Eloquentia and salus rei publicae: the social role of eloquence in Cicero’s rhetorical works

Eloquentia e salus rei publicae: il ruolo sociale dell’eloquenza nelle opere retoriche di Cicerone

25.08.2022

Francesca Rossi*

 

Eloquentia e salus rei publicae: il ruolo sociale dell’eloquenza nelle opere retoriche di Cicerone**

 

English title:Eloquentia and salus rei publicae: the social role of eloquence in Cicero’s rhetorical works

DOI: 10.26350/18277942_000084

 

Sommario: 1. Considerazioni introduttive: nascita e morte dell’eloquenza romana secondo Cicerone. 2. L’eloquentia come vis civilizzatrice e il ruolo sociale dell’orator. 3. Ars dicendi e altre artes: il rapporto tra oratoria e diverse discipline. 4. I requisiti culturali del perfectus orator e la paucitas eloquentium. 5. Il ruolo sociale dell’eloquenza nel Brutus. 6. Osservazioni conclusive

 

  1. Considerazioni introduttive: nascita e morte dell’eloquenza romana secondo Cicerone

 

Nell’ambito dell’amplissima produzione ciceroniana[1], afferente a campi del sapere che spaziano mirabilmente da tematiche socio-politiche a questioni filosofico-morali, un posto d’onore è senz’altro riservato agli scritti dedicati alla retorica[2]. Le principali opere rientranti in questa categoria non di rado vengono ricordate complessivamente, attraverso il riferimento alla cosiddetta ‘trilogia retorica’[3], comprensiva di un primo grande trattato sull’oratoria, de oratore[4], composto da Cicerone nel 55 a.C., e di due successive opere, Brutus e Orator,entrambe scritte intorno al 46 a.C.[5] e dedicate a Marco Giunio Bruto, come è evidente per la prima, che porta il nome del dedicatario. Tra le tre, queste poche pagine si concentreranno in particolar modo sulle prime due, le quali, peraltro, anche dal punto di vista strutturale risultano più poderose rispetto alla terza, assurgendo al rango di veri e propri trattati.

Quest’ultima affermazione con riferimento al de oratore trova immediata evidenza già dal titolo dell’opera, che evoca quello degli altri trattati ciceroniani[6]. Per questo motivo, il de oratore può a ben vedere essere ascritto a due diversi ordini di trilogie: oltre ad essere una delle opere che compongono la ‘trilogia retorica’, è anche uno dei tre grandi trattati, insieme al de re publica e al de legibus, in cui Cicerone delinea il proprio programma culturale e politico[7], che vede il suo momento iniziale nella formazione del perfetto oratore[8]. Tale progetto educativo è funzionale alla predisposizione della futura classe di governo, che dovrà essere munita di una preparazione non solo politica ma anche intellettuale, per essere custode della cultura e dei valori della civitas romana. A questo scopo è preordinata anche la struttura del de oratore, che, come è stato osservato, trova il suo Leitmotiv nella memoria[9]. Questa, infatti, da un lato governa la costruzione artistica dei proemi, ciascuno dei quali è attraversato dal ricordo degli anni giovanili, dall’altro rappresenta la radice stessa dell’opera, fondata sulla convinzione della necessità di trasmettere alle generazioni future la memoria dei grandi oratori del passato[10]. Dal de oratore traspaiono, infatti, l’insoddisfazione per la situazione politica e la preoccupazione per le sorti della res publica nutrite dall’autore, conscio di aver ormai esaurito il proprio ruolo attivo, sia come oratore sia come politico, e convinto di dover proseguire il proprio impegno mediante lo studio e la scrittura[11]. Non è un caso che sullo sfondo del de oratore sia percepibile il clima di profonda tensione proprio del periodo in cui il trattato fu composto, che si riflette nella stessa ambientazione, che precede il dramma della guerra sociale e i funerei destini a cui andranno incontro i protagonisti[12].

Oltre al contesto che fa da sfondo alle opere retoriche ciceroniane, l’altro elemento al quale occorre effettuare un breve riferimento introduttivo è quello strutturale. Sia de oratore che Brutus hanno infatti un impianto dialogico, che evoca i modelli propri del mondo greco, primo fra tutti quello platonico, pur mantenendo una forte identità romana, sia per le tematiche, sia per l’ambientazione[13]. Tra le due il de oratore, che come accennato ha una mole maggiore rispetto al Brutus[14], è suddiviso in tre libri e ha come principali personaggi Marco Antonio e Lucio Licinio Crasso[15]; protagonisti del Brutus sono invece, oltre allo stesso Cicerone, i due amici Attico e Bruto[16]. Quanto all’ambientazione, entrambi i dialoghi si svolgono a Tuscolo, ma mentre nel de oratore la villa ospitante è quella di Crasso, nel caso del Brutus è quella dello stesso Cicerone[17].

In merito a quest’ultima opera, peraltro, è stato rilevato come si tratti non soltanto di un dialogo sulla retorica, ma prima di tutto di un’opera storica, frutto di una ricerca antiquaria sapientemente condotta dall’autore al fine di offrire un’esposizione sistematica del passato dell’ars oratoria[18]. Cicerone, infatti, nel Brutus ne ripercorre la nascita e l’evoluzione, ricostruita attraverso i suoi più importanti protagonisti, nella convinzione che ciascuna epoca abbia dato alla luce al più un paio di pregevoli oratori[19]. I momenti che hanno plasmato la grandiosa eloquenza romana vengono descritti dall’Arpinate come tappe di un processo lento e faticoso, una «penosa ascesa» che ha portato attraverso le generazioni al perfezionamento dell’oratoria come vero e proprio prodotto artistico[20].

Il bellissimo ritratto dell’eloquenza romana dipinto da Cicerone nel Brutus è, tuttavia, offuscato dalla consapevolezza che le sue sorti non saranno altrettanto auree. L’opera si differenzia, dunque, dal precedente de oratore non solo per i contenuti e per il contesto, profondamente cambiato, ma anche per i presupposti e per l’atmosfera, plumbea e soffocante, che evoca il clima politico della dominazione cesariana[21], nonché per i toni[22], che oscillano tra nostalgia e malinconia, con punte di pessimismo quasi funereo[23], tanto che il Brutus è stata definito un «epitafio dell’eloquenza romana»[24], che traduce la convinzione che la stessa sia ormai giunta alla fine dei suoi giorni. La sensazione dell’imminente ‘morte’ dell’eloquenza romana è ciò che legittima, agli occhi di Cicerone, l’opportunità di una sua narrazione storica, che ne ripercorra origini, sviluppo e massimi risultati mentre questa è prossima al tramonto[25]. Per questo motivo la dottrina ha evocato a riguardo «la celeberrima immagine hegeliana della nottola di Minerva che spicca il volo sul far del crepuscolo»[26]: come la filosofia sorge nel momento in cui una civiltà ha ormai compiuto il proprio processo di formazione, avviandosi al declino, così la consapevolezza della grandezza dell’eloquenza romana diviene effettiva quando si avverte la sua imminente capitolazione, rendendo urgente la fissazione della sua memoria.

 

  1. L’eloquentia come vis civilizzatrice e il ruolo sociale dell’orator

 

Al di là delle differenze, sopra sinteticamente ripercorse, inerenti al contesto e al contenuto delle opere retoriche ciceroniane, al loro interno è possibile individuare la presenza di un elemento che, seppur in maniera diversa nel Brutus e nel de oratore, appare costante e dominante. Tale elemento è rappresentato dal ruolo assegnato all’eloquenza e all’oratore ai fini della costruzione dell’assetto costituzionale e della salvaguardia della società civile[27].

Il rispetto di una logicità cronologica impone di iniziare l’analisi dalla prima delle tre opere scritte da Cicerone, che come anticipato è il de oratore, nell’ambito del quale la tematica che qui interessa emerge già dal primo discorso di Crasso, che rappresenta il portavoce del pensiero ciceroniano[28]. Com’è stato rilevato, infatti, le sue parole appaiono «un vero e proprio encomio dell’eloquenza»[29], che viene descritta come potenza civilizzatrice, alla quale deve riconoscersi il merito di aver elevato l’uomo dal suo originario stato ferino per condurlo verso la vita associata, resa possibile grazie all’eccezionale strumento rappresentato dal diritto e dalle leggi.

Crasso, in particolare, si domanda quale altra forza (vis) avrebbe potuto riunire in un unico luogo (unum in loco congregare) gli uomini dispersi nei diversi spazi (dispersos homines) o condurli da una vita selvatica e agreste (fera agrestique) all’esistenza umana civilizzata o, ancora, dopo l’aggregazione in civitates (constitutis civitatibus), spingerli ad istituire leggi, tribunali e diritti:

 

Cic. de orat. 1.8.33: … quae vis alia potuit aut dispersos homines unum in locum congregare aut a fera agrestique vita ad hunc humanum cultum civilemque deducere aut iam constitutis civitatibus leges, iudicia, iura describere?

 

L’accostamento tra eloquenza e civilizzazione, come accennato, è un motivo costante nelle opere ciceroniane, in particolare in quelle a carattere retorico[30]. Esso era già presente nel de inventione (Cic. de inv. 1.2), dove Cicerone, nel considerare il principium di questa attività chiamata eloquenza(huius rei, quae vocatur eloquentia), a prescindere dal fatto che la si voglia considerare un’arte, uno studio, un esercizio o una facoltà naturale (facultas ab natura profecta), ritiene che questo derivi da cause oneste e si basi su ottime ragioni, che, come si comprende dal prosieguo del discorso, si fondano proprio sulla funzione civilizzatrice che l’autore assegna all’eloquenza:

 

Cic. de inv. 1.2: Ac si volumus huius rei, quae vocatur eloquentia, sive artis sive studii sive exercitationis cuiusdam sive facultatis ab natura profectae considerare principium, reperiemus id ex honestissimis causis natum atque optimis rationibus profectum. Nam fuit quoddam tempus, cum in agris homines passim bestiarum modo vagabantur et sibi victu fero vitam propagabant nec ratione animi quicquam, sed pleraque viribus corporis administrabant, nondum divinae religionis, non humani officii ratio colebatur, nemo nuptias viderat legitimas, non certos quisquam aspexerat liberos, non, ius aequabile quid utilitatis haberet, acceperat.

 

Cicerone ricorda che un tempo l’esistenza degli uomini era del tutto analoga a quella delle bestie: essi vagavano nei campi, si alimentavano con cibo selvatico e, per regolare le loro controversie, non utilizzavano la ragione(ratione animi), ma la forza fisica(viribus corporis). A quell’epoca, infatti, non esistevano regole religiose, né morali, né giuridiche: non erano praticati culti, era assente ogni senso del dovere e, per di più, nessuno aveva compreso quale fosse l’utilità di un diritto equo (ius aequabile)[31]. Mancava in sostanza ogni parvenza di una civile forma associata, non solo a livello pubblico, ma anche a livello familiare, non esistendo ancora il concetto di matrimonio né di filiazione legittima, che, come ricorda Cicerone nel de officiis, rappresentano il nucleo fondativo e primordiale della società civile(prima societas in ipso coniugio est, proxima in liberis), nonché la valvola generatrice dello stesso Stato (quasi seminarium rei publicae)[32].

È proprio in ragione di tale potenzialità civilizzatrice che Cicerone definisce l’eloquenza come una vis[33], evidentemente non del corpo ma della mente: essa è una forza razionale di persuasione che, prevalendo e sostituendosi alla forza fisica e talvolta bruta tipica degli altri animali, contraddistingue l’uomo come essere dotato di ratio[34].

Il merito che l’Arpinate riconosce all’eloquenza, peraltro, non è limitato all’uomo uti singulus, nella sua dimensione originaria e strettamente personale, ma si estende anche al successivo livello, rappresentato dal momento aggregativo tra diversi individui. Com’è noto, alla scelta di instaurare una vita comune, a prescindere dalla dimensione più o meno ampia della comunità di appartenenza (familiare, cittadina, statale), si accompagna immediatamente la necessità della predisposizione e del rispetto di un complesso di regole, in assenza delle quali la pacifica convivenza rischia di cedere il campo al conflitto[35]. Queste regole, tuttavia, per poter assolvere il compito per cui sono state predisposte, debbono essere adeguatamente diffuse all’interno della comunità, in particolar modo in occasione di quei conflitti che sono destinate a risolvere. La funzione di veicolarne il contenuto spetta in primo luogo all’oratore, che attraverso la forza della parola è capace di suscitare le emozioni dell’uditorio, di orientare le decisioni dei giudici e dunque, in ultima analisi, di incidere sulla sorte di coloro che da tali decisioni sono interessati. Per questo motivo Cicerone ritiene che dalla saggia e moderata guida di un perfetto oratore dipendano non solo il buon nome e il prestigio personale dell’oratore stesso, ma anche la salvezza (salus)[36] di moltissimi individui e, più in generale, dell’intera res publica[37]:

 

Cic. de orat. 1.8.34: … sic enim statuo, perfecti oratoris moderatione et sapientia non solum ipsius dignitatem, sed et privatorum plurimorum et universae rei publicae salutem maxime contineri…

 

Volendo spingersi ancora oltre, può rilevarsi come dalle pagine di Cicerone sembri trasparire la convinzione che lo stesso prestigio dell’oratore dipenda dalla «incomparabile utilità sociale del suo operato»[38] e che la priorità dell’eloquenza rispetto alle altre scienze sia conseguenza del fondamentale ruolo dalla stessa svolto in funzione non solo della formazione della civitas, ma anche della grandezza di Roma. Quest’ultimo aspetto emerge in particolare dal Brutus, dove il dedicatario, nel riassumere l’elogio tessuto da Attico nei confronti di Cesare, al quale viene attribuito il primato quanto all’eleganza del parlare in latino, sottolinea come quest’ultimo sia lodato non solo per aver inaugurato un eloquio ricco (principem atque inventorem copiae dixerit), ma anche per aver contribuito ad accrescere la fama e il prestigio del popolo romano(bene meritum de populi Romani nomine et dignitate), facendo sì che Roma riuscisse a strappare alla Grecia, o quanto meno a condividere con essa, anche quell’arte oratoria, che costituiva l’unico settore in cui quest’ultima, militarmente sconfitta, manteneva il primato (vincebamur a victa Graecia)[39]:

 

Cic. Brut. 254: Tum Brutus: amice hercule, inquit, et magnifice te laudatum puto, quem non solum principem atque inventorem copiae dixerit, quae erat magna laus, sed etiam bene meritum de populi Romani nomine et dignitate. Quo enim uno vincebamur a victa Graecia, id aut ereptum illis est aut certe nobis cum illis communicatum.

 

Alla posizione di Crasso, che nel de oratore assegna un ruolo principe all’eloquenza (in ragione del suo legame con la convivenza civile, la pace sociale e la libertà che da essa consegue), si contrappone l’opinione di Scevola, il quale «individua nella sapientia, piuttosto che nell’eloquenza, il motore della civiltà»[40]:

 

Cic. de orat. 1.9.35: Tum Scaevola comiter, ut solebat, «cetera» inquit «adsentior Crasso … sed illa duo, Crasse, vereor ut tibi possim concedere: unum, quod ab oratoribus civitates et initio constitutas et saepe conservatas esse dixisti, alterum, quod remoto foro, contione, iudiciis, senatu statuisti oratorem in omni genere sermonis et humanitatis esse perfectum».

 

Come emerge dal brano, la critica di Scevola rispetto all’opinione esposta da Crasso circa la centralità dell’eloquenza e le virtù riconosciute all’oratore si concentra in particolare su due punti: il primo (unum) riguarda proprio la funzione civilizzatrice dell’eloquenza, alla quale, come abbiamo visto, Crasso ascrive il merito non solo di aver fatto sorgere (et initio constitutas), ma anche di aver preservato (et saepe conservatas) le comunità civili(civitates), la cui origine e la cui salvezza sarebbero frutto dell’attività degli oratori.

Il secondo profilo (alterum) rispetto al quale Scevola dissente attiene, invece, all’affermazione secondo cui l’oratore, anche se considerato separatamente dal foro, dalle assemblee, dai tribunali e dal senato, sarebbe perfettamente formato in ogni campo della parola e della cultura(in omni genere sermonis et humanitatis esse perfectum)[41].

Su quest’ultimo punto, che concerne la preparazione culturale richiesta ad un bravo oratore e il rapporto tra l’eloquentia e le altre discipline, avremo modo di tornare nei prossimi paragrafi. Per il momento interessa, invece, proseguire la lettura del discorso di Scevola, il quale nel successivo § 36 esclude la condivisibilità della tesi di Crasso secondo cui il genere umano, da principio disperso tra monti e foreste, avrebbe iniziato a difendersi con fortezze e mura non perché spinto dai consigli di persone sagge, ma in quanto sedotto dai discorsi di individui sagaci; né tanto meno la convinzione che gli altri benefici relativi alla fondazione e alla salvaguardia delle comunità politiche siano dovuti non a uomini saggi e forti, ma a persone dotate di eloquenza ed eleganza nel parlare:

 

Cic. de orat. 1.9.36: … Quis enim tibi hoc concesserit aut initio genus hominum in montibus ac silvis dissipatum non prudentium consiliis compulsum potius quam disertorum oratione delenitum se oppidis moenibusque saepsisse? Aut vero reliquas utilitates aut in constituendis aut in conservandis civitatibus non a sapientibus et fortibus viris, sed a disertis ornateque dicentibus esse constitutas?

 

Dopodiché, per corroborare la propria tesi, Scevola porta l’esempio dei re di Roma, a cui è dovuta la fondazione del nucleo originario dello Stato romano, ai quali viene affiancato per importanza Giunio Bruto, che fece parte, assieme a Lucio Tarquinio Collatino, del primo collegio consolare della neonata repubblica romana a seguito della cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo. Secondo Scevola, infatti, non fu l’eloquenza il mezzo che consentì a Romolo di riunire pastori e forestieri(pastores et convenas congregasse), né di stringere unioni matrimoniali con i Sabini(Sabinorum conubia coniunxisse), né di respingere gli assalti delle comunità vicine(finitimorum vim repressisse), essendo tali conquiste piuttosto ascrivibili ad una saggezza fuori dal comune(consilio et sapientia singulari). Lo stesso deve dirsi di Numa Pompilio e Servio Tullio, nonché degli altri re, le cui numerose eccezionali iniziative per consolidare lo Stato (multa … eximia ad constituendam rem publicam) non furono certo frutto della loro eloquenza. Infine, anche tutto ciò che è accaduto dopo la fine della monarchia(exactis regibus … deinceps omnia) a suo avviso rappresenta una conseguenza dell’avvedutezza e non dell’eloquenza; d’altra parte, secondo Scevola, anche la cacciata dei Tarquini (tametsi ipsam exactionem) è stata provocata dall’ingegno e non dalle abilità oratorie di Lucio Bruto (mente, non lingua perfectam L. Bruti)[42]:

 

Cic. de orat. 1.9.37: An vero tibi Romulus ille aut pastores et convenas congregasse aut Sabinorum conubia coniunxisse aut finitimorum vim repressisse eloquentia videtur, non consilio et sapientia singulari? Quid? In Numa Pompilio, quid? In Servio Tullio, quid? In ceteris regibus, quorum multa sunt eximia ad constituendam rem publicam, num eloquentiae vestigium apparet? Quid? Exactis regibus, tametsi ipsam exactionem mente, non lingua perfectam L. Bruti esse cernimus, sed deinceps omnia nonne plena consiliorum, inania verborum videmus?

 

Dopodiché Scevola riporta ulteriori esempi, tratti dalla storia di Roma e da quella di altre comunità, dai quali, a suo dire, emerge come gli uomini dotati di grande eloquenza (per homines eloquentissimos)abbiano causato in ambito pubblico più danni che benefici (plura … detrimenta publicis rebus quam adiumenta):

 

Cic. de orat. 1.9.38: Ego vero si velim et nostrae civitatis exemplis uti et aliarum, plura proferre possim detrimenta publicis rebus quam adiumenta, per homines eloquentissimos importata …

 

Tra questi Scevola menziona, in particolare, le figure di Tiberio e Caio Gracco, definiti come gli uomini più eloquenti (eloquentissimos) fra quelli da lui ascoltati, i quali vengono posti a paragone col padre, Tiberio Sempronio Gracco, che partecipò alle vicende politiche della metà del secondo secolo, «che videro l’affermarsi del predominio romano all’estero e della restaurazione all’interno»[43]. A quest’ultimo, che viene descritto come un uomo avveduto e austero, sebbene nient’affatto eloquente (homo prudens et gravis, haudquaquam eloquens), è attribuito il merito di aver contribuito, nel corso della propria carriera politica, alla salvaguardia della res publica (saepe alias et maxime censor saluti reipublicae fuit), ma non certamente attraverso le proprie doti oratorie (non accurata quadam orationis copia, sed nutu atque verbo). Un eguale elogio non viene invece riservato ai figli, i quali, pur eloquenti e muniti di ogni risorsa necessaria ad un oratore, sia naturale sia acquisita con lo studio, furono in grado con tale eloquenza soltanto di dilapidare la cosa pubblica, resa florida grazie all’avvedutezza del padre e alle imprese militari degli avi[44].

Dopodiché Scevola sottolinea come neppure le leggi (leges), i costumi tramandati dagli antenati (veteres moresque maiorum), gli auspici (auspicia), i riti (religiones), le cerimonie sacre (caerimoniae) e soprattutto il diritto civile (iura civilia) siano stati inventati (inventa), studiati, (cognita) o in generale trattati (omnino tractata) dalla categoria degli oratori (ab oratorum genere)[45], alla quale, dunque, nell’ambito del suo discorso viene attribuito il solo merito della padronanza della parola, non accompagnata tuttavia da altre virtù né culturali né morali.

 

  1. Ars dicendi e altre artes: il rapporto tra oratoria e diverse discipline

 

A fronte della critica di Scevola rispetto alle tesi di Crasso, quest’ultimo non tarda a replicare, attraverso un lungo ed articolato discorso che, attraverso il confronto tra l’oratoria e le altre discipline, mira a dimostrare una loro reciproca interdipendenza.

