volta fruttuosamente accolto tra i migliori risultati degli studi tardoantichistici questo accorto ed efficace interesse di Oppedisano per la conclusiva legislazione d’Occidente, rimaneva comunque scientificamente misconosciuta, come già osservato nella cennata breve teoria di doléances relativa al modo distratto di guardare alla seconda parte del secolo teodosiano, tutta la produzione imperatoria orientale del segmento d’anni pregiustinianeo.

Non può che essere motivo di gioia, allora, assistere alla odierna pubblicazione di più d’una ricerca – finalmente fascinate, appunto, dalla trascurata politica del diritto del mondo post-teodosiano[17] – dedicate in via esclusiva al governo dei prìncipi succeduti, nella Nuova Roma, a Teodosio II.

Nonostante anni addietro, nel solco di un’approfondito studio ormai risalente a oltre un cinquantennio fa – un saggio di Carmelo Capizzi, un colto ecclesiastico, eccellente studioso del mondo bizantino, purtroppo di formazione non giuridica[18] –, il lungo regno del ‘parsimonioso’ Anastasio I Dicoro fosse stato indagato anche grazie ai materiali presenti nel Codex di Giustiniano[19], i risultati non avrebbero potuto che apparire assai poco entusiasmanti agli occhi dello storico-giurista[20].

La monografia di Fiona Haarer, accolta in maniera positiva dalla critica[21], benché efficace nella sua ariosa ricostruzione storica, per il focus pressoché esclusivo sui fatti politici, economici, religiosi del principato anastasiano – d’altronde, secondo una impostazione assai comune a più d’una ricerca d’area anglosassone –, e dunque prevalentemente centrata sulle fonti epigrafiche e letterarie a esso relative (con larghissimo spazio ovviamente riservato al Panegirico di Prisciano di Cesarea in Mauritania), ha inevitabilmente trascurato, forse com’era ovvio che fosse, analisi minuziose di marca strettamente giuridica. Per quanto talvolta dissociatasi in modo opportuno, nell’esame dei fatti concernenti il governo di Anastasio, da certe conclusioni cui era giunta la ricognizione della fine degli anni ’60 del secolo passato, e talora pure affrontando questioni a suo tempo del tutto tralasciate dal corposo studio di Capizzi[22], di fatto essa, conseguendo comunque buoni risultati storiografici, non è riuscita ad allontanarsi da quella che era stata la restituzione offerta più di trent’anni prima: le leges anastasiane sono rimaste solo in secondo piano, in posizione assolutamente marginale rispetto a tutti gli altri materiali protobizantini disponibili, impedendo così la possibilità di verificare la coerenza delle opzioni della cancelleria nell’ampio ed efficace disegno di miglioramento socio-istituzionale dell’Oriente greco-romano tentato da questo predecessore di Giustiniano.

In misura in qualche modo analoga si può forse ragionare anche per la successiva e più che dotta monografia di Mischa Meier sempre consacrata ad Anastasio, successiva di qualche anno a quella della Haarer[23], pur essa intenzionalmente attenta al generale momento della transizione tra V e VI secolo, e volta a cogliere il dato politico-culturale del momento (che per lo studioso sarebbe quello conclusivo del Tardoantico[24]), non certo l’ampio progetto normativo economico, finanziario e amministrativo del lungo principato di questo anziano burocrate assurto al vertice dell’impero dopo una carriera svolta all’interno del Palazzo (e una vita spesa a favore del credo monofisita). Per quanto utilmente informata e ricca di suggestive considerazioni storiche particolarmente apprezzate in dottrina[25], e anche con qualche punta di buona attenzione per i risultati di specifici interventi legislativi[26], essa è rimasta per nulla interessata alle linee tecniche dell’intensa attività normativa dispiegata nello spazio di più di cinque lustri, per esempio, ma non solo, in tema di entrate fiscali e in funzione di vigoroso controllo per ottimizzare l’organizzazione cortese e burocratica, per migliorare aspetti essenziali della vita delle città e delle campagne, per riformare il trattamento governativo dell’intera realtà militare dell’imperium.

A conti fatti, insomma, a dispetto di questo vivace nuovo interesse per il lasso d’anni tra Teodosio II e Giustiniano, davvero tutta la normazione del lungo periodo post-teodosiano sembrerebbe essere rimasta pressoché trascurata dalla ricerca – quantomeno ignorata da analisi specifiche –, e questo a danno profondo della conoscenza per così dire ‘a corpo intero’ di quel mondo tardoromano oggi opportunamente tanto presente nelle indagini sia degli antichisti sia dei medievisti più sensibili.

Dunque, va fortemente applaudito lo sforzo realizzato ora da Francesco Bono nell’esaminare, seppure parzialmente, la legislazione di Anastasio, dedicandovi una cura esegetica paziente e senza sottrarsi al confronto critico con la letteratura (anche con la pandettistica tedesca) che, numerosa, negli anni aveva avuto occasione di incappare in più d’uno della cinquantina di provvedimenti dell’epoca inseriti da Giustiniano nel Codex[27]. Nonostante si tratti di un’opera dedicata esclusivamente alle norme di diritto privato – dal diritto di famiglia (emancipatio, adrogatio, legittimazione) alle leggi sulla tutela e sulla cura, dalle disposizioni sulle forme di matrimonio e del divorzio alla disciplina delle obbligazioni, dalle norme in tema di prescrizione a quelle su donazioni e successioni –, lo studio appare capace di illuminare il singolare spessore culturale, come produttore di ius, del ceto burocratico anastasiano, di sicuro ancora radicato, per adoperare una nomenclatura comparatistica, su quel formante dottrinale costituito dall’esuberante retaggio letterario della giurisprudenza dei secoli pregressi[28].

