Diritti in campo. Una lettura costituzionale del “caso Djokovic"

Diritti in campo. Una lettura costituzionale del “caso Djokovic"

27.02.2023

 Marco Giampieretti

Ricercatore confermato di Diritto costituzionale,

Università degli Studi di Padova

 

Diritti in campo.

Una lettura costituzionale del “caso Djokovic”*

 

English title: Rights on Court. A Constitutional Reading of the “Djokovic Case”

 

Sommario: 1. Una sconfitta pesante. 2. La violazione della procedural fairness. 3. Un “corto circuito” burocratico. 4. Una decisione “non irragionevole”. 5. Onori e oneri delle figure pubbliche. 6. Una strada pericolosa. 7. Vincitori e vinti.

 

DOI: 10.26350/18277942_000109

 

1. Una sconfitta pesante

 

Il numero uno del tennis mondiale, Novak Djokovic, è stato respinto al suo arrivo alla frontiera australiana all’inizio del 2022, non essendo vaccinato contro il CoViD-19, con il rischio di essere escluso dagli Australian Open, uno dei tornei più importanti del circuito professionistico. Nel giudizio di impugnazione instaurato dai suoi legali contro il provvedimento la Corte ha accolto le istanze dell’atleta, confermando la validità del suo ingresso nel Paese e consentendogli di restarvi per il tempo necessario a partecipare al torneo. Pochi giorni dopo, il Ministro dell’Immigrazione australiano, facendo uso dei poteri conferitigli dalla legge, ha deciso di cancellargli autoritativamente il visto per motivi di salute e di ordine pubblico, riconducibili alle sue note posizioni no vax e alle sue precedenti condotte scarsamente rispettose delle prescrizioni sanitarie per il contenimento del virus. Tale decisione è stata impugnata davanti alla Corte Federale di Melbourne, che l’ha confermata all’unanimità, determinando l’immediata espulsione del tennista serbo dal territorio australiano.

La vicenda ha sollevato notevole scalpore a livello internazionale, suscitando forti polemiche anche fuori dal mondo del tennis e finendo per diventare un vero e proprio caso politico. Al di là della sua risonanza mediatica, dovuta alla notorietà del personaggio e alla rilevanza dell’evento, appare utile riflettere su alcuni aspetti della questione, che mettono in gioco valori costituzionali comuni a tutto il mondo occidentale.

Ma partiamo dai fatti.

Secondo quanto emerge dagli atti del processo, il 18 novembre 2021 Djokovic ha ottenuto un “visto per attività temporanea” (Temporary Activity visa)[1] che – senza fare alcun riferimento al suo status vaccinale[2] – gli consentiva di entrare nel territorio australiano per partecipare agli Australian Open di tennis. Successivamente, il 30 dicembre 2021, ha ricevuto una lettera del Direttore Medico di Tennis Australia (TA), l’organo di governo del tennis australiano, con cui lo si informava che gli era stata concessa un’esenzione medica (medical exemption) dalla vaccinazione contro il CoViD-19 (necessaria sia per varcare la frontiera sia per partecipare al torneo), valida fino al 16 marzo 2022, essendo egli recentemente guarito dalla malattia[3]. La decisione era stata assunta dall’Independent Expert Medical Review Panel (una commissione indipendente, nominata da Tennis Australia, con il compito di vagliare le richieste di esenzione dall’obbligo vaccinale presentate dagli atleti) e confermata dall’Independent Medical Exemption Review Panel (una commissione di tre medici indipendenti, esperti nei campi dell’immunologia, delle malattie infettive e della medicina generale, nominata dal Ministero della Salute dello Stato di Victoria). Nel valutare la sua domanda, le due Commissioni si erano basate sulle linee guida dell’Australian Technical Advisory Group on Immunisation (ATAGI)[4], l’organo di consulenza del Ministero della Salute australiano in materia di immunizzazione, che permettevano di rinviare  la vaccinazione anti-CoViD-19 per un massimo di sei mesi dalla fine della malattia (temporary exemption) per chi avesse ricevuto una diagnosi di positività al SARS-CoV-2 mediante test PCR.

A seguito di tale comunicazione il giocatore, tramite il suo staff, ha presentato al Ministero degli Affari Interni australiano l’Australian Travel Declaration (ATD), il modulo contenente i dettagli del volo, i dati di contatto durante la permanenza in Australia, lo stato di salute della persona e i requisiti di quarantena, che doveva essere compilato nelle 72 ore prima della partenza. L’1 gennaio 2022 il Ministero, con apposito documento (Declaration Assessment), ha attestato la regolarità della sua dichiarazione confermandogli che, in base alle informazioni in essa contenute, egli possedeva i requisiti per fare ingresso nel Paese “senza obbligo di quarantena, se consentito dalla giurisdizione del suo arrivo” (cioè dello Stato di Victoria, dove si trova la città di Melbourne, sede degli Australian Open)[5]. Il giorno successivo Djokovic ha ricevuto il permesso di viaggio transfrontaliero (Border Travel Permit) dal Governo dello Stato di Victoria, necessario per poter varcare il confine statale, senza limitazioni di natura sanitaria. Il 5 gennaio 2022 si è quindi imbarcato su un aereo di linea diretto a Melbourne, dove è atterrato poco prima della mezzanotte.

Al termine di un lungo interrogatorio negli uffici dell’Australian Border Force (ABF), la polizia di frontiera australiana, presso l’aeroporto Tullamarine di Melbourne, senza alcuna assistenza legale e senza alcun contatto con l’esterno, la mattina del 6 gennaio 2022, alle ore 7:42, un delegato del Ministero degli Affari Interni, preso atto che l’atleta non era riuscito a fornire prove adeguate per soddisfare i requisiti di ingresso in Australia[6], gli ha notificato la cancellazione del visto e ne ha ordinato l’immediata espulsione dal territorio nazionale. Il provvedimento è stato adottato in forza della sezione 116(1)(e)(i) del Migration Act 1958 (Cth), che consente la cancellazione del visto quando il possessore rappresenta “un rischio per la salute, la sicurezza o l’ordine pubblico della comunità australiana, o per un individuo della comunità australiana”. L’esenzione medica dalla vaccinazione allegata alla domanda di visto è stata ritenuta insufficiente a permettere l’ingresso del giocatore nel territorio australiano ai sensi dell’art. 44 del Biosecurity Act 2015 (Cth), poiché, come più volte ribadito dal Ministero della Salute e dall’ATAGI[7], per fare ingresso in Australia senza obbligo di quarantena è necessario lo status di persona completamente vaccinata (fully vaccinated), non potendo considerarsi tale chi abbia precedentemente contratto il CoViD-19 e non abbia ricevuto una dose di vaccino, a meno che non dimostri l’impossibilità di vaccinarsi per l’esistenza di una controindicazione medica (medical contraindication)[8].

Secondo la prassi generalmente seguita in questi casi, Djokovic è stato quindi preso in consegna dalla polizia federale, ai sensi della sezione 189(1) del Migration Act, e scortato fino al Park Hotel di Carlton a Melbourne, una struttura fatiscente con condizioni igieniche precarie dove vengono fatti alloggiare rifugiati e richiedenti asilo e dove è stato detenuto per quattro giorni e quattro notti: una scelta, questa, che ha scatenato le proteste della famiglia e dei tifosi e provocato una dura reazione del governo serbo[9].

Nella giornata del 6 gennaio 2022 i suoi legali hanno impugnato la decisione del Ministero davanti alla Federal Circuit and Family Court of Australia (FCFCA) di Melbourne, ottenendo un permesso temporaneo che gli ha consentito di rimanere sul suolo australiano in attesa del giudizio. Con sentenza del 10 gennaio 2022 la Corte, nella persona del giudice Anthony Kelly, ha accolto il ricorso e annullato il provvedimento di cancellazione del visto, ritenendolo viziato da gravi irregolarità formali. Essa ha disposto quindi il rilascio dell’atleta entro trenta minuti dalla sentenza, con immediata restituzione del passaporto e degli effetti personali, e condannato il governo australiano al pagamento delle spese. A seguito della sentenza Djokovic ha potuto lasciare il Park Hotel per un altro luogo di residenza e iniziare gli allenamenti alla Rod Laver Arena di Melbourne in vista del torneo.

Nei giorni successivi sono emersi tuttavia nuovi elementi che hanno aggravato la posizione del giocatore serbo, contribuendo a rimettere in discussione la sua permanenza nel Paese ed esponendolo al rischio di sanzioni disciplinari, amministrative e finanche penali. Secondo quanto riportato da diversi organi di stampa, egli avrebbe infatti: a) fornito informazioni non corrette nell’Australian Travel Declaration[10]; b) allegato alla domanda di visto documenti di dubbia attendibilità con riferimento al periodo in cui avrebbe contratto il virus[11]; c) reso dichiarazioni di dubbia veridicità, o comunque imprecise, durante l’interrogatorio della polizia di frontiera e all’udienza davanti al tribunale[12]; d) partecipato a eventi pubblici in Serbia mentre era positivo al virus (in alcuni casi anche senza mascherina)[13]; e) fatto ingresso in Spagna in assenza dei requisiti previsti dalla legge spagnola sull’immigrazione[14]. Tali circostanze, se definitivamente accertate in sede giudiziaria, avrebbero potuto comportare pesanti conseguenze a carico dell’atleta, atteso che: a) fornire informazioni false o fuorvianti (oralmente, per iscritto o in qualunque altra forma) alle autorità governative australiane è un reato punibile con una condanna fino a dodici mesi di reclusione[15]; b) fornire informazioni false o fuorvianti a una corte australiana è un reato grave, punibile con una condanna fino a cinque anni di reclusione[16]; c) mentire sulle proprie condizioni di salute, con particolare riguardo allo stato vaccinale contro il CoViD-19, può comportare l’applicazione di una multa fino a 100.000 dollari e/o una squalifica di tre anni dal circuito professionistico da parte dell’Association of Tennis Professionals (ATP)[17]; d) violare le norme sull’isolamento per i soggetti positivi al CoViD-19 in Serbia è un reato punibile con una multa o una pena detentiva fino a tre anni[18]; e) fare ingresso nel territorio spagnolo in violazione delle restrizioni previste dalla normativa sull’immigrazione costituisce un’infrazione grave, punibile con una sanzione pecuniaria[19].

In realtà, nessuna di queste circostanze sembra avere finora condotto all’irrogazione di sanzioni a carico di Djokovic o del suo team da parte delle autorità competenti, in Australia o in altri Paesi.

Ciò nonostante, dopo un’attenta disamina dei fatti, il 14 gennaio 2022 il Ministro dell’Immigrazione, della Cittadinanza, dei Servizi per i Migranti e degli Affari Multiculturali australiano, Alex Hawke, ha deciso di esercitare il potere discrezionale conferitogli dalla sezione 133C(3) del Migration Act e di cancellare il visto del giocatore“per motivi di salute e di ordine pubblico” (on health and good order grounds), in linea con l’impegno del suo Governo a “proteggere i confini dell’Australia, in particolare rispetto alla pandemia da CoViD-19”[20]. Pur riconoscendo che l’infezione da poco contratta dall’atleta lo rendeva un rischio trascurabile (negligible risk) per quanti potessero entrare in contatto con lui, il Ministro ha considerato che la sua condizione di non vaccinato, le sue posizioni pubblicamente contrarie alla vaccinazione e le sue condotte in contrasto con alcune restrizioni anti-CoViD-19, unite al suo status di alto profilo (high profile status), che ne fa un modello di riferimento (role model) nello sport e nella comunità in genere, avrebbero potuto incoraggiare altre persone a non vaccinarsi, a ignorare le norme vigenti e a disattendere le politiche e le indicazioni di salute pubblica in Australia, pregiudicando la salute degli individui e il funzionamento del sistema sanitario australiano; esse avrebbero potuto inoltre fomentare raduni e proteste, favorendo la trasmissione del virus e alimentando la discordia e le divisioni sociali in un momento delicato per la pandemia. Per queste ragioni, ha ritenuto che la sua permanenza nel Paese rappresentasse un rischio per la salute pubblica e il buon ordine (a risk to public health and the good order) e che la sua espulsione fosse nell’interesse della comunità australiana[21].

La decisione del Ministro è stata immediatamente impugnata dai legali dell’atleta e discussa il 16 gennaio 2022 davanti alla Corte Federale australiana di Melbourne in composizione collegiale. Al termine di un’udienza durata oltre quattro ore – dopo avere premesso che non si è trattato di un appello contro la decisione del Governo, ma di un ricorso per riesaminare la legalità (legality)o la legittimità (lawfulness) della decisione di un membro dell’Esecutivo, verificando se essa fosse da ritenere per qualche motivo irrazionale (irrational) o irragionevole (legally unreasonable), e senza poterne valutare il merito (merit) o la saggezza (wisdom) –, il Collegio ha respinto il ricorso con condanna del ricorrente alle spese. Secondo il diritto australiano, la soccombenza nel ricorso contro un provvedimento del Ministro adottato ai sensi dalla sezione 133C(3) del Migration Act, oltre a determinare l’immediataespulsionedel ricorrente dal territorio nazionale, comporta l’impossibilità per lo stesso di ottenere un visto di ingresso per un periodo di tre anni, tranne che in particolari circostanze che riguardino gli interessi dell’Australia o quelli di cittadini australiani o di residenti permanenti in Australia o di cittadini neozelandesi idonei[22].

Nel rispetto della sentenza della Corte Federale, che i suoi legali hanno espressamente rinunciato a impugnare davanti all’Alta Corte australiana[23], la sera del 16 gennaio, intorno alle ore 22:30, Novak Djokovic si è imbarcato su un volo di linea diretto a Dubai, dopo avere subito una pesantissima sconfitta giudiziaria, che gli ha impedito di difendere sul campo il titolo da lui detenuto – e conquistato per ben nove volte – di campione degli Australian Open.