Crasso, partendo proprio dagli argomenti di Scevola, che aveva riconosciuto all’orator l’unico merito di parlare in modo ordinato, elegante e fecondo, si domanda (quaero) come un oratore possa arrivare ad un simile risultato (id ipsum qui possit adsequi) senza disporre di quelle basi culturali (sine ea scientia) che lo stesso Scevola, così come gli altri che sposano la sua posizione, negano che possieda (quam ei non conceditis). Crasso sostiene, infatti, che non possa esistere (exstare non potest) alcuna virtù della parola (virtus dicendi) se colui che parla non ha ben assimilato gli argomenti oggetto del suo discorso:

 

Cic. de orat. 1.11.48: … Sin oratoris nihil vis esse nisi composite, ornate, copiose loqui, quaero, id ipsum qui possit adsequi sine ea scientia, quam ei non conceditis? Dicendi enim virtus, nisi ei, qui dicet, ea, quae dicet, percepta sunt, exstare non potest.

 

Sulla base di questa argomentazione, dunque, Crasso giunge ad una conclusione opposta a quella di Scevola: non è vero che l’oratore non possiede altra capacità se non quella della parola; al contrario, l’eloquenza è la dote che gli consente di eccellere in ogni disciplina che abbia appreso e di superare in essa anche quanti gliel’abbiano trasmessa[46]. Crasso sostiene, infatti, che l’oratore sarà capace di affrontare qualsiasi argomento, purché lo abbia studiato allo stesso modo in cui si dedica alla causa dei propri clienti, persino meglio o con maggiore eleganza (melius et ornatius) di chi di quell’argomento abbia massima esperienza, come nel caso del suo stesso autore (inventor atque artifex):

 

Cic. de orat. 1.12.51: … Quicquid erit igitur quacumque ex arte, quocumque de genere, orator id, si tamquam clientis causam didicerit, dicet melius et ornatius quam ipse ille eius rei inventor atque artifex.

 

Il medesimo principio viene ribadito e precisato poco più avanti, quando Crasso sostiene che l’oratore, anche se ignora il contenuto delle altre arti o discipline che deve trattare e conosce solamente quanto attiene al dibattimento e alla pratica forense, tuttavia, una volta apprese le informazioni necessarie da coloro che di quelle materie sono esperti, sarà in grado di parlarne ancor meglio di questi (multo oratorem melius … esse dicturum):

 

Cic. de orat. 1.12.51: … si, quae ceteris in artibus atque studiis sita sunt, orator ignoret tantumque ea teneat, quae sint in disceptationibus atque usu forensi, tamen his de rebus ipsis si sit ei dicendum, cum cognoverit ab eis, qui tenent, quae sint in quaque re, multo oratorem melius quam ipsos illos, quorum eae sint artes, esse dicturum.

 

La posizione di Crasso, che in maniera tanto dirompente descrive l’eloquenza come la regina delle discipline e assegna a quanti la pratichino (oratores) una posizione di vertice anche dal punto di vista culturale, non rimane peraltro un’affermazione di principio, essendo accompagnata e sostenuta nel corso dell’esposizione da una serie di esempi relativi alle diverse artes[47].

Uno di questi fa riferimento proprio alla materia di cui il suo interlocutore (Scevola) è un sommo esperto, ossia quella giuridica. Crasso ritiene, infatti, che l’oratore non potrebbe esercitare la propria ars senza una lunga pratica e un’ampia preparazione sulle questioni politiche (res publicae) e giuridiche, che esigono la conoscenza delle leggi (leges), delle consuetudini (mores) e in generale di tutto il diritto (ius)[48]. Per questo dovrà in primo luogo studiare tali argomenti e, soltanto una volta acquisiti, sarà in grado grazie alla propria eloquenza (ars dicendi) di esporli in modo migliore anche di chi ne abbia massima competenza ed esperienza, come Scevola(homo prudentissimus et peritissimus)[49]:

 

Cic. de orat. 1.15.66: … sin de iure civili, tecum communicabit, te hominem prudentissimum et peritissimum in eis ipsis rebus, quas abs te didicerit, dicendi arte superabit.

 

Alla medesima conclusione Crasso giunge rispetto alle altre artes, come l’arte militare (res militaris) – che, peraltro, impone anche conoscenze geografiche, sia terrestri sia marittime (regionum terrestrium aut maritimarum scientia) – la politica (res civilis), la psicologia, l’etica e la filosofia, in particolar modo quella morale, attinente alla natura e ai comportamenti umani (omnes rationes, quae de naturis humani generis ac moribus a philosophis explicantur), di cui l’oratore dovrà avere un’eccellente competenza sia teorica che pratica (cognitio et prudentia)[50]. Infine, lo stesso vale per tutte le ceterae artes, anche quelle apparentemente più distanti dall’eloquenza, quali le scienze fisiche e matematiche, che a loro volta, pur appartenendo come bagaglio culturale a quanti le coltivano e le professano, hanno maggiori possibilità di essere esposte e comprese se presentate con la giusta eloquenza. Infatti, chi vorrà illustrarle in maniera brillante dovrà necessariamente ricorrere alla capacità dell’oratore (facultas oratoris):

 

Cic. de orat. 1.14.61: … physica ista ipsa et mathematica et quae paulo ante ceterarum artium propria posuisti, scientiae sunt eorum, qui illa profitentur, inlustrari autem oratione si quis istas ipsas artis velit, ad oratoris ei confugiendum est facultatem.

 

L’esempio relativo alle scienze matematiche fa seguito ad un’affermazione di respiro generale con cui Crasso aveva richiamato il pensiero socratico e, in particolare, la ricorrente tesi del filosofo (quod Socrates dicere solebat) secondo cui tutti sono abbastanza eloquenti sugli argomenti che conoscono. A tale idea, pur plausibile, Crasso ne affianca una diversa, che ritiene maggiormente conforme a verità (verius): come nessuno può essere eloquente (disertum esse posse) su ciò che non conosce, allo stesso modo nessuno può essere in grado di parlare eloquentemente (diserte … posse dicere) se conosce alla perfezione un dato argomento (si optime sciat),ma ignora le corrette tecniche di costruzione del discorso(ignarusque sit faciundae ac poliendae orationis):

 

Cic. de orat. 1.14.61: Atque illud est probabilius, neque tamen verum, quod Socrates dicere solebat, omnis in eo, quod scirent, satis esse eloquentis; illud verius, neque quemquam in eo disertum esse posse, quod nesciat, neque, si optime sciat ignarusque sit faciundae ac poliendae orationis, diserte id ipsum, de quo sciat, posse dicere …

 

Quelle appena citate sono solo alcune delle argomentazioni addotte da Crasso a fondamento del proprio ragionamento con cui, dopo aver variamente sostenuto la centralità dell’eloquenza rispetto alle diverse discipline alle quali la stessa si accompagna, giunge ad offrire una definizione del suo protagonista: l’oratore. A suo parere, potrà considerarsi degno di una qualifica tanto insigne colui che, quale che sia la materia da trattare, sarà in grado di parlarne in maniera competente(prudenter), ordinata (composite)ed elegante(ornate), facendo buon uso della memoria (memoriter)e mantenendo sempre un contegno dignitoso(cum quadam actionis etiam dignitate):

 

Cic. de orat. 1.15.64: Quam ob rem, si quis universam et propriam oratoris vim definire complectique vult, is orator erit mea sententia hoc tam gravi dignus nomine, qui, quaecumque res inciderit, quae sit dictione explicanda, prudenter et composite et ornate et memoriter dicet cum quadam actionis etiam dignitate.

 

L’uomo che possieda tali qualità e una simile preparazione – conclude Crasso – sarà certamente (profecto) in grado di padroneggiare attraverso l’ars dicendi qualunque argomento (quacumque res), da chiunque lo abbia appreso, e sarà addirittura capace di parlarne in modo maggiormente elegante (ornatius) rispetto alla persona dalla quale abbia tratto la propria conoscenza. Infatti, soltanto chi è in grado di articolare correttamente un discorso, con abbondanza e varietà di argomentazioni su qualsiasi materia, potrà integrare quel modello di orator plenus atque perfectus capace di dominare l’ars dicendi, a cui Cicerone (attraverso la voce di Crasso) attribuisce il primato fra tutte le artes[51].

 

  1. I requisiti culturali del perfectus orator e la paucitas eloquentium

 

L’analisi contenuta nel de oratore sul rapporto esistente tra l’oratoria e le altre discipline consente di prendere in considerazione un secondo elemento fondamentale dell’ars dicendi, ossia quello relativo alla formazione e alla preparazione culturale necessaria per un bravo oratore[52].

La tematica, centrale nell’ambito delle opere retoriche ciceroniane, è oggetto specifico dell’Orator, nel quale vengono individuate e descritte le caratteristiche del perfetto oratore. La questione, tuttavia, si affaccia già nel de oratore, dove Cicerone afferma che la scienza della parolacomprende molti aspetti e implica la conoscenza di molte nozioni, riducendosi in loro assenza ad un insieme, vuoto e ridicolo, di vocaboli (verborum volubilitas inanis atque inridenda):

 

Cic. de orat. 1.5.17: Est enim et scientia comprehendenda rerum plurimarum, sine qua verborum volubilitas inanis atque inridenda est …

 

Per evitare che il proprio discorso si traduca in un vaniloquio, l’oratore deve dunque possedere una adeguata preparazione e una vasta cultura[53]. Il medesimo concetto è affermato nuovamente a seguito della puntuale individuazione, a cui l’autore dedica i successivi paragrafi, delle molteplici competenze che debbono accompagnarsi all’eloquenza, in esito alla quale viene ribadito come nessuno possa essere considerato un oratore compiuto se non abbia acquisito la conoscenza degli argomenti e delle discipline più importanti. Infatti, il discorso eloquente sgorga come un rivo d’acqua dalla copiosa fonte della conoscenza, che deve dunque abbracciare tutti questi profili; al contrario, se l’oratore non possiede sufficienti nozioni e competenze, le sue parole si riducono ad un’esposizione (habet elocutionem)che Cicerone definisce vuota e quasi puerile (inanem quandam … et paene puerilem):

 

Cic. de orat. 1.6.20: Ac mea quidem sententia nemo poterit esse omni laude cumulatus orator, nisi erit omnium rerum magnarum atque artium scientiam consecutus: etenim ex rerum cognitione efflorescat et redundet oportet oratio. Quae, nisi res est ab oratore percepta et cognita, inanem quandam habet elocutionem et paene puerilem.

 

La conferma dell’opinione di Cicerone sulla necessaria pertinenza all’eloquenza di una serie di conoscenze, come accennato, giunge in esito all’individuazione delle diverse doti richieste all’oratore: non solo uno stile ordinato ed elegante[54], accompagnato da una buona mimica[55]; ma anche un utilizzo sapiente dei luoghi e degli spazi[56], unito alla capacità di modulare gesti e voce in relazione al pubblico che ascolta[57]. Quest’ultimo aspetto postula, inoltre, una profonda conoscenza delle passioni e dei sentimenti umani, dal momento che su di essi deve fare leva l’eloquenza, al fine di placare ed eccitare l’animo degli ascoltatori (in eorum, qui audiunt, mentibus aut sedandis aut excitandis expromenda est)[58]. Queste sono, infatti, le parole con cui prosegue il § 17:

 

Cic. de orat. 1.5.17: … et omnes animorum motus, quos hominum generi rerum natura tribuit, penitus pernoscendi, quod omnis vis ratioque dicendi in eorum, qui audiunt, mentibus aut sedandis aut excitandis expromenda est …

 

Già nel proemio dell’opera emerge, dunque, un tema «destinato a giocare un ruolo importantissimo nel de oratore», ossia la centralità delle conoscenze psicologiche, ma anche delle nozioni filosofiche relative alla natura dell’uomo[59]. Crasso, in particolare, nell’individuare le tre branche della filosofia aventi ad oggetto, rispettivamente, la prima i misteri della natura(in naturae obscuritatem), la seconda le sottigliezze della dialettica (in disserendi subtilitatem) e la terza la vita e i comportamentiumani (in vitam atque mores), afferma che quest’ultima è da sempre terreno dell’oratore, che dovrà dunque conoscerla adeguatamente, non residuando altrimenti alcun margine per poter dimostrare la propria grandezza(nihil … in quo magnus esse). Per quanto concerne gli altri due ambiti(cetera), invece, viene ribadito il principio già enunciato: l’oratore sarà in grado di rappresentare con eleganza (poterit … ornare dicendo) qualsiasi argomento che gli sia stato riferito o riportato(delata et ei tradita), anche laddove non ne abbia svolto un vero e proprio studio (si non didicerit):

 

Cic. de orat. 1.15.68-69: Sed si me audiet, quoniam philosophia in tris partis est tributa, in naturae obscuritatem, in disserendi subtilitatem, in vitam atque mores, duo illa relinquamus atque largiamur inertiae nostrae; tertium vero, quod semper oratoris fuit, nisi tenebimus, nihil oratori, in quo magnus esse possit, relinquemus. Qua re hic locus de vita et moribus totus est oratori perdiscendus; cetera si non didicerit, tamen poterit, si quando opus erit, ornare dicendo, si modo ad eum erunt delata et ei tradita.

 

Peraltro, i profili appena illustrati, quali l’attenzione allo stile e la necessità di calibrarlo in ragione degli ascoltatori, riecheggiano le riflessioni presenti nell’Orator sulla necessità di adeguare i toni del discorso al contenuto e ai soggetti. In particolare, si sottolinea che la sapientia richiesta all’oratore consiste nella capacità di modulare le parole in base alle persone e alle circostanze, cercando di intercettare i pensieri e i sentimenti dell’uditorio, orientandone le emozioni e le opinioni, per persuaderlo a condividere le tesi esposte[60]. A questo obiettivo non gioverebbe affatto l’utilizzo, sempre e con chiunque, dello stesso linguaggio:

 

Cic. Orat. 35.123: … Nam nec semper nec apud omnis nec contra omnis nec pro omnibus nec cum omnibus eodem modo dicendum arbitror.

 

Dal momento che le situazioni non sono mai tra loro identiche, non è possibile trattarle allo stesso modo (nec enim semper tractantur uno modo)[61], ma occorre piuttosto calibrare il discorso in base al caso concreto, valutando la situazione nel suo complesso e tenendo in considerazione i profili sia oggettivi, legati alle condizioni di tempo e di luogo, sia soggettivi, connessi all’uditorio. Questa capacità di modulare la parola alla luce di un generale principio di convenienza, adattandola a circostanze e persone, rappresenta per Cicerone la più importante qualità che un oratore deve possedere:

 

Cic. Orat. 35.123: … Haec enim sapientia maxime adhibenda eloquenti est, ut sit temporum personarumque moderator.

 

Secondo Cicerone, dunque, l’eloquenza postula la capacità di variare il linguaggio in ragione delle condizioni peculiari nelle quali l’oratore si trova a parlare, così che la qualifica di eloquens spetterà a chi sarà in grado di individuare il lessico adatto a qualunque situazione (is erit ergo eloquens qui ad id quodcumque decebit poterit accommodare orationem)[62] sulla base di un criterio che, nel medesimo Orator, Cicerone individua come un generale principio di convenienza. A suo avviso, infatti, il fondamento dell’eloquenza(eloquentiae fundamentum) – così come di ogni altra cosa(sicut reliquarum rerum) – è la sapientia, da intendersi non soltanto come ‘sapere’, ma anche come ‘buon senso’, che implica prima di tutto il ‘senso della misura’[63]. Per motivare tale affermazione l’autore si serve poi di un paragone, i cui termini sono da un lato la vita, dall’altro l’orazione: esattamente come avviene negli accadimenti quotidiani (in vita), così anche nel parlare (in oratione) niente è più difficile che saper riconoscere ciò che è conveniente (quid deceat videre). Dopodiché Cicerone, per spiegare tale convenienza, richiama la parola greca prépon (πρέπον), ritenendo che il medesimo concetto possa tradursi in latino con il termine decorum[64]:

 

Cic. Orat. 21.70: … Sed est eloquentiae sicut reliquarum rerum fundamentum sapientia. Ut enim in vita sic in oratione nihil est difficilius quam quid deceat videre. Πρέπον appellant hoc Graeci, nos dicamus sane decorum

 

In aggiunta a tutti i profili finora richiamati, coordinati ed interpretati alla luce del suddetto generale principio di convenienza e decoro[65], Cicerone ritiene poi che l’oratore debba possedere un’adeguata competenza giuridica, conseguita attraverso lo studio delle leggi e delle altre fonti del ius civile[66], nonché una solida conoscenza della storia e delle vicende passate, a cui l’esperienza antica tradizionalmente assegna la funzione di monito ed exemplum[67]:

 

Cic. de orat. 1.5.18: Tenenda praeterea est omnis antiquitas exemplorumque vis, neque legum ac iuris civilis scientia neglegenda est …

 

Infine, l’Arpinate suggerisce di non trascurare l’importanza di un’ottima memoria, che rappresenta lo scrigno di tutte le conoscenze (thesauro rerum omnium), poiché, se l’oratore non custodisce con cura le idee e le espressioni già individuate e ponderate, ogni sua altra dote, per quanto eccellente, è destinata a perdersi (omnia … peritura):

 

Cic. de orat. 1.5.18: … Quid dicam de thesauro rerum omnium, memoria? Quae nisi custos inventis cogitatisque rebus et verbis adhibeatur, intellegimus omnia, etiam si praeclarissima fuerint in oratore, peritura.

 

A questi requisiti si aggiunge poi l’opportunità di parlare solo dopo aver svolto una preparazione preliminare, dal momento che un discorso ben costruito ha maggiori possibilità di successo rispetto ad uno improvvisato[68]. A tal fine giova non solo un’accurata riflessione sui contenuti, ma eventualmente anche una loro trasposizione per iscritto, essendo lo ‘stilo’ il migliore artefice e maestro dell’ars dicendi (stilus optimus et praestantissimus dicendi effector ac magister)[69].

Alla luce delle molteplici competenze richieste all’oratore, Cicerone conclude che l’eloquenza è qualcosa di ben più grande di quanto l’uomo possa immaginare (maius est hoc quiddam quam homines opinantur), essendo la sintesi di molti studi e diverse discipline (et pluribus ex artibus studiisque conlectum). Dal momento, dunque, che nel bravo oratore devono assommarsi tutte queste conoscenze e capacità, ciascuna delle quali esige una grandissima fatica, non stupisce che siano in pochi a poter vantare tale qualifica e che, in tutta la storia delle varie generazioni, epoche e nazioni, sia possibile trovare un numero così esiguo di bravi oratori (ex omni memoria aetatum, temporum, civitatum tam exiguum oratorum numerum inveniri):

 

Cic. de orat. 1.4.16: Quibus de causis quis non iure miretur ex omni memoria aetatum, temporum, civitatum tam exiguum oratorum numerum inveniri? Sed enim maius est hoc quiddam quam homines opinantur, et pluribus ex artibus studiisque conlectum.

 

È proprio la difficoltà e la vastità pressoché incredibile dell’arte oratoria (rei quandam incredibilem magnitudinem ac difficultatem) l’elemento che consente di spiegare, secondo Cicerone, la scarsità di oratori qualificati, nonostante l’elevata quantità sia di studenti sia di maestri(maxima discentium multitudine, summa magistrorum copia), la straordinarietà degli ingegni(praestantissimis hominum ingeniis), l’inesauribile varietà delle cause (infinita causarum varietate) e i ricchissimi premi offerti all’eloquenza (amplissimis eloquentiae propositis praemiis):

 

Cic. de orat. 1.5.16: Quid enim quis aliud in maxima discentium multitudine, summa magistrorum copia, praestantissimis hominum ingeniis, infinita causarum varietate, amplissimis eloquentiae propositis praemiis esse causae putet, nisi rei quandam incredibilem magnitudinem ac difficultatem?

 

Alla luce di tali considerazioni trova dunque risposta la domanda, prospettata già nella primissima parte del de oratore, relativa al motivo per cui nell’oratoria le personalità eminenti consegnateci dalla storia risultino numericamente inferiori rispetto a quelle presenti nelle altre discipline, non solo quelle minori, ma anche quelle più nobili e prestigiose[70]:

 

Cic. de orat. 1.2.6: Ac mihi quidem saepe numero in summos homines ac summis ingeniis praeditos intuenti quaerendum esse visum est quid esset cur plures in omnibus rebus quam in dicendo admirabiles exstitissent; nam quocumque te animo et cogitatione converteris, permultos excellentis in quoque genere videbis non mediocrium artium, sed prope maximarum.

 

In base al profilo così tratteggiato dell’oratore, al quale viene richiesto una sorta di poliglottismo – dovendo essere in grado non solo di padroneggiare la lingua in sé, ma anche quelle delle diverse discipline con cui è chiamato a dialogare – Cicerone ritiene che la scarsità degli eloquentes (causa eloquentium paucitatis) non debba destare stupore, considerando che la loro arte (eloquentia) consiste nella somma di svariate conoscenze e richiede a chi intenda praticarla la capacità di dominare molteplici materie, ciascuna delle quali esige un faticoso impegno:

 

Cic. de orat. 1.5.19: Quam ob rem mirari desinamus, quae causa sit eloquentium paucitatis, cum ex eis rebus universis eloquentia constet, in quibus singulis elaborare permagnum est …

 

Il problema della paucitas eloquentium rappresenta, dunque, una immediata conseguenza dell’ampiezza e complessità degli orizzonti culturali del perfectus orator, al quale è richiesta la disponibilità di un ampio bagaglio di saperi[71]. La difficoltà di integrare simili requisiti conoscitivi comporta, in definitiva, un abbassamento del numero dei grandi oratores, sebbene tale dato quantitativo debba essere inteso in senso relativo e non assoluto, tenuto conto che gli oratori non sono pochi in sé e per sé, bensì pochi sono gli oratori che possiedono quella formazione e quella cultura enciclopedica descritta da Cicerone[72].

 

  1. Il ruolo sociale dell’eloquenza nel Brutus

 

In esito alla ricognizione effettuata relativamente al rapporto tra ars dicendi e altre discipline, nonché ai requisiti culturali richiesti all’orator, occorre tornare a considerare il profilo – su cui ci siamo soffermati nel secondo paragrafo – concernente il ruolo sociale dell’eloquenza e la sua asserita forza civilizzatrice, per valutare se possa rinvenirsene traccia anche in altri ‘luoghi’ ciceroniani.