L’estrema linearità dell’impianto del libro, a tutta prima un po’ disarmante lo studioso già esperto del Tardoantico e, forse, ancora di più l’abituale frequentatore delle fonti anastasiane, in realtà si rivela funzionale al coinvolgimento del lettore nella conoscenza di questo legislatore solitamente ignorato, almeno dal giusromanista, come uomo di apparato e poi di vertice governativo. E in quest’ottica risulta di estremo vantaggio il paragrafo dedicato ai materiali di informazione, le fonti, sulla produzione normativa del Dicoro, per esempio il Nomocanone o la Collectio Tripartita[29], vista la ‘strana’ condizione del testo di molte delle leggi in questione nel Codex repetitae praelectionis, in greco e spesso prive di inscriptio e/o di elementi utili alla corretta datazione. Si tratta di un lavoro ben fatto, che puntualmente informa sulle scelte legislative effettuate in campo privatistico e sulle relative motivazioni, ispirate, queste, da spinte diverse (qui, tutte più o meno ipotizzate), come per esempio da ragioni di tutela dei membri della pubblica amministrazione e, massime nel diritto di famiglia, guidate probabilmente da una peculiare e personale sensibilità religiosa del sovrano. E proprio a questa sorta di ‘vocazione religiosa’ di Anastasio non sarebbe stato superfluo dedicare qualche spazio maggiore, non foss’altro che per rendere edotto il lettore storico-giurista di quale fosse la cifra culturale, non solo giuridico-amministrativa qui resa più che a sufficienza, di questo principe riformatore che, finanche, «solo un paio di anni prima di essere incoronato [aveva] realmente sfiorato la possibilità di sedere sul seggio patriarcale di Antiochia»[30].

Tuttavia, questo libro di sicuro costituisce, e in più direzioni, un vero progresso rispetto alle non lontane pagine della Haarer, talora ‘distratte’, per esempio, sui dati formali relativi alle costituzioni incontrate, come a volte nel caso dell’opzione per una datazione piuttosto che per un’altra[31]. Ed è indubbio come la disamina legislativa di Bono rappresenti un fruttuoso passo avanti nella conoscenza approfondita del mondo tardoantico grazie alla fatica profusa dall’autore nell’individuare i collegamenti di quasi tutti gli interventi anastasiani qui prescelti col diritto preesistente e, là dove possibile, con quello futuro; e ciò sia risalendo non solo alla normazione teodosiana ma pure alle disposizioni dei prìncipi precristiani (Tito, Domiziano, Nerva, Traiano, ecc.), assai spesso a quelle dioclezianee, e alla scienza giurisprudenziale dell’epoca ‘classica’, sia proiettando lo sguardo in avanti non solo agli editti di Giustino e di Giustiniano ma di frequente alla significativa testimonianza dei Libri Basilicorum. Sarebbe bello, perciò, poter leggere tra qualche anno nuove pagine, magari curate dallo stesso studioso o da altri ‘volontari anastasiani’, sull’altra legislazione del principe Dicoro: quella che, connotata da coraggio politico e pragmatismo amministrativo, a cavaliere di due secoli avrebbe contribuito a garantire al mondo greco-romano un raro periodo di stabilità militare e di consolidazione finanziaria.

 

2. Il diritto attento ed ‘esperto’ dell’età di Zenone

 

Di fatto contemporaneo a questo inedito ma intensamente auspicato interesse per il diritto delle decadi pregiustinianee è quello, più che meritorio, manifestato ora da Stefania Pietrini per la legislazione degli anni tra il 474 e il 491, ovvero, se si trascura la parentesi usurpatoria di Flavio Basilisco durata venti mesi (dall’inizio del 475 alla metà circa del 476), quella generata nello spazio di un quindicennio dalla cancelleria di Flavio Zenone[32], un imperatore d’origine isaurica che per motivi vari non ha goduto, almeno sino a oggi, di una buona reputazione storiografica[33].

In verità, come del resto per gli altri legislatori del V secolo, già molti studiosi si erano avvicinati a tale normazione, tuttavia sempre in maniera occasionale e comunque mai con l’obiettivo di uno studio generale che tentasse di ricostruire chiare linee di politica del diritto o che provasse a individuare precise modalità tecniche della produzione giuridica. A parte saggi isolati, benché numerosi, dedicati more solito a istituti ben identificabili regolati da taluni provvedimenti dell’epoca, come già osservato per l’attività di Anastasio non vi era mai stata alcuna indagine tutta e solo concentrata sul complesso delle posizioni legislative zenoniane: scelte di governo assunte, come ricorda Salvatore Puliatti nella Presentazione nel volume in questione, in relazione «alle problematiche di carattere religioso, … alla materia privatistica, … alla tutela degli individui e dell’ordine dei matrimoni, … all’amministrazione della giustizia … senza trascurare gli aspetti economici e finanziari … e [la] salvaguardia delle città»[34]. Una produzione normativa importante, perciò, che meritava un impegno d’analisi e una capacità d’interpretazione pure in grado di restituire, in uno con lo svelamento degli elementi di novità, l’eventuale connessione di questo ius così tardo col tradizionale sofisticato diritto dei secoli del principato.