Successivamente, il 17 novembre 2022, il nuovo Ministro per l’Immigrazione, la Cittadinanza e gli Affari Multiculturali australiano Andrew Giles ha revocato la cancellazione del visto decisa dal suo predecessore in forza della sezione 133F(4) del Migration Act. Tale disposizione consente al Ministro di revocare l’annullamento di un visto se la persona interessata è riuscita a convincerlo che il motivo alla base dell’annullamento non esista più. Il che, come è stato puntualmente ricordato dal Ministro, non significa che il provvedimento originario fosse stato influenzato da un errore. Considerato che dalla cancellazione del visto dell’atleta nel gennaio 2022 tutte le restrizioni di frontiera australiane relative al CoViD-19, adottate ai sensi del Biosecurity Act 2015, sono state rimosse, incluso l’obbligo di fornire prova del proprio stato vaccinale per fare ingresso nel territorio nazionale, Djokovic ha potuto ottenere un visto temporaneo per entrare in Australia che gli ha consentito di partecipare all’edizione 2023 degli Australian Open[24].

Il caso, così definitivamente risolto – salvi gli ulteriori sviluppi delle indagini su eventuali illeciti commessi dal tennista serbo o da altri membri del suo team[25], e al netto degli strascichi politici della vicenda[26] –, si presta a una serie di considerazioni giuridiche.

 

2. La violazione della procedural fairness

 

Una prima considerazione riguarda la correttezza del procedimento seguito dalle autorità australiane nel rilascio e nella successiva cancellazione del visto di ingresso del giocatorenel territorio nazionale.

La sentenza della FCFCA di Melbourne, che ha annullato il provvedimento di cancellazione del visto ai sensi della sezione 116 del Migration Act, ha accolto gli argomenti del ricorrente circa la violazione del principio del giusto procedimento (procedural fairness) da parte della polizia di frontiera e del delegato del Ministero degli Affari Interni durante l’interrogatorio all’aeroporto di Tullamarine, lasciando impregiudicata la questione relativa alla pretesa illogicità/irrazionalità (illogicality/irrationality) della decisione.

Sul piano formale, la Corte ha ritenuto irragionevole (unreasonable) che all’atleta sia stato dapprima concesso un certo tempo (dalle ore 5:20 alle ore 8:30 del 6 gennaio 2022) per presentare osservazioni in risposta alla notifica dell’intenzione di considerare la cancellazione del visto, salvo poi richiedergliele alle ore 6:14 per assumere la decisione finale alle ore 7:42. Il giudice ha rilevato come un simile atteggiamento da parte dei funzionari pubblici gli abbia di fatto impedito di formulare commenti e di fornire prove sul perché il visto non dovesse essere cancellato, avvalendosi anche del supporto di altri soggetti (gli autori del documento contestato, i componenti delle Commissioni Mediche e i rappresentanti del Ministero e dello Stato di Victoria che avevano seguito la sua pratica, i responsabili di Tennis Australia e gli organizzatori degli Australian Open, i suoi legali o i membri del suo staff), cosa che avrebbe potuto fare se il tempo inizialmente promesso (tanto più, nel cuore della notte e a poche ore dal suo arrivo in un Paese estero) gli fosse stato effettivamente concesso. Ciò ha configurato una grave lesione del principio del giusto procedimento, ammessa anche dalla difesa del Ministero, che lo ha privato della possibilità di far valere le proprie ragioni davanti all’amministrazione e di concorrere alla formazione della volontà di quest’ultima in relazione a un provvedimento che lo riguardava direttamente, non lasciandogli altra strada che quella di rifiutare la sottoscrizione del verbale[27].

Nel mondo anglosassone la procedural fairness è un antico principio di civiltà giuridica[28], prima ancora che di buona amministrazione. Profondamente radicata nella storia del diritto inglese, componente essenziale del rule of law[29] e strettamente connessa all’idea di natural justice[30], si applica a qualunque decisione pubblica che coinvolga la posizione di un individuo, mirando ad assicurare che il perseguimento dell’interesse pubblico avvenga nel rispetto della sua dignità e dei suoi diritti[31].

Secondo la tradizione giurisprudenziale delle corti britanniche, americane e australiane, evolutasi nel tempo ma rimasta sempre fedele ai suoi principi originari, essa si declina in due regole fondamentali, applicabili sia alle decisioni giudiziarie (judicial) sia a quelle quasi-giudiziarie (quasi judicial) e amministrative (administrative): la rule of hearing e la rule against bias, derivate dalle massime latine “audi alteram partem” e “nemo judex in causa sua” attraverso il filtro dei commentatori e dei giudici medievali e moderni. La prima richiede che il decisore conceda alla persona interessata la possibilità di essere ascoltata prima di assumere una decisione che la riguarda, mentre la seconda è volta a garantire l’imparzialità della decisione evitando che essa sia pregiudicata da interessi di parte del decisore[32]. Affinché la rule of hearing possa dirsi rispettata, occorre che la persona: a) sia preventivamente informata mediante preavviso dei fatti oggetto dell’eventuale decisione che si intende adottare nei suoi confronti (right to prior notice); b) sia messa nelle condizioni di conoscere adeguatamente i fatti, gli argomenti e le prove addotti da tutte le parti del procedimento (right to know o right to information), in modo da consentirle una difesa congrua; c) sia messa nelle condizioni di precisare, rettificare e commentare i fatti e di replicare efficacemente agli argomenti, ai documenti e alle altre informazioni rilevanti ai fini della decisione (right to fair opportunity). Affinché la rule against bias possa dirsi rispettata, occorre che il decisore non abbia interessi personali, economici o politici, diretti o indiretti, che possano influenzare, o comunque pregiudicare, l’esito della decisione.

La graduale estensione di queste regole dalle attività giudiziarie a quelle amministrative ha conferito loro una maggiore flessibilità di forme e contenuti, determinando un progressivo slittamento dal tradizionale concetto di duty to act judicially a quello più ampio di duty to act fairly[33]: in alcuni casi (sanzioni disciplinari, privazione o limitazione di diritti ecc.) esse impongono il ricorso a procedure più complesse (assistenza legale, ammissione della prova, interrogatorio incrociato, ricusazione/sostituzione del decisore ecc.), simili a quelle in uso nei giudizi davanti alle corti; in altri casi consentono di adottare garanzie procedurali più semplici, che permettono di instaurare il contraddittorio tra il privato e l’amministrazione e di assicurare l’imparzialità della decisione e l’assenza di “pregiudizi” in modi meno formali di quelli utilizzati nei processi. Sia nell’uno sia nell’altro caso, resta comunque ferma l’esigenza di assicurare la fairness dell’azione amministrativa, intesa come necessaria conformità della stessa ai principi di lealtà e di giustizia/equità[34].

Nel corso dell’interrogatorio del tennista serbo all’aeroporto di Tullamarine, l’improvvisa e ingiustificata compressione del tempo inizialmente concessogli per prendere posizione sui fatti contestati, aggravata dall’impossibilità di comunicare con l’esterno per diverse ore, ha palesemente violato la rule of hearing sotto il profilo del right to fair opportunity. Tanto è bastato al giudice di primo grado per definire la controversia in senso favorevole al ricorrente, annullando la cancellazione del visto e ordinando il suo immediato rilascio, con restituzione del passaporto e degli effetti personali e con condanna del Ministero al pagamento delle spese. Senza contare che la rigida posizione assunta dal Governo federale poco prima dell’arrivo del giocatore in Australia[35] e il pubblico rifiuto dello Stato di Victoria di sostenere la sua domanda di visto[36] potrebbero avere influenzato l’atteggiamento dei funzionari chiamati a occuparsi del caso, portandoli ad agire con eccessivo zelo e rischiando così di compromettere anche la rule against bias per l’esistenza di un “interesse politico” dell’amministrazione a un determinato esito della questione.

 

 

 

 

3. Un “corto circuito” burocratico

 

Sul piano sostanziale, la vicenda ha messo in luce una certa discrasia, e comunque una mancanza di coordinamento, tra i requisiti sanitari stabiliti dalla legislazione federale per entrare nel territorio australiano, quelli previsti dallo Stato di Victoria per accedere al territorio statale senza obbligo di quarantena e quelli fissati da Tennis Australia per partecipare agli Australian Open.

Mentre la normativa federale richiedeva una completa vaccinazione (full vaccination) anti-CoViD-19 per fare ingresso nel territorio nazionale, salvo il caso di una controindicazione medica (medical contraindication) che impedisse di ricevere il vaccino perché ritenuto pericoloso per la salute della persona, le direttive dello Stato di Victoria – dotato di competenze legislative e amministrative in materia di salute pubblica[37] – consentivano di accedere al territorio statale senza obbligo di quarantena (sia pure con una serie di limiti all’accesso ai locali pubblici quali ristoranti, negozi, teatri ecc.)[38] anche a chi, pur non essendo vaccinato e non presentando controindicazioni al vaccino, beneficiasse di un’esenzione medica (medical exemption) per avere contratto l’infezione nei sei mesi precedenti al suo arrivo nello Stato[39]. In linea con tali direttive, la procedura adottata da Tennis Australia, d’intesa con il Governo dello Stato, per l’ammissione agli Australian Open prevedeva la possibilità di iscriversi al torneo anche in assenza di vaccinazione qualora vi fosse una controindicazione medica al vaccino o si fosse ottenuta un’esenzione medica per avere contratto il CoViD-19 nei sei mesi precedenti.

A differenza di altri giocatori ammessi al torneo senza essere stati vaccinati, Djokovic non presentava alcuna controindicazione medica alla vaccinazione, avendo deciso già da tempo di non vaccinarsi per una libera scelta, dettata dalle proprie convinzioni ideologiche, fermamente contrarie all’obbligatorietà dei vaccini[40]. Tuttavia, egli aveva dimostrato, con idonea documentazione (esito di test PCR), di avere contratto la malattia – sia pure in forma asintomatica – tre settimane prima del suo arrivo in Australia e di esserne poi completamente guarito.

Secondo la legislazione federale in materia sanitaria, come interpretata e applicata dal Ministero della Salute australiano, in tali circostanze egli non avrebbe potuto beneficiare di alcuna legittima esenzione dall’obbligo vaccinaleprevisto dalla sezione 44 del Biosecurity Act ai fini dell’ingresso nel Paese: di qui la decisione del Ministero degli Affari Interni di cancellargli il visto precedentemente concessogli e di procedere alla sua immediata espulsione dal territorio nazionale ai sensi della sezione 116(1)(e)(i) del Migration Act. Secondo la legislazione dello Stato di Victoria, al contrario, egli avrebbe potuto legittimamente accedere al territorio statale senza obbligo di quarantena, beneficiando di un’esenzione medica per avere contratto la malattia meno di sei mesi prima del suo arrivo; per la stessa ragione, sulla base delle linee guida per l’ammissione agli Australian Open messe a punto da Tennis Australia di concerto con lo Stato di Victoria, avrebbe potuto disputare il torneo anche senza essere stato vaccinato. Nei giorni precedenti la sua partenza l’atleta aveva del resto ricevuto esplicite conferme dalle autorità federali (attestazione da parte del Ministero degli Affari Interni del possesso dei requisiti per fare ingresso in Australia senza obbligo di quarantena), statali (rilascio del permesso di viaggio transfrontaliero da parte del Ministero della Salute dello Stato di Victoria) e sportive (concessione dell’esenzione medica dalla vaccinazione anti-CoViD-19 da parte delle commissioni competenti) circa la regolarità della propria situazione e la conseguente possibilità di entrare nel territorio australiano per partecipare alla competizione. Facendo affidamento su tali comunicazioni, e confidando nella validità del visto di ingresso a suo tempo ottenuto dal Ministero degli Affari Interni, si era quindi imbarcato per l’Australia senza immaginare di compiere alcun atto illegittimo e di poter subire alcuna sanzione per il proprio comportamento.

Ma le cose, purtroppo, non sono andate così.

Non appena sbarcato all’aeroporto di Melbourne, Djokovic si è visto infatti contestare dalle autorità federali la legittimità della documentazione in suo possesso in forza dei seguenti argomenti: primo, la competenza a decidere sull’ingresso degli stranieri in Australia spetta esclusivamente al Ministero degli Affari Interni, senza che i Governi degli Stati abbiano alcuna voce in capitolo[41]; secondo, il visto precedentemente rilasciatogli dal Ministero si riferiva unicamente alla possibilità di entrare nel territorio nazionale per partecipare a un evento sportivo e non costituiva alcuna “assicurazione” all’ingresso, dovendosi verificare a tal fine la sussistenza dei requisiti sanitari richiesti dalla legislazione federale[42]; terzo, l’unica esenzione all’obbligo vaccinale consentita da quest’ultima è l’esistenza di una controindicazione medica alla somministrazione del vaccino a causa della sua effettiva pericolosità per il soggetto. Sulla base di tali presupposti, il delegato del Ministero ha chiesto al giocatore se potesse dimostrare di essere stato vaccinato contro il CoViD-19 o di esservi stato impedito a causa di una controindicazione medica alla somministrazione del vaccino. Non essendo stato egli in grado di provare né l’una e né l’altra circostanza, il funzionario ha ritenuto di procedere all’annullamento del visto e all’adozione del provvedimento di espulsione.

Vero è che, secondo quanto previsto dalle sezioni 51(ix)(xxvii) e 61 della Costituzione australiana, l’immigrazione è materia di competenza esclusiva della Federazione (exclusive power), mentre la quarantena è di competenza concorrente (concurrent power) tra Stati e Federazione[43]. Più precisamente, si ritiene che spetti esclusivamente al Commonwealth il potere di regolare, sotto il profilo sia sanitario sia dell’ordine pubblico, il movimento di persone, animali e cose in entrata e in uscita dall’Australia, in collegamento con le competenze in materia di affari esteri attribuitegli dalla sezione 51(xxix), mentre rimane agli Stati il potere di disciplinare la quarantena all’interno dei propri territori, quale parte delle competenze in materia di salute pubblica e di gestione delle emergenze loro riconosciute dalle sezioni 106-108[44]. Nel primo caso agli Stati è precluso ogni intervento legislativo, mentre nel secondo caso se vi è contrasto tra legge statale e legge federale prevale la legge federale e la legge statale si considera invalida nei limiti del contrasto (sezione 109)[45]. Ne discende che l’esenzione medicaconcessa a Djokovic sulla base di direttive del Ministero della Salute dello Stato di Victoria in contrasto con le norme federali sull’immigrazione e sulla quarantena per il contenimento della pandemia da CoViD-19, come interpretate dal Ministero della Salute del Commonwealth e dall’ATAGI, se avrebbe potuto regolare le modalità di permanenza del giocatore all’interno del territorio statale, non avrebbe potuto consentirgli di accedere liberamente al territorio nazionale, rendendo così invalidi sia il visto di ingresso temporaneo sia il permesso di viaggio transfrontaliero da lui in precedenza ottenuti. Pochi dubbi sembrano esservi, dunque, sulla fondatezza delle contestazioni formulate dal Ministero degli Affari Interni con riferimento alla validità del visto e del permesso nelle mani del tennista serbo (questione lasciata peraltro impregiudicata dalla sentenza della FCFCA). Il problema è che tali contestazioni gli sono state mosse per la prima volta al suo arrivo in Australia e non – come sarebbe stato lecito attendersi – al momento della presentazione della domanda o al rilascio dei relativi documenti. Con la conseguenza che egli si è trovato a dover giustificare a posteriori, e senza potersi avvalere di alcun supporto legale, amministrativo o tecnico, l’adozione di provvedimenti a suo favore da parte delle autorità di uno Stato estero; tanto più, dopo che queste gli avevano fornito ripetute rassicurazioni sulla regolarità della sua condizione e sulla correttezza del suo operato.