A riguardo la dottrina ne ha rilevato la presenza – oltre che nel de oratore e, come abbiamo visto, nel de inventione – anche nel Brutus, sebbene sia stato osservato come qui il suo contributo alla formazione della società civile e dell’assetto costituzionale venga rappresentato con toni più contenuti rispetto alle precedenti opere retoriche[73].

Un primo evidente riferimento al ruolo politico dell’oratore e alla funzione sociale dell’eloquenza è rinvenibile nel § 53, nel quale l’origine della res publica viene in certo modo considerata dipendente dalle capacità oratorie di Lucio Giunio Bruto[74]. Cicerone, infatti, si sofferma sui meriti di Bruto, tra cui menziona, in primis, la cacciata di Tarquinio il Superbo[75], descritto come un re dispoticoe molto potente (potentissimum regem … expulerit), sebbene figlio di un sovrano illustrissimo(clarissumi regis filium), Tarquinio Prisco; in secondo luogo l’affidamento della città, liberata da una lunghissima tirannia(civitatemque perpetuo dominatu liberatam), all’autorità dei magistrati annuali, delle leggi e dei giudizi (magistratibus annuis legibus iudiciisque devinxerit); infine, la deposizione del proprio collega(collegae suo imperium abrogaverit), Lucio Tarquinio Collatino, al fine di cancellare dalla città la ‘memoria del nome regale’ (ut e civitate regalis nominis memoriam tolleret), essendo Collatino imparentato con la famiglia dei sovrani di Roma[76].

L’elenco delle imprese compiute da Bruto serve a Cicerone per metterne in risalto le qualità, tra cui ricorda non soltanto la prontezza d’ingegno (celeritas ingeni), ma anche un’eloquenza immensamente persuasiva[77], senza la quale non avrebbe certamente potuto ottenere dei risultati tanto mirabili:

 

Cic. Brut. 53: Quis enim putet aut celeritatem ingeni L. Bruto illi nobilitatis vestrae principi defuisse? … qui potentissimum regem clarissumi regis filium expulerit civitatemque perpetuo dominatu liberatam magistratibus annuis legibus iudiciisque devinxerit; qui collegae suo imperium abrogaverit, ut e civitate regalis nominis memoriam tolleret: quod certe effici non potuisset, nisi esset oratione persuasum.

 

Già precedentemente nel Brutus Cicerone aveva menzionato il rapporto tra eloquenza e assetto costituzionale, sottolineando che il desiderio della parola (cupiditas dicendi)non è solito nascere (nec … nasci … solet) nell’ambito di un popolo ancora intento alla costruzione dello Stato(in constituentibus rem publicam), impegnato in guerre (in bella gerentibus) o avvinto dal dominio monarchico(regum dominatione devinctis). Dopodiché, nel prosieguo del discorso, l’Arpinate aveva utilizzato espressamente il termine eloquentia – prima individuata con l’espressione cupiditas dicendi – descrivendola come compagna della pace e alleata della tranquillità (pacis est comes otique socia) e dunque, in definitiva, allieva di una collettività già ben costituita(iam bene constitutae civitatis quasi alumna)[78]:

 

Cic. Brut. 45: … nec enim in constituentibus rem publicam nec in bella gerentibus nec in impeditis ac regum dominatione devinctis nasci cupiditas dicendi solet. Pacis est comes otique socia et iam bene constitutae civitatis quasi alumna quaedam eloquentia.

 

Un ulteriore riferimento all’importanza dell’eloquenza ai fini della salvaguardia delle istituzioni pubbliche è poi presente in un successivo passo del Brutus, dove viene affermata – attraverso la voce di Attico – «la superiorità del grande oratore sui minuti imperatores» (multo magnus orator praestat minutis imperatoribus)[79]. Si tratta del § 256, dove viene dichiarato che, eccettuate talune decisioni illuminate, guidate dalla saggezza di generali particolarmente avveduti (imperatorum sapientia), che assicurarono nell’ambito sia della politica bellica sia di quella interna(aut belli aut domi) la salvezza della città(salus civitatis), l’utilità pubblica dell’oratore è da considerarsi maggiore rispetto a quella del generale[80]:

 

Cic. Brut. 256: Verum quidem si audire volumus, omissis illis divinis consiliis, quibus saepe constituta est imperatorum sapientia salus civitatis aut belli aut domi, multo magnus orator praestat minutis imperatoribus …

 

Ancora una volta, dunque, dalle parole di Cicerone traspare la convinzione dell’esistenza di un’intima correlazione tra l’oratore e l’utilitas publica, nonché – ampliando la visuale ed estendendo il rapporto dalla persona all’ars – tra l’eloquentia e la salus civitatis[81].

Peraltro, la finalizzazione dell’eloquenza alla salvezza dello Stato viene ribadita, oltre che negli scritti sulla retorica, anche nell’ultimo trattato filosofico dell’Arpinate, il de officiis. In un passaggio dell’opera Cicerone si domanda, infatti, che cosa sia tanto inumano quanto rivolgere l’eloquenza, concessa dalla natura per la salvezza e la protezione degli uomini, al danno e alla rovina delle persone oneste[82]:

 

Cic. de off. 2.51: … Nam quid est tam inhumanum, quam eloquentiam a natura ad salutem hominum et ad conservationem datam ad bonorum pestem perniciemque convertere? …

 

Attraverso quest’ultima testimonianza trova, dunque, ulteriore conferma quanto emerso dalla lettura dei frammenti tratti dal de oratore e dal Brutus. Le parole ciceroniane palesano, ancora una volta, la convinzione che l’eloquenza sia fisiologicamente preordinata (a natura … datam) al perseguimento di un fine altissimo, consistente nella conservazione e nella salvaguardia dell’uomo (ad salutem hominum et ad conservationem), non solo come singolo, ma anche, alla luce delle fonti precedentemente analizzate, come membro delle formazioni sociali e politiche nelle quali – per utilizzare la formula della nostra Carta costituzionale – ‘si svolge la sua personalità’.

 

  1. Osservazioni conclusive

 

In esito alla ricognizione dei brani fin qui effettuata è forse possibile avanzare alcune brevi conclusioni in merito al ruolo attribuito, nell’ambito delle opere ciceroniane, all’eloquenza e all’oratore.

Dall’analisi dei passaggi selezionati all’interno del de oratore e del Brutus è emerso come il riferimento all’eloquentia sia in più occasioni posto in relazione con le dinamiche concernenti l’assetto costituzionale della res publica. Già l’utilizzo del termine vis in rapporto all’eloquenza è manifestamente evocativo del potente ruolo ad essa accordato: l’eloquentia viene raffigurata come una forza, in certo modo anche fisica, dal momento che le viene riconosciuto il merito di aver riunito gli uomini, generando le prime forme associative e costituendo, così, il primigenio nucleo statale. Per questo motivo è stato sostenuto che nelle opere ciceroniane all’eloquenza sia assegnata una funzione civilizzatrice, il cui esercizio ha permesso all’uomo di elevarsi dalla originaria condizione ferina, distinguendosi dagli altri esseri viventi, attraverso la fondazione delle città e la volontaria sottoposizione non solo agli organi di governo costituiti, ma anche al complesso di regole giuridiche progressivamente create.

L’eloquenza, tuttavia, per poter esplicare questo straordinario ruolo, deve disporre di idonei portavoce, ai quali è affidato il fondamentale compito di veicolarne i contenuti e compierne così la missione. Tali portavoce sono evidentemente gli oratori, che pertanto devono possedere non semplicemente un’eccellente padronanza della parola, ma più in generale una solida preparazione culturale. Nei suoi dialoghi Cicerone dedica, infatti, una lunga descrizione alle caratteristiche del perfectus orator, le quali, come abbiamo visto, non si limitano ai profili stilistici. Certamente, all’oratore è richiesta la padronanza delle tecniche di costruzione del discorso, orale o scritto che sia, nonché la capacità di modulare lo stile e il tono della voce in base alla reazione che intende suscitare nell’uditorio che ha di fronte. Tuttavia, la virtù della parola non è considerata in sé sufficiente, essendo necessarie svariate conoscenze, che attengono non solo – come facilmente immaginabile – ai profili psicologici e ai sentimenti umani, indispensabili per quanto sopra detto in merito all’opportunità di calibrare il discorso in funzione del pubblico. Nel bagaglio culturale dell’orator devono, infatti, rientrare anche tutta una serie di ulteriori materie: in primis la storia e il diritto, ma anche altre scienze, persino quelle matematiche e fisiche, apparentemente distanti dall’eloquentia.

Tale complesso di conoscenze e competenze risulta certamente non agevole da conseguire, così che, guardando alle diverse epoche storiche, come afferma l’Arpinate, il numero di oratori degni di memoria risulta assai esiguo. Anche quest’ultimo aspetto, relativo alla asserita paucitas eloquentium, rappresenta tuttavia nient’altro che una conseguenza della funzione sociale attribuita all’eloquenza. A ben vedere, gli aspetti qui sintetizzati discendono l’uno dall’altro secondo una progressione logica: dal ruolo ricoperto dall’eloquenza in vista della salus civitatis consegue la necessità che gli eloquentes possiedano un patrimonio culturale e valoriale sufficientemente solido; da quest’ultima esigenza dipende, come successivo anello della catena, la difficoltà di integrare il modello conoscitivo richiesto e, come ulteriore effetto, la scarsità quantitativa di oratori.

In conclusione, dagli scritti di Cicerone esaminati sembra emergere l’idea che la forza civilizzatrice dell’ars dicendi costituisca, in ultima analisi, una conseguenza della preparazione culturale dell’oratore ideale (orator plenus atque perfectus), al quale è richiesta non solo un’eccellente capacità di costruire elegantemente il discorso e di calibrare lo stile in base all’uditorio, ma anche un’ottima conoscenza delle diverse discipline che, di volta in volta, formano oggetto dell’orazione. L’ars dicendi ha, in definitiva, il dovere di entrare in relazione con le altre artes, poiché solo attraverso questo virtuoso dialogo colui che la pratica (orator) potrà assolvere quel ruolo sociale – fondamentale ai fini non solo della costituzione, ma anche della salvaguardia (salus) della civitas e della res publica – che la lungimiranza del pensiero ciceroniano dimostra di attribuire all’eloquentia.

 

Abstract: The essay analyses the social role attributed to eloquence in the context of Cicero’s rhetorical works, with particular reference to de oratore and Brutus. The civilizing force of the ars dicendi is considered a consequence of the cultural preparation of the perfectus orator, who is required not only an excellent ability to elegantly construct the speech and to calibrate the style according to the audience, but also an excellent knowledge of the various disciplines which are object of the oration. Only those with a solid and broad culture will be able to properly practice the ars dicendi, thus contributing to the salus of civitas and res publica.

 

Keywords: eloquence, rhetoric, Cicero, de oratore, Brutus, orator


* Università degli Studi di Firenze (francesca.rossi@unifi.it).

** Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1] Per le traduzioni e l’analisi dei testi queste brevi riflessioni sono tributarie della dottrina di Emanuele Narducci, che a Cicerone ha dedicato fiumi di pagine, capaci di orientare chiunque intenda navigare verso il mare delle trattazioni dell’Arpinate. Nella consapevole impossibilità di richiamarli nella loro totalità, ci limitiamo a ricordare i seguenti contributi (citati in ordine cronologico decrescente), ai quali sarà fatto più puntuale riferimento nel prosieguo. I punti di partenza, oltre al fondamentale E. Narducci, Cicerone: la parola e la politica, prefazione di M. Citroni, Roma-Bari, 2010, ed. dig. 2016 (in particolare i §§: V. ‘Lo spettacolo dell’eloquenza’; XIX. ‘Il De oratore’; XIII. ‘Storia dell’eloquenza e polemiche di stile’), sono costituiti dai due saggi introduttivi al de oratore e al Brutus, nelle versioni da lui curate: Id., Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, in Cicerone, Dell’oratore, Milano, 2021, 16a ed., pp. 5-82; Id., La storia dell’eloquenza romana nel Brutus, in Cicerone, Bruto, Milano, 2020, 8a ed., pp. 5-86. Rispetto ad essi, prodromico è il quadro di sintesi già offerto in Id., Introduzione a Cicerone, Roma-Bari, 1992 (ed. dig. 2015), in particolare pp. 114 ss. per la prima opera (§ IX. Il ‘de oratore’) e pp. 153 ss. per le altre due, Brutus e Orator (§ XIII. Storia dell’eloquenza e polemiche di stile). Dello stesso Autore, ricordiamo i seguenti ulteriori saggi introduttivi, rispettivamente al de officiis, al de amicitia e alle Tusculanae: Id., Una morale per la classe dirigente, in Cicerone, I doveri, introduzione e note di E. Narducci, traduzione di A. Resta Barrile, Milano, 2020, 15a ed., pp. 5-68; Id., Le ambiguità della ‘amicitia’, in Cicerone, L’amicizia, a cura di E. Narducci, traduzione di C. Saggio, Milano, 2020, 9a ed., pp. 5-56; Id., Le ‘Tusculanae’: un percorso di lettura, in Cicerone, Tuscolane, introduzione di E. Narducci, traduzione e note di L. Zuccoli Clerici, Milano, 2022, 12a ed., pp. 5-52. Inoltre, sempre su Cicerone: Id. (a cura di), Eloquenza e astuzie della persuasione in Cicerone, Atti del V Symposium Ciceronianum Arpinas (Arpino, 7 maggio 2004), Firenze, 2005; Id., Brutus: the history of roman eloquence, in Brill’s Companion to Cicero, Oratory and Rhetoric, Leida, 2002, pp. 401-425; Id., Perceptions of exile in Cicero: the philosophical interpretation of a real experience, in American Journal of Philology, 118.1 (1997), pp. 55-73; Id., Cicerone e l’eloquenza romana: retorica e progetto culturale, Roma, 1997; Id., Modelli etici e società: un’idea di Cicerone, Pisa, 1989; Id., Valori aristocratici e mentalità acquisitiva nel pensiero di Cicerone, in Index, 13 (1985), pp. 93-125; Id., Il comportamento in pubblico: Cicerone, de officiis 1. 126-149, in Maia, n.s., 36.3 (1984), pp. 203-229; Id., Gli arcani dell’oratore, in Atene e Roma, n.s., 29 (1984), pp. 129-142 (ripubblicato, con ampliamenti e aggiornamenti, in appendice al già citato saggio introduttivo,dal titolo Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, in Cicerone, Dell’oratore, cit., pp. 83-110); Id., Due note ciceroniane, in Maia, n.s., 35.1 (1983), pp. 19-21; Id., Cicerone, Crasso e un verso di Ennio: nota a Pro Caelio 18, in Maia, n.s., 33.2 (1981), pp. 145-146.

[2] La scelta di analizzare le opere di Cicerone non è immune da una buona dose di timore reverenziale, dovuto alla consapevolezza di confrontarsi con una personalità poliedrica e caleidoscopica, che attraverso i secoli ha acquistato sempre maggior vigore e notorietà, essendo guardata dai cultori delle discipline giuridiche di ogni epoca come un padre la cui eredità deve essere custodita e tramandata alle generazioni future. In un recente saggio è stato rilevato che Cicerone è «molte cose» [F. Fradeani, Oratoria ed eloquenza nel processo civile: l’eredità di Cicerone nelle tecniche argomentative del difensore, in Ciceroniana on line, 3.2 (2019), p. 311 s.] e che, in particolare, «viene ricordato come il più grande avvocato della storia, padre ideale di tutti coloro che, nei secoli successivi e, soprattutto, in epoca moderna, nel mondo occidentale, si vanteranno di averlo studiato, ammirato, imitato», tenuto conto che «certamente, i più grandi ed autorevoli giuristi moderni» hanno letto le sue opere «ed a lui, in gran parte, si sono ispirati». Per questo l’Autore ritiene che, oltre a rappresentare oggi «forse più di ogni altro, al pari di pochi grandissimi» (tra cui menziona Cesare, Tacito, Seneca, Virgilio, Scipione l’Africano) l’idea stessa di romanità, costituisce «un vero ‘gigante’ del diritto di ogni tempo». Cfr. anche A. Balbo, Tracce di Cicerone in alcuni scrittori italiani del Novecento, in Modelli educativi e formazione politica in Cicerone, Atti del V Simposio Ciceroniano. Arpino, 10 maggio 2013, a cura di P. De Paolis, Cassino, 2014, pp. 53 ss., dove sottolinea «il ruolo di Cicerone come emblema, nome che evoca il mondo romano e la lingua latina sovente a prescindere da qualsiasi riferimento alla sua esistenza reale e alla sua attività» (p. 54 s.). L’Autore rileva, inoltre, che «Cicerone è ancora presente a pieno titolo nella letteratura italiana del Novecento e dei primi anni del XXI secolo», in cui «si presta ancora una volta, come in altri momenti della storia, a multiformi interpretazioni» (ivi, p. 70). L’influsso ciceroniano non è, tuttavia, una prerogativa esclusiva dell’epoca moderna, essendo in parte presente già nell’esperienza antica. Cfr. anche I. Mastino, ‘Utilitas valuit propter honestatem’: Cicerone e il principio giuridico dell’utilitas, in Diritto@Storia (dirittoestoria.it), 11 (2013), p. 5, dove sposa l’opinione, già esposta da insigni studiosi (tra cui l’Autrice menziona G. La Pira, B. Biondi, G. Jossa, G. Longo, P. Cerami), in merito alla «forte influenza che la dottrina ciceroniana ha avuto sullo sviluppo del diritto e della giurisprudenza romana». Una definizione di Cicerone come «il più importante scrittore della romanità» è prospettata anche da M. Scaffidi Abbate nel saggio introduttivo a Cicerone, L’arte di saper parlare (Orator), cura e traduzione di M. Scaffidi Abbate, Roma, 2008, p. 7, il quale sottolinea «la quantità degli scritti e la varietà dei generi, che hanno molto contribuito all’innalzamento della lingua latina». Nel ricordare che Cicerone «affrontò tutti i temi e i problemi della vita umana, del suo tempo e di sempre», menziona in particolare «il problema gnoseologico, il problema del bene e del male, il tema dei doveri, dell’utile e dell’onesto, del piacere, dell’amicizia, della vecchiaia, il tema della felicità o della infelicità, il problema del sommo bene» (ivi, p. 14), oggetto delle principali opere filosofiche dell’Arpinate (de finibus bonorum et malorum, de officiis, Cato Maior de senectute, Laelius de amicitia, Tusculanae disputationes). Sulla formazione filosofica di Cicerone si veda anche il recente saggio di G. Reggi, I discorsi di Antonio e Crasso nel de oratore, fra usus forense, Filone di Larissa e Antioco d’Ascalona, in Ciceroniana on line, 5.1 (2021), pp. 42 ss. Lo stesso M. Scaffidi Abbate, op. cit., p. 7 sottolinea come, però, fin dall’antichità su Cicerone siano piovuti «i giudizi più contrastanti, che vanno dall’ammirazione fanatica alla denigrazione» (per i quali si rinvia alla ricognizione offerta dall’Autore nella sua introduzione: ivi, p. 7 ss.). Sull’opinione non sempre positiva riservata a Cicerone v. anche G. Broggini, L’arte forense di Cicerone, in Jus. Rivista di Scienze giuridiche, 14 (1963), p. 109, il quale in apertura del saggio, sulla base del «silenzio completo» con cui i giuristi del tempo «circondano il nome di Cicerone nelle loro opere», sostiene che le cognizioni giuridiche dell’Arpinate non sarebbero in verità apparse «brillanti e superiori alla media». Come ulteriore argomento, l’Autore ricorda poi le parole che Cicerone attribuisce al giurista ed amico Gaio Aquilio Gallo nei Topica, dalle quali traspare la «ingegnosa antitesi» tra l’Arpinate e il diritto: «‘Nihil hoc ad ius; ad Ciceronem,’ inquiebat Gallus noster» (Cic. Top. 51). La celebre frase è stata di recente ripresa anche da F. Giglio, The Jurist’s Mind, in Jus. Rivista di Scienze giuridiche, 5 (2021), p. 185 s., il quale sottolinea che: «Cicero was not only an unrivalled orator, but also a competent lawyer … Thus, Cicero knew the law, although he preferred to portray himself as the greatest orator rather than simply as a good lawyer».

[3] Tra i più recenti utilizzi dell’espressione ‘trilogia retorica’, riferita alle tre opere in questione, segnaliamo A. Cavarzere nella recensione all’opera di J. Dugan, Making a New Man: Ciceronian Self-Fashioning in the Rhetorical Works, Oxford-New York, 2005, contenuta in Gnomon, 79. Bd., H. 1 (2007), pp. 35 ss., ove viene rilevato che Dugan «esamina come Cicerone si sia servito della trilogia retorica formata da De oratore, Brutus e Orator per soddisfare le proprie ambizioni politiche». Accanto a queste tre, Cicerone compose ulteriori opere retoriche: il de inventione, un trattato di retorica di epoca precedente, tuttavia incompiuto, interrompendosi dopo la trattazione (nei primi due libri) dell’inventio e che, per questo, prende il nome dalla sola delle cinque parti della retorica che ivi trova una compiuta esposizione; le Partitiones oratoriae, un dialogo tra Cicerone e il figlio Marco, in cui vengono esposti i principi basilari dell’arte retorica; il de optimo genere oratorum, «una prefazione, di cui è tuttavia controversa la datazione, e per alcuni perfino l’autenticità, alla traduzione latina di due orazioni di Demostene e di Eschine» (E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 156); infine, i Topica, ultima opera retorica composta da Cicerone nel luglio del 44 e dedicata al giurista e amico Trebazio Testa (ad Trebatium).