Ora, con un’interessante struttura tematica ben sintetizzata già dall’indice generale , il libro della Pietrini davvero fornisce l’immagine di un’epoca intera riflessa nel diritto concentrato in qualche lustro di regno. E va sottolineato che, benché più tranquilla dell’Occidente romano ormai sul ‘viale del tramonto’ segnato dai barbari federati e dagli Ostrogoti, la pars Orientis certo non brillava allora per saldezza politica, quiete militare, solidità istituzionale, concordia religiosa: proprio la travagliata avventura imperiale, più volte scossa da ribellioni (grave quella di Marciano, figlio di Antemio) e tentativi usurpatòri (per esempio quello del magister militum per Thracias Leonzio), di questo isaurico non particolarmente amato dai contemporanei come pure dai posteri ne sarebbe stato un esempio evidente.

La ricerca, sviluppata nell’esame delle circa settanta costituzioni zenoniane accolte nel Codex del VI secolo, con un cadenzato procedere segno e misura di profonda maturità scientifica, manifesta la sua attenzione minuziosa per i molteplici temi ivi affrontati (dal diritto pubblico e privato a quello criminale e processuale) utilizzando una griglia estremamente interessante – Lo spazio del diritto ecclesiastico; Modi e ragioni dell’attività normativa imperiale; Ampie questioni di diritto privato; Su alcune figure di illeciti; La cura per l’apparato finanziario, amministrativo e militare; Tra avvocati, privilegi, tribunale e processo; La complessità della vita nelle città –, fatta seguire da una folta bibliografia esaustiva dello spazio finora dedicato dalla storiografia a questa fetta di mondo tardoantico. E un dato che emerge prepotente da questo studio è la capacità dei testi indagati di rivelare, a merito del legislatore e della sua cancelleria (oltre che, naturalmente, della moderna esegeta), una vera e propria tensione verso soluzioni tanto efficaci da apparire veramente capaci di mediare tra le diverse esigenze politiche, sociali, religiose allora in gioco.

Un ottimo campione della concretezza di questa politica normativa, come bene è sottolineato già in apertura del libro, è per esempio l’editto in CI. 1.2.16[35], emanato subito dopo l’usurpazione di Flavio Basilisco, volto a eliminare – con una specie di funambolismo formale della cancelleria all’interno del coevo lessico legislativo[36] – gli strascichi legali dei provvedimenti normativi in tema di fede, in specie l’Encyclion, prodotti dall’usurpatore durante il suo unico anno di regno. Grazie a esso, una legge peraltro puntualmente ricordata anche dallo scolastico Evagrio nella sua Storia ecclesiastica[37], è facile cogliere l’intesa del principe con il vescovo di Costantinopoli Acacio, sia nel riconoscere il ruolo di primo piano che, sulla base del canone 28 del sinodo di Calcedonia, la sua Chiesa rivendicava su tutte le altre della pars Orientis  – e ciò, ovviamente, con chiari riverberi di primazia politica della nuova Roma –, sia con più specifico riferimento al controverso tema dell’ortodossia del Credo, ovvero in opposizione al violento monofisismo di cui era stata manifestazione la lunga Enciclica normativa di Basilisco. E la successiva diffusione dell’Enotico nel 482 – un documento autoritativo, con intenti politici irenistici, che continuo a ritenere intenzionalmente non legislativo[38] – avrebbe confermato come Zenone, ancora in pieno accordo col patriarca costantinopolitano, si adoperasse per trovare un compromesso fra i sostenitori delle differenti dottrine teologiche in lotta, e come con tale intervento egli tentasse una sorta di interpretazione dei deliberati dei sinodi ecumenici nell’intento che una lettura del genere, auspicabilmente conducendo a una pacificazione sociale (in realtà, come i fatti purtroppo dimostreranno, mai conseguita), potesse essere accolta tanto dai fedeli al Credo conciliare del 451 quanto dagli eretici anti-calcedonesi[39].

Più o meno sulla stessa linea ‘conciliativa’ appare pure la normativa, che qui viene accuratamente approfondita con notazioni generali che vanno ben la di là delle concrete questioni testuali (come, per esempio, in tema di formae o di pragmaticae sanctiones)[40], riguardante la disciplina dell’ordinazione sacerdotale e l’ingresso in monastero di schiavi e coloni. L’obiettivo perseguito dal legislatore sembra proprio quello di fornire una risposta efficace a bisogni nettamente contrapposti, nel tentativo di offrire una soluzione capace di essere soddisfacente tanto per i membri della gerarchia della ecclesia, e per coloro che sovrintendevano ai monasteri, quanto per i domini sia dei servi sia dei fondi coltivati dai coloni. Con il testo in CI. 1.3.36, invero, e con un linguaggio tecnico alieno da imprecisioni e ambiguità, si trova un punto di equilibrio tra posizioni diverse, entrambe meritevoli di essere tutelate: per esempio, mentre si nega l’esistenza di un tribunale speciale per i vescovi, i chierici, i monaci o i ‘religiosi’ di qualsiasi altra condizione, e si stabilisce che non potrà essere imposta in alcun modo agli amministratori provinciali la necessità di portarsi nei luoghi in cui tali soggetti risiedono, non si obbligano affatto questi ultimi a recarsi dinanzi al governatore della provincia per affrontare un processo sollevato a loro carico; i iudices provinciales si dovranno accontentare di imporre loro un giudice ‘inferiore’, datus appunto dal governatore (un iudex pedaneus, dunque), che potrà tenere il processo nel luogo ove quei religiosi vivono[41].