 Appare pertanto evidente come, nel caso in questione, il mancato coordinamento tra il diritto statale e quello federale in materia di sanità e di immigrazione e la scarsa cooperazione tra le diverse istituzioni coinvolte nelle procedure per il rilascio del visto di ingresso e del permesso di viaggio abbiano finito per creare un “corto circuito” burocratico a danno dell’atleta. Sebbene egli abbia seguito puntualmente tutte le prescrizioni necessarie per fare ingresso nel territorio del Paese ospitante, è stato di fatto costretto ad assumersi la responsabilità, sotto il profilo sia degli oneri procedurali (interrogatorio formale, sottrazione degli effetti personali e limitazione dei contatti con l’esterno) sia delle sanzioni (detenzione in un centro per la quarantena, espulsione dal territorio nazionale e mancata partecipazione a uno dei più importanti eventi sportivi al mondo), di decisioni assunte dalle istituzioni di quel Paese, pagandone il prezzo in prima persona. Queste considerazioni, sia pure non esplicitate nelle motivazioni della sentenza di primo grado perché assorbite dall’argomento della procedural fairness, avrebbero probabilmente contribuito a orientare la Corte verso la dichiarazione di illegittimità dell’atto di annullamento del visto anche sotto un altro profilo, apparendo inaccettabile che un individuo – oltretutto non cittadino australiano – possa essere chiamato a rispondere di provvedimenti adottati dalle autorità statali e da quelle federali a causa del contrasto tra i rispettivi orientamenti, o addirittura a sanarli fornendo prove ulteriori e diverse da quelle inizialmente richieste per la loro adozione.

Mettendosi nei panni del giocatore, che si era imbarcato per Melbourne nella ragionevole convinzione di essere in possesso di un visto di ingresso valido in quanto ottenuto osservando tutte le procedure previste dalla legge e allegando tutti i documenti richiesti dall’amministrazione[46], all’udienza del 10 gennaio il giudice si è in effetti domandato: “Cosa avrebbe potuto fare di più quest’uomo per ottenerlo?”. E la risposta, implicita nel suo ragionamento, sarebbe verosimilmente stata: “Nulla, perché aveva già fatto tutto quello che le autorità competenti gli avevano chiesto di fare!”. Si sarebbe trattato di una conclusione assolutamente ineccepibile, posto che in uno Stato di diritto gli “errori” dei legislatori (lo scarso coordinamento tra le norme) e quelli delle amministrazioni (la scarsa cooperazione tra le autorità coinvolte nel procedimento) non possono scaricarsi sulle spalle dei cittadini (e tantomeno degli stranieri). La cancellazione di un provvedimento rilasciato da un’autorità pubblica ai sensi della normativa vigente e la cui validità era stata confermata da ripetute comunicazioni all’interessato, imponendo allo stesso di farsi carico delle conseguenze della decisione, si risolve infatti in una lesione dei principi di certezza del diritto (legal certainty) e legittimo affidamento (legitimate expectations): due principi fondamentali degli ordinamenti contemporanei, riconosciuti in tutti i Paesi occidentali[47], che permettono alle persone di confidare nella stabilità e nell’efficacia delle norme giuridiche e degli atti amministrativi che danno loro attuazione.

Con riferimento a questo ulteriore aspetto della questione, la sentenza della FCFCA di Melbourne ha finito dunque per sanare, sia pure in modo non esplicito, un vulnus ai principi dell’ordinamento giuridico australiano che avrebbe rischiato di minarne la credibilità agli occhi dei suoi cittadini e dell’intera comunità internazionale.

 

4. Una decisione “non irragionevole”

 

Ma l’aspetto più interessante della vicenda, che la rende un vero e proprio leading case a livello mondiale, è costituito dalle motivazioni addotte dal Ministro dell’Immigrazione australiano a supporto della sua decisione di annullare il visto di Djokovic in forza dell’articolo 133C(3) del Migration Act.

Tale disposizione, introdotta nel 2014 nell’ambito di una più generale riforma[48] mirata ad aumentare la capacità di controllo dell’immigrazione da parte del Governo australiano, conferisce al Ministro un potere altamente discrezionale, che gli consente di annullare autoritativamente, e al di fuori di qualunque vincolo procedurale, il visto di ingresso nel territorio nazionale detenuto da un individuo se: a) è convinto dell’esistenza di un motivo di annullamento del visto ai sensi dell’articolo 116; e, in aggiunta, b) è convinto che sia nell’interesse pubblico annullare il visto. Con particolare riferimento alle condizioni previste dall’articolo 116(1)(e)(i), il Ministro deve essere convinto che la presenza del titolare del visto in Australia “rappresenti, o possa rappresentare, o potrebbe rappresentare, un rischio per la salute, la sicurezza o il buon ordine della comunità australiana o di una sua parte”.

Come è stato puntualmente osservato nella motivazione della sentenza della Corte Federale, nel caso di specie la questione non era tanto se il tennista serbo rappresentasse effettivamente un tale rischio; ma era piuttosto se il Ministro fosse legittimamente convinto che la sua presenza rappresentasse, o potesse rappresentare, o avrebbe potuto rappresentare, un tale rischio sulla base di una ragionevole valutazione dei fatti[49]. Secondo il costante orientamento della giurisprudenza australiana – ampiamente richiamato dalla Corte[50] –, il legittimo convincimento (lawful satisfaction) di un’autorità pubblica non consiste in uno stato d’animo personale (personal state of mind) del decisore, come tale non rilevabile in giudizio, ma in un processo formativo della decisione caratterizzato da logicità (logicality), razionalità (rationality) e ragionevolezza (reasonableness) e sindacabile in relazione a questi criteri. Se, a seguito dello scrutinio da parte di un tribunale, risulta che il convincimento è stato raggiunto in modo irragionevole, o che non avrebbe potuto essere raggiunto per motivi di fatto o di diritto, non sarà considerato un convincimento legittimo. Venendo meno la condizione preliminare prevista dalla legge per l’esercizio del potere, la decisione sarà considerata illegittima e dunque annullata. In questo senso, si può dire che il convincimento legittimo è una precondizione giurisdizionale (jurisdictional precondition) per l’esercizio del potere discrezionale da parte dell’autorità[51].

Affinché la decisione del Ministro dell’Immigrazione australiano potesse essere considerata valida dalla Corte occorreva che il suo legittimo convincimento, così come ricavabile dalle motivazioni dell’atto, si fosse formato su entrambe le condizioni previste dall’articolo 133C(3) del Migration Act, e cioè: a) l’esistenza di un motivo di annullamento del visto ai sensi dell’articolo 116(1)(e)(i); e b) l’esistenza di un interesse pubblico all’annullamento del visto. Quanto alla prima, l’ampia formulazione della norma, risultante dalla modifica del 2014, permette di ritenere sufficiente, ai fini del legittimo convincimento del Ministro, la mera possibilità che la persona, già presente nel territorio australiano o al suo arrivo nello stesso, rappresenti un rischio per la salute, la sicurezza o il buon ordine di un individuo o di una comunità in Australia, non richiedendosi la dimostrazione di un rischio effettivo di danno; né è necessario che il titolare del visto compia alcuna azione per creare il rischio, bastando la sua presenza nel territorio australiano a configurarlo. Quanto alla seconda, la Corte, tenendo conto della vastità del concetto di “interesse pubblico” con riferimento ai poteri di un organo politico, ha ritenuto che il legittimo convincimento del Ministro circa l’esistenza di un interesse pubblico all’annullamento del visto potesse considerarsi formato al sussistere dei presupposti di cui all’articolo 116(1)(e)(i)[52].

La decisione del Ministro dell’Immigrazione australiano di annullare il visto di ingresso temporaneo in possesso di Djokovic, adottata senza contraddittorio ai sensi dell’articolo 133C(4), ma con un’ampia e accurata motivazione[53], si è basata su una serie di considerazioni sulla figura, il ruolo e i comportamenti di quest’ultimo che si possono sintetizzare come segue.

Premesso che, avendo contratto il CoViD-19 meno di sei mesi prima del suo arrivo in Australia, secondo l’orientamento dell’Australian Technical Advisory Group on Immunisation (ATAGI) e sulla base delle informazioni ricavabili dalle riviste mediche, dagli articoli e dagli studi a disposizione del Ministero, il giocatore serbo presentava un bassissimo rischio di essere infettato dal SARS-CoV-2 e quindi di poter infettare altri soggetti (tanto più, considerate le specifiche misure di controllo supplementari applicabili agli Australian Open)[54], il Ministro:

a)        quanto alla sua figura, ha sottolineato che egli gode di uno status di alto profilo e di una posizione nella comunità sportiva e nella società in genere che ne fanno un modello di comportamento per molte persone, in Australia e nel resto del mondo[55];

b)        quanto al suo ruolo, ha rilevato che le opinioni contrarie all’obbligatorietà dei vaccini, da lui pubblicamente espresse in diverse occasioni, lo hanno reso un punto di riferimento per la comunità no vax (tanto che, come riportato da organi di stampa, alcuni gruppi di persone che si oppongono alla vaccinazione hanno sostenuto la sua presenza in Australia proprio in relazione al suo status di non vaccinato)[56];

c)         quanto ai suoi comportamenti, ha ricordato che in passato egli ha mostrato un apparente disprezzo per la necessità di restare in isolamento dopo avere ricevuto la notizia della sua positività al CoViD-19, avendo deciso di partecipare a un’intervista e a un servizio fotografico con una nota rivista di sport (probabilmente mantenendo il distanziamento sociale – come da lui affermato –, ma certamente senza indossare la mascherina al momento dello scatto delle fotografie)[57].

Alla luce di tali circostanze, e tenendo conto che l’Australia era stata nei due anni precedenti, ed era ancora all’epoca dei fatti, fortemente colpita dalla pandemia da CoViD-19, tanto da aver costretto le autorità ad adottare misure draconiane per contenerla (tra il 2020 e il 2021 Melbourne era stata la città con il più lungo lockdown al mondo, durato ben 262 giorni e terminato solo al raggiungimento della soglia del 70% di vaccinati)[58], il Ministro ha concluso che la presenza di Djokovic nel Paese potesse costituire “un rischio per la salute della comunità australiana”: non tanto sul piano individuale, stante il “rischio trascurabile” (negligible risk) di contagio da parte del giocatore, quanto sul piano sociale, in ragione della sua notorietà, delle sue prese di posizione contro l’obbligatorietà dei vaccini e della sua elevata capacità di influenzare i comportamenti del pubblico tramite processi emulativi. Nel complesso, ha ritenuto che le sue parole e le sue azioni potessero rappresentare un esempio negativo per la popolazione, in grado di alimentare l’inosservanza dei requisiti precauzionali previsti dalla legge australiana a carico di chi fosse risultato positivo al CoViD-19. Questo perché l’influenza delle sue opinioni e l’imitazione dei suoi gesti avrebbe potuto incoraggiare altre persone a non rispettare le misure sanitarie vigenti per il contenimento del virus: un comportamento che, a sua volta, avrebbe potuto contribuire alla trasmissione della malattia, con grave rischio per la propria salute e per quella degli altri[59].

Oltre a ciò, il Ministro ha valutato che una condotta come quella di Djokovic, che dimostra “un mancato rispetto, o una disattenzione, nei confronti delle misure di sanità pubblica”, tenuta da una persona del suo status e della sua influenza, può minare l’efficacia e la coerenza della gestione della pandemia da parte del Governo federale e dei Governi degli Stati e dei territori. La sua presenza in Australia, potendo incoraggiare altre persone “a ignorare o ad agire in modo incoerente con le indicazioni e le politiche di salute pubblica” del Paese, tra cui essere vaccinati contro il virus o ricevere un vaccino di richiamo, avrebbe rappresentato, quindi, anche un “rischio per il buon ordine della comunità australiana”. Senza contare che essa avrebbe potuto portare a un aumento del sentimento anti-vaccinazione all’interno della stessa comunità, contribuendo al diffondersi di disordini civili già sperimentati in Australia, con manifestazioni e proteste che possono esse stesse essere una fonte di trasmissione del virus. Infine, avrebbe potuto generare reazioni avverse da parte di alcuni membri della comunità nazionale, preoccupati del suo status di non vaccinato e della sua apparente noncuranza per la necessità di isolarsi dopo l’accertamento della sua positività al CoViD-19: reazioni che possono essere a loro volta fonte di discordia e creare turbamento pubblico, tenuto conto anche dell’alto livello di copertura mediatica e di interesse pubblico da lui attirati in un momento critico nella gestione da parte del Governo di un’emergenza sanitaria pubblica in rapida evoluzione[60].

Posto che – come confermato dalla sentenza della Corte Federale – la salute e il buon ordine della comunità australiana costituiscono di per sé “materie di interesse pubblico”, il Ministro ha infine osservato che le persone non vaccinate esercitano un impatto significativamente maggiore di quelle vaccinate sul sistema sanitario in tutti gli Stati e i territori, sia per l’alto rischio di contrarre e diffondere il CoViD-19, sia per le difficoltà organizzative che creano nella gestione delle strutture sanitarie (sottraendo risorse mediche nelle terapie intensive e riducendo la disponibilità di posti letto negli ospedali), sia per i notevoli costi associati al loro trattamento. Sulla base di questi argomenti, ha ritenuto sussistenti i motivi di interesse pubblico richiesti dalla legge per l’annullamento del visto[61].