[4] P. Sommaggio, Il metodo retorico classico. Analisi di un’‘arringa difensiva’ di M. T. Cicerone, in Retorica, processo, verità, a cura di F. Cavalla, Padova, 2005, p. 266, dopo aver sottolineato come il de oratore sia una composizione della tarda maturità, la definisce come un’opera «meta retorica», «perché la struttura e la forma del testo mostrano in che modo le strategie argomentative siano già in atto anche quando il contenuto è proprio il metodo e la retorica». L’Autore ritiene che obiettivo dell’opera non sia attuare «una raccolta di regole o di precetti» (a differenza dell’Institutio oratoria di Quintiliano e la Rhetorica ad Herennium), ma piuttosto esporre «i principi dell’arte retorica». Nel trattato, in particolare, Cicerone ripercorre e analizza le parti in cui si suddivide l’ars rhetorica: inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio (Cic. de orat. 2.19.79: Deinde quinque faciunt quasi membra eloquentiae, invenire quid dicas, inventa disponere, deinde ornare verbis, post memoriae mandare, tum ad extremum agere ac pronuntiare …). Sulle partizioni oratorie v. A. Bellodi Ansaloni, Scienza giuridica e retorica forense, Santarcangelo di Romagna, 2020, 3a ed., pp. 229 ss. Com’è noto, la prima di esse è oggetto di trattazione nel de inventione. Per alcune recenti analisi dedicate all’opera si veda: A. A. Raschieri, Rhetorical education from Greece to Rome: the case of Cicero’s de inventione, in Ciceroniana on line, 1 (2017), pp. 129-145; Id., Qualche osservazione sugli antichi commenti al De inventione di Cicerone, in Agorà, 41 (2015), pp. 343-361. Sull’inventio cfr. anche M. L. Biccari, Dalla pretesa giudiziale alla ‘narratio’ retorica (e viceversa). Spunti di riflessione sulla formazione dell’avvocato romano e la sua azione, Torino, 2017, pp. 82 ss., la quale definisce l’inventio come «la principale attività dell’arte retorica, consistente nella ricerca e nel ritrovamento degli argomenti idonei a rendere attendibile una tesi».

[5] Con riferimento alle circostanze della composizione del Brutus, E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 13 non ritiene «infondato supporre che Cicerone abbia iniziato la raccolta e la lettura delle orazioni antiche già nel periodo precedente la sua partenza per l’oriente», o forse ancora prima, «negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione del de oratore», tenuto conto anche che le «informazioni e valutazioni del Brutus appaiono più approfondite e motivate, rispetto a quelle del de oratore, non solo per ciò che riguarda l’eloquenza del passato» (ivi, nt. 19). Per la collocazione temporale di de oratore e Brutus v. anche: F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano ed il ‘ius civile in artem redigere’, in SDHI, 46 (1980), p. 282.

[6] Il de iniziale evoca immediatamente il titolo degli altri celebri trattati ciceroniani, tra cui, limitandoci a richiamare quelli probabilmente più celebri: de re publica, de legibus, de inventione, de officiis, de finibus bonorum et malorum, Laelius de amicitia, Cato Maior de senectute, de fato, de divinatione.

[7] Sul punto si veda F. Tamburi, Il ruolo del giurista nelle testimonianze della letteratura romana, 1: Cicerone, Napoli-Roma, 2013, p. 99, dove definisce il de oratore «la prima opera del trittico che codifica il programma culturale e politico ciceroniano», aprendo la strada al de re publica e al de legibus e «costituendo, assieme a essi, il lascito della maturità intellettuale dell’autore». Per l’indicazione dei principali lavori scientifici dedicati al de oratore v. ivi, nt. 1.

[8] Ivi, p. 100: «Questo ambizioso progetto prende le mosse dalla stesura del programma educativo per il perfectus orator. Con esso l’autore intende delineare la formazione dell’intellettuale, protagonista della vita politica della civitas, che avrebbe dovuto presiedere alla ‘rifondazione’ della repubblica, conservandone i valori fondamentali». L’individuazione e la definizione delle caratteristiche del perfetto oratore saranno prese in esame nei prossimi paragrafi. È appena il caso di ricordare che il modello del perfetto oratore è tematica centrale anche dell’opera di Quintiliano, il quale nella Institutio oratoria elaborò un «progetto di formazione pedagogica» corrispondente alle «esigenze del novello orator di età imperiale»: così F. Giumetti, Per advocatum defenditur: profili ricostruttivi dello status dell’avvocatura in Roma antica, Napoli, 2017, pp. 108 ss., dove affronta il tema dell’educazione del perfetto orator. V. anche M. L. Biccari, Dalla pretesa giudiziale alla ‘narratio’ retorica (e viceversa), cit., pp. 29 ss.

[9] E. Narducci, Cicerone: la parola e la politica, p. 297; Id., Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, cit., p. 6 sostiene che il tema della memoria, variamente modulato, è il «vero Leitmotiv che si rincorre nelle battute iniziali dei tre libri del de oratore». L’opinione è ripresa da F. Tamburi, Il ruolo del giurista, cit., p. 101: «sono certamente la delusione e il disappunto nei confronti della crisi che sta scuotendo la res publica e la cultura contemporanea, uniti all’amarezza per la parabola discendente imboccata dalla propria personale esperienza politica, a indirizzare la sua elaborazione di un progetto culturale di ampio respiro che, sul filo della memoria, mira a proporre per Roma un rinnovamento culturale e civile» (v. anche ivi, nt. 7). Cfr. anche il volume: Marco Tullio Cicerone, De oratore (traduzione e commento), a cura di P. Li Causi - R. Marino - M. Formisano, introduzione di E. Romano, Alessandria, 2015, p. 377, dove, nell’ambito del commento al primo libro, si ribadisce la centralità del tema della memoria, che «in un certo senso può essere considerato il Leitmotiv di ognuno dei tre prologhi e, per certi versi, dell’intera opera» (v. anche ivi, p. 453). L’importanza della memoria è affermata già nell’introduzione al volume di E. Romano, Introduzione. Il de oratore: retorica, cultura e politica a Roma negli anni 50 a.C., in Marco Tullio Cicerone, De oratore, cit., p. XV, la quale riprende l’espressione «chain of memories» di J. Dugan, Making a New Man, cit., p. 104, per sottolineare che Cicerone rappresenta «l’ultimo anello di una trasmissione orale», che, attraverso i partecipanti al dialogo, arriva a lui mediante «una vera e propria catena di memoria».

[10] E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 115: «Alla radice della composizione del de oratore vi è anche la convinzione che la memoria dei grandi oratori della generazione precedente è degna di essere trasmessa alla posterità, e salvata da un oblio già incombente».

[11] Id., Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, cit., p. 5 rileva che Cicerone, «quando, nel 55 a.C., lavorava al suo grande dialogo retorico» era «ormai più che cinquantenne» e, pertanto, «aveva alle spalle buona parte della propria esperienza di oratore e di uomo politico». Cfr. anche F. Tamburi, Il ruolo del giurista, cit., p. 101, la quale ribadisce che l’Arpinate, quando compone il dialogo, si trova «quasi ai margini della politica attiva» e per questo individua nello studio e nella scrittura i suoi nuovi impegni, ai quali si dedica con intensità, nella convinzione che rappresentino «un’appendice e un completamento dell’azione politica». Cfr. Cic. de orat. 1.1.3, dove Cicerone afferma che, pur nella difficoltà del momento, dovuta alle avverse condizioni politiche e al poco tempo a disposizione, si dedicherà agli studi e soprattutto alla scrittura (Sed tamen in his vel asperitatibus rerum vel angustiis temporis obsequar studiis nostris et quantum mihi vel fraus inimicorum vel causae amicorum vel res publica tribuet oti, ad scribendum potissimum conferam). Subito prima aveva ripercorso le vicende politiche della gioventù, che lo avevano visto coinvolto nello scoppio della guerra civile tra Mario e Silla, che aveva sconvolto l’antico assetto costituzionale, per essere poi trascinato durante gli anni del consolato in una lotta decisiva per la sopravvivenza dello Stato, quella conseguente alla congiura ordita da Catilina, dichiarando il proprio impegno anche negli anni successivi per contrastare quei flutti minacciosi che incombevano sulla res publica e che, grazie al suo operato, furono stornati dalla comunità, finendo poi per abbattersi su di lui: «Nam prima aetate incidimus in ipsam perturbationem disciplinae veteris, et consulatu devenimus in medium rerum omnium certamen atque discrimen, et hoc tempus omne post consulatum obiecimus eis fluctibus, qui per nos a communi peste depulsi in nosmet ipsos redundarent» (si tratta sempre di Cic. de orat. 1.1.3, nella parte che precede quella sopra citata).

[12] Com’è stato rilevato, «le gravissime tensioni politiche e sociali degli anni Cinquanta» trovano il proprio riflesso nella cornice del dialogo «ambientato subito prima del divampare della guerra sociale» e soprattutto nel contrasto, che emerge dalla narrazione ciceroniana, «tra la serena atmosfera in cui la conversazione si svolge» e «le morti più o meno atroci» che si abbatteranno sui partecipanti (E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 115). A riguardo v. anche E. Romano, Introduzione, cit., p. XX, la quale ritiene che «il ricordo del drammatico destino di morte violenta cui erano andati incontro quasi tutti i protagonisti del dialogo» sia funzionale alla «costruzione di figure di memoria».

[13] E. Narducci, Cicerone: la parola e la politica, cit., p. 301: «impegnati nell’imitazione di una grecità irrevocabile, i personaggi del De oratore sono parimenti preoccupati di conservare la dignità di un tono prettamente romano». L’opinione è ripresa da F. Tamburi, Il ruolo del giurista, cit., p. 102: «I referenti culturali del de oratore sono Platone e Aristotele», ma «l’atmosfera in cui si svolge il dialogo e le tematiche trattate risentono ampiamente della sensibilità dell’ottimate romano» (v. anche ivi, nt. 8).

[14] E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 16 ritiene che «per l’andamento generale il Brutus si avvicina tuttavia più al dialogo di matrice aristotelica che a quello di matrice platonica». La differenza rispetto al dialogo di tipo platonico è ribadita anche da E. Romano, Introduzione, cit., p. XXI, dove sottolinea che l’omogeneità culturale e la comune appartenenza sociale dei personaggi «elimina alla radice ogni possibile reale conflitto fra loro, imprimendo al dialogo una direzione diversa rispetto al modello platonico», nel quale, invece, «l’interrogazione maieutica e la demolizione dialettica degli argomenti implica forme di dislivello tra gli interlocutori». Inoltre, la stessa Autrice (ivi, p. XVI s.) precisa che successivamente Cicerone, in una lettera ad Attico del 45, nella quale espone «un quadro sintetico delle sue scelte di tecnica dialogica», colloca «il de oratore in una via mediana fra il dialogo eraclideo», scelto nel de re publica, nel quale i personaggi appartengono ad un’epoca antica, «e quello aristotelico, che vedeva l’autore protagonista, seguito nella maggior parte dei dialoghi filosofici».

[15] Cicerone sceglie come protagonisti del dialogo i maestri della sua gioventù (E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 115), Lucio Licinio Crasso e Marco Antonio. Accanto a loro, nel de oratore compaiono anche: Caio Aurelio Cotta, Publio Sulpicio Rufo, Quinto Mucio Scevola, Quinto Lutazio Catulo e Gaio Giulio Cesare Strabone Vopisco. Tuttavia, tra i diversi personaggi del de oratore (che peraltro hanno età diverse: E. Romano, Introduzione, cit., p. XX), Crasso e Antonio occupano una posizione preminente, dal momento che, come afferma F. Tamburi, Il ruolo del giurista, cit.,p. 102 nt. 10, «sono loro il momento culminante della storia dell’eloquenza romana». Anche nel Brutus è contenuto un elogio della eloquentia dei due personaggi, che Cicerone definisce i più grandi oratori (oratores maximi) e i primi nei quali l’eloquenza latina ha dimostrato una ricchezza tale da eguagliare la gloria dei Greci: «… sic nunc ad Antonium Crassumque pervenimus. Nam ego sic existimo, hos oratores fuisse maximos et in his primum cum Graecorum gloria Latine dicendi copiam aequatam» (Cic. Brut. 138).

[16] Come rilevato da F. Tamburi, Il ruolo del giurista, cit., p. 229 nel Brutus Cicerone «si riserva la maggior parte dell’esposizione», mentre ai due interlocutori, Attico e Bruto, sono «lasciati solo brevi interventi». In questo senso già E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 155, il quale precisa che gli amici «intervengono soprattutto per caratterizzare lo stile degli oratori ancora viventi».

[17] E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 15 rileva come il Brutus, «a differenza del de oratore, e anticipando piuttosto la tendenza di alcune tra le successive opere filosofiche» sia «molto parco di notazioni scenografiche: tanto che la sua stessa ambientazione nella casa romana di Cicerone risulta evidente solo a una lettura molto attenta».

[18] A rilevare che «il Brutus è in primo luogo un’opera di storia» è E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 154 s., che la descrive come «un dialogo avente come materia l’evoluzione storica di un’ars», osservando poi che «nel Brutus la diffusa ricerca antiquaria, che rispondeva a esigenze molteplici di sistemazione del passato, attinge la dignità di una sintesi storico-letteraria di vasto respiro». Dello stesso avviso appare anche R. R. Marchese, ‘Et cura vacare et negotio’. Cicerone e la storiografia, in Hormos. Ricerche di Storia Antica, n.s., 3 (2011), pp. 155 e 158 ss., la quale con riferimento al Brutus parla di un «esperimento di narrazione storiografica». L’Autrice ricorda, inoltre, come la dottrina abbia fatto emergere «la natura assolutamente ibrida» del Brutus, «difficilmente classificabile secondo i consueti canoni della trattatistica di argomento retorico». L’Autrice richiama in particolare la posizione di Gowing: cfr. A. M. Gowing, Memory and Silence in Cicero’s Brutus, in Eranos, 98 (2000), p. 39, il quale ritiene che il Brutus presenti i caratteri di vari generi letterari, tra cui menziona anche quelli di una narrazione storica (historical narrative). Gowing definisce infatti il Brutus come un’«anomalia» nell’ambito della letteratura romana, legata al genere e guidata dai precedenti (in a literature as genre-bound and precedent-driven as roman literature, Cicero’s Brutus is an anomaly), dal momento che presenta le caratteristiche di un trattato filosofico, di un dialogo, di un manuale di retorica, di una narrazione storica, di una biografia e anche di un’orazione (exhibiting characteristics of a philosophical treatise, a dialogue, a rhetorical handbook, an historical narrative, biography, and even speech).

[19] E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 155 rileva che «l’impianto del Brutus ruota intorno a singole grandi figure che dominano i relativi periodi»: gli oratori descritti nell’opera i principali protagonisti della vita politica romana «dal tempo delle guerre puniche fino alla guerra civile», essendo «ben saldo il concetto che ciascuna età non ha prodotto più di uno o due oratori di pregio». Cfr. anche F. Tamburi, Il ruolo del giurista, cit., p. 229 s., la quale, nel ribadire che «l’opera è una storia della disciplina oratoria, costruita attraverso una carrellata sulle figure che l’hanno resa grande», sottolinea però come la stessa sia al contempo percorsa (come rilevato da E. Narducci, Cicerone: la parola e la politica, cit., p. 367) «da una fortissima vena di pessimismo sulle sue sorti future, che trova talora espressione in toni di struggente malinconia».

[20] E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 56: «Cicerone racconta lo sviluppo dell’eloquenza romana come una penosa ascesa attraverso le generazioni», evidenziando «la lentezza con la quale l’oratoria si era sviluppata anche in Grecia, dove essa vide la luce quando le altre arti avevano già raggiunto la piena maturità». Anche: Id., Brutus: the history of roman eloquence, cit., p. 412 s.: «The development of Roman eloquence in recounted as a difficult ascent through the generations, each of which succeeded in producing at most one or two orators of real talent»; «Cicero recalls that oratory developed slowly also in Greece, where it saw the light when the other arts had already full maturity».

[21] E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 7: «La sceneggiatura del Brutus registra in maniera eccellente l’atmosfera plumbea e soffocante di Roma sotto la dominazione di Cesare», la cui oppressione politica chiude ogni spazio ai nuovi talenti (v. anche: Id., Introduzione a Cicerone, cit., p. 156). Si veda anche R. R. Marchese, Quello che circola tra noi. Reciprocità e memoria nel Brutus di Cicerone, in Cicerone, Bruto, introduzione, traduzione e commento di R. R. Marchese, Roma, 2011, p. 42: «Il Brutus si offre al lettore come un trattato nel quale si realizza, in modo lucido e coraggioso, la presa d’atto della morte della repubblica» e la consapevolezza che, da un lato, «la vittoria di Cesare è definitiva, imprime la parola ‘fine’ sulla res publica e sulle sue dinamiche di funzionamento» (ivi, p. 32); dall’altro, «la competizione di talenti e di risorse, garanzia del ricambio generazionale e del confronto interno tra coetanei, è scomparsa dall’orizzonte pubblico di Roma» (ivi, p. 13). Cfr. anche C. Bishop, How to Make a Roman Demosthenes: Self-Fashioning in Cicero’s Brutus and Orator, in The Classical Journal, 111.2 (2015), p. 169 s., la quale si sofferma sull’utilizzo della figura di Demostene nel Brutus e nell’Orator, sostenendo che il tentativo di Cicerone di ritrarre se stesso come una risposta romana a Demostene (Cicero’s effort to portray himself as a Roman answer to Demosthenes) dovrebbe essere letto in queste opere alla luce delle circostanze politiche, con particolare riferimento alla dittatura di Cesare e alle conseguenze della guerra civile: «the appearance of Demosthenes in these works also served as a response to recent political circumstances: namely, the aftermath of the civil war, in which Caesar had emerged as Rome’s sole ruler». Come sottolinea L’Autrice, Cicerone considerava il governo di Cesare tirannico, ritenendo che a lui fosse dovuta la fine alla sua carriera oratoria e politica: «Cicero considered Caesar’s government tyrannical, and throughout much of 46 believed it had effectively brought his oratorical and political career to an end».

[22] F. Tamburi, Il ruolo del giurista, cit., p. 230 sottolinea che, pur dovendosi ascrivere ai trattati di retorica, «i presupposti, il contesto, il contenuto e le idealità del dialogo dedicato all’amico Bruto» risultano «molto distanti da quelli del de oratore», essendo totalmente mutato «il quadro ideale che aveva sostenuto» quest’ultima opera. In particolare, «al paradigma de perfectus orator, modello di intellettuale dalla cultura universale» nel Brutus «non si fa più cenno e alle discipline che egli avrebbe dovuto padroneggiare, Cicerone non si rivolge più con l’atteggiamento di polemica superiorità che aveva caratterizzato il de oratore».

[23] E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 156 evidenzia come la «splendida rievocazione dell’eloquenza romana» contenuta nel Brutus «sia percorsa da una fortissima vena di pessimismo sulle sue sorti future, che trova talora espressione in toni di struggente malinconia». Questo sentimento di triste nostalgia per un modello di eloquenza ormai giunto al tramonto è dovuto al fatto che il suo ricordo coincide con «quello di tutta una fase della storia di Roma in cui la politica e la persuasione prevalevano sulla forza delle armi», tenuto conto che, nell’ottica di Cicerone, «l’eloquenza perfetta si accompagna al prosperare nella pace di uno stato ormai consolidato e maturo». Sull’incertezza del futuro dell’eloquenza v. anche R. R. Marchese, Quello che circola tra noi, cit., p. 32, la quale rileva che la storia dell’oratoria rappresentata nel Brutus appare «un tributo ad un processo compiuto e ormai irripetibile, evocato in contrasto con un futuro ignoto ma certamente diverso».

[24] Proprio in ragione del tono funereo, presente fin dal proemio dell’opera, E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 6 ritiene che «giustamente si è parlato del Brutus come di una Grabrede, di un epitafio dell’eloquenza romana». Nel definire il Brutus come una Grabrede, Narducci recupera – come evidenzia R. R. Marchese, ‘Et cura vacare et negotio’, cit.,p. 155 – «una linea interpretativa molto antica», risalente a R. Haenni, Die literarische Kritik in Ciceros Brutus, Freiburg, 1905, p. 52. Cfr. anche A. M. Gowing, Memory and Silence in Cicero’s Brutus, cit., p. 39, il quale, dopo averlo anticipato in apertura, nel prosieguo torna sul concetto di laudatio funebris e di Grabrede (ivi, p. 58: «Haenni characterized the Brutus as ‘die grosse politische Grabrede auf die eloquentia Romana’»). Sempre in merito alla qualifica di Grabrede, la stessa Marchese, nel saggio introduttivo all’edizione del Brutus da lei curata e tradotta (R. R. Marchese, Quello che circola tra noi, cit., pp. 41 ss.), sostiene che «l’etichetta di ‘discorso funebre’ sul corpo senza vita dell’eloquenza», di «laudatio funebris per qualcosa che non esiste più», benché suggestiva e in parte convincente, appaia riduttiva. Accanto a questo «profilo freddo e inquietante», essa ritiene di poter rinvenire nel Brutus anche «una corrente sotterranea di vita e di movimento», che «svincola la memoria dalla sua vocazione retrospettiva e autocontemplativa», aprendo verso il futuro. Cicerone, infatti, nella parte conclusiva del trattato, individua non solo un’eredità dalla quale ripartire, ma anche un’erede, Bruto, al quale «consegna l’eredità di un modello di azione e di intervento nella realtà che si nutre di reciprocità e di memoria e che tende al miglioramento continuo, alla realizzazione del progresso mediante il confronto e la competizione». Alla preoccupazione per le sorti dell’oratoria, letta come una sorta di laudatio funebris (as a laudatio funebris, or eulogy, of sorts for oratory), fa riferimento anche C. Bishop, How to Make a Roman Demosthenes, cit., p. 170, dove rileva che questo sentimento domina il Brutus dall’inizio alla fine (this anxiety dominates Brutus from beginning to end).

[25] E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 11: l’Autore sottolinea che «è proprio la sensazione della ‘morte’ dell’eloquenza romana a far ritenere i tempi ormai maturi per la ricapitolazione storica delle sue vicende», evidenziando come, non a caso, «una simile Stimmung persista ancora nelle Tusculanae, e soprattutto nel de officiis, quando Cesare è ormai stato eliminato e Cicerone è rientrato sulla scena politica per ingaggiarvi l’ultima disperata battaglia». Cfr. anche R. R. Marchese, ‘Et cura vacare et negotio’, cit., p. 161, la quale sottolinea che l’esigenza che spinge Cicerone «a raccontare nel Brutus, attraverso il filo della memoria, la successione degli oratori romani» appare parallela a quella di Sallustio, che, pochi anni dopo, utilizzerà la memoria rerum gestarum come «surrogato simbolico della pratica aristocratica di contemplare ed emulare le imagines maiorum». Entrambi gli autori si muovono nella «medesima direzione: consolidare gli strumenti e i mediatori del ricordo per superare il deserto del presente». Negli stessi termini Marchese si esprime anche in Ead., Quello che circola tra noi, cit., p. 16. È proprio la constatazione di tale «bisogno di memoria» che porta l’Autrice ad affermare che «trasformare il passato recente in memoria, ed in memoria condivisa, diventa la scommessa del Brutus» (ivi, p. 13).