Con la constitutio in CI. 12.29.2 la cancelleria si muove in maniera sostanzialmente analoga, come opportunamente non manca di osservare Stefania Pietrini, con bilanciamento tra necessità diverse, a favore degli appartenenti ai reggimenti della guardia imperiale[42]. È concesso un beneficio ai primicerii delle scholae – ed è evidente che si tratta di un’opzione politica utilitaristica per il vertice di governo –, a quei soldati cioè che prestando servizio nella guardia del princeps hanno ottenuto tutti i gradi, e si dispone che stabilmente, dunque anche all’uscita dal servizio, essi saranno soggetti alla sola giurisdizione del magister officiorum (evitando perciò un eventuale processo civile dinanzi a un giudice diverso); si mantiene tuttavia ferma, viceversa, la relativa ordinaria competenza dei governatori provinciali nel caso di commissione di crimina e per vicende concernenti obblighi fiscali. Insomma, per un verso si premiano i primicerii delle diverse scholae per il prezioso servizio svolto, dimostrando così l’apprezzamento dell’apice imperiale per quanti prestano onorevolmente la loro opera in esse, ma dall’altro si conferma in maniera decisa la giurisdizione ordinaria nelle faccende di maggiore interesse pubblico, ovvero quelle d’ambito criminale e fiscale, che naturalmente, oggi come ieri, dovevano rimanere particolarmente a cuore al governo della respublica.

Uguali notazioni sollecita anche la legge in CI. 10.34.3, inserita in un solco politico, come opportunamente ricorda l’autrice, già «timidamente» tracciato dai legislatori teodosiani fin dal 386[43]: mentre si ribadisce il divieto per i decurioni di vendere beni immobili e schiavi rustici in assenza di uno specifico provvedimento autorizzatorio, si consente al contrario, esplicitamente, che essi possano donare i propri beni, farli oggetto di una permuta o, anche, di altri contratti. In sostanza, la cancelleria si mostra pienamente rispettosa della vigente regola di ius principale, volta in primo luogo a evitare, attraverso vendite non autorizzate, un’incontrollata sottrazione di beni alla funzione pubblica cui i decurioni risultano vincolati; tuttavia, considerando inutile (o dannoso) frenare del tutto la vitalità di taluni scambi commerciali, l’Ufficio imperiale intende tale regola in maniera misuratamente restrittiva, consentendo appunto altri tipi di contratti. E bene fa Stefania Pietrini a rilevare come la pur limitata possibilità di un’autorizzazione all’alienazione dei beni in questione sia prova di come l’imperatore fosse comunque disposto a permettere la distrazione d’una parte del patrimonio del decurione dall’importante responsabilità di cui quello stesso patrimonio era garanzia[44]; ciò pure al fine – è quanto qui si immagina – di tentare un qualche contrasto alla ‘fuga’ di quei contribuenti (e in particolar modo dei più ricchi fra essi), la cui frequenza è attestata da più voci per tutta l’età tarda. In una parola, se è vero che si ascoltavano le richieste delle curie cittadine, non di meno si veniva incontro, al tempo stesso, a quanto evidentemente domandavano i decurioni.

Ebbene, seguendo le minute esegesi offerte dalla nostra studiosa e riflettendo sulle valutazioni ricostruttive che ella propone – ipotesi o anche solo idee, va doverosamente notato, avanzate senza mai cercare di evitare il confronto con le opinioni altrui, pure con quelle più autorevoli (basti solo guardare lo scrupolo esaustivo seguito nel ‘leggere’ CI. 1.23.7[45])–, non ci si può sottrarre dal fare alcune considerazioni generali, massime, si potrebbe forse dire, sulla cultura giuridica dei produttori di ius dell’epoca.

