Diritto e giurisprudenza

Diritto e giurisprudenza

28.02.2023

Guido Greco

Professore emerito di diritto amministrativo,

 Università degli Studi di Milano

 

Diritto e giurisprudenza*

 

Sommario: 1. Introduzione. 2. Il principio di legalità. 3. La tipicità degli atti amministrativi. 4. Il sindacato del giudice amministrativo sulle questioni tecnico-scientifiche. 5. Modelli di responsabilità civile. 6. Miscellanea di altri saggi. 7. Conclusione.

 

DOI: 10.26350/18277942_000110               

 

1. Introduzione

 

Ringrazio molto gli organizzatori per il gradito invito. Ringrazio, in particolare, il Rettore, Professor Anelli, e gli allievi che hanno curato il volume sugli scritti scelti di Aldo Travi.

Mi fa molto piacere rivisitare, sia pur brevemente, alcuni degli scritti dell’Autore. Anche perché gli argomenti, che mi sono stati assegnati, riguardano istituti-cardine del nostro diritto amministrativo.

Si va dal principio di legalità (cui è collegato anche l’articolo sulla tipicità degli atti amministrativi), alla responsabilità civile della pubblica amministrazione, ai poteri cognitori del Giudice amministrativo su questioni tecnico-scientifiche complesse, a riflessioni sui rapporti tra dottrina e giurisprudenza in Italia e così via.

Un panorama molto ampio, che costringe il lettore a seguire l’Autore in percorsi talvolta inusitati e talaltra totalmente nuovi.

 

 

2. Il principio di legalità

 

Il primo saggio che vorrei richiamare è intitolato Giurisprudenza amministrativa e principio di legalità. È stato pubblicato nel 1995 e come tale è il più risalente nel tempo.

La ricerca è indubbiamente “datata”, come è dimostrato dalla questione relativa alla compatibilità col principio di legalità degli istituti di autotutela, quali la sospensione dell’atto amministrativo e la revoca, allora non codificati. Tuttavia il saggio presenta sicura attualità nella impostazione e nella problematica trattata.

L’Autore parte dalla constatazione che si tratta di un «principio la cui specifica rilevanza è praticamente riconosciuta da tutti, ma la cui portata è viceversa controversa». E sulla base di tale premessa esamina la giurisprudenza amministrativa dell’epoca per verificare, appunto, la portata del principio, inteso soprattutto come «fattore di legittimazione del potere esercitato».

Non si tratta di una rassegna di giurisprudenza, ma di un’analisi logicamente argomentata e strutturata dei principali criteri accolti dal Giudice amministrativo all’epoca dell’indagine.

Vengono così vagliate le varie accezioni del principio di legalità (legalità formale e legalità sostanziale), viene esaminata l’applicazione del principio di legalità agli atti amministrativi di accertamento con funzioni di certezza legale e viene evidenziata la tendenza giurisprudenziale a graduare il principio di legalità in funzione degli interessi coinvolti.

L’Autore rileva che la massima espressione del principio di legalità sostanziale si rinviene in ordine ai poteri ablatori e sanzionatori. In tal caso esso risponde più ad esigenze di garanzia del cittadino che ad esigenze di governo dell’Amministrazione, che pur in taluni casi (ad esempio ordinanze innominate) ricevono ampio riconoscimento.

In definitiva, l’Autore assume una nozione rigorosa del principio di legalità, nel rapporto tra norma e potere amministrativo. E individua un’unica possibile attenuazione, al di fuori dei settori coperti da riserva di legge, nel potere essenzialmente normativo degli enti territoriali minori.

Infatti, riconducendo l’istituto anche al principio di sovranità popolare e ad una legittimazione democratica del potere amministrativo, giustifica, mi pare, un’attenuazione modulata dell’applicazione del principio di legalità solo in detto contesto. Viceversa esclude fermamente qualunque limitazione del principio sulla base di contrapposti “valori”, soprattutto allorché tali valori costituiscono «il portato contingente di un modo di pensare del Giudice».

Nonostante si tratti, come detto, di un contributo “datato”, esso risulta anticipatorio di problematiche successivamente emerse. Mi riferisco, in particolare, al tema dei poteri delle Autorità indipendenti - che certo non presentano legittimazione democratica -, come sottolineato dallo stesso Travi in altro contributo introduttivo del Convegno di Varenna del 2007, dal titolo Il principio di legalità nel diritto amministrativo che cambia.