[26] E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 5: «Alla storia dell’eloquenza romana narrata nel Brutus di Cicerone ben potrebbe attagliarsi la celeberrima immagine hegeliana della nottola di Minerva che spicca il volo sul far del crepuscolo». L’Autore ricorda come il significato di tale famosa immagine risieda nella «malinconica consapevolezza che la ricapitolazione di un determinato aspetto della realtà è possibile soprattutto quand’esso si è fatto vecchio, e prossimo alla fine». Dopodiché rileva che in un’altra opera, le Tusculanae disputationes, Cicerone spiegherà come l’eloquenza romana abbia ormai interamente percorso il proprio tragitto: «da oscure origini, si è innalzata alle vette più alte». Cic. Tusc. 2.5: «… Atque oratorum quidem laus ita ducta ab humili venit ad summum, ut iam, quod natura fert in omnibus fere rebus, senescat brevique tempore ad nihilum ventura videatur». Cicerone afferma che lagloria degli oratori, partita così dal basso, ha raggiunto il culmine, tanto che ormai, come per legge di natura succede a quasi tutte le cose, sta invecchiando e sembra destinata a ridursi a nulla in poco tempo. Dopodiché il discorso prosegue instaurando un paragone con la filosofia, la cui nascita viene collocata in quell’epoca(philosophia nascatur Latinis quidem litteris ex his temporibus) e alla quale Cicerone afferma di aver offerto il proprio contributo, accettando di essere confutato e contraddetto lui stesso(eamque nos adiuvemus nosque ipsos redargui refellique patiamur). Questo è il motivo per cui Narducci (ibid.) afferma che nelle Tusculanae «la riflessione filosofica riconduce all’ineluttabile ciclo biologico quella che nel Brutus ancora si esprime nei termini di una sofferta esperienza»: Cicerone, «avvertendo l’invecchiare, l’‘incanutire’ della propria stessa eloquenza», ritiene di «poter ravvisare in Bruto l’uomo cui consegnarne la fiaccola». Un cenno alla rovina della res publica «congiunta alla decadenza dell’oratoria», come rappresentata nel Brutus, è effettuato anche da C. Venturini, L’argomentazione giuridica: dalla retorica classica alla moderna argomentazione, in L’argomentazione e il metodo nella difesa, a cura di A. Mariani Marini - F. Procchi, Pisa, 2013, p. 15.

[27] E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 155: «più di una volta viene rivendicato con fermezza il ruolo sociale di primo piano dell’eloquenza, la sua superiorità rispetto a tutte le altre artes». Cfr. anche F. Tamburi, Il ruolo del giurista, cit., p. 100, dove sottolinea la volontà di Cicerone «di collocare l’ars dicendi in posizione centrale rispetto alle altre artes, proclamandone la superiorità dal punto vista educativo», in virtù della quale all’oratore viene assegnato un ruolo basilare nella vita non solo culturale, ma anche politica dell’Urbe. L’eloquenza, d’altra parte, rientra tra le qualità che tradizionalmente identificano l’immagine dell’uomo ideale. Queste sono riassunte da Aulo Gellio nelle sue Noctes Acticae, laddove, nel parlare dell’esempio di un certo Crasso Muciano (P. Crassus Mucianus, clarus atque inclutus vir), lo caratterizza attraverso questi elementi personali: la ricchezza (ditissimus); la nobiltà familiare (nobilissimus); la competenza giuridica (iurisconsultissimus), che implica non solo la conoscenza del diritto, ma anche la competenza interpretativa (peraltro imprescindibile per poter ambire a ricoprire la carica di pontifex maximus, che nell’elenco figura come quinto elemento); infine l’eloquenza (eloquentissimus), cioè la capacità di trasmettere il proprio pensiero e di indurre emozioni attraverso il dialogo e il racconto, al fine in primo luogo di convincere l’uditorio. Gell. Noct. Att. 1.13.10: «Is Crassus a Sempronio Asellione et plerisque aliis historiae Romanae scriptoribus traditur habuisse quinque rerum bonarum maxima et praecipua: quod esset ditissimus, quod nobilissimus, quod eloquentissimus, quod iurisconsultissimus, quod pontifex maximus».

[28] B. Albanese, Brevi studi di diritto romano, III. L’ars iuris civilis nel pensiero di Cicerone, in AUPA, 47 (2002), p. 23: «Il personaggio di Crasso, che è per più versi sostanzialmente il portavoce preferito di Cicerone, ha la parte più ampia nel primo libro del De oratore»; E. Narducci, Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, cit., p. 27 definisce Crasso come il «vero portavoce del fine gusto ciceroniano della vita». Cfr. anche le osservazioni di E. Romano, Introduzione, cit., p. XIX, la quale, dopo aver rilevato come le numerose coincidenze, anche verbali, fra i proemi ai tre libri del de oratore suscitino l’impressione di una identificazione fra Cicerone e Crasso, sottolinea come, però, «questo gioco di identificazione» non debba essere spinto troppo oltre, non avendo Cicerone costruito il personaggio di Crasso soltanto «come il proprio alter ego», bensì «anche e soprattutto come un antenato». Dopodiché precisa che, se «il ruolo che Crasso riveste nel de oratore come ‘antenato’ di Cicerone è indubbio», appare «altrettanto indubbia la presenza di elementi che hanno indotto a parlare di una sua ‘ciceronizzazione’». Infatti, anche se «molte delle posizioni da lui espresse nel corso del dialogo riflettono» le idee di Cicerone, aspetti della personalità di quest’ultimo «si colgono pure negli altri personaggi» e, pertanto, sarebbe «riduttivo vedere in Crasso una specie di controfigura dell’autore». Anche F. Bona, Sulla fonte di Cicero, de oratore, 1, 56, 239-240 e sulla cronologia dei ‘decem libelli’ di P. Mucio Scevola, in SDHI, 39 (1973), p. 447 effettua un cenno alla questione «se Crasso sia solo il portavoce della figura ideale ciceroniana del perfectus orator», o «se nella realtà storica già Crasso abbia, se non preconizzato, almeno intravisto questo ideale», ritenendo tuttavia irrilevante ai fini della propria indagine l’individuazione della linea di demarcazione tra finzione e realtà.

[29] E. Narducci, Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, cit., p. 27. Sul «primo discorso di Crasso in lode all’eloquenza» cfr. anche F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano, cit., p. 296, il quale evidenzia che ivi «troviamo impiegata, per la prima volta nel de oratore, quell’espressione – perfectus orator – che sintetizza l’ideale retorico ciceroniano».

[30] A. Bellodi Ansaloni, Scienza giuridica e retorica forense, cit., p. 164 s. ritiene che l’oratoria si leghi «non solo al processo come arte del dibattito giudiziario, ma anche alla politica come arte di governo», sottolineando come «la funzione politica dell’oratore» sia «intimamente connessa alla sua attività» e come, del resto, «la politica in senso lato» fosse «considerata oggetto della retorica, arrivando anche a comprendere la morale sociale». Cfr. anche C. Venturini, L’argomentazione giuridica, cit., p. 16, dove ricorda «l’impostazione di Isocrate secondo cui l’istruzione oratoria doveva essere preceduta da una salda formazione morale, dove morale significa civica», sottolineando come a Roma, dove l’oratoria subì l’influenza della cultura greca, concetti analoghi a quelli isocratei furono ripresi, dopo Catone, da Cicerone «al fine di rendere l’eloquenza funzionale alla politica dei boni cives e di negare la qualità di oratori a personaggi diserti ma turbulenti» e da Quintiliano, che ripropose il tópos del perfectus orator (ivi, p. 17).

[31] Il brano citato (Cic. de inv. 1.2) è quello dove, nell’ambito del de inventione, compare per la prima volta l’espressione ius aequabile (… non, ius aequabile quid utilitatis haberet, acceperat). Sul punto v. F. Pagnotta, Cicerone e l’ideale dell’aequabilitas. L’eredità di un antico concetto filosofico, Cesena, 2007, p. 68 s. L’aequabilitas è un concetto chiave nel pensiero di Cicerone, che nel de oratore ne elegge la conservazione addirittura a fine del diritto stesso, dove afferma che scopo (finis)del ius civile è il rispetto, in materia d’interessi e di controversie dei cittadini, di quell’equità (aequabilitatis conservatio) che è basata sulle leggi e sulle tradizioni: Cic. de orat. 1.42.188: «… Sit ergo in iure civili finis hic: legitimae atque usitatae in rebus causisque civium aequabilitatis conservatio». Si veda anche: I. Mastino, ‘Utilitas valuit propter honestatem’, cit., p. 13 s.; B. Albanese, L’ars iuris civilis nel pensiero di Cicerone, cit., pp. 23 ss.; cfr. inoltre F. Bona, Sulla fonte di Cicero, cit., p. 447, ove osserva che nella persona di Crasso si fondevano, nell’ambito della finzione del de oratore, da un lato «il patrocinatore dell’aequitas» e dall’altro «il propugnatore dell’ideale del perfectus orator». Infatti, «solo il perfectus orator è in grado di patrocinare l’aequitas, giacché solo l’oratore che conosca il ius civile si trova nella condizione migliore per superarne, grazie alla sua arte, le remore formalistiche», in modo da individuarne «le interne contraddizioni e tradurlo a perseguire la ‘legitimae atque usitatae in rebus causisque civium aequabilitatis conservatio’». La lettura di Cic. de orat. 1.42.188, che individua nell’aequabilitas il fine del ius, evoca la celebre definizione celsina di ius come «ars boni et aequi», riportata da Ulpiano e contenuta in D. 1.1.1 pr. (Ulp. 1 Inst.): «Iuri operam daturum prius nosse oportet, unde nomen iuris descendat. Est autem a iustitia appellatum: nam, ut eleganter Celsus definit, ius est ars boni et aequi». La conformità a tali canoni fondanti dell’ordinamento nell’esperienza moderna si traduce anzitutto nel rispetto dei principi costituzionali, primo tra tutti il principio di uguaglianza, che (imponendo che a situazioni uguali corrispondano trattamenti identici e a situazioni diverse trattamenti diseguali) rimanda inevitabilmente al concetto di equità e, a sua volta, rappresenta espressione del supremo criterio di razionalità, che permea l’intero sistema e postula, attraverso un contemperamento degli opposti interessi, il non sempre agevole bilanciamento fra rispetto della legalità, da un lato, e perseguimento di esigenze di giustizia sostanziale, dall’altro. Al riguardo è opportuno richiamare le autorevoli considerazioni di Francesco Carnelutti, contenute nel suo saggio Arte del diritto, dal quale emerge l’importanza del buon senso, ossia – volendo tradurre il concetto in termini giuridici – del principio della ragionevolezza come parametro per raggiungere i fini di giustizia: «Né altro è il senso dell’ordine se non il senso del bene o, altrimenti, il buon senso; tale è la disposizione dello spirito indispensabile al fine di giudicare» (F. Carnelutti, Arte del diritto, prefazione di C. Consolo, Torino, 2017, p. 60). Non a caso, tale consapevolezza si manifesta già tra i giuristi romani, che «qual più qual meno, hanno intuito fin dal principio codesta verità distinguendo lo ius dalla aequitas e concependo questa ultima come una giustizia, che non si lascia formulare in una legge» (ivi, p. 61).

[32] Cic. de off. 1.17.54: «Nam cum sit hoc natura commune animantium, ut habeant libidinem procreandi, prima societas in ipso coniugio est, proxima in liberis, deinde una domus, communia omnia; id autem est principium urbis et quasi seminarium rei publicae».

[33] V. supra: Cic. de orat. 1.8.33.

[34] F. Pagnotta, Cicerone e l’ideale dell’aequabilitas, cit., p. 69.

[35] Secondo il noto brocardo ubi societas, ibi ius non può sussistere alcuna forma associativa in assenza di un complesso di regole giuridiche che la disciplinino.

[36] Sull’utilizzo del termine salus riferito alla res publica, per indicare le ‘condizioni di salute’ dello Stato, si vedano le osservazioni di G. La Bua, Medicina consularis: Cicerone e la cura dello Stato, in Modelli educativi e formazione politica in Cicerone, cit., pp. 29 ss., il quale rileva che «l’associazione concettuale fra politica e medicina è ben radicata nel pensiero antico», in particolare nella dottrina platonica (ma anche nella storiografia tucididea e nella retorica demostenica), da cui il pensiero filosofico-politico romano eredita «il principio di unità e armonia dell’organismo statale, metaforicamente e simbolicamente interpretato sul fondamento di modelli anatomici» (ivi, p. 31). A tale tendenza non è estranea la scrittura ciceroniana, nella quale «significativo è l’uso di immagini mediche». Infatti, «la funzione terapeutica della filosofia, remedium contro le afflizioni dell’anima» viene spesso ribadita non solo nelle opere a carattere filosofico, ma anche in quelle di tipo epistolare (ivi, p. 32). In quest’ultimo ambito, soprattutto, «Cicerone sfrutta largamente il patrimonio lessicale della scienza medica, ricorrendo a metafore basate sulla nozione di vulnus e morbus e sulla conseguente ricerca della medicina più adatta alla cura dell’anima e del corpo» (ivi, p. 33).

[37] F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano, cit., p. 298 individua nella salvaguardia della salus «et privatorum plurimorum et universae rei publicae» (Cic. de orat. 1.8.34) il fine cui deve tendere il perfectus orator. Peraltro, come rilevato da A. Bellodi Ansaloni, L’arte dell’avvocato, ‘actor veritatis’: studi di retorica e deontologia forense, Bologna, 2016, p. 27, sull’utilità dell’oratoria, che «contribuisce a proteggere lo Stato, portandogli aiuto», Cicerone insiste anche nell’Orator. Cfr. Cic. Orat. 41.142, dove si ribadisce che l’eloquenza non solo è motivo di vanto per chi la pratica, ma è utile all’intera comunità: «…non modo eos ornat penes quos est, sed etiam iuvat universam rem publicam». Più in generale può osservarsi che l’attenzione alla salus rei publicae, ampiamente diffusa nel pensiero degli autori antichi, è ricorrente nelle opere di Cicerone, dove viene spesso ribadita la necessità che i privati operino in vista dell’utilità pubblica. La tematica del rapporto tra bene privato e bonum publicum nell’ambito degli scritti ciceroniani, in particolare nel Laelius de amicitia, è oggetto della recente riflessione di P. Giunti, La parola e l’amicizia. Riflessioni in margine alla crisi della democrazia, in ‘Liber amicarum et amicorum’. Scritti in onore di Leo Peppe, a cura di E. Höbenreich - M. Rainer - G. Rizzelli, Lecce, 2021, pp. 243 ss., ove l’Autrice si sofferma sull’interazione tra politica e amicizia. Il tema del bonum publicum emerge poi anche nel de officiis, opera della tarda maturità, dedicata al figlio Marco e spesso rappresentata come una sorta di ‘testamento spirituale’, dove Cicerone, attraverso l’esposizione dei doveri morali a cui ogni uomo dovrebbe attenersi, intende «disegnare il profilo dei boni viri quali estremi baluardi di un edificio costituzionale drammaticamente incrinato» (ivi, p. 239). Con riferimento al de officiis v. E. Narducci, Una morale per la classe dirigente, cit., pp. 5 ss. Si veda anche il seguente recente contributo: A. Rocca, Dignità umana: tra diritti e doveri. Riflessioni a partire dal ‘de officiis’ ciceroniano, in Cammino diritto, 6 (2020), pp. 1-25. Sul tema della crisi della res publica, ricordiamo: K. Kumaniecki, Cicerone e la crisi della Repubblica romana, trad. it. L. Costantini, Roma, 1972. Sulle «virtù dell’uomo di Stato» e sul problema del buon governo, fondato «sulla sovranità della legge, sull’equità intesa come ripartizione di diritti, di doveri, di poteri in base al merito; sulla partecipazione dei cittadini alla libertà, sulla concordia di una società senza conflitti e stretta dal vincolo del ius» v. l’introduzione di F. Nenci, Cicerone, La Repubblica, a cura di F. Nenci, Milano, 2019, 8a ed., p. 20. Sul tema dell’amicizia: J. Spielvogel, Amicitia und res publica: Ciceros Maxime während der innenpolitischen Auseinandersetzungen der Jahre 59-50 v. Chr., Stuttgart, 1993; il già citato saggio di E. Narducci, Le ambiguità della ‘amicitia’, cit., pp. 5 ss.; infine, sul significato dell’amicizia in Cicerone attraverso un’indagine sistematica delle relazione familiari, sociali e politiche emergenti dall’epistolario, si veda il recente contributo di: S. Citroni Marchetti, Cicerone alla ricerca dell’amicizia: dalla domus alla res publica, in Ciceroniana on line, 1.2 (2017), pp. 235-260.

[38] E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 34, nel saggio introduttivo al Brutus, rileva che «in passato Cicerone aveva cercato di fondare la preminenza del prestigio dell’oratore proprio sull’incomparabile utilità sociale del suo operato», rinviando per l’approfondimento ad un ulteriore suo contributo: Id., Gli slogans della pace in Cicerone, in Atti del convegno nazionale di studi su La pace nel mondo antico. Torino, 9-10-11 aprile 1990, a cura di R. Uglione, Torino, 1991, pp. 173 ss. Sul tema, oltre agli altri contributi contenuti nel volume citato, si vedano anche: I. Lana, La concezione ciceroniana della pace, in Ciceroniana on line, 7 (1990), Atti del VII Colloquium Tullianum. Varsavia, 11-14 maggio 1989, pp. 45 ss.; Id., Studi sull’idea della pace nel mondo antico, in Memorie della Accademia delle scienze di Torino. Classe di scienze morali, storiche e filologiche, ser. 5, 13.1-2 (1989). L’Autore richiama in primis lo scritto di F. De Martino, L’idea della pace a Roma dall’età arcaica all’impero, in VIII Seminario Internazionale di Studi Storici «Da Roma alla Terza Roma» (21-22 aprile 1988). Relazioni e Comunicazioni I, pp. 1 ss.; poi pubblicata in Roma Comune, 12.4-5 (1988), pp. 86 ss.; su cui riflette, tra gli altri, F. Sini, Pace, guerra, diritto. Sulla teoria dei rapporti internazionali nella Storia della costituzione romana di Francesco De Martino, in Diritto@Storia (dirittoestoria.it), 5 (2006); già citato nel precedente Id., ‘Bellum, fas, nefas’: aspetti religiosi e giuridici della guerra (e della pace) in Roma antica, in Diritto@Storia (dirittoestoria.it), 4 (2005).

[39] Le parole «vincebamur a victa Graecia» evocano la celeberrima affermazione oraziana secondo cui «Graecia capta ferum victorem cepit» (Hor. Ep. 2.1.156), su cui G. Nenci, Graecia capta ferum victorem cepit (Hor., Ep., 2, 1, 156), in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia, ser. III, 8.3 (1978), pp. 1007-1023. La frase, con evidente struttura chiastica, così prosegue «et artes / intulit agresti Latio» (Hor. Ep. 2.1.156-157). Orazio, dunque, dopo aver rilevato che la Grecia, conquistata dai Romani, conquistò ‘il selvaggio vincitore’, le attribuisce anche il merito di aver introdotto le arti nel ‘Lazio agreste’.

[40] E. Narducci, Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, cit., p. 28 sottolinea che «in questa prima fase del dibattito è Scevola, e non ancora Antonio, ad assumere l’onere di contrastare l’opinione di Crasso». È però interessante notare che Cicerone, nonostante attribuisca a Scevola il ruolo di portavoce della ‘dissenting opinion’, riserva all’anziano giurista una descrizione da cui traspare massimo rispetto per la sua autorevole personalità, sottolineandone la consueta cortesia nel prospettare un giudizio opposto a quello altrui (tum Scaevola comiter, ut solebat … inquit,Cic. de orat. 1.9.35). Con riferimento a questo personaggio E. Romano, Introduzione, cit., p. XVII ha messo in luce il «ruolo di trait d’union svolto da Scevola», che nel de oratore è «il personaggio più anziano, mentre nel de republica sarà uno dei più giovani».