Il regno di Zenone precede appena di un cinquantennio quello di Giustiniano. Il lavoro dei tecnici-giuristi impiegati nella sua cancelleria (e poi, alcuni, forse confluiti anche in quella di Anastasio) testimonia una più che buona preparazione culturale e una sicura competenza tecnica: la loro opera, appunto riscontrabile nei testi che la Pietrini scandaglia, certo contribuì a preparare quel terreno fertile che alcuni decenni dopo avrebbe permesso di giungere alle compilazioni del Corpus. L’Isaurico, perciò, per tracciare le linee della sua politica seppe avvalersi di collaboratori capaci, naturalmente formati nella conoscenza della grande tradizione giuridica del passato; se sul tavolo di lavoro degli uffici imperiali non dovette mancare una copia di «quel monumento legislativo» rappresentato dal Teodosiano[46], e insieme a essa i testi delle più recenti costituzioni di Marciano e di Leone I – così come riesce a far percepire la Pietrini, l’ineludibile punto di partenza per poter integrare, migliorare, correggere o superare il ius principale tuttora vigente –, i ‘burocrati’ assolutamente non potettero ignorare la ricca produzione di marca giurisprudenziale accumulatasi in passato, e in particolare (con l’insegnamento gaiano[47]) quella di epoca severiana[48]. Non a caso, infatti, dall’analisi di alcune costituzioni pare emergere un modo di intendere il ius granché non dissimile da quello dei prudentes dei principati predioclezianei, in specie, com’è ovvio, in relazione ai temi di più stretto riguardo privatistico; e gli strumenti utilizzati per costruire nuove soluzioni per le più varie e complesse questioni paiono proprio appartenere a un bagaglio di conoscenze tecniche di sicuro derivato da un attento studio degli scritti giuridici autorali pervenuti intatti sino ad allora.

In questo senso, per esempio, come si suggerisce nelle pagine che stiamo leggendo dedicate alle norme concernenti l’enfiteusi (stando almeno alla porzione di lex che ci giunge col Codex del VI secolo), si sarebbe mosso l’estensore di CI. 4.66.1[49]; egli, invero, rimanda a una delle modalità di produzione del diritto propria della genuina tradizione giurisprudenziale. L’obiettivo primario del legislatore pare quello di risolvere la difficile, concreta questione della ripartizione del rischio contrattuale nell’ipotesi del perimento o del danneggiamento di un fondo (evidentemente oggetto del contratto di enfiteusi), o della perdita dei frutti della coltivazione: null’altro, infatti, sembra guidare la costruzione del testo di legge sortito dalla cancelleria. È più che probabile che su faccende del genere dovessero essere stati richiesti alla cancelleria imperiale, e con una certa frequenza, interventi interpretativi; e le tesi contrapposte, avanzate nel caso in cui le controversie in questione fossero giunte al processo, dovevano di regola fondarsi, com’è facile credere, su argomenti vari: magari su quello della stretta similitudine, se non perfino della ricomprensione dell’enfiteusi nei differenti contratti di vendita o, all’opposto, di locazione, a seconda che il creditore vantasse o il debitore negasse la sopravvivenza dell’obbligo del pagamento del canone enfiteuticario, allorché l’enfiteuta, in seguito a eventi dovuti a caso fortuito, si ritrovasse il fondo distrutto o danneggiato, oppure se avesse perduto l’intero, o una parte, del raccolto.

Ammesso che le parti, mediante patti aggiunti al contratto, avrebbero comunque potuto liberamente accordarsi per qualsiasi soluzione di attribuzione o ripartizione del periculum del perimento o del danno della res enfiteuticaria, la norma imperiale individuava qui, per l’eventualità in cui tali patti non fossero intervenuti, colui su cui sarebbe sembrato equo far gravare il possibile rischio. E in via preliminare, per sgombrare il campo da ogni equivoco, la legge riconosce che il ius emphyteuticarium non è da ascriversi né alla conductio, né alla alienatio; esso, piuttosto – e ciò è giustamente affermato con forza dalla studiosa (senza mai perdere di vista il raffronto con altre fonti e in ogni caso discutendo la dottrina)[50] –, è creato dall’associazione dei due tipi di contratti quale ius terzo o, piuttosto, lontano dalla similitudine con quelli, con una propria definitio e un proprio concetto sistematico.

In un clima culturale del genere, ovvero nella scia del tradizionale modo di produrre diritto, nell’ambito della normazione di Zenone avrebbe ancora continuato a giocare un ruolo niente affatto secondario il rescritto, uno strumento di manifestazione della volontà autoritativa imperiale di antica data, in qualche maniera un tipo di constitutio idealmente non lontano dalle esperte risposte dei prudentes d’età ‘classica’. È invero frequente, come qui non si esita a evidenziare[51], come alle disposizioni prescrittive contenute in più d’una lex generalis spesso si accompagni la minaccia d’una pena comminata per chi voglia trasgredire alle nuove regole mediante l’ottenimento di uno specifico rescritto imperatorio. E se è vero che con ciò il legislatore ribadisce quanto già statuito in passato, e cioè l’inefficacia dei rescritti emanati contra ius, è pur vero che indirettamente egli conferma l’esistenza di una prassi che evidentemente considerava perfettamente validi quelli conformi alle norme del ius principale. E non solo: nella constitutio in CI. 1.23.7 la cancelleria mostra in maniera chiara di preoccuparsi d’evitare che una qualsiasi risposta imperatoria, sia diretta sia indiretta, fornita a preces private e basata su fatti e motivazioni non corrispondenti al vero, possa influenzare in maniera determinante certe dinamiche processuali. Si intende evitare, cioè, che alcune conclusioni giudiziarie, nelle quali o in vista delle quali quelle stesse preces fossero state presentate, vengano radicalmente influenzate da un parere imperatorio in qualche modo capziosamente ottenuto (magari da un singolo civis e non da un ente collettivo): tale preoccupazione è prova inequivocabile, peraltro confermata, per esempio, da fonti affidabili e importanti quali i canoni dei concìli ecumenici coevi[52], che non doveva affatto essere una rarità il ricorso da parte degli uffici legislativi all’impiego del rescritto, e dunque, come pare ovvio, che l’uso di tale ricorso fosse comunque ritenuto sostanzialmente del tutto legittimo.