A proposito di tali tematiche le riflessioni di Travi possono essere una guida importante e rigorosa, sia in ordine alla teoria dei c.d. poteri impliciti, sia in ordine alla pretesa sostituzione delle garanzie del principio di legalità con il rafforzamento delle garanzie procedurali (legittimazione procedimentale come fondamento alternativo della norma). E soprattutto costituiscono premessa di approfondimenti successivi, come in realtà è accaduto.

 

3. La tipicità degli atti amministrativi

 

Infatti, il saggio molto più recente (2020) e intitolato Tipicità degli atti e potere amministrativo costituisce naturale prosecuzione delle riflessioni iniziali sul principio di legalità, di cui la tipicità rappresenta una sua specifica articolazione.

Il concetto di tipicità è assunto dall’Autore in termini tradizionali e cioè come necessità che a fondamento del potere amministrativo vi sia una norma giuridica che definisca anche gli obiettivi e gli interessi perseguiti. In particolare, sotto il profilo delle garanzie «il canone della tipicità viene assunto come un fattore che, definendo lo spazio del potere amministrativo, ne circoscrive anche l’ampiezza e ne detta limiti e condizioni, rappresentando così uno strumento a tutela delle posizioni di libertà del cittadino».

Tuttavia l’Autore ha riconosciuto più modelli di tipicità, talvolta concepita con un’intensità diversa rispetto alle varie modalità dell’azione amministrativa, come si vedrà.

È sulla base di tale premessa infatti che Aldo Travi affronta quelli che egli stesso chiama «i nodi della tipicità».

E al riguardo l’indagine si sviluppa nell’esaminare l’applicabilità del principio di tipicità rispetto, soprattutto, agli atti procedimentali, alle clausole accessorie al provvedimento e infine agli accordi amministrativi.

Quanto al primo profilo, l’Autore riconosce che nello svolgimento del procedimento amministrativo gli adempimenti sono ampiamente atipici. E tuttavia reputa insoddisfacente tale approdo, tenuto conto anche della stretta correlazione tra procedimento e provvedimento finale (che viceversa è tipico e nominato) e della sempre maggiore consapevolezza che la decisione finale matura nel corso del procedimento.

Pertanto va alla ricerca di una nozione di tipicità, che, ancorché più ampia di quella adatta per il provvedimento, consenta tuttavia di costituire un canone importante anche per gli atti procedimentali. Al riguardo reputa insufficienti i criteri indicati dalla dottrina in ordine alla «utilità dell’adempimento procedimentale e al divieto di evitare aggravamenti non necessari»: si tratta di limiti negativi, che non risolvono il problema.

Viceversa reputa di poter ricondurre anche gli atti procedimentali entro un contesto di tipicità, sia pure intesa in senso più ampio, assoggettando gli atti istruttori o strumentali ad un criterio di necessarietà e di proporzionalità rispetto alle esigenze che scaturiscono direttamente dalla norma di legge. Dunque, mi par di capire, che la tipicità degli atti strumentali consiste nella necessità che la norma attributiva del potere li preveda anche solo implicitamente, e che il range della loro ammissibilità sia individuato attraverso l’applicazione appunto dei criteri di necessarietà e proporzionalità.

Un’impostazione analoga è seguita anche per la diversa problematica relativa alle clausole accessorie. Rispetto alle quali l’Autore si confronta con l’opinione ampiamente consolidata che ammette largamente l’uso di dette clausole, allorché si tratti di potere discrezionale.

L’Autore manifesta preoccupazione rispetto a tale ricostruzione, sulla base della quale si è sviluppata una prassi amministrativa, che, almeno in taluni casi, può apparire vessatoria. Richiama al riguardo casi di «richieste di somme o di prestazioni (quali sponsorizzazioni, opere di urbanizzazione ‘esterne’ all’intervento, ecc.) che vengono formulate dalle amministrazioni locali (ma non solo da esse) in occasione delle procedure per l’autorizzazione di insediamenti produttivi (come impianti per la produzione o la distribuzione di energia) o per l’approvazione di progetti di grandi infrastrutture (come le linee ad alta velocità)».

E rileva, sul piano tecnico giuridico, che tale prassi, ancorché ampiamente accettata, «pone in discussione anche una nozione elementare di tipicità, perché incide direttamente sul provvedimento previsto dalla norma: le clausole accessorie, una volta inserite, diventano a tutti gli effetti un contenuto del provvedimento». 