[41] M. Scaffidi Abbate, Cicerone, L’arte di saper parlare (Orator), cit., p. 12 s. sottolinea come Cicerone intenda per cultura «un complesso di conoscenze che siano però in relazione alle attività umane (teoria e pratica insieme)». Infatti, per Cicerone, l’ideale dell’uomo di cultura romano «era quello del saggio capace di unire nella sua attività la teoria e la pratica», realizzando una sintesi di tutto»: filosofia, oratoria, religione, scienza, arte, politica. L’Autore sottolinea, peraltro, come alla cultura faccia riferimento anche «l’aspetto più ricorrente di humanitas in Cicerone», tenuto conto che «l’uomo potrebbe essere definito un ‘animale culturale’», perché soltanto a lui appartengono le arti liberali e le discipline scientifiche. Il paradigma culturale dell’unità del sapere e il problema legato alla sua crisi, da cui discende anche la «crisi del modello culturale aristocratico dei primi secoli della repubblica, costruito attorno all’egemonia della politica» rappresenta, d’altra parte, uno dei temi che più stavano a cuore a Cicerone, come rilevato da E. Romano, ‘Eruditio libero digna’: modelli educativi e modelli culturali nel De oratore, in Modelli educativi e formazione politica in Cicerone, cit., pp. 11 ss. L’Autrice si sofferma sul discorso riportato in Cic. de orat. 3.33.132-136, in cui «Crasso individua nel processo di specializzazione le ragioni di una crisi che avrebbe colpito in modo analogo la cultura greca e poi quella romana». Crasso afferma, infatti, in risposta a Catulo, che non solo la grandezza dell’oratoria (in hac) ma anche quella di molte altre discipline è stata diminuita dalla loro separazione e distribuzione in parti (Cic. de orat. 3.33.132: Tum Crassus – non in hac – inquit – una, Catule, re, sed in aliis etiam compluribus distributione partium ac separatione magnitudines sunt artium deminutae…). Tale processo di «frammentazione» e «settorializzazione» avrebbe «frantumato la preesistente unità del sapere, provocando la crisi di quel modello culturale, compatto attorno all’asse della politica, che era anche un modello di educazione, inscindibile da un sistema di valori etici»: tanto che «Crasso conclude questa sezione del suo discorso sottolineando che chi ha smarrito il senso dell’unità del sapere ha perso il senso dell’unità dei valori morali fondanti la comunità» (v. la frase conclusiva di Cic. de orat. 3.33.136: … omnium vero bonarum artium, denique virtutum ipsarum societatem cognationemque non norunt). La stessa Autrice, inoltre, sottolinea come, nell’ambito della complessa struttura del de oratore e «grazie a una rete di corrispondenze simmetriche fra i tre libri, in particolare fra il primo e l’ultimo», nel discorso riportato nel terzo siano individuabili le premesse teoriche «della discussione svoltasi, soprattutto nel primo libro, sulla formazione intellettuale dell’oratore ideale, sui contenuti della sua cultura e sui rapporti fra gli ambiti disciplinari che la costituiscono» (ivi, p. 15). Sul tema cfr. anche F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano, cit., p. 296 ss., ove rileva che Cicerone affida a Crasso il compito di illustrare l’ideale del perfectus orator (alla cui costruzione è finalizzato l’intero de oratore) «sotto il profilo della formazione culturale», sottolineando come, per integrare tale modello, non sia sufficiente la predisposizione naturale all’oratoria, occorrendo, oltre ad una conoscenza approfondita della teoria retorica, anche un’ottima istruzione nelle artes liberales; solamente grazie a «questo ricchissimo bagaglio culturale» sarà possibile conseguire il fine di salvaguardia non solo dei privati, ma anche della res publica. Sulla cultura necessaria al perfectus orator v. anche Cic. Orat. 34.120, richiamato dall’Autore nello stesso scritto (ivi, p. 359). Occorre, infine, rilevare che la cultura è argomento anche del Brutus, che «mette in scena, nel concreto di molti ritratti, la cultura che l’Arpinate avrebbe auspicato sopravvivesse alla crisi di Roma: quella cultura che affondava le proprie radici nel modello di educazione tradizionale e che aveva formato per secoli gli uomini che avevano guidato la res publica e calcato i tribunali» (F. Tamburi, Il ruolo del giurista, cit., p. 232).

[42] La «polemica antiretorica di Scevola» con cui nel de oratore viene negato «espressamente che negli ‘eroi fondatori’ di Roma potesse trovarsi una qualsiasi traccia di eloquenza», mediante un elenco che «comprendeva Romolo, Numa Pompilio, Servio Tullio, e lo stesso Lucio Bruto» è presa in esame da Narducci nel suo saggio introduttivo al Brutus (E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 59), dove rileva che l’utilizzo del «metodo congetturale» consente a Cicerone di recuperare almeno Giunio Bruto «alla dimensione dell’eloquenza e di fornire così, a distanza di parecchi anni, un’indiretta e parziale risposta alle argomentazioni di Scevola». Sull’elogio di Bruto e delle sue capacità oratorie, considerate un fattore determinante per la fondazione di Roma, si rinvia al successivo § 5.

[43] E. Narducci, Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, cit., p. 145 nt. 22.

[44] Le parole tra virgolette sono tratte dal prosieguo del § 38, che riportiamo: «… sed ut reliqua praetermittam, omnium mihi videor, exceptis, Crasse, vobis duobus, eloquentissimos audisse Ti. et C. Sempronios, quorum pater, homo prudens et gravis, haudquaquam eloquens, et saepe alias et maxime censor saluti reipublicae fuit: atque is non accurata quadam orationis copia, sed nutu atque verbo libertinos in urbanas tribus transtulit, quod nisi fecisset, rem publicam, quam nunc vix tenemus, iam diu nullam haberemus. At vero eius filii diserti et omnibus vel naturae vel doctrinae praesidiis ad dicendum parati, cum civitatem vel paterno consilio vel avitis armis florentissimam accepissent, ista praeclara gubernatrice, ut ais, civitatum eloquentia rem publicam dissipaverunt» (Cic. de orat. 1.9.38).

[45] Cic. de orat. 1.10.39: «Quid? Leges veteres moresque maiorum; quid? Auspicia, quibus ego et tu, Crasse, cum magna rei publicae salute praesumus; quid? Religiones et caerimoniae; quid? Haec iura civilia num aut inventa sunt aut cognita aut omnino ab oratorum genere tractata?». Sul brano si veda il commento di E. Narducci, Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, cit., p. 28, il quale sottolinea come il discorso di Scevola testimoni «una resistenza al primato dell’eloquenza in nome della tradizione del diritto civile e della religione».

[46] La necessità che l’esposizione di un dato argomento sia sorretta da una solida conoscenza del contenuto è un concetto ribadito nella letteratura latina non soltanto con riferimento alla forma orale, ma anche a quella scritta. Emblematiche sono le parole di Orazio, da cui è possibile ricavare che la conoscenza è considerata il fondamento non soltanto dell’ars dicendi, ma anche dell’ars scribendi. Il poeta dichiara, infatti, che la sapienza è il fondamento e l’origine dello scrivere bene: «Scribendi recte sapere est et principium et fons» (Hor. Ars poet. 309); dopodiché applica tale affermazione generale al contesto del sapere filosofico, sostenendo che gli scritti relativi alla filosofia socratica potranno fornire il contenuto della materia, alla quale, una volta predisposta, le parole seguiranno senza fatica: «rem tibi Socraticae poterunt ostendere chartae / verbaque provisam rem non invita sequentur» (Hor. Ars poet. 310-311). A riguardo si veda C. Paolazzi, La maniera mutata: il ‘dolce stil novo’ tra Scrittura e ‘Ars poetica’, Milano, 1998, p. 159, nell’ambito del cap. IV (Orazio e la funzione psicagogica della poesia).

[47] E. Romano, ‘Eruditio libero digna’, cit., p. 25 rileva che queste nozioni e competenze richieste all’orator «non sono oggetto di un elenco, ma la loro totalità risulta mettendo insieme alcune sezioni del discorso di Crasso».

[48] Cic. de orat. 1.11.48: «… neque enim sine multa pertractatione omnium rerum publicarum neque sine legum, morum, iuris scientia neque natura hominum incognita ac moribus in his ipsis rebus satis callide versari et perite potest …».

[49] La dizione ars dicendi richiama la problematica relativa alla possibilità di qualificare o meno la retorica come un’ars, che rappresenta «una delle questioni principali su cui si dividevano retori e filosofi» (E. Romano, Introduzione, cit., p. XXVIII). Su tale questione si concentra il dibattito tra Crasso e Antonio nei §§ 107 ss. del primo libro del de oratore, che evoca la distinzione, di matrice greca, tra téchne e empeiría. Come è stato osservato, «Crasso liquida il problema come puramente definitorio» e «soprattutto secondario, poiché non è la conoscenza dell’ars il presupposto principale per una buona oratoria» (ibid.). Più precisamente, egli sostiene che un’ars dicendi non esista o abbia scarsa consistenza, riducendosi la questione ad un problema definitorio (Cic. de orat. 1.23.107: … mihi dicendi aut nullam artem aut pertenuem videri, sed omnem esse contentionem inter homines doctos in verbi controversia positam). Tutto dipende, infatti, dal significato che si attribuisce alla parola ars. Egli ritiene, infatti, che non esista un’arte oratoria, quanto meno intesa nel significato esposto da Antonio, che aveva definito l’arte «come un solido corpo dottrinale fondato su conoscenze sicure e sottratte all’arbitrio dell’opinione», organizzate in una scienza (E. Narducci, Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, cit., p. 32). Questa definizione, infatti, non si addice all’eloquenza forense, che è variabile, adattandosi di volta in volta al senso comune del popolo (cfr. anche P. Sommaggio, Il metodo retorico classico, cit., p. 270, ove osserva che secondo Cicerone, se si intende la scienza come «un sistema di assiomi certi ed innegabili», la retorica non può definirsi tale, «perché dipende troppo dal comune sentire del popolo»). Cic. de orat. 1.23.108: «Nam si ars ita definitur, ut paulo ante exposuit Antonius, ex rebus penitus perspectis planeque cognitis atque ab opinionis arbitrio seiunctis scientiaque comprehensis, non mihi videtur ars oratoris esse ulla; sunt enim varia et ad vulgarem popularemque sensum accommodata omnia genera huius forensis nostrae dictionis». Diversa è la risposta se gli elementi rilevati nella prassi oratoria sono stati osservati e registrati da persone competenti e capaci, sono stati adeguatamente definiti, spiegati nei loro diversi generi e poi suddivisi in specie. Infatti, un simile «insieme di osservazioni empiriche, organizzate e ben classificate, sui metodi seguiti dagli oratori nella loro pratica» (E. Narducci, op. ult.cit., p. 32) può essere considerato espressione di un’arte, se non secondo la sottile definizione di Antonio, che aveva prospettato un’accezione restrittiva e rigorosa di ars, quanto meno secondo l’opinione popolare. In ogni caso, sia essa ritenuta un’arte o una parvenza di arte, Cicerone reputa che non debba essere trascurata. Cic. de orat. 1.23.109: «Sin autem ea, quae observata sunt in usu ac tractatione dicendi, haec ab hominibus callidis ac peritis animadversa ac notata, verbis definita, generibus inlustrata, partibus distributa sunt … non intellego, quam ob rem non, si minus illa subtili definitione, at hac vulgari opinione ars esse videatur. Sed sive est ars sive artis quaedam similitudo, non est ea quidem neglegenda; verum intellegendum est alia quaedam ad consequendam eloquentiam esse maiora». Sempre nell’ottica di un confronto tra le diverse opere retoriche ciceroniane, è interessante notare come le parole «verbis definita, generibus inlustrata, partibus distributa»richiamino quelle contenute nel Brutus, nell’ambito del paragone tra il magnus usus iuris civilis, proprio di Scevola e altri giuristi, e l’ars di Servio. Cic. Brut. 152: «Hic Brutus: ain tu? inquit: etiamne Q. Scaevolae Servium nostrum anteponis? Sic enim, inquam, Brute, existumo, iuris civilis magnum usum et apud Scaevolam et apud multos fuisse, artem in hoc uno; quod numquam effecisset ipsius iuris scientia, nisi eam praeterea didicisset artem, quae doceret rem universam tribuere in partes, latentem explicare definiendo, obscuram explanare interpretando, ambigua primum videre, deinde distinguere, postremo habere regulam, qua vera et falsa iudicarentur et quae quibus propositis essent quaeque non essent consequentia». La medesima progressione è ripresa da Cicerone nell’Orator, «con corrispondenze che appaiono immediatamente alla lettura sinottica, sebbene in una formalizzazione dotata di minor sistematicità e riferita, peraltro, in prima battuta, al ‘sapere filosofico’» (M. Miglietta, Servius respondit: studi intorno a metodo e interpretazione nella scuola giuridica serviana: prolegomena 1., Trento, 2010, p. 46 s., al quale si rinvia per ulteriore bibliografia). Cic. Orat. 4.16: «nec vero sine philosophorum disciplina genus et speciem cuiusque rei cernere neque eam definiendo explicare nec tribuere in partis possumus nec iudicare quae vera quae falsa sint neque cernere consequentia, repugnantia videre, ambigua distinguere …». Nel successivo § 153 del Brutus viene precisato che l’ars omnium artium maxima,introdotta da Servio quasi come una luce in una materia trattata dagli altri in modo disordinato, è la dialettica: «Hic enim adtulit hanc artem omnium artium maxumam quasi lucem ad ea, quae confuse ab aliis aut respondebantur aut agebantur. Dialecticam mihi videris dicere, inquit. Recte, inquam, intellegis …». Su Cic. Brut. 152-153 si vedano: B. Albanese, L’ars iuris civilis nel pensiero di Cicerone, cit., pp. 23 ss.; F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano, cit., pp. 282 ss., ove l’Autore, dopo aver premesso una ricca ricostruzione dello stato della dottrina sul tema (attraverso le tesi di Stroux, Villey, La Pira, Schulz, von Lübtow, Viehweg, Kaser), si interroga sul programma ciceroniano volto a redigere in artem il ius civile, alla luce delle enunciazioni contenute nel de oratore e nel Brutus. In particolare, sulla dialectica e sugli «imprestiti» dalla lingua greca presenti negli scritti ciceroniani v. ivi, pp. 306 ss. Sempre con riferimento al metodo dialettico, l’Autore si sofferma inoltre sul significato dell’espressione ars quaedam extrinsecus adhibita contenuta in Cic. de orat. 1.48.188, evidenziando (a fronte della ricostruzione dottrinale che la riporta alla dialettica) «il silenzio osservato da Cicerone» in questo brano «sulla denominazione in sé» di tale ars (ivi, p. 323) e, in particolare, il mancato esplicito utilizzo del termine dialectica, che compare invece in Cic. Brut. 153. Sul tema si veda, infine, il recente saggio di G. Falcone, Nota sul programma ciceroniano di ‘ius civile ad artem redigere’, in ‘Liber amicarum et amicorum’. Scritti in onore di Leo Peppe, cit., pp. 197 ss.

[50] Cic. de orat. 1.14.60: «Quaero enim num possit aut contra imperatorem aut pro imperatore dici sine rei militaris usu aut saepe etiam sine regionum terrestrium aut maritimarum scientia; num apud populum de legibus iubendis aut vetandis, num in senatu de omni rei publicae genere dici sine summa rerum civilium cognitione et prudentia; num admoveri possit oratio ad sensus animorum atque motus vel inflammandos vel etiam exstinguendos, quod unum in oratore dominatur, sine diligentissima pervestigatione earum omnium rationum, quae de naturis humani generis ac moribus a philosophis explicantur».

[51] Cic. de orat. 1.13.59: «… sed oratorem plenum atque perfectum esse eum, qui de omnibus rebus possit copiose varieque dicere». A riguardo si veda E. Romano, ‘Eruditio libero digna’, cit., p. 25; Ead., Introduzione, cit., p. XXXI. Un riferimento al perfectus orator compare anche in Cic. de orat. 3.21.80, dove si afferma che potrà essere tale soltanto chi sappia parlare a favore e contro qualsiasi argomento e sostenere in ogni tipo di causa, secondo l’uso aristotelico, due opposte tesi: «… sin aliquis exstiterit aliquando, qui Aristotelio more de omnibus rebus in utramque partem possit dicere et in omni causa duas contrarias orationes, praeceptis illius cognitis, explicare … is sit verus, is perfectus, is solus orator …». Sul brano v. anche A. Bellodi Ansaloni, L’arte dell’avvocato, cit., p. 78 s.

[52] Pertinente al tema è l’osservazione di U. Vincenti, Argomenti e decisioni argomentate correttamente, in L’argomentazione e il metodo nella difesa, cit., p. 39 [= in Il diritto della regione, 4 (2003), p. 526; anche in Retorica, processo, verità, cit., p. 108]: «l’autentico giurista, se deve conoscere l’uomo, deve anche, imprescindibilmente, essere corredato di una cultura umanistica», «deve essere un uomo portatore, e nel contempo, motore, della cultura del suo tempo». A riguardo, l’Autore richiama Cic. Orat. 34.119 e Quint. Inst. 10.1.2, che insistono sui requisiti culturali dell’oratore. Sulla formazione dell’oratore v. anche A. Bellodi Ansaloni, Scienza giuridica e retorica forense, cit., pp. 173 ss. Sull’importanza della competenza giuridica e in generale della formazione dell’avvocato si sofferma inoltre M. L. Biccari, La ‘instructio’ del convenuto nel processo romano: all’origine della formazione dell’avvocato come espressione del diritto di difesa, in IAH, 9 (2017), p. 118 s., interpretando «il diritto di difesa come diritto ad un difensore ‘formato’»: l’Autrice sottolinea come questa idea, già presente nel mondo antico, romano e greco, sia stata ribadita in anni recenti attraverso l’introduzione, da parte del Consiglio Nazionale Forense, dell’obbligo di formazione professionale continua degli avvocati. Sulla formazione del perfectus orator v. anche Ead., Dalla pretesa giudiziale alla ‘narratio’ retorica (e viceversa), cit., pp. 23 ss.

[53] E. Romano, Introduzione, cit., p. XXIX s. osserva che il tema delle artes nella formazione dell’oratore, che nel proemio al libro I «viene presentato attraverso il dissenso fra Cicerone, che pone alla base dell’eloquenza un sistema di conoscenze organizzate in saperi (artes), e il fratello Quinto, che ritiene l’oratoria indipendente da una elevata cultura di base», tornerà nel libro terzo nell’ambito del discorso di Crasso (Cic. de orat. 3.132.143), che «riprende, non senza riecheggiamenti intenzionali, l’inizio del dialogo, ricollegandosi con tecnica di composizione anulare alla prima formulazione del problema» (cfr. ivi, nt. 61, ove l’Autrice cita E. Fantham, The Roman World of Ciceroʼs De Oratore, Oxford, 2004, p. 77, che parla di ‘ring composition’). Nel lungo discorso di Crasso, «che mira a delineare l’orator plenus atque perfectus, capace di parlare con ricchezza e varietà di argomenti su qualsiasi tema», emerge come «questa capacità di parlare su tutto» richieda «un’ampia cultura di base» (ivi, p. XXXI). Peraltro, il problema relativo ai requisiti culturali dell’orator rappresenta anche il sostrato concettuale su cui poggia il dibattito tra retorica e filosofia con riferimento alla possibilità di definire o meno la retorica come un’ars (v. supra: nt. 49), riproposto nel primo libro attraverso le voci di Crasso e Antonio. Tale conflitto tra saperi, «apparentemente estromesso dalla discussione come poco più che una disputa terminologica», viene in realtà inserito in una prospettiva più vasta, così che «la domanda se la retorica sia un’ars risulta riformulata all’interno di un più ampio quadro problematico, che riguarda il rapporto fra saperi (le artes) nella costruzione di un modello culturale» (ivi, p. XXVIII). Sul «discidium fra filosofia e retorica, tra il pensiero e la parola» cfr. anche F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano, cit., pp. 298, ove rinviene la composizione di tale contrasto proprio nel «ricchissimo bagaglio culturale» che deve possedere il perfectus orator.

[54] Cicerone afferma, infatti, che il discorso deve essere adeguatamente plasmato non solo attraverso la scelta delle parole, ma anche mediante la loro disposizione (Cic. de orat. 1.5.17: … et ipsa oratio conformanda non solum electione, sed etiam constructione verborum …). Il profilo stilistico è affrontato anche nel Brutus. Sul tema occorre tenere presente E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 29, ove rileva che «uno degli assunti fondamentali del Brutus è che esistono, sostanzialmente, due tipi di oratore»: uno contraddistinto da uno stile ‘piano’, l’altro da uno stile ‘grandioso’. Tra i due modelli, la preferenza di Cicerone è rivolta al secondo «o, per essere più esatti, a un oratore che, capace di spaziare con sovrana padronanza tra i più diversi registri di stile, sia consapevole che in molte occasioni solo il ricorso al registro ‘grandioso’ gli permetterà di operare, tramite una persuasione vittoriosa, la ‘conquista’ definitiva dei suoi ascoltatori» (ivi, p. 30). Al contrario, «l’eloquenza controllata, di stile ‘piano’, era prediletta dagli atticisti», che nell’ambito del Brutus rappresentano «un bersaglio polemico non sempre dichiarato, ma raramente perduto di vista» (ibid.). Si veda anche Id., Brutus: the history of roman eloquence, cit., p. 404. Sulla «polemica con gli atticisti» si rinvia al § 7 di Id., La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., pp. 44 ss. (e Id., Brutus: the history of roman eloquence, cit., pp. 408 ss.), dove l’Autore, dopo aver messo in evidenza «il progressivo accrescersi dell’intransigenza ciceroniana nei confronti dell’atticismo», si sofferma sulle contrapposte interpretazioni che dominano il dibattito moderno su tale corrente.

[55] Secoli dopo un altro grande avvocato, Piero Calamandrei, sosterrà: «L’oratoria è in gran parte questione di mimica: mettete a sedere un oratore, e subito cambierà il registro della sua musica. Non so immaginarmi Cicerone che declami le sue catilinarie, compostamente seduto dinanzi a un tavolino». (P. Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Firenze, 1935, p. 84, qui citato dal volume con introduzione di P. Barile, Milano, 2020). L’affermazione si inserisce nell’ambito di un’invettiva contro l’oratoria, che Calamandrei ritiene debba essere bandita dal processo, così come «i gesti, gli atteggiamenti statuari, le distanze», con l’obiettivo di restituire all’oralità, «che vuol dire espressione schietta e semplice del proprio pensiero», il «posto che le compete». A riguardo, si vedano anche le osservazioni di S. Vinci, L’eloquenza ‘sincopata’. Il linguaggio forense in Italia negli anni del fascismo, in Il linguaggio del processo. Una riflessione interdisciplinare, a cura di N. Triggiani, in Quaderni del Dipartimento Jonico, 6 (2017), p. 153. Per un’ulteriore recente analisi storica dell’eloquenza forense in Italia si veda: F. Arato, Parola di avvocato. L’eloquenza forense in Italia tra Cinque e Ottocento, Torino, 2015. Sul linguaggio del corpo e sulla distinzione tra l’actio dell’attore e quella dell’oratore alla luce delle opere di Quintiliano e di Cicerone (in particolare il de oratore): G. Manzoni, Il linguaggio del corpo: tra oratore e attore, in ACME, 70.2 (2017), pp. 99-112. Sul tema ricordiamo inoltre: A. Cavarzere, Gli arcani dell’oratore. Alcuni appunti sull’‘actio’ dei Romani, Roma-Padova, 2011; E. Narducci, Gli arcani dell’oratore, cit., pp. 129 ss.