Peraltro, va pure osservato, ed è ciò che l’autrice non risparmia di fare con acume puntuale, come in relazione ad alcuni istituti, e soprattutto taluni di stretto riguardo processuale, la normativa zenoniana innovi e anticipi in certi punti la disciplina che, in qualche caso, sarebbe stata condotta a compimento dai tecnici giustinianei.

Basti guardare, per esempio, e proprio nell’ambito del diritto processuale – qui, come del resto in quasi tutta la ricerca in questione, vi è una speciale attenzione alla restituzione testuale fornita dagli editori del Corpus[53] , alla lex zenoniana con cui viene abolito l’antico regime della pluris petitio. Dal proposto confronto di CI. 3.10.1 con le disposizioni del VI secolo emerge come queste ultime si sarebbero solo limitate a integrare le norme precedenti, senza affatto cambiarle: mentre la legge di Zenone disciplinava il caso in cui si intendesse pretendere l’adempimento di un debito in un momento antecedente a quello in cui lo si sarebbe potuto richiedere, Giustiniano avrebbe considerato l’ulteriore ipotesi di una pretesa più ampia rispetto a quella consentita, con riguardo sia alla quantità dell’oggetto della prestazione, sia per qualsiasi altro aspetto di questa[54].

E, ancora in via d’esempio, con la legge in CI. 2.7.19 la cancelleria dell’Isaurico avrebbe effettuato una scelta davvero innovativa, se si vuole in qualche misura finanche anticipatoria di talune sensibilità moderne: il legislatore (con altre decisioni comunque coinvolgenti avvocati e tribunali[55]) avrebbe vietato che, dinanzi al tribunale di un qualsiasi governatore o al cospetto di giudici arbitri, due avvocati schierati dalla medesima parte potessero ritardare la definizione della causa ricorrendo al pretesto dell’assenza di un terzo difensore[56]. In sostanza, si sarebbero dovuti contenere i tempi della giustizia entro limiti accettabili, e comunque tollerabili dalle parti; una sollecitudine, questa, volta a evitare ingiustificati ‘allungamenti’ dei processi, capace di far pensare che la speditezza delle cause venisse in qualche misura elevata a valore significativo del buon governo del principe. E pure in questo caso Giustiniano si sarebbe mosso nel solco indicato dal predecessore: poiché l’antico problema delle lungaggini della giustizia, solo in parte arginato dalle disposizioni zenoniane, ancora doveva mostrarsi in tutta la sua gravità, nel 530 la cancelleria sarebbe stata indotta a intervenire per porre infine un limite massimo alla durata dei processi (tre anni per le cause civili e due per quelle penali)[57].

In definitiva, come chiaramente mostra quest’accurata ricerca (che, va notato, è preceduta da un’illuminante, e per questo preziosa, Introduzione[58]) lodevolmente centrata su un consistente ‘blocco’ di ius principale pregiustinianeo – e alla quale, credo, occorrerà d’ora innanzi ricorrere spesso sia per informarsi sullo stato del diritto dell’epoca, sia per confrontarsi con interpretazioni testuali intelligenti –, la visione negativa del governo di Zenone e, indirettamente, quella della sua persona data dagli storici coevi (per esempio Candido Isaurico e, forse da questi, il più tardo Giovanni di Antiochia), interessati per motivi religiosi o politici a oscurare qualsiasi elemento positivo della sua gestione della cosa pubblica, ha lasciato ai posteri una narrazione scarsamente fedele alla realtà[59]. Se si riflette, si è trattato di un racconto recepito dagli scrittori delle epoche successive e poi, immutato, trasmesso agli studiosi moderni; costoro, pigramente e colpevolmente, hanno continuato a prestare fede fino all’ultimo decennio del secolo scorso, senza alcuno spirito critico, a modeste, parziali o partigiane testimonianze antiche.

La nuova, per quanto prudente ma, al tempo stesso, coraggiosa ‘scoperta’ della buona qualità (a dispetto di indiscutibili e documentati deficit) del regno zenoniano radicata nella lettura del ius da esso prodotto – basti solo pensare, per esempio, all’aspro divieto di accordi illeciti indirizzati, da forti consorterie professionali, «a danneggiare la libera concorrenza dei mercati e ad alterare il prezzo» delle merci[60] – mostra la strada ancora da percorrere nella ricerca sul Tardoantico. Voci non più isolate che guardano con precipuo interesse al diritto del V secolo, come nel caso di quest’attento e più che accorto studio sulle leggi dell’Isaurico, sono le espressioni migliori, per lo storico-giurista, del modo fruttuoso di illuminare l’ultimo tratto del mondo greco-romano prima dell’avvento di Giustiniano, e prima della sua rapida trasformazione occidentale nella realtà culturale fondativa dell’Europa delle nationes, e del suo lento ‘scivolamento’ orientale verso il medioevo bizantino alle prese con Avari, Slavi, Bulgari, Sasanidi, Arabi.