Per queste ragioni l’Autore sente l’esigenza di individuare un preciso criterio limitativo. E detto criterio consiste nella necessità che vi sia una rigorosa coerenza delle clausole accessorie con la norma che regola il potere, alla luce delle necessità dei casi concreti. In altri termini «le clausole accessorie … devono trovare una giustificazione oggettiva sul piano della relazione fra la situazione contingente e la norma che richiede all’amministrazione di provvedere».

In tal modo l’Autore riesce a recuperare, anche rispetto alle clausole accessorie, una nozione di tipicità, sia pure più elastica o di «seconda linea», come dice l’Autore stesso.Ma essa consente di concludere che l’amministrazione non può introdurre indiscriminatamente qualunque tipo di clausole accessorie, come quelle sopra segnalate.

Fin qui mi sento totalmente d’accordo con le conclusioni di Travi. Qualche dubbio, viceversa, sussiste in ordine alle conclusioni assunte dall’Autore con riferimento al terzo “nodo”: quello, cioè, relativo agli accordi amministrativi.

Al riguardo Aldo Travi critica la tesi da me sostenuta che, fermo restando il principio di tipicità per quel che concerne l’esercizio del potere amministrativo (e dunque la necessità che l’accordo non possa beneficiare l’altro contraente oltre il contenuto minimo del provvedimento amministrativo sostituito), riconosce che elementi di novità rispetto all’agire provvedimentale possono essere introdotti dal contributo del privato nel concludere l’accordo. Secondo Travi, in particolare, «i margini di autonomia delle parti sarebbero limitati e riprodurrebbero sostanzialmente lo stesso schema riscontrabile per le clausole accessorie di un provvedimento unilaterale».

La tesi sviluppata dall’Autore, pur presentando carattere generale, manifesta una particolare attenzione ai c.d. accordi necessari e cioè quegli accordi che non sono alternativi agli atti unilaterali (si pensi, ad esempio, alle convenzioni urbanistiche). E giunge alla conclusione che deve ritenersi in vigore nel nostro ordinamento una regola analoga a quella prevista dal diritto tedesco per i c.d. contratti di diritto pubblico, secondo dal quale «la controprestazione deve essere appropriata rispetto al complesso delle circostanze e deve porsi in giusto rapporto con la prestazione dell’amministrazione».

Il che salvaguarderebbe il principio di tipicità anche con riferimento all’accordo nel suo complesso e dunque anche con riferimento all’apporto della manifestazione di volontà del privato.

Ora, a me pare che la diversità di opinione possa essere superata se si distingue tra accordi necessari e accordi facoltativi. Per i primi condivido l’impostazione cautelativa e garantistica di Travi, perché il cittadino non avrebbe modo di evitare clausole vessatorie, non essendoci alternativa all’agire consensuale. Ma non mi pare che analoga necessità sussista anche per gli accordi facoltativi, di cui specificamente si occupa l’art. 11 della legge 7 agosto 1990, n. 241. In questi casi, se si eliminasse per il contraente privato la possibilità di pattuire anche clausole onerose, ancorché non previste nel caso di espletamento dell’attività provvedimentale, si disconoscerebbe il suo potere di autoregolamentazione della propria sfera giuridica e, così, l’essenza stessa della sua autonomia contrattuale.

 

4. Il sindacato del giudice amministrativo sulle questioni tecnico-scientifiche

 

Un altro saggio, che mi è stato assegnato, riguarda tutt’altro tema (anche se presenta pur sempre un qualche collegamento col principio di legalità). Si tratta di un articolo del 2004, che ha per titolo Il Giudice amministrativo e le questioni tecnico-scientifiche.

Si tratta anche in questo caso di una tematica di grande attualità, che si presenta tutt’oggi con poche innovazioni rispetto all’epoca in cui è stata trattata da Aldo Travi. Il quale era partito dalla constatazione che «secondo una formula comune, un confronto diretto del giudice amministrativo con le controversie tecnico-scientifiche dovrebbe essere tendenzialmente escluso nella giurisdizione di legittimità: spetta all’amministrazione prendere posizione rispetto a queste controversie e il giudice si deve limitare a verificare se la conclusione accolta dall’amministrazione sia logica, coerente e motivata, senza poterne accertare la correttezza e la condivisibilità».

Veniva così teorizzato il sindacato estrinseco delle valutazioni tecniche complesse, in analogia, si diceva, con la giurisprudenza della Corte di Giustizia in tema appunto di valutazioni tecniche complesse.