Al di là dell’effettiva fondatezza dei rilievi del Ministro, contestata dalla difesa di Djokovic ma non sindacabile in sede giurisdizionale per l’elevata discrezionalità del potere di cui all’articolo 133C(4), la Corte ha ritenuto che il processo formativo della decisione non potesse considerarsi “illogico”, “irrazionale” o “irragionevole” e che, pertanto, egli avesse maturato un legittimo convincimento ai sensi di legge[62]. Stando così le cose, e pur riconoscendo che “un’altra persona nella posizione del Ministro avrebbe potuto non cancellare” il visto del giocatore, il Collegio ha preso atto che in questo caso “il Ministro lo ha fatto”, dichiarando che le argomentazioni presentate nel corso del procedimento “non hanno permesso di concludere che il convincimento sui fatti rilevanti per la decisione sia stato raggiunto, e la discrezionalità sia stata esercitata, in modo illegittimo”.

 

5. Onori e oneri delle figure pubbliche

 

Il punto chiave della motivazione del provvedimento ministeriale, indirettamente avallato dalla Corte e che suscita notevole interesse per la sua innovatività sotto il profilo giuridico, è costituito dalla considerazione secondo cui la pericolosità del giocatore per la salute e il buon ordine della comunità australiana non era data dalla sua potenziale contagiosità, non essendo egli vaccinato contro il CoViD-19, o dall’avere compiuto atti intesi a contravvenire alla legge australiana, ma dalle sue opinioni no vax, pubblicamente manifestate in varie occasioni, e dalla sua precedente condotta scarsamente rispettosa delle prescrizioni sanitarie dirette al contenimento del virus. Il tutto aggravato dal fatto che non si tratta di una persona qualsiasi, ma di un campione dello sport con un alto grado di notorietà, un’ottima reputazione (anche grazie alle sue attività filantropiche) e una grande capacità di influenzare i comportamenti delle persone. Una condizione, questa, che lo mette in una posizione diversa da quella degli altri individui, conferendogli una particolare responsabilità, se non altro per la diversa risonanza – e la conseguente diversa “pericolosità” – che possono assumere le sue parole e le sue azioni.

Vero è che tali considerazioni non appaiono del tutto nuove. Esse si inseriscono infatti in quel consolidato filone giurisprudenziale sulle “figure pubbliche”(public figures), nato negli Stati Uniti d’America all’inizio degli anni ’40 del secolo scorso[63] e successivamente diffusosi in tutto il mondo occidentale. Secondo questa giurisprudenza, si considerano figure pubbliche, dotate di uno status giuridico diverso da quello degli altri individui e capace di incidere in misura significativa sulla loro sfera di riservatezza e sulla tutela della loro reputazione, tutte le persone coinvolte in eventi passati e presenti che possono catturare l’interesse del pubblico[64]. Esse includono un’ampia ed eterogenea gamma di soggetti, tra cui: 1) le celebrità (celebrities), cioè le persone famose dello spettacolo e dello sport[65]; 2) i politici, i titolari di cariche pubbliche elettive e gli altri funzionari pubblici (public officials) in vista[66]; 3) le figure di spicco dell’industria, della finanza e degli affari (business leaders)[67]; 4) i personaggi dei media, comprensivi sia dei professionisti del settore (giornalisti, conduttori, blogger ecc.) sia degli individui che siano riusciti ad attirare la loro attenzione[68]; 5) i social media influencer[69]; 6) gli inventori, i ricercatori e gli accademici di fama[70]; 7) gli eroi di guerra[71]; 8) le figure pubbliche “involontarie” o “accidentali” (ad es., chi abbia partecipato a un evento con un’alta esposizione mediatica, sia stato protagonista di un ampio dibattito su internet o sui social network, o si sia trovato sulla scena di un crimine)[72]; e perfino 9) i criminali[73].

Nei confronti di tali soggetti le Corti statunitensi hanno applicato in modo estensivo i principi di libertà di espressione e di stampa sanciti dal I Emendamento alla Costituzione: per un verso, restringendo la loro sfera di riservatezza fino ad ammettere la pubblicazione di qualsiasi notizia sul loro conto (specie quando si tratti di politici e funzionari pubblici), anche se essa possa successivamente rivelarsi falsa o non del tutto veritiera; per altro verso, richiedendo a tutte le figure pubbliche volontarie[74], cioè a coloro che hanno deliberatamente scelto di assumere una veste pubblica o di diventare dei personaggi in vista nella società, un più gravoso onere della prova nelle cause di diffamazione. Essendosi “volontariamente esposti a un aumento del rischio di lesioni” e avendo “un accesso significativamente maggiore a canali di comunicazione efficaci” rispetto agli altri individui, per ottenere il risarcimento dei danni essi non possono limitarsi ad attestare la negligenza di chi diffonde la notizia, ma devono dimostrarne il dolo (actual malice), dato dalla consapevolezza che quanto affermato è falso o dal “temerario disinteresse” (reckless disregard) per il fatto che sia vero o falso[75]. Alla base di un approccio così rigido da parte dei giudici (e non esente da critiche per l’eccessiva tolleranza verso gli abusi dei giornalisti che possono esporre i funzionari pubblici a ricatti e creare un deterrente all’assunzione di cariche politiche e posizioni di vertice nell’amministrazione)[76] c’è la convinzione che le libertà di parola e di stampa, da un lato, e il diritto all’informazione (right to know), dall’altro, siano una fondamentale espressione della dignità e dell’autonomia delle persone e giochino un ruolo centrale nel funzionamento della democrazia, consentendo il controllo dei cittadini sull’operato dei governanti e favorendo la ricerca della verità attraverso la libera circolazione delle idee (free marketplace of ideas)[77].

Si tratta di argomenti di notevole peso, che trovano riscontro anche sull’altra sponda dell’Atlantico. Tuttavia, la presenza in molti Paesi europei di disposizioni costituzionali che riconoscono il diritto alla riservatezza degli individui e le previsioni della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, che sanciscono il diritto di ogni persona al “rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza” (art. 8) e consentono di limitare la libertà di espressione (sotto il profilo sia della libertà di opinione sia della libertà di ricevere o comunicare informazioni o idee) per proteggere questi valori (art. 10), fanno sì che la privacy delle figure pubbliche nel Vecchio Continente goda di una tutela più efficace che negli USA[78]. Non solo. In ordinamenti con un’impronta fortemente personalista, come quello tedesco, quello francese o quello italiano, la dignità, l’onore e la reputazione sono diritti fondamentali garantiti a tutti gli individui – incluse le figure pubbliche – che permettono loro di controllare la propria immagine e di limitarne l’esposizione mediatica sia attraverso i mezzi di comunicazione tradizionali sia attraverso le tecnologie digitali[79]. A differenza che negli Stati Uniti, in Europa la diffusione di notizie e informazioni sulla vita privata di una persona – sia essa una figura pubblica o meno – si considera pertanto legittima solo se, e nella misura in cui, i fatti riportati: a) siano di interesse pubblico (cioè effettivamente rilevanti per la vita della società), e non semplicemente di interesse del pubblico (cioè idonei unicamente a soddisfare la curiosità dei singoli)[80]; b) siano stati verificati in modo serio e accurato, secondo gli standard deontologici della professione giornalistica; c) siano stati esposti in modo corretto, senza eccedere nei contenuti o nei toni e senza l’intenzione di screditare, o comunque danneggiare, la persona a cui si riferiscono.

In Australia lo status delle public figures non è molto diverso da quello loro attribuito dal diritto europeo. Pur riconoscendo l’importanza della libertà di espressione quale strumento essenziale per il funzionamento della democrazia, fin dalle sue prime sentenze in materia l’Alta Corte australiana ha infatti bilanciato la tutela di questo diritto con la protezione della riservatezza e della reputazione degli individui, sia quando si tratti di persone comuni sia quando si tratti di figure pubbliche[81]. In linea con la tradizione del common law e in coerenza con la giurisprudenza del Commonwealth[82], essa ha ritenuto che la pubblicazione di notizie e informazioni riguardanti una figura pubblica debba essere regolata in base alla dottrina del “privilegio qualificato” (qualified privilege), che esclude l’ipotesi di diffamazione quando l’informatore abbia il dovere (giuridico o morale) o il diritto di riferire i fatti, le informazioni siano fornite in modo corretto e il destinatario abbia il dovere, il diritto o un legittimo interesse (legitimate interest) a essere informato[83]. Questa dottrina copre tutte le notizie di interesse pubblico diffuse dai mass media (tra cui rientrano le informazioni socialmente rilevanti sulle condotte delle figure pubbliche, e in particolare dei pubblici funzionari), a condizione che siano rispettati i criteri del “giornalismo responsabile” (responsible journalism) elaborati dai giudici[84] e recepiti dai legislatori[85]. Nel sistema australiano non è quindi il soggetto danneggiato dalla pubblicazione della notizia a dover provare il dolo dell’autore, ma è quest’ultimo a dover dimostrare di avere agito correttamente, non essendo consapevole della sua eventuale falsità, non essendosi incautamente (recklessly) disinteressato di accertarne la verità e avendo considerato ragionevole (reasonable) la sua pubblicazione alla luce delle circostanze.

 

6. Una strada pericolosa

 

Rispetto ai tradizionali orientamenti giurisprudenziali sulle public figures,la decisione del Ministro dell’Immigrazione australiano sul “caso Djokovic” presenta almeno due profili di originalità: il primo è un significativo ampliamento dello status della figura pubblica, dalla semplice limitazione della propria sfera di riservatezza in nome del diritto all’informazione del pubblico a una speciale responsabilità nei confronti del pubblico con riferimento alle proprie opinioni e alle proprie azioni; il secondo è una potenziale graduazione della responsabilità della figura pubblica in relazione alle sue qualità personali e/o alla sua condizione sociale (notorietà, reputazione e potere di influenza). Nel caso di una celebrità del mondo dello sport, universalmente nota e apprezzata per le sue eccellenti qualità fisiche, tecniche e mentali, che ne fanno un modello per tutti gli atleti e in particolare per i più giovani, con un’altissima reputazione in patria e all’estero per i suoi risultati sportivi[86] e le sue attività filantropiche[87] (tanto da avere ricevuto il passaporto diplomatico della Repubblica di Serbia e da essere stato nominato Ambasciatore, prima nazionale e poi internazionale, dell’UNICEF)[88], con milioni di fan e una diffusa presenza sui media di tutto il mondo, il grado di responsabilità richiesto è stato il più elevato. Di conseguenza, le opinioni espresse dal giocatore serbo in tema di obblighi vaccinali e le condotte da lui tenute in violazione delle regole sull’isolamento e il distanziamento sociale a fini di prevenzione del contagio da CoViD-19 sono state considerate con il massimo rigore.

A prima vista la conclusione del Ministro appare senz’altro convincente. Non c’è dubbio, infatti, che un campione del prestigio e della popolarità di Djokovic possa influenzare le scelte del pubblico con le sue parole e con le sue azioni; e, dunque, che nel momento in cui decide di manifestare un pensiero o di tenere un comportamento debba sentire tutto il peso della responsabilità che gli viene dalla sua notorietà e dalla sua reputazione e stare particolarmente attento a quello che dice e a quello che fa (tanto più, quando siano in gioco la vita o la salute delle persone, come nel caso di una pandemia). Tuttavia, un conto è affermare che un personaggio del suo calibro abbia una responsabilità etica, valutabile in base a criteri morali e giudicabile dalla comunità degli sportivi o dall’opinione pubblica, per i modi in cui agisce e/o si esprime, altro è sostenere che abbia una vera e propria responsabilità giuridica, valutabile in base a norme di legge e giudicabile dalle autorità amministrative o giudiziarie, per il solo fatto di essere una celebrità. Se così fosse, vorrebbe dire che un’alta visibilità, frutto dei propri successi personali o professionali, può arrivare a trasformare un soggetto privato in un soggetto “quasi pubblico”, non solo (come già oggi accade) con una notevole riduzione della sua sfera di riservatezza, ma anche con forti limitazioni alla sua libertà di azione e di espressione e con doveri di comportamento ulteriori e diversi rispetto a quelli imposti agli altri soggetti dell’ordinamento: doveri la cui violazione può esporre il responsabile a sanzioni amministrative, civili e finanche penali.

Un simile modo di ragionare, pur muovendo da premesse astrattamente condivisibili, solleva una serie di questioni di ordine teorico e pratico che mettono in discussione valori fondanti del costituzionalismo e che devono essere, quindi, necessariamente affrontate.

Sul piano teorico, l’idea che si possano imporre speciali doveri di comportamento ad alcuni individui in ragione delle loro qualità personali o professionali, dell’attività che esercitano o della popolarità di cui godono, senza che essi rivestano ruoli pubblici nella società, si pone in tendenziale contrasto con i principi dello Stato liberale: da un lato, perché può determinare una grave compressione di libertà fondamentali – prima fra tutte, la libertà di espressione – riconosciute dalle Carte internazionali dei diritti[89] e dalle costituzioni di molti Paesi, occidentali e non; dall’altro, perché può risolversi in una violazione del principio di eguaglianza nella misura in cui non vi siano ragionevoli giustificazioni costituzionali al trattamento differenziato di questi soggetti. La finalità di educare – o, quantomeno, non diseducare – la popolazione al rispetto delle leggi e dei provvedimenti dell’autorità attraverso l’esempio di figure largamente seguite e apprezzate dal pubblico (tra cui i divi dello spettacolo e dello sport), che sta alla base della decisione del Ministro, non appare un argomento convincente né sull’uno né sull’altro fronte: primo, perché, a differenza di altri privati (genitori, tutori, insegnanti ecc.) investiti di speciali responsabilità, attori, cantanti e sportivi non scelgono di assumere ruoli educativi o di “guida”, ma semplicemente di esercitare professioni che possono conferire un certo grado di notorietà; secondo, perché la funzione che si vorrebbe attribuire loro sarebbe molto più gravosa di quella degli altri soggetti, non rivolgendosi a una cerchia ristretta di destinatari (figli, pupilli, allievi ecc.), ma all’intera comunità nazionale (se non addirittura internazionale). Incamminandosi su questa strada si rischia di trasformare dei brillanti professionisti, che hanno costruito i propri successi sulle proprie qualità e sui propri meriti, in “sacerdoti dei costumi” o, peggio ancora, in strumenti del potere, che li usa per raggiungere scopi (sia pure nobili) di interesse collettivo. Si finisce così per minare alla radice i cardini dello Stato liberale, che riconosce a tutti gli individui il diritto di decidere i fini delle proprie azioni e di perseguirli liberamente nel rispetto dei diritti e delle libertà altrui, sconfinando in uno Stato etico[90] nel quale le autorità indirizzano le azioni dei singoli al perseguimento di obiettivi di pedagogia sociale e politica, stabilendo cosa è bene e cosa è male per loro e quali sono i comportamenti moralmente edificanti da tenere al fine di educarli e guidarli nella “giusta” direzione.