[56] Sul rapporto tra retorica e spazio e sulla ‘messa in scena’ del discorso si veda: M. S. Celentano, Performance oratoria e spazio comico: il punto di vista di Cicerone e Quintiliano, in Papers on Rhetoric, 12 (2014), pp. 19-35. Della stessa Autrice, si segnalano inoltre i seguenti scritti, sempre in materia di oratoria ed eloquenza, con una particolare attenzione a Cicerone e a Quintiliano: Ead., Diritto, retorica, politica. La strategia retorica di Cicerone, in Rhetorica, 1999; Ead., L’evidenza esemplare di Cicerone oratore, in Lo spettacolo della giustizia: le orazioni di Cicerone, a cura di G. Petrone - A. Casamento, Palermo, 2006, pp. 33-48; Ead., Archetipi di eloquenza nel ‘Brutus’ di Cicerone: il caso di Menelao, in Aevum antiquum, 8 (2008), pp. 259-270; Ead., Smiles and Laughter in ancient Greece and Rome. A rhetorical perspective, in The Journal of Greco-Roman Studies, 38 (2009), pp. 47-77; Ead., Dallo stilo allo stile. A proposito di Cicerone, de or. 1, 150, in Les noms du style dans l’antiquité Gréco-Latine, a cura di P. Chiron - C. Lévy, Louvain, 2010, pp. 131-141; Ead., L’oratore improvvisa. A proposito di Quintiliano, Institutio oratoria 10, 7, in Studia... in umbra educata: percorsi della retorica latina in età imperiale, a cura di G. Petrone - A. Casamento, Palermo, 2010, pp. 141-160; Ead., Archetypes of eloquence and cultural matrices: the case of Menelaus, in Journal of International Rhetoric Studies, 2012, pp. 124-136; Ead., Retorica e menzogna, in Rétor, 2.2 (2012), pp. 189-202; infine, ancora in materia di eloquenza, il suo recente contributo: Ead., L’eloquenza ironica e minacciosa di Polifemo, in Papers on Rhetoric, 14 (2018), pp. 75-89.

[57] B. Mortara Garavelli, L’oratoria forense: tradizione e regole, in L’avvocato e il processo. Le tecniche della difesa, a cura di A. Mariani Marini - M. Paganelli, Milano, 2003, p. 87 afferma l’importanza di commisurare «l’intensità ‘patetica’» dell’eloquio rispetto «alle sedi del dibattimento, ai tipi di processo e soprattutto ai destinatari: giudici, parti in causa e pubblico». Sulla capacità dell’orator di adeguare il discorso in base alla causa e all’uditorio si sofferma anche G. Broggini, Cicerone avvocato, in Jus. Rivista di Scienze giuridiche, 37 (1990), p. 156 s. (Id., L’arte forense di Cicerone, cit., p. 118 s.), dove afferma che «la magia delle arringhe ciceroniane consiste proprio in questo costante dominio del ruolo, in questa continua capacità di adattamento ad ogni situazione processuale», richiamando a riguardo Cic. Brut. 322. Tale profilo rappresenta, secondo l’Autore, un punto di contatto tra la professione attoriale e quella forense: infatti, «questo mettere a disposizione se stesso è proprio del grande attore e coglie il lato tipico dell’oratore forense. Egli deve dominare e difendere una parte con la quale non si identifica. Domani reciterà la parte opposta. Si adatta di volta in volta alla situazione».

[58] Cic. de orat. 1.5.17: «… et omnes animorum motus, quos hominum generi rerum natura tribuit, penitus pernoscendi, quod omnis vis ratioque dicendi in eorum, qui audiunt, mentibus aut sedandis aut excitandis expromenda est …».

[59] P. Sommaggio, Il metodo retorico classico, cit., p. 267 sottolinea come Cicerone nel de oratore sostenga l’inscindibilità dell’arte dell’oratoria «dalla dimensione filosofica e culturale». Sul punto E. Narducci, Eloquenza, retorica, filosofia nel ‘de oratore’, cit., p. 30 rileva che «soprattutto in ambito neoaccademico l’accento probabilmente già batteva su un concetto destinato a giocare un ruolo importantissimo nel de oratore», ossia la consapevolezza che «la capacità di muovere l’uditorio non può prescindere dalla conoscenza della psicologia e degli effetti della parola sulle menti umane, e di tutta un’altra serie di nozioni filosofiche», che peraltro i filosofi ritenevano «del tutto assenti dall’insegnamento dei retori», opinando che «la retorica, col suo arido tecnicismo privo di orizzonti culturali, non offrisse un’opportuna base formativa per la vita pubblica». Da parte loro, «i maestri di retorica cercavano di appropriarsi degli esercizi di disputazione su tematiche di vasto interesse generale» insegnate nelle scuole filosofiche. Tali dinamiche sono espressione della «querelle tra retorica e filosofia, che in Grecia si protraeva dalla metà del II secolo a.C.» e che, come sottolinea l’Autore, costituisce lo «sfondo culturale del de oratore». Sull’inizio della querelle tra filosofi e retori v. anche E. Romano, Introduzione, cit., p. XIV.

[60] A riguardo si veda A. Bellodi Ansaloni, L’arte dell’avvocato, cit., p. 49, la quale sottolinea che «in tal modo, l’oratore sarà in grado di sondare gli animi e ne sarà signore», mettendo in correlazione questo passaggio dell’Orator con la «forza fisica» dell’espressione teneat venas, coniata da Cicerone nel de oratore, ove afferma che deve ‘sondare le vene’ di ogni tipo, età e classe sociale ed esplorare i pensieri e i sentimenti di coloro davanti ai quali sta tenendo o dovrà tenere un discorso: «teneat oportet venas cuiusque generis, aetatis, ordinis, et eorum, apud quos aliquid aget aut erit acturus, mentis sensusque degustet» (Cic. de orat. 1.52.223). Cfr. anche F. R. Nocchi, Giocolieri, prestigiatori e oratori: il ruolo delle emozioni nell’arte dell’improvvisazione, in Archivi delle emozioni, 1.2 (2020), p. 38, dove rileva che «nel caso della retorica la comunicazione emozionale serve per creare una sintonia con gli ascoltatori perché siano maggiormente disposti ad accogliere le tesi sostenute dall’oratore»; Ead., Memoria, affettività e immaginazione: l’intelligenza delle emozioni nella retorica antica, in Cognitive Philology, 9 (2016), dove riporta l’opinione di Quintiliano, secondo cui «il discorso è più efficace se l’oratore riesce ad attuare un ‘controllo intenzionale delle emozioni’ il cui manifestarsi in maniera più o meno intensa avviene attraverso un processo di regolazione». La tematica è oggetto di più diffusa trattazione nello studio monografico della medesima Autrice: Ead., Tecniche teatrali e formazione dell’oratore in Quintiliano, Berlin-Boston, 2013. Sull’importanza della disposizione d’animo dell’ascoltatore si sofferma anche L. Calboli Montefusco, Cicerone, De oratore: la doppia funzione dell’ethos dell’oratore, in Rhetorica, 10.3 (1992), p. 248, dove rileva che «l’ethos dell’oratore, ossia l’immagine che egli dà di sé, è più utile per il genere deliberativo, mentre per il genere giudiziario ha maggiore effetto la disposizione in cui viene posto l’ascoltatore», poiché questa condiziona profondamente la decisione. Cicerone, dunque, nel de oratore individua la «carta vincente» nell’«efficacia del pathos sul giudice», mirando «la descrizione dell’ethos sia dell’oratore che dell’imputato» ad una captatio benevolentiae, volta a coinvolgere «sentimentalmente l’ascoltatore per portarlo ad essere ben disposto nei loro confronti». Cfr. anche B. Mortara Garavelli, L’oratoria forense, cit., p. 77 s., la quale attribuisce peculiare rilievo alla capacità di far leva sulle c.d. «prove soggettive», ossia «mezzi di pressione e di orientamento legati sia all’ethos sia al pathos», cioè dipendenti non solo dalla «fiducia che l’oratore sa suscitare per le sue qualità», ma anche da «fattori emozionali». L’Autrice, peraltro, si sofferma sul significato del termine ethos, che a suo avviso non potrebbe essere tradotto in italiano semplicemente con la parola ‘carattere’, che «limita il senso del termine greco, per il quale neppure in latino esisteva un corrispondente preciso» in grado di rappresentarne la «polivalenza». L’ethos oratorio consiste, infatti, nell’«impressione che l’oratore produce di sé per mezzo di ciò che dice», così che la parola finisce per veicolare «la personalità di chi la enuncia». Secondo l’Autrice tale «capacità di trascinare l’uditorio con la mozione degli affetti e con il prestigio», che plasmano «l’alone carismatico che avvolge la figura del ‘principe del foro’», rappresenterebbe «il clou dell’eloquenza forense» e tale abilità nel manipolare i fatti costituirebbe la «manifestazione più evidente della superiorità di un difensore sul suo avversario». L’Autrice evidenzia poi come i profili emotivi abbiano avuto, nella tradizione oratoria, «un rilievo di prim’ordine sia come elementi su cui fare leva per convincere ascoltatori e giudici, sia come tema di dibattito», sottolineando l’importanza di «scavare nei sentimenti, mettere in luce aspetti riposti della personalità di imputati, di testimoni, di vittime» (ivi, p. 81). Sulla capacità di persuadere e suscitare emozioni v. anche G. Broggini, Cicerone avvocato, cit., p. 157 (Id., L’arte forense di Cicerone, cit., p. 119), dove rileva che «nessuno sa, meglio di Cicerone, accostare al persuadere anche il movere ed il delectare», nella consapevolezza che «il patetico e l’estetico sono momenti altrettanto decisivi quanto il razionale». In merito al rapporto tra persuasione e retorica F. Cavalla, Retorica giudiziale, logica e verità, in Retorica, processo, verità, cit., p. 3 osserva che «la persuasione è un fatto», ossia «il fatto della adesione dell’ascoltatore alla tesi dell’oratore» e che «la retorica è un modo per organizzare il linguaggio ordinario, attraverso un metodo», avente il «fine di garantire determinate conclusioni» (ivi, p. 6). Sulla forza persuasiva dell’oratoria v. anche R. R. Marchese, Quello che circola tra noi, cit., p. 35, ove sottolinea la preferenza di Cicerone per «un’oratoria in grado di variare i diversi registri espressivi e sostanzialmente finalizzata a realizzare con efficacia la persuasione del pubblico».

[61] Cic. Orat. 35.123.

[62] Queste sono le parole con cui prosegue il § 123.

[63] L’importanza del senso della misura emerge anche in Cic. Orat. 22.73, dove si afferma la necessità che l’oratore valuti fin dove può spingere il proprio discorso, per non superare il limite (modus) che è presente in ogni cosa. A riguardo Cicerone recupera l’insegnamento di Apelle, che ammonisce a mantenere il senso della misura, poiché una sua assenza comporta il rischio di commettere errori: «In omnibusque rebus videndum est quatenus; etsi enim suus cuique modus est, tamen magis offendit nimium quam parum; in quo Apelles pictores quoque eos peccare dicebat qui non sentirent quid esset satis …».

[64] L’attenzione al profilo legato al decorum emerge anche nel de oratore, dove nel secondo libro (§§ 216-290) viene affrontato l’utilizzo dell’umorismo nell’oratoria romana, offrendone «per la prima volta nella retorica in lingua latina un’esposizione ampia e sistematica dei suoi aspetti teorici e pratici, a completamento e conclusione della trattazione dell’inventio (iniziata nel § 99)». Così F. Boldrer, Oratoria e umorismo latino in Cicerone: idee per l’inventio tra ars e tradizione, in Ciceroniana on line, 3.2 (2019), pp. 367 ss., la quale evidenzia come la discussione sull’umorismo coinvolga non soltanto la «questione della sua legittimità tecnico-retorica, inizialmente negata», ma anche il «tema del decorum, cui l’uso forense dell’umorismo avrebbe potuto forse recare danno» (ivi, p. 369). Sul rispetto «del decorum, dell’aptum, del πρέπον nelle sue molteplici sfaccettature» come canone fondamentale nell’opera ciceroniana v. anche F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano, cit., p. 345 ss. e p. 368. Sulla convenienza (πρέπον) si veda anche G. Broggini, Cicerone avvocato, cit., p. 158 (Id., L’arte forense di Cicerone, cit., p. 120). Il tema del decorum è inoltre analizzato, nel contesto del de officiis, da E. Narducci, Una morale per la classe dirigente, cit., pp. 45 ss. In particolare, al decorum Cicerone fa riferimento quando tratta dell’honestas: «Sequitur ut de una reliqua parte honestatis dicendum sit, in qua verecundia et quasi quidam ornatus vitae, temperantia et modestia omnisque sedatio perturbationum animi et rerum modus cernitur. Hoc loco continetur id, quod dici latine decorum potest; Graece enim πρέπον dicitur» (Cic. de off. 1.27.93).

[65] Un’interessante lettura del decoro e della dignità, quali canoni comportamentali cui «la condotta processuale dell’avvocato deve necessariamente ispirarsi» è offerta da F. Procchi, Verità e verosimiglianza nelle argomentazioni del difensore, in L’argomentazione e il metodo nella difesa, cit., p. 77 s. La questione è se tali canoni possano essere compromessi da «un’argomentazione difensiva tarata sul verosimile piuttosto che sul vero», posto che l’Autore propone una rilettura del precetto dell’art. 14 del Codice deontologico forense, a seguito della modifica intervenuta nel 1999, scindendo «un vero e proprio dovere di verità» per l’introduzione della prova nel processo e un dovere di «mera verosimiglianza» per la fase argomentativa. L’Autore esclude che il canone della verosimiglianza possa recare nocumento al decoro forense, citando a conferma le parole di Cicerone, dove afferma che, se il giudice nei processi deve sempre indagare la verità, l’avvocato può talvolta accontentarsi di sostenere «il verosimile, anche se non del tutto vero» (Cic. de off. 2.14.51: … Iudicis est semper in causis verum sequi, patroni non numquam veri simile, etiam si minus sit verum, defendere …).

[66] Sulla necessità, per l’oratore, della cognitio iuris civilis si soffermerà il discorso di Crasso (Cic. de orat. 1.41.185 ss.), che, come evidenzia F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano, cit., p. 299, si articola «in due parti principali che sembrano costruite simmetricamente», dove Crasso illustra da un lato l’impudentia, dall’altro l’inertia degli oratori che assumono la difesa di cause private senza un’adeguata conoscenza del ius civile. Lo stesso Autore, inoltre, rileva come il livello di conoscenza preteso per l’oratore sia «la semplice cognitio (o scientia) iuris civilis, non la peritia iuris civilis, che è funzione tipica del giurista», sottolineando come quest’ultima espressione non ricorra, rispetto all’oratore, «in nessun luogo del dialogo né in altra opera retorica», ove viene sempre fatto riferimento alla cognitio o alla scientia. Attraverso tale distinzione terminologica Cicerone intende evitare una confusione tra «i ruoli dei munera delle due artes», senza «fare dell’oratore un giurista e del giurista un oratore» (ivi, p. 302). Sulla necessità per l’oratore della cognitio iuris civilis, lo stesso Autore (ivi, p. 359) richiama anche Cic. Orat. 34.120. Sulla distinzione tra giuristi e oratori nell’ambito del mondo romano si veda anche A. Bellodi Ansaloni, Scienza giuridica e retorica forense, cit., pp. 160 s., dove richiama Cic. de orat. 1.48.212; v. inoltre: C. Corbo, La figura dell’‘advocatus’ nella cultura giuridica romana, in Rivista della Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze, 5 (2005), pp. 27 ss.; F. Giumetti, Per advocatum defenditur, cit., pp. 64 ss. La consapevolezza di Cicerone in ordine alla «diversità di approccio alla realtà sociale fra diritto e retorica» è affermata anche da G. Broggini, Cicerone avvocato, cit., p. 153, ove rileva che «Crasso rimane un oratore anche se il più esperto di diritto fra gli oratori, Scevola rimane un giurista anche se il più eloquente fra i giuristi». Nel contributo l’Autore si interroga, più in generale, sul rapporto tra diritto e retorica, interpretato alla luce della lettura delle opere ciceroniane, riprendendo a distanza di anni il tema (ivi, p. 159 s.). In un primo saggio l’Autore afferma che l’opera dell’oratore è in grado di condurre alla decisione più giusta e, attraverso il «raziocinio dialettico», di ‘umanizzare’ il processo e il suo risultato (Id., L’arte forense di Cicerone, cit., p. 129); nel successivo scritto suggerisce, invece, di distinguere, nella storia del diritto, due ordini di epoche: quelle «di profonda trasformazione», nelle quali diritto e giurisprudenza sono in continuo mutamento, e quelle «meno dinamiche», dove il diritto è condensato nel testo e l’interpretazione della legge costante. Tale distinzione si riflette anche sulla «funzione della retorica nella vita del diritto», che appare «determinante nelle prime, marginale nelle seconde». Tuttavia, conclude l’Autore, tale distinzione è forse frutto della «nostra incapacità di captare le continue mutazioni della storia», compresa quella giuridica, e della «difficoltà di afferrare ‘il giusto’, nella concretezza della situazione umana contingente, attraverso un discorso di logica giuridica astratta» (Id., Cicerone avvocato, cit., p. 159).

[67] Il ruolo didattico della storia e la forza d’insegnamento degli exempla del passato sono diffusi nella letteratura antica. Sul valore precettivo della storia, veicolato attraverso la voce dell’oratore, celeberrima è l’espressione historia magistra vitae, contenuta nel de oratore ciceroniano (Cic. de orat. 2.9.36: Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis, qua voce alia nisi oratoris immortalitati commendatur?). Un altro noto esempio è offerto dall’opera di Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia, nella quale la funzione precettiva tradizionalmente attribuita alla storia emerge attraverso il racconto di fatti e detti ‘memorabili’ in quanto capaci di tradursi in un insegnamento. I fatti narrati da Valerio Massimo sono esemplari, nel bene e nel male, e per questo degni di essere ricordati, per la loro positività o negatività, affinché stimolino condotte speculari o contrarie. Oltre a Valerio Massimo, manifesta attenzione all’exemplum anche Quintiliano (Quint. Inst. 12.4.1), il quale ricorda che l’oratore deve avere a disposizione esempi in abbondanza, sia antichi sia moderni (in primis vero abundare debet orator exemplorum copia cum veterum tum etiam novorum), dal momento che una buona educazione retorica presuppone la conoscenza diretta del passato. Sul punto si veda A. Casamento, Strategie retoriche, emozioni e sentimenti nelle orazioni ciceroniane. Le citazioni storiche nella pro Milone, in Hormos. Ricerche di Storia Antica, n.s., 3 (2011), pp. 140 ss., il quale rimarca il ricorso al termine exemplum, che sempre Quintiliano, in un diverso punto del trattato (Quint. Inst. 5.11.6), aveva incluso «tra le più efficaci armi di cui l’oratore dispone ai fini della costituzione di una prova utile a persuadere» (potentissimum autem est inter ea quae sunt huius generis quod proprie vocamus exemplum, id est rei gestae aut ut gestae utilis ad persuadendum id quod intenderis commemoratio). Una definizione di exemplum è offerta anche dallo stesso Cicerone nel de inventione: «Exemplum est, quod rem auctoritate aut casu alicuius hominis aut negotii confirmat aut infirmat» (Cic. de inv. 1.49). Sulle definizioni di Cicerone e Quintiliano e in generale sul tema dell’exemplum v. anche R. Gazich, Exemplum ed esemplarità in Properzio, Milano, 1995, pp. 3 ss.; Id., Retorica dell’esemplarità nelle lettere di Plinio, in Plinius der Jüngere und seine Zeit, a cura di L. Castagna et al., Berlin-Boston, 2012, pp. 123-142. Sull’exemplum a partire dall’opera di Valero Massimo si veda, inoltre, R. Guerrini, Tipologia di ‘fatti e detti memorabili’: dalla storia all’exemplum, in Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, 4 (1980), pp. 77-96; Id., L’exemplum in contesto di variazione: vocaboli nuovi e nomina agentis in Valerio Massimo, in Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, 33 (1994), pp. 207- 219; R. Langlands, Roman Exempla and Situation Ethics: Valerius Maximus and Cicero de Officiis, in The Journal of Roman Studies, 101 (2011), pp. 100-122. Infine, una riflessione sull’utilità dell’exemplum è contenuta in apertura del recente saggio di M. M. Bianco, Sulla potuit, ego non potero? (Cic. Att. 9, 10, 2). Il mito di Silla tra Pompeo e Cesare, in PAN. Rivista di Filologia Latina, n.s., 9 (2020), pp. 17 ss., ove viene rilevato che alla struttura, all’uso e all’efficacia dell’exemplum all’interno del discorso è sempre stata riservata una peculiare attenzione da parte della trattatistica retorica greco-latina, consapevole che l’exemplum, «attraverso una vicenda esemplare, può giocare un ruolo determinante nella strategia oratoria, rientrando tanto nella sfera del probare quanto in quella del movere».

[68] L’importanza di impostare e costruire correttamente il discorso è affermata anche da P. Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, cit., p. 83, ove sostiene che «anche l’oratoria forense tende, come l’architettura, a diventar ‘razionale’» e che «anche l’oratore, insomma, come l’architetto, deve pensare prima di tutto alla solidità della costruzione». Sulla rilevanza di un efficace assetto argomentativo si veda anche A. Gentili, L’argomentazione nel discorso prescrittivo: verità e persuasione, in Teoria e tecnica dell’argomentazione giuridica, a cura di A. Mariani Marini, Milano, 2003, p. 125 s., ove osserva che «se per persuadere può andar bene qualunque argomento adatto all’uditorio, per convincere non basta l’eristica: non è sufficiente un argomento, magari di effetto; ci vuole un buon argomento», dato che «l’argomentazione serve a stabilire chi meglio, nel conflitto giurisprudenziale, può rendere ragione delle sue ragioni».