L’Autore approfondisce il tema con riferimento in particolare a tre settori: quello dell’illecito anticoncorrenziale (per i profili in cui la scienza economica non è grado di fornire soluzioni univoche), quello delle vertenze in tema di infermità per cause di servizio e quello delle controversie in materia di vincoli di interesse storico e artistico. E, mentre individua una qualche apertura della giurisprudenza in ordine all’accertamento dell’infermità (a causa degli interessi primari coinvolti), constata viceversa la massima chiusura riguardo alla valutazione del merito artistico o di un giudizio estetico che viene considerato dalla giurisprudenza esempio tipico di elevata soggettività e, dunque, di sostanziale insindacabilità.

Il nostro Autore è in linea di massima fortemente critico rispetto alla giurisprudenza dell’epoca. In particolare ove la stessa rinunciava sistematicamente ad ammettere una consulenza tecnica idonea ad entrare, appunto, nel merito tecnico della controversia. Che è tutt’altra cosa, è bene ricordarlo sempre, dal merito amministrativo, perché ogni erronea valutazione tecnica ridonda in una violazione della normativa di riferimento e così in vizio di legittimità, per mancanza di uno dei requisiti cui di volta in volta è correlato l’esercizio del potere amministrativo.

Osservava Travi che «nel processo amministrativo, alla stregua di una giurisprudenza complessivamente prevalente, il sapere tecnico-scientifico rilevante è quello dell’amministrazione, o è quello alla portata dell’amministrazione, e non è quello che corrisponde al livello più elevato riscontrabile in un certo momento nella comunità scientifica» (e acquisibile tramite consulenza tecnica d’ufficio). E aggiungeva «oggi, però, non esiste alcuna giustificazione per questa limitazione del sindacato del giudice amministrativo di fronte a una controversia tecnico-scientifica».

L’impostazione critica del nostro Autore ha poi trovato, come è ben noto a tutti, l’avallo della giurisprudenza sovranazionale, soprattutto della Corte EDU. E non è un caso che proprio in materia di infermità contratta per cause di servizio la Corte EDU abbia stigmatizzato una sentenza del Consiglio di Stato che aveva riconosciuto di non poter esaminare nel merito (tecnico) le conclusioni di un collegio medico, che a sua volta non dava garanzie di indipendenza[1].

Anche la Corte di Giustizia, in materia di illecito anticoncorrenziale, è ormai orientata verso un controllo pieno del potere della Commissione[2]. E tutto ciò nell’ambito del controllo di legittimità, anche se nella materia la Corte gode di poteri di full jurisdiction, come previsti dal Regolamento di settore, conformemente all’art. 261 TFUE.

Secondo Aldo Travi vi poteva essere una sola eccezione. Infatti affermava che «si può ammettere che il giudice non prenda posizione sul profilo tecnico della controversia quando riscontri, alla stregua delle conoscenze in atto, soluzioni ‘equivalenti’ o tendenzialmente tali».

L’ambito delle valutazioni equivalenti corrisponde, sempre secondo Travi, a quello che la giurisprudenza amministrativa designa come margine di opinabilità (da accertare in concreto). E non può dirsi un caso che detta impostazione è stata di recente positivizzata proprio in materia di illecito anticoncorrenziale: statuisce infatti l’art. 7 del d.lgs. 19 gennaio 2017, n. 3 che «il sindacato del giudice del ricorso comporta la verifica diretta dei fatti posti a fondamento della decisione impugnata e si estende anche ai profili tecnici che non presentano un oggettivo margine di opinabilità, il cui esame è necessario per giudicare la legittimità della decisione medesima».

Ora non è il caso che esponga al riguardo la mia interpretazione della norma[3]. Qui basta rilevare che detta norma, nell’interpretazione comune, sostanzialmente corrisponde a quanto sostenuto da Aldo Travi, anche per quel che concerne l’accertamento “obbiettivo” dell’ambito dei margini di opinabilità.

Ma non si tratta (come si vedrà di qui a poco) dell’unico caso in cui la scelta legislativa risulta in linea con quanto sostenuto dall’Autore.

 

5. Modelli di responsabilità civile

 

Un ultimo saggio, di cui vorrei dar conto, riguarda il confronto tra i modelli di responsabilità civile nelle relazioni tipiche del diritto amministrativo. È un saggio del 2021.