 

 

 

 

 

Abstract:The legislation of the second part of the fifth century AD finally solicits the interest of scholars of Roman law. This work, taking note of the importance of the publication of the Theodosian Code, and underlining the need to better understand the law of the preparatory decades of the age of Justinian, quickly examines the quality of the recently published works on the laws issued by the emperors Majorian and Anastasius, stopping especially on the legislation of the Isaurian Zeno, now the subject of a monographic study.

Keywords: Fifth century AD – Legislation – Majorian – Anastasius – Zeno

 


* Università degli Studi di Napoli Parthenope (elio.dovere@uniparthenope.it).

** Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1] È il codificatore del 438 che dirà appunto «… si denique moles constitutionum divalium»: NovTheod. 1.1.

[2] NovTheod. 1.3.

[3] Selezionando in letteratura, e trascurando le pagine dei manuali e delle voci enciclopediche, vd. spec. R. Sacco, Legal Formants: a Dynamic Approach to Comparative Law, in The American Journal of Comparative Law 39 (1991) pp. 1-34 (cui adde ivi pp. 343-401).

[4] Mi sia consentito rinviare, perché recenziore, al mio: Ordo iuris e libro-Codice Teodosiano?, in Κοινωνια 47 (2023) pp. 345-359; peraltro, spiace osservare come, ugualmente di recente, abbia mancato l’occasione per effettuare riflessioni di qualche spessore sul Teodosiano P. Biavaschi, Alle origini dell’idea di Codice: progetti e realizzazioni, in Jus-Online 9, 4 (2023) pp. 29-50, spec. § 3.

[5] Tra le fonti basti cfr. CTh. 16.8.3 (a. 321): Cunctis ordinibus generali lege concedimus Iudaeos vocari ad curiam; in letteratura vd. per tutti J. Gaudemet-E. Chevreau, Les institutions de l'Antiquité, Paris 20148, p. 452.

[6] Cfr. NovTheod. 1.5: His adicimus nullam constitutionem in posterum velut latam in partibus Occidentis aliove in loco ab invictissimo principe filio nostrae clementiae p(er)p(etuo) Augusto Valentiniano posse proferri vel vim legis aliquam obtinere, nisi hoc idem divina pragmatica nostris mentibus intimetur.

[7] Cfr. NovTheod. 1.3-4: Manet igitur manebitque perpetuo elimata gloria conditorum …adtamen magis imperatorium magisque credidimus gloriosum, si fugata invidia perennitatis iure memoria remaneret auctorum.

[8] Cfr. NovTheod. 1.1.

[9] Cfr. Gesta senatus Romani 5 e 7: Plures codices fiant habendi officiis... In scriniis publicis sub signaculis habeantur... Codices conscripti ad provincias dirigantur... Ut in scriniis publicis habeantur, rogamus... In officiis suis singulos codices habeant; ...vero constitutionarii sua fide et periculo apud se edendum populis retinere iubeantur

[10] Cfr. Gesta senatus Romani 2: Quam rem aeternus princeps dominus noster Valentinianus devotione socii, affectu filii conprobavit.

[11] Vd. E. Dovere, La ricerca giusromanistica sul mondo postdioclezianeo: ombre, assenze, lacune, in Κοινωνια 46 (2022) pp. 283-289.

[12] Mi riferisco a S. Destephen(direzione di), L’Empire post-romain 400-600 après J.-C-, Paris, 2023.

[13] Vd. F. Oppedisano, L'impero d'Occidente negli anni di Maioriano, Roma, 2013, spec. cap. VII.

[14] Si tratta di A. S. Scarcella, La legislazione di Leone I, Milano, 1997.

[15] Giusto per es. vd. Oppedisano, L'impero d'Occidente,cit.,pp. 138, 141, 146-148.

[16] Vd., per es., specialmente ibid.,pp. 122-124 e 127, 140, 145.

[17] Da qui, dunque, il singolare titolo che ho dato al presente contributo, che fa eco a quello della splendida pellicola di Luis Buñuel, Le charme discret de la bourgeoisie (Francia 1972), vincitrice come pochi film di importanti premi della critica (Oscar nel 1973 e British Academy Film Award nel 1974).

[18] Il riferimento è al dotto studio del padre gesuita C. Capizzi, L’imperatore Anastasio I (491-518). Studio sulla sua vita, la sua opera e la sua personalità, Roma, 1969.

[19] Per l’imperatore Giustino, in CI. 2.7.25, Anastasio avrebbe tenuto una condotta finanziaria di governo eccessivamente parsimoniosa.

[20] Si tratta di F. K. Haarer, Anastasius I. Politics and Empire in the Late Roman Word, Cambridge, 2006.

[21] Si vd., per es., la rec. di A. Chauvot, in L’Antiquité Classique 77 (2008) pp. 707-710.

[22] Vd., giusto per es., Haarer, Anastasius I,cit., pp. 213-216, oppure pp. 223-229.

[23] Vd. M. Meier, Anastasios I. Die Entstehung des Byzantinischen Reiches, Stuttgart, 2009 (20102).

[24] Vd. ibid.,pp. 326-330.