Tuttavia, anche a voler ammettere la percorribilità di tale soluzione (immaginando che la scelta di esercitare un’attività ad alto tasso di visibilità porti con sé l’accettazione di uno status dal quale possono derivare molti onori, ma anche alcuni oneri, tra cui l’impegno a rappresentare un esempio positivo per gli altri), essa si scontrerebbe con alcuni ostacoli pratici non facili da superare.

Il primo riguarda le categorie di soggetti alle quali potrebbe applicarsi uno speciale regime di responsabilità. Tra le varie tipologie di figure pubbliche elaborate dalla giurisprudenza (con l’ovvia esclusione di quelle involontarie e, più ancora, dei criminali), ce ne sono alcune a cui potrebbe essere richiesta una maggiore responsabilità rispetto ad altre (ad es., si potrebbe sostenere che uno scienziato debba essere più o meno responsabile di un artista, che un attore debba essere più o meno responsabile di un musicista, che un calciatore debba essere più o meno responsabile di un giornalista, e così via)? E se sì, in base a quali criteri (natura dell’attività svolta, valori che esprime, scopi che si prefigge, grado di notorietà che assicura, reputazione che tende a conferire, o altro)? Con particolare riguardo ai campioni dello sport, si potrebbe ritenere che essi abbiano degli specifici doveri di comportamento, in campo e fuori dal campo, in considerazione della funzione educativa delle attività sportive, riconosciuta fin dall’antichità, e in linea con il sistema di valori (disciplina, lealtà, correttezza, rispetto delle regole, degli avversari e degli arbitri, salute, cura del corpo, equilibrio fisico e mentale, impegno e costanza nell’esercizio, superamento dei propri limiti ecc.) a cui esse si ispirano?

Il secondo riguarda la qualità delle persone a cui potrebbe concretamente applicarsi un tale regime. All’interno di ciascuna categoria di figure pubbliche che esercitano attività potenzialmente educative, o comunque portatrici di valori positivi (artisti, scienziati, sportivi, personaggi dello spettacolo e dei media ecc.), ci sono alcuni individui a cui potrebbe essere richiesta una maggiore responsabilità rispetto ad altri (ad es., si potrebbe sostenere che un direttore d’orchestra debba essere più responsabile di un rapper, che un giornalista che si occupa di divulgazione scientifica debba essere più responsabile di uno che conduce un varietà, che un attore che interpreta abitualmente il ruolo del “buono” debba essere più responsabile di uno che interpreta abitualmente il ruolo del “cattivo”, e così via)? E se sì, in base a quali criteri (contenuti trattati, risultati ottenuti, carattere, reputazione, immagine, o altro)? Con particolare riguardo ai campioni dello sport, si potrebbe ritenere che alcuni di essi abbiano dei doveri di comportamento non richiesti ad altri, in considerazione delle loro qualità personali (misura, equilibrio, educazione, sensibilità, attenzione ai temi politici e sociali, attività filantropiche ecc.) e professionali (disciplina, lealtà, correttezza, rispetto delle persone e delle regole, impegno, costanza, determinazione ecc.) e/o della loro percezione da parte del pubblico?

Il terzo riguarda il grado di popolarità al di sopra del quale potrebbe scattare lo specifico regime di responsabilità della figura pubblica. Posto che nella società contemporanea esistono diversi indicatori che permettono di misurare la notorietà delle persone e la loro capacità di influenzare le opinioni e i comportamenti del pubblico, quale dovrebbe essere la soglia di notorietà che impone di agire ed esprimersi in modo più responsabile di altri? E ancora, si potrebbe pensare di graduare la responsabilità a seconda della popolarità dell’individuo (ad es., si potrebbe sostenere che un cantante che vende milioni di dischi debba essere più responsabile di uno che ne vende poche migliaia, che l’attore di un kolossal con un enorme successo al botteghino debba essere più responsabile dell’attore di un film d’essai proiettato solo in poche sale, che il conduttore di un programma televisivo seguito da milioni di telespettatori debba essere più responsabile di uno seguito da poche migliaia, e così via)? Con particolare riguardo ai campioni dello sport, quali dovrebbero essere i parametri di valutazione della loro popolarità e, dunque, della loro responsabilità (numero e importanza delle competizioni disputate e dei premi vinti, attuale posizione in classifica, migliore classifica in carriera, riconoscimenti ottenuti, numero di tifosi e di fan club, numero di follower sui social network e di contatti in rete, presenze sui media ecc.)[91]?

Quanto al primo punto, sembra molto difficile tracciare una netta linea di demarcazione tra le varie categorie di figure pubbliche in base alla natura, alle finalità e alle caratteristiche delle attività che svolgono. Al netto dei criminali, ai quali richiedere una condotta responsabile in ragione della loro notorietà sarebbe completamente assurdo e perfino ridicolo, e delle persone finite accidentalmente sotto le luci della ribalta per avere partecipato a un evento (trasmissione televisiva o radiofonica, concerto musicale, competizione sportiva ecc.) di grande richiamo o per essersi casualmente trovate sulla scena di un crimine, alle quali non si può attribuire a pieno titolo l’etichetta della popolarità, la distinzione tra chi eserciti attività più o meno educative, o portatrici di valori più o meno positivi, ai fini dell’applicazione di uno speciale regime di responsabilità appare alquanto aleatoria, e per molti versi pericolosa, potendosi prestare ad arbitri e abusi di ogni genere. Come stabilire se la scienza sia più o meno educativa, o portatrice di valori migliori o peggiori, dell’arte, la letteratura del giornalismo, la musica del cinema, lo spettacolo dello sport ecc.? E soprattutto, chi lo decide e perché?

Altrettanto difficile, e ancora più pericoloso, è pensare di distinguere all’interno di ciascuna categoria di figure pubbliche gli individui a cui potrebbe essere richiesta una maggiore responsabilità rispetto agli altri. L’idea che tra soggetti che svolgono la stessa attività alcuni debbano comportarsi in modo più responsabile di altri per le loro qualità personali o professionali – effettive, o anche solo percepite dal pubblico – apre alla possibilità di costruire regimi ad personam, con gravi rischi per la libertà dei singoli e con una radicale compromissione del principio di eguaglianza (peraltro, a danno di chi si sia dimostrato personalmente o professionalmente migliore). Senza contare che una simile soluzione, nel tempo, potrebbe dare luogo a una sorta di “paradosso della positività”, in base al quale converrebbe essere – o anche solo apparire – un personaggio “negativo” per non incappare in doveri di comportamento particolarmente stringenti e nelle relative sanzioni. Con il risultato, opposto a quello desiderato, di incentivare condotte riprovevoli da parte degli interessati, che potrebbero essere indotti a costruirsi una cattiva immagine, tenendo atteggiamenti poco rispettosi delle persone e delle regole, mostrando scarsa sensibilità umana, prestando poca attenzione ai temi sociali, culturali e ambientali, evitando di impegnarsi in attività filantropiche ecc., per mettersi al riparo da spiacevoli conseguenze qualora dovessero successivamente incorrere in una violazione.

L’unico criterio in qualche modo utilizzabile per provare a delineare uno speciale regime di responsabilità delle figure pubbliche – sempre che lo si ritenga un obiettivo auspicabile e compatibile con i principi del costituzionalismo liberale – rimane, dunque, quello della popolarità: da un lato, perché si tratta di un criterio ampiamente collaudato, essendo già in uso nella giurisprudenza di molti Paesi al fine di consentire ai cittadini di ricevere notizie e informazioni rilevanti sulla condotta dei soggetti più in vista nella società; dall’altro, perché si tratta di una condizione che può essere riscontrata sulla base di parametri relativamente oggettivi (numero e durata delle apparizioni dal vivo e di quelle sui media, numero di follower sui social network e di contatti in rete, numero di iscritti ai fan club, numero di interviste, post e dichiarazioni su temi di interesse politico e sociale, numero e tipologia dei feedback ricevuti ecc.). A questi indicatori di tipo quantitativo si aggiungono le valutazioni di società di rating, giornali e riviste sulla reputazione e il potere di influenza delle figure pubbliche, a livello sia globale (lista dei personaggi celebri con la migliore reputazione al mondo, pubblicata da RepTrak[92]; lista delle persone più influenti al mondo, pubblicata annualmente dal Time;lista delle persone più potenti al mondo, pubblicata annualmente da Forbes; lista dei 50 principali leader al mondo, pubblicata annualmente da Fortune) sia di settore (liste delle persone più influenti nella politica, nell’economia, nella scienza, nell’arte, nella cultura, nello sport ecc., pubblicate periodicamente da testate specializzate), operate con metodi condivisi e con esiti in larga misura verificabili.

Se è vero che il grado di popolarità, basandosi su parametri tendenzialmente oggettivi, riduce il rischio di usi arbitrari o discriminatori dello strumento, resta il problema di individuare la soglia al di sopra della quale potrebbe scattare uno specifico regime di responsabilità delle figure pubbliche e di come esso si potrebbe eventualmente graduare. Sotto questo aspetto ci si può rifare ai canoni elaborati dalla giurisprudenza statunitense per limitare il diritto alla riservatezza delle public figures, tra cui soprattutto: a) l’assunzione di un ruolo di spicco nella società; b) la scelta consapevole e volontaria di esporsi al pubblico alla ricerca di potere, di influenza o di attenzione; c) la possibilità di accedere ai mezzi di comunicazione di massa e di controllarne almeno in parte i contenuti[93]. Alla luce di tali criteri, si dovrebbe ritenere che un individuo non possa essere assoggettato a speciali doveri di comportamento solo perché riveste un ruolo di prestigio nella società o perché gode di un’elevata visibilità per motivi personali o professionali, ma occorre che egli abbia consapevolmente e volontariamente scelto di esporsi al pubblico per ricavarne dei vantaggi (politici, economici o sociali) e che sia nell’effettiva condizione di farlo (ad es., in virtù dei suoi rapporti privilegiati con i giornalisti o della sua capacità di gestire efficacemente la comunicazione online). Con particolare riguardo ai campioni dello sport, non basterebbero dunque il successo (dato dal numero di premi vinti, dalla posizione raggiunta in classifica ecc.) e la popolarità (data dal numero di tifosi, fan club, follower, delle presenze sui media ecc.) conquistati sul campo, ma bisognerebbe che essi avessero deciso di mettere a frutto la loro notorietà per acquisire una qualche forma di potere, per ottenere dei benefici economici o per esercitare una certa influenza sulla società.

Solo a queste condizioni potrebbero eventualmente configurarsi, a livello nazionale o internazionale,specifici doveri a carico degli atleti di vertice (ad es., con l’applicazione di standard di comportamento più elevati rispetto a quelli richiesti agli altri, l’aggravamento delle sanzioni previste nel caso di illeciti disciplinari o la valutazione più rigorosa delle loro condotte in sede di giudizio)[94]. Un trattamento parzialmente diverso delle star rispetto alla generalità degli sportivi potrebbe essere giustificato, da un lato, dalla loro condizione di “eroi moderni” (spesso idealizzati, se non addirittura divinizzati dal pubblico)[95], di idoli che travalicano i confini tra le culture assurgendo a modelli di vita universali[96], e, dall’altro, dagli ingenti guadagni che traggono dallo sfruttamento commerciale della loro immagine (sia essa autentica o costruita a tavolino in base a una precisa strategia di marketing), trasformandola in un brand ad alta redditività[97]. Naturalmente, affinché tali doveri, propriamente giuridici anche quando le loro violazioni siano sanzionate solo sul piano disciplinare, possano risultare compatibili con i principi dello Stato liberale non potrebbero mai riferirsi alla sfera del pensiero, ma soltanto a quella dell’azione, dovrebbero essere ragionevolmente proporzionati ai benefici ottenuti in termini di potere politico, profitto economico e/o prestigio sociale e graduati a seconda della popolarità del soggetto e della gravità delle infrazioni (ad es., quando esse possano contribuire, direttamente o indirettamente, a mettere a rischio la vita o la salute delle persone).

Certo è che l’opportunità di introdurre norme di questo genere andrebbe attentamente valutata all’interno dei singoli ordinamenti, alla luce dei rispettivi principi costituzionali e dei vincoli internazionali, bilanciando accuratamente i diversi interessi in gioco, adottando tutte le cautele necessarie per garantire la libertà e l’eguaglianza degli individui ed evitando scelte avventate, che possano creare più problemi di quanti ne risolvano.

 

 

 

 

7. Vincitori e vinti

 

A conclusione di questa complessa vicenda, con molteplici sfaccettature che hanno attirato l’attenzione dei commentatori e del pubblico e che offrono ricchi di spunti di riflessione in campo sia giuridico sia etico, usando il linguaggio dello sport si potrebbe dire che ad oggi:

a)              ha vinto la politica, che è riuscita a far prevalere le proprie ragioni utilizzando tutti gli strumenti messi a disposizione dall’ordinamento australiano per assicurare l’osservanza degli obblighi vaccinali degli immigrati e controllare gli accessi alla frontiera a tutela della salute e del buon ordine della comunità nazionale (e forse anche a sostegno di una linea rigorista con potenziali ritorni elettorali);

b)             ha pareggiato il diritto, che, grazie a un efficace controllo giudiziario, ha saputo riaffermare principi e diritti lesi dalle scelte dei legislatori e dagli atti delle amministrazioni, ma che ha poi dovuto cedere alla forza di norme e provvedimenti ad alto tasso di discrezionalità politica e amministrativa (e non privi di pericolose conseguenze sul piano teorico e pratico);

c)              ha perso il tennis, che in occasione di uno dei suoi principali appuntamenti internazionali è stato a lungo oscurato dal dibattito su una questione di indubbio interesse politico-mediatico, ma di scarso interesse sportivo (fatto, questo, di cui si sono lamentati diversi giocatori prima, durante e dopo il torneo)[98].