Al riguardo l’Autore pone a confronto tre modelli di responsabilità civile. Quello corrispondente alla responsabilità civile dell’amministrazione per lesione di interessi legittimi; quello corrispondente alla responsabilità civile per lesione dell’affidamento del cittadino nei confronti dell’amministrazione; quello corrispondente alla responsabilità civile dell’agente dell’amministrazione nei confronti di terzi. Come è noto, la prima forma di responsabilità è demandata al Giudice amministrativo, mentre le ultime due forme di responsabilità sono demandate alla giurisdizione civile.

Le ragioni del raffronto tra tali modelli scaturiscono dalla possibilità pratica di una loro sovrapposizione. In particolare il collegamento tra il primo e il terzo tipo di responsabilità è diventato attuale (o comunque si è accresciuto), una volta che la responsabilità civile del dipendente pubblico ex art. 23 del Testo unico 10 gennaio 1957, n. 3 è risultata esteso alla lesione degli interessi legittimi. Mentre la sovrapponibilità del primo e secondo modello scaturisce dagli incerti confini della giurisprudenza civile in ordine alla responsabilità per lesione dell’affidamento (precostituito direttamente dalla legge o da atti specifici dell’amministrazione).

Il saggio approfondisce adeguatamente le implicazioni che derivano da tali possibili sovrapposizioni, tenuto conto delle logiche diverse che presiedono ad ogni tipo di responsabilità. E pone in evidenza le contraddizioni del sistema, unitariamente considerato, fino ad evidenziare un certo strabismo tra le elaborazioni del giudice amministrativo (in ordine alla responsabilità per lesione di interesse legittimo) ed il giudice ordinario (in ordine alla responsabilità per violazione dei canoni di correttezza e buona fede, che devono sempre presiedere l’attività dell’amministrazione).

In particolare viene sottoposta a severa analisi critica l’attuale configurazione della risarcibilità degli interessi legittimi, sia per quel che concerne i termini di decadenza per farla valere, sia per quel che concerne la quantificazione del danno ex art. 1227, co. 2, c.c.. Si tratta, infatti, di istituti che appaiono incompatibili con il dichiarato superamento della teoria della pregiudizialità amministrativa.

Vien da chiedersi peraltro - ed è questa la mia osservazione personale - se la c.d. pregiudizialità amministrativa sia stata veramente espunta dall’ordinamento o non si sia riproposta, sia pure sotto diverse spoglie.

Quanto poi alla responsabilità per violazione dell’affidamento del cittadino, Aldo Travi ne sottolinea la debolezza teorica, ancorché ne apprezza l’utilità pratica. Essa infatti finisce per coprire uno spazio di responsabilità civile, connesso direttamente o mediatamente all’agire pubblicistico dell’amministrazione, e tale funzione risulta apprezzata dall’Autore.

Nel saggio la pars destruens è sicuramente prevalente sulla pars costruens. Ma anche questo è un tratto caratteristico del nostro Autore che non usa proclami, con dichiarazioni tranchantes, per indicare le soluzioni che suggerisce, ma le indica sovente tra le righe di un discorso più ampio.

Il che non significa che le scelte ricostruttive non emergano dal complesso dello scritto. Dal quale ad esempio si può ricavare una propensione dell’Autore a configurare la responsabilità per lesione di interessi legittimi come responsabilità contrattuale; la responsabilità dell’amministrazione a seguito di annullamento di provvedimento illegittimo come responsabilità per lesione di interessi legittimi e non come responsabilità per violazione dell’affidamento; e così via.

 

6. Miscellanea di altri saggi

 

Non mi soffermerò, anche per ragioni di tempo, su gli altri saggi, che mi sono stati assegnati per un commento. Anche perché riecheggiano, sia pur trattati trasversalmente, le impostazioni di fondo dell’Autore che sono state illustrate nelle precedenti relazioni.

Mi limito solo ad una osservazione su una valutazione ricorrente, che si trova negli scritti di Travi e che riguarda la scarsa incidenza della dottrina contemporanea sulla giurisprudenza e, in particolare, sulla giurisprudenza amministrativa.

Mi pare di poter condividere solo parzialmente tale giudizio, perché vi sono numerosi e significativi esempi di segno contrario. Basti considerare la vicenda della risarcibilità degli interessi legittimi, l’introduzione dell’azione di adempimento, l’inquadramento pubblicistico degli accordi amministrativi e così via.