[25] Fra molti si vd. per es. la buona ‘lettura’ di U. Lambrecht, in Plekos 12 (2010) pp. 19–25, o quella assai più particolareggiata di S. Destephen, in Antiquité Tardive 20 (2012) pp. 406-410.

[26] Vd. per es. Meier, Anastasios I,cit.,pp. 167-170, sul divieto di venationes.

[27] Vd. F. Bono, La legislazione di Anastasio I. Il diritto privato, Napoli, 2023.

[28] Basti, a mo’ di esempio, il caso delle due leggi richiamate ibid., pp. 248 s.

[29] Vd. ibid., pp. 44-69.

[30] E. Dovere, Medicina LegumI. Materiali tardoaromani e formae dell’ordinamento giuridico, Bari 2009, p. 237.

[31] Come campione vd., in relazione a CI. 5.70.5, Bono, La legislazione,cit., pp. 128-131, e assieme Haarer, Anastasius I,cit., p. 286.

[32] Vd. S. Pietrini, La legislazione di Zenone (474-491), Palermo, 2023.

[33] Giusto per esempio vd. L. I. Conrad, Zeno, the epileptic emperor: historiography and polemics as sources of realia, in Byzantine and Modern Greek Studies 24 (2000) pp. 61-81.

[34] Vd. Pietrini, La legislazione,cit., p. VIII.

[35] Ho avuto modo di occuparmi di questo specifico testo in Medicina legum III. Credo di Calcedonia e legislazione di urgenza, Bari, 2013, pp. 295-298; vd. ora Pietrini, La legislazione,cit., pp. 27-38.

[36] Qui vale senz’altro la pena di seguire Pietrini, La legislazione,cit., pp. 29-31, massime in apparatu, nell’esame della dottrina sedimentatasi nella lettura di questa costituzione.

[37] Cfr. Evagr. Hist. Eccl. 3.8: Bidez-Parmentier 107, 30-108, 11.

[38] Forse fa bene a scegliere una più equilibrata posizione la Pietrini a valle dalla valutazione della pregressa letteratura: La legislazione,cit., pp. 34-37.

[39] È particolarmente degna di nota l’informazione che Stefania Pietrini mostra di avere di tutta la più recente riflessione scientifica accumulatasi su questi materiali del tardo sec. V; una produzione editoriale, peraltro, non sempre di agevole reperibilità: vd. per es. La legislazione,cit., pp. 32-36.

[40] Vd. ibid., pp. 28-32.

[41] Vd. ibid., pp. 29-42.

[42] Vd. ibid.,pp. 211-220.

[43] Vd. ibid.,p. 261.

[44] Vd. ibid.,p. 263.

[45] Vd. ibid.,pp. 66-76.

[46] Vd. ibid., pp. 131.

[47] De emphyteutico iure sembrano essere gli stessi giustinianei a inserire interventi zenoniani (per es. CI. 4.66.1) all’interno di un dibattito scientifico-sistematico, dalle radici lontanissime (Gai 3.145), pervenuto a conclusione nel sec. VI (I. 3.24.3): vd. Pietrini, La legislazione,cit., pp. 159 s.

[48] Basti solo pensare alla disciplina prevista dalla cancelleria di Zenone per l’acquisto del tesoro (CI. 10.15.1), evidentemente sfociata a conclusione, come novità, di tutta la riflessione effettuata in età ‘classica’ e poi teodosiana: vd. Pietrini, La legislazione,cit., pp.125-131.

[49] Vd. ibid.,pp. 154-161.

[50] Vd. qui ibid.,p. 160 s.

[51] Per es. vd. ibid.,pp. 66-76.

[52] Basti leggere, per es., il can. 12 del concilio di Calcedonia, ove appunto si menzionano pragmaticae rilasciate dalle autorità civili e provvedimenti imperatori emessi ad hoc; mi permetto qui di rinviare alla traduzione che di ACO 2.2.57 (149) ho proposto in Il secolo breve del Teodosiano. Ordinamento e pratica di governo nel V secolo, Bari, 2016, p. 145.

[53] Vd. Pietrini, La legislazione,cit., pp. 248-253.

[54] Cfr. I. 4.6.34-35.

[55] Cfr. CI. 2.12.27, su cui vd. Pietrini, La legislazione,cit., p. 199-203.

[56] Vd. Pietrini, La legislazione,cit., p. 204.

[57] Cfr. CI. 3.1.13.

[58] Davvero occorre segnalare l’estrema utilità, ai fini del migliore approccio alla complessità della legislazione di Zenone, la lunga Introduzione ivi premessa al testo: Pietrini, La legislazione,cit., pp. 1-25 (L’indagine; Contesto storico, economico-finanziario e religioso; I provvedimenti normativi: paternità, cronologia, destinatari, efficacia. Le titolature imperiali; Stile e linguaggio della cancelleria zenoniana; Piano dell’opera).

[59] Discreta esemplificazione di tali fonti è in F. Rosaci, L’ascesa e il declino politico degli Isauri nel V secolo d. C., Messina 2020 (tesi dott.), p. 270 in apparatu.

[60] Cfr. CI. 4.59.2 e vd. Pietrini, La legislazione,cit., pp. 145-149.

Dovere Elio



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