La speranza è che, finita l’emergenza della pandemia da CoViD-19, che ha causato un altissimo numero di morti e ha costretto molti Paesi ad adottare misure eccezionali di politica sanitaria e di controllo dell’immigrazione, si torni presto alla normalità ripristinando i diritti e le libertà dei cittadini, ormai da troppo tempo sacrificati, e garantendo il rispetto dei principi costituzionali chiamati a governarne gli equilibri. E che, posatasi finalmente la polvere del “caso Djokovic”, questo meraviglioso sport, con una storia plurisecolare di epiche sfide[99], con grandi campioni largamente seguiti e profondamente amati dal pubblico[100] e con oltre un miliardo di appassionati in tutto il mondo[101], torni a far parlare di sé con le gesta dei suoi protagonisti anziché con le dichiarazioni dei politici e con le sentenze dei giudici.

 

 

 

 

Abstract:Il numero uno del tennis mondiale, Novak Djokovic, è stato respinto al suo arrivo in Australia all’inizio del 2022, non essendo vaccinato contro il CoViD-19. La sua espulsione è stata disposta dal governo federale per tutelare “la salute e il buon ordine” della comunità australiana, non perché egli fosse potenzialmente contagioso, ma per le sue dichiarate opinioni no vax e per alcune sue precedenti condotte poco rispettose delle prescrizioni volte a contenere il virus. Alla base della decisione c’è l’idea che i campioni dello sport abbiano una “speciale responsabilità” rispetto agli altri individui – soprattutto in situazioni di emergenza come una pandemia – per la particolare influenza che esercitano le loro parole e le loro azioni. La vicenda, divenuta un “caso politico” in ragione della popolarità del personaggio e delle polemiche che ha innescato, solleva delicate questioni giuridiche che mettono in gioco valori costituzionali comuni a tutto il mondo occidentale.

 

World tennis number one, Novak Djokovic, was refused entry to Australia in early 2022 for not being vaccinated against CoViD-19. His expulsion was ordered by the federal government to protect the ‘health and good order’ of the Australian community, not because he was potentially contagious, but because of his stated no-vaccination views and some of his previous conduct in disregard of the requirements to contain the virus. Underlying the decision is the idea that sports champions have a ‘special responsibility’ compared to other individuals – especially in emergency situations such as a pandemic – because of the great power of influence exerted by their words and actions. The affair, which has become a ‘political case’ due to the character's popularity and the controversy it has triggered, raises delicate legal questions challenging constitutional values common to the entire Western world.

 

Keywords: figure pubbliche, celebrità, responsabilità, etica pubblica, etica dello sport,  pandemia, vaccinazione, giusto procedimento, immigrazione

 

public figures, celebrity, responsibility, public ethics, sports ethics, pandemic, vaccination, procedural fairness, immigration

 


* Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1]Federal Circuit and Family Court of Australia (FCFCA), Division 2, Melbourne, Novak Djokovic v Minister for Home Affairs, Affidavit of Natalie Bannister, in https://www.fcfcoa.gov.au/migration-law/online-file/djokovic,6 January 2022, Ann A, p. 6.

Il Temporary Activity visa (subclass GG-408) è un visto per motivi di lavoro rilasciato dal Ministero degli Affari Interni australiano, della durata massima di 4 anni, che consente l’ingresso e la permanenza in Australia, ai sensi della sezione 29 del Migration Act 1958 (Cth), per svolgere un’attività temporanea o partecipare a un evento supportati dal Governo australiano.

[2]Cfr. la clausola 408.611, Schedule 2 to the Migration Regulations 1994 (Cth). 

[3]FCFCA, Novak Djokovic v Minister for Home Affairs, cit., Affidavit of Novak Djokovic, 7 January 2022, Ann ND-4 (Exemption Certificate), p. 15. All’esito di un tampone molecolare eseguito il 16 dicembre 2021 presso l’Istituto di Salute Pubblica della Repubblica di Serbia, Djokovic era infatti risultato positivo al SARS-CoV-2, pur non accusando sintomi, mentre due successivi test, effettuati il 22 e il 23 dicembre 2021, ne avevano certificato la guarigione.

[4] ATAGI expanded guidance on acute major medical conditions that warrant a temporary medical exemption relevant for Covid-19 vaccines, emanato il 29 settembre 2021; ATAGI advice on the definition of fully vaccinated, emanato il 26 novembre 2021 e integrato il 14 dicembre 2021.

[5]FCFCA, Novak Djokovic v Minister for Home Affairs, cit., Affidavit of Novak Djokovic, cit., Ann ND-5, p. 17.

[6] FCFCA, Novak Djokovic v Minister for Home Affairs, cit., Affidavit of Natalie Bannister, 7 January 2022, Ann NB-3 (Decision Record), pp. 37-45, dove il delegato del Ministero afferma che Djokovic non avrebbe fornito prova di una “controindicazione medica attestata dal suo medico curante”, necessaria per entrare in Australia senza vaccinazione ai sensi del Biosecurity Act 2015 (Cth) e della Biosecurity (Entry Requirements – Human Coronavirus with Pandemic Potential) Determination 2021 (Cth). Cfr. ATAGI expanded guidance, cit.; ATAGI advice, cit., pp. 3-4, dove, pur riconoscendo che una precedente infezione da SARS-CoV-2 “riduce il rischio di reinfezione per almeno sei mesi”, e che l’immunità naturale provocata dalla malattia “è equiparata alla vaccinazione completa in molti Paesi europei”, si afferma che per essere considerati completamente vaccinati (fully vaccinated) in Australia è richiesta la vaccinazione con due dosi di vaccini approvati, secondo il programma raccomandato, giacché “una precedente infezione da SARS-CoV-2 non costituisce una controindicazione alla vaccinazione” (is not a contraindication to vaccination).

[7] V. le lettere inviate al CEO di Tennis Australia e Direttore degli Australian Open Craig Tiley dalla funzionaria del Ministero della Salute australiano Lisa Shofield il 18 novembre 2021 e dal Ministro della Salute australiano Greg Hunt il 29 novembre 2021.

[8] Sul concetto di “medical contraindication” – su cui si è a lungo disputato nel corso del giudizio davanti alla FCFCA di Melbourne – v. ATAGI, Australian Immunisation Handbook, Australian Government Department of Health, Australian Government Department of Health and Aged Care, Canberra 2022, in http://immunisationhandbook.health.gov.au/technical-terms#contraindication (edited 11 June 2018) (consultato il 15 settembre 2022), dove si definisce “contraindication” in materia di vaccini “a medical condition or risk factor in a recipient/person that makes receiving a specific vaccine potentially harmful”.

[9] V. le dichiarazione della madre Dijana del 9 gennaio 2022 sulle pessime condizioni di detenzione del figlio (accompagnate da manifestazioni di solidarietà dei tifosi nelle strade di Melbourne e di Belgrado) e quelle del Presidente della Repubblica Serba Aleksander Vučić, il quale ha assicurato che il suo Paese avrebbe fatto tutto il possibile per aiutarlo, in primis chiedendo alle autorità australiane di trasferirlo dallhotel in cui era detenuto, da lui descritto come “infame nel senso proprio del termine”.

[10] V., per tutti, R. Hemingway, Novak Djokovic facing claims he made false statement on his Travel Declaration to gain entry to Australia, in Eurosport, 11 January 2022; Y. Zhuang, Djokovic Admits False Statement on Australia Travel Document, in The New York Times, 11 January 2022 (updated 15 January 2022); A. Galloway – P. Sakkal, Djokovic gets another day in Australia but faces investigation over travel form, in The Age, 12 gennaio 2022, secondo cui nell’ATD Djokovic avrebbe dichiarato di non avere viaggiato nei 14 giorni precedenti il suo arrivo in Australia, mentre da alcuni video postati sui social network risulterebbe che dal 31 dicembre 2021 fino almeno al 2 gennaio 2022 egli avrebbe soggiornato a Marbella, in Spagna.

[11] V. l’inchiesta di M. Hoppenstedt – J. Meyn, Where the Results of a Positive PCR Test Manipulated?, pubblicata sul settimanale tedesco Der Spiegel dell’11 gennaio 2022, che ha evidenziato alcune incongruenze nei numeri seriali dei test eseguiti dall’atleta tra il 16 e il 23 dicembre 2021; ma v. la deposizione in giudizio della Prof. Verica Jovanovic del 12 gennaio 2022, che ne ha ribadito la correttezza.

[12] V., specialmente, P. Karp, Novak Djokovic timeline: what did he say then and now about his positive Covid result?, in The Guardian, 12 January 2022, secondo cui sia durante l’interrogatorio dell’Australian Border Force sia nella deposizione giurata davanti alla FCFA Djokovicavrebbe dichiarato che la positività al SARS-CoV-2 gli era stata diagnosticata il 16 dicembre 2021, salvo poi precisare in un post su Instagram di avere ricevuto la notizia della positività del test il 17 dicembre 2021.

[13] V. T. Carayol – C. Knaus, Djokovic pictured maskless at public event one day after positive Covid test, in The Guardian, 8 January 2022, secondo cui, dai post pubblicati dallo stesso Djokovic su Twitter, Facebook e Instagram, risulterebbe che il 16 dicembre 2021 egli avrebbe partecipato a un evento commemorativo a Belgrado per la stampa di un francobollo con una sua immagine, il 17 dicembre si sarebbe recato alla TSB Teniski savez Beograda (Associazione Tennis di Belgrado) per una premiazione di giovani tennisti, il 18 dicembre, sempre a Belgrado, avrebbe concesso un’intervista con servizio fotografico al giornale francese “L’Equipe” e il 25 dicembre sarebbe stato fotografato nelle strade di Belgrado in violazione dell’obbligo di quarantena per 14 giorni dalla diagnosi di positività al SARS-CoV-2.

[14]Orden INT/965/2021, de 15 de septiembre, por la que se modifica la Orden INT/657/2020, de 17 de julio, por la que se modifican los criterios para la aplicación de una restricción temporal de viajes no imprescindibles desde terceros países a la Unión Europea y países asociados Schengen por razones de orden público y salud pública con motivo de la crisis sanitaria ocasionada por la COVID-19, in forza del quale dal 20 settembre 2021 si poteva fare ingresso in Spagna provenendo dalla Serbia solo se completamente vaccinati o in possesso di un’esenzione, e previa compilazione di un apposito formulario.

[15] Artt. 136.1(1) (False or misleading statements in applications), 137.1(1) (False or misleading information) e 137.2(1) (False or misleading documents), Criminal Code Act 1995.

[16] Art. 137.1A(1) (Aggravated offence for giving false or misleading information), Criminal Code Act 1995.

[17]ATPTM, The 2022 ATP® Official Rulebook, ATP Tour, 2022, Part VIII, The Code, Section 8.05, Player Major Offenses/Procedures, A. Offenses, 2) Conduct Contrary to the Integrity of the Game, letters b) and e).

[18] Art. 248 (Nepostupanje po zdravstvenim propisima za vreme epidemije – Azioni contrarie alla disciplina della salute nel corso di epidemie), Krivični Zakonik (Codice penale).

[19] Artt. 53.1.g) (Infracciones graves) e 55.1.b) (Sanciones), Ley Orgánica 4/2000, de 11 de enero, sobre derechos y libertades de los extranjeros en España y su integración social, modificati dalla Ley Orgánica 2/2009, de 11 de diciembre.

[20]The Hon Alex Hawke MP, Statement regarding Mr Djokovic, 14 January 2022.

[21]The Hon Alex Hawke MP, Statement of Reasons, 14 January 2022.

[22] V. la dichiarazione del Primo Ministro australiano Scott Morrison del 16 gennaio 2022, il quale ha ribadito che “il divieto dura per un periodo di tre anni, ma c’è la possibilità di tornare nelle giuste circostanze, e questo sarà considerato al momento”.

[23] V. la dichiarazione “a caldo” di Djokovic che, pur essendo “estremamente deluso” dalla sentenza, ha detto: “Rispetto la decisione del tribunale e collaborerò con le autorità in relazione alla mia partenza dal Paese”.

[24]The Hon Andrew Giles MP, Statement regarding Mr Djokovic, 17 November 2022, in https://minister.homeaffairs.gov.au/AndrewGiles/Pages/statement-regarding-mr-djokovic-15112022.aspx (consultato il 17 novembre 2022).

[25] V., ad es., la dichiarazione giurata, agli atti del giudizio davanti alla FCFCA, di una donna, definita dalla stampa australiana come “agente di Novak Djokovic“, il cui nome è stato cancellato dal documento diffuso dalla Corte, che si è assunta la piena responsabilità dell’errore nella compilazione dell’ATD, con riferimento alla domanda se il tennista avesse viaggiato nei 14 giorni precedenti il volo per l’Australia, affermando di non essersi confrontata con lui sulla correttezza della risposta prima di presentare il formulario.

[26] V. la dichiarazione del Presidente della Repubblica Serba Aleksandar Vučićdel 16 gennaio 2016 che, commentando la notizia dell’espulsione di Novak Djokovic dall’Australia, ha osservato che così facendo “le autorità australiane hanno umiliato se stesse”, mentre il campione serbo “può tornare a testa alta nel suo Paese”.

[27] Cfr. FCFCA, Novak Djokovic v Minister for Home Affairs, cit., Judge A. Kelly, Order, File No. MLG35/2022, 10 January 2022, p. 2, Notation A.

[28] Così, per tutti, Chief Justice R.S. French, Procedural Fairness – Indispensable to Justice?, Sir Anthony Mason Lecture, The University of Melbourne Law School, Law Student’s Society, Melbourne, 7 October 2010, pp. 1 ss., in http://www.hcourt.gov.au (consultato il 20 settembre 2022), secondo cui la procedural fairness è parte del patrimonio culturale anglosassone (“It is deeply rooted in our law. It lies at the heart of the judicial function and conditions the exercise of a large array of administrative powers affecting the rights, duties, privileges and immunitiesof individuals and organisations. As a normative marker for decision-making it predates by millennia the common law of England and its voyage to the Australian colonies”).