Un episodio in particolare mi pare doveroso ricordare, perché mi ha visto in qualche modo coinvolto. Si tratta della ricostruzione giuridica dell’inerzia dell’amministrazione, a seguito della presentazione di una DIA o di una SCIA, sulla base dell’art. 19 della legge 241/1990.

Nel 2011, a seguito di ampio dibattito dottrinale a cui Aldo Travi aveva partecipato attivamente (pubblicando al riguardo specifica voce dell’Enciclopedia del diritto), mi ero permesso di suggerire (un po' per provocazione, un po' per convinzione) la costruzione di detta inerzia come silenzio-rifiuto (o silenzio-diniego), che da un lato avrebbe consentito un’agevole tutela del terzo e dall’altra risultava coerente con l’espressa previsione normativa di una successiva autotutela amministrativa su atti.

L’Adunanza Plenaria n. 15 del 2011 ha inaspettatamente condiviso appieno detta costruzione. Ma nel giro di pochi giorni è intervenuto il Governo, modificando con decreto legge del 13 agosto 2011, n. 138 il testo dell’art. 19 della legge 241/1990, escludendo che si potesse parlare di silenzio significativo e, soprattutto, prevedendo che il successivo intervento in autotutela non riguardasse l’annullamento o la revoca di un precedente atto, bensì consistesse in un potere inibitorio o ripristinatorio, da adottare peraltro «in presenza delle condizioni previste dall’art. 21-nonies».

Era proprio la posizione espressa da Aldo Travi, che, dunque, ha finito per prevalere, ottenendo ancora una volta un espresso riconoscimento da parte del legislatore. Del che devo dar atto, anche se l’episodio ancor mi brucia.

 

7. Conclusione

 

Il metodo di lavoro di Aldo Travi assomiglia a quello del geologo, che opera prospezioni minerarie su vaste aree, utilizzando trivellazioni profonde del terreno, da cui fa emergere minerali preziosi per la scienza del diritto amministrativo.

L’ambito “orizzontale” dell’indagine è molto ampio e - almeno per i saggi che ho ripreso nel mio intervento - rilevante non solo sul piano teorico, ma anche sulle implicazioni pratiche. Non si deve dimenticare che Aldo Travi è anche un ottimo avvocato e, dunque, ha un aggancio qualificato con la realtà delle cose, almeno sotto due profili: da un lato nella scelta dei temi da trattare e, d’altro lato, nelle soluzioni proposte, che hanno ricadute concrete, sempre praticabili e di buon senso.

L’ambito “verticale” della sua ricerca, si addentra in profondità nella dura pietra dei nodi dommatici ed interpretativi, senza saltarne alcuno ed anzi sollevandone di nuovi, talvolta mai rilevati dalla dottrina preesistente, né dalla giurisprudenza.

Il nostro Personaggio non si accontenta di ciò che trova in superficie, né dà per scontato ciò che sovente viene divulgato come un dato acquisito. Quante volte ad esempio si trovano nei suoi scritti affermazioni del tipo «si assume come dimostrato ciò che viceversa avrebbe richiesto una specifica dimostrazione», per procedere poi a fornire tale dimostrazione o a confutarla definitivamente.

L’approfondimento di tutti i passaggi logici che precedono le conclusioni è una costante della sua elaborazione scientifica. Dunque, come ogni buon geologo, non si limita al lavoro sul campo, ma ad esso fa seguire ampio lavoro di laboratorio, ove analizza meticolosamente i reperti ritrovati, li rielabora e li riconduce a sistema.

Di tutto ciò, e per i progressi che ha fatto compiere alla scienza del diritto amministrativo, dobbiamo essere grati ad Aldo. Pertanto mi felicito affettuosamente con Lui per i traguardi raggiunti e per i nuovi traguardi che sicuramente ancora l’aspettano.

*Relazione al Convegno “Cittadino e amministrazione” svoltosi il 2 dicembre 2022 a Milano, nell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in occasione della presentazione del volume degli Scritti scelti di Aldo Travi.

[1]C.E.D.U., sent. 21 gennaio 2014, Di Placì c. Italia (n. 48754/11).

[2] Corte Giust., 8 dicembre 2011, C-272/09P; Corte Giust., 8 dicembre 2011, C-386/10P.

[3] G. Greco, L’illecito anticoncorrenziale, il sindacato del giudice amministrativo e i profili tecnici opinabili, in Riv. it. dir. pubbl. com., 2021, p. 469 ss.

Greco Guido

 

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