[69] Cic. de orat. 1.33.150: «… Quam ob rem in istis ipsis exercitationibus, etsi utile est etiam subito saepe dicere, tamen illud utilius, sumpto spatio ad cogitandum paratius atque accuratius dicere. Caput autem est, quod, ut vere dicam, minime facimus (est enim magni laboris, quem plerique fugimus), quam plurimum scribere. Stilus optimus et praestantissimus dicendi effector ac magister; neque iniuria; nam si subitam et fortuitam orationem commentatio et cogitatio facile vincit, hanc ipsam profecto adsidua ac diligens scriptura superabit». Qui Crasso suggerisce all’oratore di riflettere accuratamente sul contenuto del discorso, precisando poi che l’esercizio più importante (caput), sebbene quasi mai praticato in quanto molto faticoso, consiste però nella scrittura (scribere). Infatti, se un’orazione ben meditata è facilmente preferibile ad un discorso improvvisato, la stessa sarà superata da un’esposizione scritta con cura e diligenza. La scrittura è infatti funzionale alla correttezza espositiva: poco prima l’Arpinate aveva affermato che, se è opinione comune che parlando si impara a parlare (… audierunt, dicendo homines, ut dicant, efficere solere, Cic. de orat. 1.33.149), è altrettanto vero che la pratica di parlare in modo scorretto genera un cattivo oratore (vere enim etiam illud dicitur, perverse dicere homines perverse dicendo facillime consequi …, Cic. de orat. 1.33.150). Sul § 150 si veda l’analisi di M. S. Celentano, Dallo stilo allo stile, cit., pp. 131 ss.

[70] Tra queste Cicerone ricorda la disciplina militare, che ha consegnato alla storia di Roma un quantitativo quasi innumerevole di generali, a fronte di uno scarso numero di bravi oratori: «… Quis autem dubitet quin belli duces ex hac una civitate praestantissimos paene innumerabilis, in dicendo autem excellentis vix paucos proferre possimus?» (Cic. de orat. 1.2.7).

[71] I medesimi argomenti utilizzati da Cicerone per descrivere il modello del perfectus orator sono ripresi da G. Broggini, Cicerone avvocato, cit., p. 156 s. (Id., L’arte forense di Cicerone, cit., p. 119) per affermare il primato di Cicerone nell’oratoria. Posto che «la tecnica non basta a fare un princeps fori», l’Autore ritiene che «la vera ragione della superiorità sta negli interessi spirituali e intellettuali dell’oratore Cicerone, nella sua cultura enciclopedica», declinata «nelle sue conoscenze giuridiche e filosofiche, storiche e psicologiche». Egli reputa non solo che la «seducente virtuosità» di Cicerone disponga «di tutti i mezzi tecnici della cultura retorica del tempo», ma anche che egli superi «tutti gli altri oratori per la sua immensa cultura generale». Per questo egli sostiene di poter «caratterizzare, semplificandola, la figura di Cicerone come avvocato» attraverso tre parole: «tecnica, enciclopedia, intuizione» (ivi, p. 119). Il primato di Cicerone nel contesto dell’avvocatura romana emerge anche dalle osservazioni di M. L. Biccari, La ‘instructio’ del convenuto nel processo romano, cit., p. 117, la quale richiama il volume di J. Powell - J. Paterson (a cura di), Cicero the advocate, Oxford, 2004, dove Cicerone viene definito il più grande avvocato di Roma (the greatest of Roman advocates).

[72] E. Romano, Introduzione, cit., p. XIII, con riferimento al problema della paucitas eloquentium e alla spiegazione offerta da Cicerone, secondo cui «lo scarso numero di oratori dipende dalla vastità e complessità del sapere oratorio», sottolinea che «non sono gli oratori ad essere pochi, in assoluto, ma sono pochi a rispondere al requisito di una formazione culturale ampia e solida». Sempre in rapporto al parametro della paucitas, la stessa Autrice più avanti (ivi, p. XXX) osserva che «il problema reale che si nasconde dietro quell’esiguo numero di oratori riguarda lo statuto dell’oratoria, la cui crisi è da intendersi piuttosto come urgenza di una sua ridefinizione e di una precisazione del suo ruolo entro il sistema culturale». Infatti, «la possibilità di essere compresa in entrambi i modelli, quello tradizionale romano e quello enciclopedico ellenistico delle artes liberales, poneva l’oratoria in una posizione incerta e rendeva ambiguo il suo statuto». Si veda anche Ead., ‘Eruditio libero digna’, cit., p. 23 s. Sulla complessità dell’oratoria v. anche R. R. Marchese, Quello che circola tra noi, cit., p. 32 s., la quale rileva come anche nel Brutus venga ribadito che «l’eloquenza è in assoluto la competenza più difficile e complessa che un uomo possa realizzare e manifestare», rappresentando l’attività più difficile di tutte quelle esistenti (rem unam esse omnium difficillumam, Cic. Brut. 25).

[73] E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 56, dopo aver ricordato il notevole rilievo attribuito da Cicerone nelle opere retoriche precedenti (de inventione e de oratore) «al concetto, di ascendenza isocratea, che all’eloquenza erano dovute le origini della vita associata e della civiltà», sottolinea il «rilievo assai minore» che «l’idea dell’eloquenza come forza civilizzatrice e fondatrice degli stati» riveste nel Brutus, rinvenendo il motivo di tale diversa impostazione nella «difficoltà di arginare il forte attacco che a tale concezione veniva da tempo portato dalle diverse scuole filosofiche» (ivi, p. 57). Al contempo, però, sottolinea che l’idea dell’eloquenza come forza civilizzatrice e fondatrice degli Stati non sia del tutto abbandonata, contrariamente a quanto sostenuto da alcune posizioni dottrinali maggiormente drastiche, tra le quali l’Autore ricorda (nt. 117) quella di C. Rathofer, Ciceros ‘Brutus’ als literarisches Paradigma eines Auctoritas-Verhältnisses, Frankfurt am Main, 1986, p. 84.

[74] Dopo aver rilevato che nel § 53 «la fondazione della res publica romana viene attribuita all’oratoria di Lucio Giunio Bruto», E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 57 s. evidenzia come «il fatto che poco dopo l’eloquenza di Lucio Giunio Bruto sia vista non come il frutto della libertà dal dominio regio, ma come il fattore che ha permesso di realizzarla» possa apparire come «un inspiegabile rovesciamento dei ‘rapporti di causa ed effetto’ così stabiliti». Per questo suggerisce di «tenere conto della distinzione tra facoltà oratorie ‘naturali’, presenti anche ai primordi della società, e sviluppo di un’eloquenza ‘artistica’, che richiede i presupposti elencati da Cicerone». Inoltre, egli ipotizza che l’Arpinate, «più o meno consapevolmente, sacrificasse un’assoluta coerenza espositiva ad altre esigenze», come «il desiderio di compiacere il destinatario del dialogo, facendo iniziare la storia dell’eloquenza romana con un suo presunto antenato» (cfr. Cic. Brut. 53, ove definisce Lucio Giunio Bruto come il princeps nobilitatis vestrae). In questo senso si spiegherebbe la scelta della figura di Lucio Giunio Bruto, che permette all’autore di coniugare due obiettivi: da un lato, il ricordo delle imprese del primo Brutus consente di celebrare il Brutus destinatario dell’opera; dall’altro, la sottolineatura delle capacità oratorie di Lucio Giunio Bruto mette in luce «l’inscindibile legame di oratoria e attività politica che aveva contraddistinto, fino dalle sue origini, la libera res publica» (cfr. ivi, p. 58 nt. 118, ove Narducci rinvia alle opinioni di K. Heldmann e alle relative obiezioni di C. Rathofer).

[75] La celebrazione di Bruto è presente anche nel de re publica, dove Cicerone, dopo aver ripercorso la vicenda relativa alla morte di Lucrezia, attribuisce a Lucio Bruto, definito un uomo insigne per ingegno e per valore, il merito di aver allontanato dai suoi concittadini l’iniquo giogo della dura schiavitù monarchica, trovandosi, da privato cittadino, a sostenere su di sé il peso dell’intera res publica, dimostrando così per primo che, quando si tratta di difendere la libertà dei cittadini, nessuno è soltanto un privato: «... tum vir ingenio et virtute praestans L. Brutus depulit a civibus suis iniustum illud durae servitutis iugum. Qui cum privatus esset, totam rem publicam sustinuit, primusque in hac civitate docuit in conservanda civium libertate esse privatum neminem» (Cic. de re publ. 2.25.46). Alla figura di Bruto è accordato un giudizio positivo anche nelle pagine degli storici: tra questi, Valerio Massimo ritiene che Lucio Bruto sia pari a Romolo quanto a gloria, poiché mentre al primo è attribuita la fondazione di Roma, al secondo spetta il merito di aver consegnato per primo ai Romani la libertà, avendo estinto la signoria dei Tarquini e, in seguito, represso il tentativo di restaurazione monarchica portato avanti da alcuni sostenitori del vecchio regime, tra cui i suoi stessi figli, Tito e Tiberio, che non esitò ad uccidere, consapevole di dover far prevalere la veste di console rispetto a quella di padre: «L. Brutus, gloria par Romulo, quia ille urbem, hic libertatem Romanam condidit, filios suos dominationem Tarquini a se expulsam reducentes summum imperium obtinens conprehensos proque tribunali virgis caesos et ad palum religatos securi percuti iussit. Exuit patrem, ut consulem ageret ...» (Val. Max. Mem. 5.8.1). Da parte sua, Livio nei libri Ab Urbe condita considera Bruto il «liberator del popolo romano dal rex e garante stesso della libertas», la cui origine coincide, per lo storico, «con la creazione di magistrature dotate di imperium annuale» [A. Muroni, Sull’origine della libertas in Roma antica: storiografia annalistica ed elaborazioni giurisprudenziali, in Diritto@Storia (dirittoestoria.it), 11 (2013), p. 4]. Livio tratta poi, a sua volta, della congiura ordita per il rispristino della monarchia; nel descrivere la condanna dei traditori, riferisce che la loro esecuzione risultò ancor più notevole, in quanto la carica di console impose al padre l’ingrato compito di infliggere la condanna ai suoi stessi figli, così che il padre, che avrebbe dovuto essere la persona esentata dall’assistere ad un simile spettacolo, fu fatalmente destinato ad essere l’esecutore di quel supplizio: «Direptis bonis regum damnati proditores sumptumque supplicium, conspectius eo quod poenae capiendae ministerium patri de liberis consulatus imposuit, et qui spectator erat amovendus, eum ipsum fortuna exactorem supplicii dedit» (Liv. 2.5). Su Livio: M. A. Mancuso, Il rapporto padri e figli nella prima deca di Tito Livio, in Latomus, 58.1 (1999), pp. 109 ss.; L. Beltramini, Livio e il conflitto tra generazioni: la fine della monarchia e la nascita della repubblica, in Histos, 14 (2020), pp. 317 ss. Inoltre, la figura di Bruto e l’episodio che coinvolge i suoi figli è presente anche nella poesia di Virgilio, il quale alla figura del primo console dedica, com’è stato sottolineato, «un notevole rilievo, di gran lunga maggiore rispetto ad altre personalità che sono, invece, solamente citate o accennate». Così S. Audano, Agostino tra Bruto, Livio e Virgilio (civ. 3,16; 5,18). Un possibile tirannicidio cristiano?, in Agostino a scuola: letteratura e didattica. Atti della Giornata di studio di Pavia (13 novembre 2008), a cura di F. Gasti - M. Neri, Pisa, 2009, p. 105, con riferimento a Aen. 6.817-823. Sia Livio che Virgilio sono, peraltro, citati da Dante nel suo de monarchia: «Nonne filios an non omnes alios postponendos patrie libertati Brutus ille primus edocuit, quem Livius dicit, consulem existentem, proprios filios cum hostibus conspirantes morti dedisse? Cuius gloria renovatur in sexto Poete nostri de ipso canentis: natosque pater nova bella moventes ad penam pulcra pro libertate vocavit» (de mon. 2.5.13), dove, nel ricordare che Bruto fu il primo ad insegnare ai figli la necessità di posporre ogni altra persona alla libertà della patria, menziona dapprima il racconto di Livio relativo alla condanna da parte di Bruto dei suoi stessi figli, colpevoli di aver instaurato un’intesa col nemico, e poi i versi di Virgilio, che nel sesto libro di nuovo fa riferimento alla condanna che il padre pronunciò, in nome della libertà, contro i figli che intendevano provocare nuove guerre.

[76] Lucio Tarquinio Collatino viene tradizionalmente identificato come un pronipote di Tarquinio Prisco. A Collatino subentrò, come secondo nuovo console, Publio Valerio, poi denominato Publicola, eletto dal popolo anche a seguito dell’invito a ciò rivolto da Bruto, che voleva allontanare il sospetto di una sua brama di governare la città come un monarca (Liv. 2.7-8).

[77] Il riferimento all’eloquenza emerge dalla conclusione del brano, attraverso le parole «esset oratione persuasum». Esso è invece sottinteso nella parte iniziale, dove (come sottolinea E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 134 nt. 99) «a imitazione delle sospensioni del linguaggio colloquiale, è omesso il secondo aut», che dovrebbe riferirsi all’eloquentia: aut celeritatem ingeni … aut eloquentiam. In questo caso, però, «il concetto fondamentale dell’alternativa» è reso in altro modo, cioè  mediante l’«espressione quod … persuasum, verso la fine del paragrafo».

[78] Il necessario legame tra eloquenza ed assetto costituzionale è anche il motivo con cui Cicerone (come rileva E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 57) giustifica «il tardo sviluppo dell’eloquenza», potendo essa «fiorire solo una volta che si siano realizzati certi necessari presupposti politici e sociali: la libertà dal dominio dei re, la consolidata stabilità delle fondamenta costituzionali, la pace all’interno e all’esterno dello stato». L’Autore, peraltro, precisa che «ovviamente Cicerone non si riferisce a un’assoluta assenza di tensioni politico-sociali (senza le quali l’eloquenza non avrebbe senso), ma alla libertà dai più gravi conflitti interni ed esterni» (ivi, nt. 117). Sul rapporto tra oratoria e conflitto politico v. anche J. Fogel, The descent of style in Cicero’s Brutus, in Scholia. Studies in Classical Antiquity, 16.1 (2007), p. 67 s., dove sottolinea che l’oratoria funziona al meglio in tempi di stabilità politica, contribuendo al benessere di un governo pacifico: «oratory, which functions best in times of political stability and contributes to peaceful government, is an equally perfectible art form, and one intrinsic to the wellbeing of such a government». Al contrario, la guerra non favorisce una buona oratoria; per questo, una generazione che crescerà in mezzo ad intensi conflitti ne sarà orfana: «War is not conducive to good oratory. A generation that grows up amid intense war will be oratorical orphans» (ivi, p. 55).

[79] Il § 256 è reputato da E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 34 uno dei passi più rilevanti con riferimento all’eloquenza, tenuto conto che in esso «Cicerone rivendica la superiorità del grande oratore sui minuti imperatores, in termini che accostano espressamente l’eloquenza alle attività artistiche». Nel prosieguo del brano, infatti, pur non disconoscendo l’utilità dei generali (at prodest plus imperator. Quis negat?), Attico afferma di preferire l’eloquenza (nella specie quella dimostrata nell’orazione di Crasso in difesa di Manio Curio) ai trionfi militari volti ad espugnare delle cittadelle (sed tam en … malim mihi L. Crassi unam pro M. Curio dictionem quam castellanos triumphos duo). E, all’obiezione di quanti sostengono che l’espugnazione di una cittadella ligure è più importante per lo Stato rispetto ad una buona difesa della causa di Manio Curio (at plus interfuit rei publicae castellum capi Ligurum quam bene defendi causam M. Curi), risponde attraverso un paragone con l’arte greca: «… sed Atheniensium quoque plus interfuit firma tecta in domiciliis habere quam Minervae signum ex ebore pulcherrimum; tamen ego me Phidiam esse mallem quam vel optumum fabrum tignuarium. Quare non quantum quisque prosit, sed quanti quisque sit ponderandum est …». In sostanza, come rileva Narducci (ibid.), le arti, compresa quella oratoria, «richiedono di essere valutate in base al loro intrinseco valore, e non alla loro utilità politica o sociale», dovendosi altrimenti giudicare superiore «l’opera dei carpentieri che assicuravano solide abitazioni agli ateniesi» rispetto «all’Atena crisoelefantina di Fidia» (Cic. Brut. 257). In merito al ricordo dell’eloquenza presentato nel Brutus, l’Autore aveva in altra opera osservato come, a fronte di «una certa consapevolezza del ruolo politicamente sempre più marginale dell’oratoria», emerga la «rivendicazione del suo valore in quanto prodotto ‘artistico’, sganciato da ogni fine di immediata utilità sociale» (E. Narducci, Introduzione a Cicerone, cit., p. 156).

[80] Un confronto tra i protagonisti dell’arte oratoria e quelli dell’arte bellica è presente anche nel proemio del de oratore, dove compare «un accenno a quella che, almeno secondo la comune maniera di giudicare, è la maggiore utilità sociale del comandante militare rispetto all’oratore» (E. Narducci, La storia dell’eloquenza romana nel ‘Brutus’, cit., p. 35 nt. 66), dove Cicerone si domanda chi, nel misurare la competenza di uomini illustri in base all’utilità e alla grandezza delle loro imprese, non anteporrebbe il generale all’oratore: «Quis enim est qui, si clarorum hominum scientiam rerum gestarum vel utilitate vel magnitudine metiri velit, non anteponat oratori imperatorem?». Il discorso prosegue poi con le parole che già abbiamo citato supra (nt. 70) con riferimento al tema della esiguità del numero degli esperti dell’arte oratoria rispetto a quelli delle diverse discipline, in questo caso calato nel confronto quantitativo tra i pochissimi oratori e gli innumerevoli generali noti alla storia di Roma: «Quis autem dubitet quin belli duces ex hac una civitate praestantissimos paene innumerabilis, in dicendo autem excellentis vix paucos proferre possimus?» (Cic. de orat. 1.2.7). Un cenno all’«affiancamento tra orator e comandante militare», entrambi diretti «alla salvaguardia della res publica con mezzi diversi», è svolto anche da C. Venturini, L’argomentazione giuridica, cit., p. 15 (in merito a Cic. Brut. 23).

[81] Al legame tra eloquenza e politica e alla funzione sociale dell’orator emergente dagli scritti ciceroniani fa riferimento anche A. Bellodi Ansaloni, Scienza giuridica e retorica forense, cit., p. 165 s., rilevando come nel de inventione Cicerone descriva la retorica come una «parte essenziale della ‘scienza politica’» (Cic. de inv. 1.6) e come anche nel de oratore, opera della maturità, l’Arpinate evidenzi «in numerosi passi il legame tra oratoria e vita activa, per il bene della comunità», lodando la retorica e l’oratore, in quanto «motore principale di ogni forma di aggregazione sociale e civile», nelle cui mani «è riposta la salvezza dei cittadini e dello Stato» (ivi, p. 166). A ciò si lega l’«archetipo del vir bonus, il cittadino virtuoso che serve la patria sia con le armi sia con l’impegno politico nella città». L’Autrice rileva, peraltro, come tale impegno, «svolto per grandezza e nobiltà d’animo», debba essere «necessariamente gratuito, così da comportare la riconoscenza e il plauso dei concittadini» (ivi, p. 165). Sulla originaria gratuità dell’attività forense, quale «professione altolocata e disinteressata», considerata come «una sorta di beneficium da offrire gratuitamente» cfr. anche C. Corbo, La figura dell’‘advocatus’ nella cultura giuridica romana, cit., p. 29 s. L’Autrice, dopo aver ricordato che l’avvocatura svolse in una prima fase una funzione civile, essendo esercitata gratuitamente (tanto che «eloquenza forense ed eloquenza politica si prospettavano come due attività di pari rilievo, valido strumento di difesa a tutela degli interessi dei cittadini»), descrive poi la successiva evoluzione dell’avvocatura nel corso del principato, evidenziando la perdita dell’originario «carattere di servizio pubblico e politico» e la progressiva trasformazione in una vera e propria attività professionale (ivi, p. 32 ss.). Sulla storia dell’onorario forense si veda anche F. Giumetti, Per advocatum defenditur, cit., pp. 141 ss. Sul tema cfr. anche G. Broggini, Cicerone avvocato, cit., p. 143 ss., dove l’Autore si sofferma sulle differenze tra l’avvocatura moderna e quella dell’epoca ciceroniana, sottolineandone la diversa impostazione e la diversa motivazione. Sotto il primo profilo rileva come, mentre l’orator ciceroniano avrebbe «un’impostazione prettamente retorica che utilizza, tra l’altro, argomentazioni giuridiche» (rectius le strumentalizza), l’avvocato moderno avrebbe viceversa «un’impostazione prettamente giuridica che utilizza fra l’altro strumenti retorici». Sotto il secondo profilo ribadisce come il mondo romano respinga l’idea dell’avvocatura come professione retribuita, concependola piuttosto come un servizio sociale, la cui ricompensa consiste non in denaro, ma nell’ascesa politica attraverso il cursus honorum (ivi, p. 144). Nello stesso senso v. anche R. R. Marchese, Quello che circola tra noi, cit., p. 33, la quale, nel ribadire l’«innegabile risonanza sociale e politica dell’eloquenza», ricorda che secondo Cicerone «la competenza oratoria sta in cima alle qualità potenziali di un uomo politico», che «non possono essere surrogate dall’abilità militare», dal momento che «nessuna vittoria in nessuna guerra potrà mai costituire una corsia preferenziale per eccellere in essa». Cfr. Cic. Brut. 24, dove afferma che nessuno è diventato eloquente grazie ad una vittoria (eloquentem neminem video factum esse victoria). Occorre, peraltro, tenere conto che (come osserva F. Giumetti, Per advocatum defenditur, cit., p. 146), se l’attività forense rappresentava «lo strumento imprescindibile per una futura carriera politica», è pur vero che essa «si configurava come una attività propria di quanti, possedendo adeguati mezzi di sussistenza, non avevano bisogno di remunerazioni». Sul legame tra oratoria e carriera politica cfr. ancora A. Bellodi Ansaloni, Scienza giuridica e retorica forense, cit., p. 164, ove evidenzia come il foro fosse, in sostanza, «la prima palestra a cui si addestrava l’uomo politico nella consapevolezza che la capacità di conquistare una grande vittoria davanti ai giudici» avrebbe aperto «le porte ai fasti di una brillante carriera politica».

[82] Il brano è citato anche da C. Venturini, L’argomentazione giuridica, cit., p. 15, dove pone in relazione tale rappresentazione dell’eloquenza con «la missione assegnata all’orator negli scritti ciceroniani».

Rossi Francesca



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