[29] Sul rule of lawcome valore fondante del diritto inglese, radicato nell’idea aristotelica di governo delle leggi (Aristotele, Politico, 1282b, Retorica, 1354b) e nel principio del governo attraverso “established standing Laws, promulgated and known to the People”, elaborato da John Locke (Two Treatises of Government, 1689, §§135-137), v. il classico contributo di A.V. Dicey, Introduction to the Study of the Law of the Constitution, London 1885. Sulla sua storia, il suo valore, i suoi significati e le sue criticità, v., ex plurimis, F.A. von Hayek, The Road to Serfdom, London 1944; The Constitution of Liberty, Chicago 1960; Rules and Order, vol. I, Law, Legislation and Liberty, Chicago 1973; L. Fuller, The Morality of Law, New Haven 1964; J. Raz, The Rule of Law and its Virtue (1977), in Id., The Authority of Law, Oxford 1979; R. Dworkin, Political Judges and the Rule of Law, in Id., A Matter of Principle, Cambridge (MA) 1985, pp. 9-32; B. Tamanaha, On the Rule of Law: History, Politics, Theory, Cambridge 2004;T.H. Bingham, The Rule of Law, London 2010.

[30] Sulla natural justice come principio generale del diritto e sui suoi rapporti con la procedural fairness negli ordinamenti giuridici anglosassoni, v., ex multis,G. Maher, Natural Justice as Fairness, in N. MacCormick – P. Birks (Eds.), The Legal Mind. Essays for Tony Honoré, Oxford 1986; I. Holloway, Natural Justice and the High Court of Australia. A Study in Common Law Constitutionalism, Aldershot 2002; P. Craig, Natural Justice: Hearings; Natural Justice: Bias and Independence [chs. 12-13], in Administrative Law, 6th ed., London 2008, pp. 371-436; M.I. Aronson – B.D. Dyer – M. Groves, Procedural Fairness: The Scope of the Duty; The Hearing Rule; The Rule Against Bias [chs. 7–9], in Judicial Review of Administrative Action, 4th ed., Sydney 2009, pp. 403-711; D.P. Jones – A.S. de Villars, Natural Justice and the Duty to be Fair: Historical Development and General Principles; The Duty to be Fair: Audi Alteram Partem; The Duty to be Fair: The Rule against Bias [chs. 8–10], in Principles of Administrative Law, 5th ed., Toronto 2009.

[31] Sulle finalità (rationale) della procedural fairness, v., specialmente, Chief Justice R.S. French, Procedural Fairness, cit., pp. 1-3, che ne propone un inquadramento alla luce della tassonomia proposta da I. Holloway, Natural Justice and the High Court of Australia, cit., pp. 286-294.

[32] Sull’argomento, v., per tutti, Chief Justice R.S. French, Procedural Fairness, cit., pp. 3-23.

[33]S. de Smith – R. Brazier, Constitutional and Administrative Law, 8th ed., London 1998, p. 573.

[34] Sulla fairness e il fair play quali principi informatori del procedimento amministrativo anglosassone, v., per tutti, G. Maher, Natural Justice as Fairness, cit., pp. 103 ss.

[35] V. la dichiarazione del Primo Ministro australiano Scott Morrison del 5 gennaio 2022 – in linea con quella rilasciata poche ore prima dal Ministro degli Affari Interni Karen Andrews –, secondo cui“chiunque cerchi di entrare in Australia deve rispettare i nostri requisiti di frontiera. Ora, Novak Djokovic, quando arriva in Australia, se non è vaccinato deve fornire una prova accettabile che non può essere vaccinato per motivi medici per poter accedere alle stesse condizioni di viaggio dei viaggiatori completamente vaccinati. Stiamo aspettando quindi spiegazioni e che ci fornisca prove a sostegno. Se queste prove saranno insufficienti, allora non sarà trattato in modo diverso da nessun altro e tornerà a casa con il primo aereo. Non ci saranno regole speciali per Novak Djokovic. Assolutamente nessuna”.

[36] V. la dichiarazione del Ministro del Lavoro dello Stato di Victoria Jaala Pulford del 5 gennaio 2022, contenuta in un post su Twitter: “Il governo federale ha chiesto se sosterremo la richiesta di visto di Novak Djokovic per entrare in Australia. Non forniremo a Novak Djokovic il supporto individuale per la richiesta del visto per partecipare agli Australian Open 2022. Siamo sempre stati chiari su due punti: l’approvazione dei visti è una questione per il governo federale e le esenzioni mediche sono una questione per i medici”.

[37]V. infra, note 42 e 43.

[38] V. la lettera inviata dal Chief Health Officer del Ministero della Salute dello Stato di Victoria al Chief Medical Officer di Tennis Australia il 2 dicembre 2021, nella quale, pur osservando che il problema di come trattare gli individui guariti dalla malattia era all’epoca “ancora aperto” (a live one), si riteneva che tra le “ragioni mediche” (medical reasons) per cui un giocatore non potesse ricevere alcun vaccino approvato per il CoViD-19 rientrasse anche la “malattia acuta” (acute medical illness).

[39]Directions from Chief Health Officer in accordance with emergency powers arising from declared state of emergency, 10th December 2021 – Victorian Border Crossing Permit Directions (No 44), pursuant to Public Health and Wellbeing Act 2008 (Vic), Section 200. Nello Stato di Victoria le materie della salute pubblica e della quarantena sono ad oggi disciplinate dal Public Health and Wellbeing Act 2008 (Vic).

[40] V. l’intervista rilasciata dal tennista serbo all’emittente televisiva BBC News il 15 febbraio 2022, nel corso della quale illustra le ragioni della propria scelta di non vaccinarsi contro il CoViD-19, affermando di ritenere i principi di libertà in materia di “decisione sul proprio corpo (decision-making on my body) più importanti di qualsiasi titolo, o di qualsiasi altra cosa”.

[41] V. la dichiarazione del Ministro degli Affari Interni australiano Karen Andrews del 5 gennaio 2022, secondo cui “qualunque cosa Tennis Australia e il Governo del Victoria hanno potuto decidere su un giocatore non vaccinato presente al torneo, sarà il Governo federale a far rispettare i nostri requisiti al confine australiano”.

[42] Cfr. FCFCA, Novak Djokovic v Minister for Home Affairs,cit., Respondent’s Written Submissions, 9 January 2022, p. 11, § 64, dove si osserva che non esiste alcuna “assicurazione all’entrata di un non cittadino in Australia”; piuttosto, “ci sono criteri e condizioni per l’entrata e ragioni per il rifiuto o la cancellazione di un visto”.

[43]Section 51. Legislative powers of the Parliament: “The Parliament shall, subject to this Constitution, have power to make laws for the peace, order, and good government of the Commonwealth with respect to: (ix) quarantine; (xxvii) immigration and emigration”.

Section 61. Executive power: “The executive power of the Commonwealth is vested in the Queen and is exercisable by the Governor-General as the Queen's representative, and extends to the execution and maintenance of this Constitution, and of the laws of the Commonwealth.

Sull’argomento v., specialmente, C. Reynolds, Quarantine in times of emergency: the scope of s 51(ix) of the Constitution, in J Law Med, 12(2) (2004), pp. 166-177; S. Brenker, An Executive Grab for Power During COVID-19?, in Australian Public Law (2020),con relativi riferimenti giurisprudenziali.

[44]Section 106. Saving of Constitutions: The Constitution of each State of the Commonwealth shall, subject to this Constitution, continue as at the establishment of the Commonwealth, or as at the admission or establishment of the State, as the case may be, until altered in accordance with the Constitution of the State”.

Section 107. Saving of power of State Parliaments: “Every power of the Parliament of a Colony which has become or becomes a State, shall, unless it is by this Constitution exclusively vested in the Parliament of the Commonwealth or withdrawn from the Parliament of the State, continue as at the establishment of the Commonwealth, or as at the admission or establishment of the State, as the case may be”.

Section 108. Saving of State laws: “Every law in force in a Colony which has become or becomes a State, and relating to any matter within the powers of the Parliament of the Commonwealth, shall, subject to this Constitution, continue in force in the State; and, until provision is made in that behalf by the Parliament of the Commonwealth, the Parliament of the State shall have such powers of alteration and of repeal in respect of any such law as the Parliament of the Colony had until the Colony became a State”.

[45]Section 109. Inconsistency of laws: “When a law of a State is inconsistent with a law of the Commonwealth, the latter shall prevail, and the former shall, to the extent of the inconsistency, be invalid”.

[46] V. le affermazioni del giudice Anthony Kelly all’udienza del 10 gennaio 2022 davanti alla FCFA, riportate da diversi organi di stampa, il quale si è detto “preoccupato” (preoccupied) e “piuttosto inquieto” (somewhat agitated) per il fatto che il delegato del Ministero degli Affari Interni australiano non avesse accettato un documento di esenzione medica rilasciato al n. 1 al mondo del tennis maschile da un professore e medico altamente qualificato, con il supporto di una commissione indipendente di specialisti esperti nominata dallo Stato di Victoria.

[47] Sul legittimo affidamento (legitimate expectations) – inteso sia in senso procedurale (procedural legitimate expectation), quando un’autorità pubblica abbia indotto una persona interessata da una decisione ad aspettarsi ragionevolmente che venga seguita una determinata procedura prima che essa sia assunta, sia in senso sostanziale (substantive legitimate expectation), quando un’autorità pubblica abbia indotto una persona ad aspettarsi ragionevolmente che le sia concesso un vantaggio o un beneficio – come principio del diritto amministrativo europeo e anglosassone,collegato ai fondamentali principi di rule of law, legal certainty e natural justice, v., per tutti, C. Forsyth, The provenance and protection of legitimate expectations, in The Cambridge Law Journal, 47, 2 (1988), pp. 238-260; P.P. Craig, Substantive legitimate expectations and the principles of judicial review, in M. Andenas (Ed.), English Public Law and the Common Law of Europe, London 1998; M. Groves – G. Weeks, Legitimate Expectations in the Common Law World, Hart Studies in Comparative Public Law, London 2017, con ampi riferimenti dottrinali e giurisprudenziali.

[48]Migration Amendment (Character and General Visa Cancellation) Act 2014 (Cth).

[49]Federal Court of Australia, District of Victoria (FCA), Djokovic v Minister for Immigration, Citizenship, Migrant Services and Multicultural Affairs [2022] FCAFC3, file number: VID 18 of 2022, date of judgement: 16 January 2022, date of publication of reasons: 20 January 2022, in https://www.fedcourt.gov.au/services/access-to-files-and-transcripts/online-files/djokovic, Reasons for Judgement, pp. 4-8.

[50] Ibidem.

[51] Ibidem, dove si afferma che, in definitiva, “la questione è se il convincimento circa la situazione o la materia in discussione fosse irrazionale, illogico o non basato su constatazioni o inferenze di fatto supportate da motivi logici, cosicché non si possa dire che la conclusione fosse possibile o che il convincimento sia stato raggiunto logicamente o razionalmente sulla base del materiale disponibile”, configurandosi quindi come “ingiusto, arbitrario o capriccioso”.

[52] Ivi, pp. 8-9. In particolare, secondo la Corte, mentre le nozioni di “salute” (health) e di “sicurezza” (safety) non richiedono spiegazioni, essendo di per sé evidenti, l’espressione “buon ordine” (good order) contiene “un elemento di ordine pubblico, cioè richiede che vi sia qualche rischio che la presenza della persona nel territorio australiano possa perturbare la corretta amministrazione o l’osservanza della legge in Australia o creare difficoltà o turbative pubbliche in relazione ai valori, all’equilibrio e all’armonia della società australiana”.

[53]Section 133C(4): “The rules of natural justice, and the procedures set out in Subdivisions E and F, do not apply to a decision under subsection (3)”.

[54]The Hon Alex Hawke MP, Statement of Reasons, cit., D[11]-[12] e D[17].

[55] Ivi, D[24].

[56] Ivi, D[18]-[19] e D[22].

[57] Ivi, D[23].

[58] Così, per tutti, R. Jose, Melbourne readies to exit world’s longest COVID-19 lockdown, in Reuters, 21 October 2021; ma v., di recente, RMIT ABC Fact Check, Matthew Guy says Melbourne was the world’s most lockdown city. Is that correct?, in ABC News, 21 November 2022, dove si osserva che, in realtà, Melbourne è stata la seconda città con il più lungo lockdown al mondo dopo Iquique, in Cile (287 giorni).

[59]The Hon Alex Hawke MP, Statement of Reasons, cit., D[24].

[60] Ivi, cit., D[33]-[37].

[61] Ivi, cit., D[39]-[43].

[62]FCA, Djokovic v Minister for Immigration,cit., pp. 26-27.

[63] Sidis v. F-R Publ’g Corp., 113 F.2d 806 (2d Cir. 1940).

[64] Ibidem.

[65]Carlisle v. Fawcett Publ’ns, Inc., 20 Cal. Rptr. 405, 414 (Cal. Dist. Ct. App. 1962); Ann-Margret v. High Soc’y Magazine, Inc., 498 F. Supp. 401, 404 (S.D.N.Y. 1980); Douglass v. Hustler Magazine, Inc., 769 F.2d 1128, 1141 (7th Cir. 1985).

[66]Gertz v Robert Welch, Inc., 418 U.S. 323, 345 (1974), secondo cui i politici che raggiungono un alto grado di notorietà sono considerati “figure pubbliche a tutti gli effetti” in quanto “occupano posizioni di corrispondente potere persuasivo e di influenza”); Biskupic v. Cicero, 756 N.W.2d 649, 657 (Wis. Ct. App. 2008), in cui si afferma che un funzionario pubblico elettivo rimane una figura pubblica anche dopo la scadenza del suo mandato se, e nella misura in cui, le sue azioni continuino a essere circondate da una “perdurante pubblicità”.

[67] Waldbaum v. Fairchild Publications, Inc., 627 F.2d 1287 (D.C. Circ.), cert. denied, 449 U.S. 898 (1980).

Sulla possibilità che ad assumere la natura di public figure sia la stessa impresa, v. Reliance Insurance Co. v. Barron’s, U.S. District Court, S.D. New York, Nov. 18, 1977, 442 F. Supp. 1341 (S.D.N.Y. 1977).

[68]Flowers v. Carville, 310 F.3d 1118, 1119 (9th Cir. 2002), secondo cui lo stato di figura pubblica può essere acquisito anche “attirando l’attenzione dei media attraverso la pubblicizzazione di una presunta relazione con un personaggio politico di punta”.

[69] Sul punto, ampiamente discusso nella letteratura giuridica statunitense dell’ultimo decennio, v., tra i molti, M. Lafferman, Do Facebook and Twitter Make You a Public Figure?: How to Apply the Gertz Public Figure Doctrine to Social Media, in Santa Clara Computer and High Technology Law Journal, 29, 1 (2012), pp. 199 ss.; C. Batza, Trending Now: The Role of Defamation Law in Remedying Harm from Social Media Backlash, in Pepperdine Law Review, 44 (2017), pp. 429 ss., con relativi riferimenti giurisprudenziali.

[70]Thompson v. Curtis Publ’g Co., 193 F.2d 953, 954 (3d Cir. 1952), dove si afferma che un inventore diventa una figura pubblica dopo avere brevettato un’invenzione, allo stesso modo di uno scrittore dopo avere pubblicato un’opera; Carlisle v. Fawcett Publ’ns, Inc., 20 Cal. Rptr. 405, 414 (Cal. Dist. Ct. App. 1962).

[71] Molony v. Boy Comics Publishers, 98 N.Y.S.2d 119 (N.Y. App. Div. 1950); Stryker v. Republic Pictures Corp., 238 P.2d 670, 672 (Cal. Dist. Ct. App. 1951).

[72] Gertz, cit., 323, 345, in cui si osserva che “Ipoteticamente, sarebbe possibile per qualcuno diventare una figura pubblica per effetto di un’azione non intenzionale, ma i casi di figure pubbliche realmente involontarie sono estremamente rari”.

[73] Rosanova v. Playboy Enters., 580 F.2d 859, 860-61 (5th Cir. 1978); Marcone v. Penthouse Int’l Magazine for Men, 754 F.2d 1072, 1085 (3d Cir. 1985), dove si afferma che “Sebbene l’attività criminale, in sé, non sia suscettibile di creare uno status di figura pubblica, una simile attività può tuttavia rappresentare un elemento in un insieme di fattori che portano a tale classificazione”.

[74] Gertz, cit., 345; Hutchinson v. Proxmire, 443 U.S. 111 (1979), dove si afferma che un individuo può essere considerato una figura pubblica solo se si dimostri che egli abbia volontariamente partecipato ad attività pubbliche.

[75] New York Times Co. v. Sullivan, 376 U.S. 254, 270 (1964). Cfr., inoltre, St. Amant v. Thompson, 390 U.S. 727, 732–33 (1968); Masson v. New Yorker Magazine, Inc., 501 U.S. 496, 517 (1991), in cui si afferma che il I Emendamento protegge la deliberata alterazione delle citazioni fintanto che essa “non determini un materiale cambiamento del significato veicolato dall’affermazione”; Harte-Hanks Commc’ns, Inc. v. Connaughton, 491 U.S. 657, 658 (1989), dove si ribadisce che qualora il ricorrente sia una figura pubblica “deve provare più di un estremo scostamento dagli standard professionali (…) allo scopo di fornire una base sufficiente per dimostrare il dolo” dell’autore.

[76] R.A. Epstein, Was New York Times v. Sullivan Wrong?, in The University of Chicago Law Review,53 (1986), pp. 782-817 ; O.R. Duhart, When Time Stands Still: An Argument for Restoring Public Figures to Private Status, in The Nova Law Review, 27 (2002), pp. 369-370; S. Yanisky-Ravid – B. Zion Lahav, Public Interest vs. Private Lives – Affording Public Figures Privacy in the Digital Era: The Three Principle Filtering Model, in The University of Pennsylvania Journal of Constitutional Law, 19, 4 (2017), pp. 995 ss.

[77] Sui fondamenti teorici di questa giurisprudenza, che affonda le radici nel pensiero liberale angloamericano, v., per tutti, R. Dworkin, The Coming Battles Over Free Speech, in The New York Review of Books, 11 June 1992, pp. 55-64, il quale distingue le ragioni della libertà di espressione in due gruppi: la “giustificazione strumentale”, basata sull’idea che “la politica ha più probabilità di scoprire la verità e di eliminare gli errori, o di produrre buone anziché cattive scelte, se la discussione politica è libera e senza inibizioni” e che “la libertà di espressione aiuta a proteggere il potere del popolo di autogovernarsi”; la “giustificazione costitutiva”, che riconosce il valore intrinseco della libertà di espressione “non solo in virtù delle sue conseguenze, ma perché è un elemento essenziale e ‘costitutivo’ di una società politica giusta, nella quale il governo tratta tutti i suoi membri adulti, ad eccezione degli incapaci, come agenti morali responsabili”, cioè dotati di un’autonoma capacità di decidere delle proprie opinioni e delle proprie convinzioni.

[78] Un attento confronto tra il sistema di tutela della privacy delle figure pubbliche negli Stati Uniti d’America e in Europa si trova in S.J. Shackelford, Fragile Merchandise: A Comparative Analysis of the Privacy Rights for Public Figures, in American Business Law Journal, 49 (2012), pp. 125 ss.

[79] J.Q. Whitman, The Two Western Cultures Of Privacy: Dignity Versus Liberty, in The Yale Law Journal 113 (2004), pp. 1151 ss.

[80] Un punto, questo, condiviso anche dalla giurisprudenza della Corte Suprema USA: v., per tutte, Time, Inc. v. Firestone, 424 U.S. 454 (1976), in cui la Corte rifiuta di definire controversia pubblica “qualsiasi controversia di interesse del pubblico” per la preoccupazione di includere nella categoria delle figure pubbliche una classe troppo ampia di persone; Wolston v. Reader’s Digest Ass’n, 443 U.S. 157, 167 (1979), dove si afferma che “un individuo privato non è automaticamente trasformato in una figura pubblica essendo semplicemente coinvolto o associato a un argomento che attira l’attenzione pubblica”).

[81] High Court of Australia, Theophanous v. Herald & Weekly Times (1994) 124 A.L.R. 1; Stephens v. West Australian Newspapers (1994) 124 A.L.R. 80. L’importanza delle libertà di espressione per la qualità del dibattito politico e il corretto funzionamento della democrazia rappresentativa era già stata sottolineata in Australian Capital Television Pty Ltd. v. Commonwealth of Australia (1992) 108 A.L.R. 577 e in Nationwide News Pty Ltd. v. Wills (1992) 108 A.L.R. 681.

[82] UK House of Lords, Reynolds v. Times Newspapers Ltd. (2001) 2 A.C. 127; New Zealand Court of Appeal, Lange v. Atkinson (2000) 3 N.Z.L.R. 385.

[83]Lange v. Australian Broad. Corp. (1997) 189 C.L.R. 520.

[84]Reynolds v. Times Newspapers Ltd., 2 AC 127 (HL); Jameel v. Wall Street Journal Europe Sprl (2006) UKHL 44; (2007) 1 AC 359.

[85] Defamation Act 1952, 1996 e 2013 nel Regno Unito; Defamation Act 1961 e 2009 in Irlanda; Defamation Act 1988 in Canada; Defamation Act 1992 in Nuova Zelanda.

[86] Con i suoi 88 titoli conquistati in tornei del circuito professionistico – di cui 21 Grande Slam, 5 Tennis Masters Cup / ATP Tour Finals, 38 Master Series / ATP Tour Master 1000, 14 ATP International Series Gold / ATP Tour 500 e 10 ATP International Series / ATP Tour 250 – e con 373 settimane di permanenza al vertice della classifica ATP (record assoluto di tutti i tempi), di cui 122 consecutive (quarta striscia più lunga di sempre), Novak Djokovic è uno dei giocatori che hanno vinto di più nella storia del tennis.

[87] V. i numerosi progetti della Novak Djokovic Foundation per l’educazione dei bambini e le ingenti donazioni a favore di enti di beneficenza e sistemi sanitari pubblici in vari Stati europei, anche durante la pandemia.

[88] Il 26 aprile 2011 Novak Djokovic ha ricevuto il passaporto diplomatico della Repubblica di Serbia, consegnato dal Ministro degli Esteri Vuk Jeremi ai tennisti e alle tenniste dei team di Coppa Davis e di Federation Cup. Il 30 agosto 2011 egli è stato inoltre nominato Ambasciatore dell’UNICEF Serbia e il 26 agosto 2015 è diventato Goodwill Ambassador dell’UNICEF, ruolo che ha ricoperto fino al mese di maggio 2020.

[89] V., specialmente, art. 19, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Parigi, 10 dicembre 1948); art. 10, Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4 novembre 1950); art. 19, Patto internazionale sui diritti civili e politici (New York, 16 dicembre 1966); art. 11, Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Nizza, 7 dicembre 2000).

[90] Sul concetto di Stato etico (sittlicher Staat) v. le fondamentali riflessioni di G.W.F. Hegel, Grundlinien der Philosophie des Rechts (1820), Berlin 1821 [tr. it. G. Marini (a cura di), Lineamenti di filosofia del diritto, 5a ed., Roma-Bari 2005], secondo cui “lo Stato è la realtà dell’idea etica, – lo spirito etico, inteso come volontà sostanziale” (Werke 7, § 257, pp. 413-14).

Sulle implicazioni politiche del concetto ai fini della realizzazione dello Stato corporativo e, in ultima analisi, dello Stato fascista, v. G. Gentile, I fondamenti della filosofia del diritto (1916), 3a ed., Firenze 1937; Id., Genesi e struttura della società. Saggio di filosofia pratica (1943, 1a ed. 1946), 5a ed., Firenze 1994, dove si afferma che lo Stato non è una realtà empirica, ma la forma concreta di esistenza di un popolo, cioè il “volere comune e universale” nel suo svolgimento che diventa realtà spirituale o forma dello spirito nella sua universalità (pp. 57 ss.). Se l’essenza dello Stato etico è la creazione di una “comunità spirituale” tra individui e generazioni, la sua forma più compiuta è quella dello Stato fascista, in quanto Stato “totalitario”, cioè sintesi di ogni valore e volontà del popolo, perché dà forma alla coscienza e alla volontà universale dell’uomo nella sua esistenza storica (Id., Politica e cultura, a cura di H.A. Cavallera, vol. I, Firenze 1990, pp. 395 ss.).

[91] Sull’atleta come figura pubblica e sulle conseguenze che possono derivarne, alla luce della giurisprudenza statunitense in materia, v., specialmente, R.M. Wise, The Athlete as Public Figure in Light of Gertz v. Robert Welch, Inc., or Torts in Sport: The Role of the Courts, in Hastings Communications and Entertainment Law Journal, 6, 2, 3 (1983), pp. 325-368.

[92] V., ad es., il Leader RepTrak 2011, pubblicato dal Reputation Institute (oggi RepTrak) di Boston (MA), che ha valutato la reputazione delle principali personalità al mondo nel campo della politica, dell’economia, della cultura e dello sport mediante uno studio globale condotto in 25 Paesi su un campione di oltre 50.000 persone, nel quale il tennista Roger Federer è risultato secondo alle spalle di Nelson Mandela e davanti a figure del calibro di Bill Gates, Steve Jobs, Oprah Winfrey e Bono Vox. Gli altri sportivi presenti nella lista sono stati il giocatore di baseball Derek Jeter (16°), il giocatore di basket Lebron James (23°) e il calciatore David Beckham (24°).

[93] Così, per tutte, Gertz, cit., 344-345 e 351-352, in cui si afferma che le public figures possono assumere varie gradazioni: quando la notorietà della persona è molto elevata ed essa ha volontariamente scelto di esporsi sulla scena pubblica, acquisendo uno status e un potere che le consentono di  contrastare efficacemente eventuali critiche, si parla di general-­purpose (o all-purpose o general) public figure; quando la sua notorietà è circoscritta a un determinato ambito o essa ha scelto di esporsi pubblicamente su una specifica questione nel tentativo di influenzarne l’esito, ma senza acquisire uno status o un potere particolari, si parla di limited-­purpose public figure; quando invece essa non gode di alcuna particolare notorietà, ma ha assunto forzatamente una posizione pubblica su una determinata questione o ha acquisito casualmente una certa visibilità, si parla di involuntary public figure, una condizione considerata comunque “estremamente rara” (exceedingly rare) (v. supra, nota 70).

[94] Il codice di condotta degli atleti e il relativo sistema sanzionatorio si trovano: a) a livello internazionale, nel Codice etico del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e nelle normative a esso collegate (Carta Olimpica, Codice Mondiale Anti-Doping, Codice del Movimento Olimpico sulla prevenzione della manipolazione delle competizioni ecc.), nonché nei Regolamenti delle Federazioni Internazionali relativi alle singole discipline; b) a livello nazionale, nei Codici di comportamento e nei Codici di giustizia sportiva adottati dai Comitati Olimpici Nazionali (in Italia, il CONI) con riferimento a tutte le attività sportive e dalle Federazioni Nazionali con riferimento alle singole discipline.

[95] Sul processo di “divinizzazione” dei campioni dello sport, con particolare riguardo al mondo del tennis, v. il famoso articolo di D.F. Wallace, Roger Federer as Religious Experience, in The New York Times Magazine, 20th August 2006[tr. it. Federer come esperienza religiosa, in D.F. Wallace, Il tennis come esperienza religiosa, Torino 2012, pp. 41 ss.].

[96] Sul ruolo sociale dei campioni dello sport, v., per tutti, J.A. Maguire, The social construction and impact of champions, in Sport in Society, 12, 9 (2009), pp. 1250-1264; Id., Social Sciences in Sports, Champaign (IL) 2014, pp.101-103, in linea con le tesi di J. Huizinga, Homo ludens: Versuch einer Bestimmung del Spielelements der Kultur (1938) [tr. it. Homo ludens, Torino 2002], secondo cui essi non sono semplicemente degli individui di talento nell’ambito di una disciplina sportiva, ma appaiono come dei veri e propri “eroi moderni”, delle creazioni idealizzate che incarnano i valori più alti della società e contribuiscono a unificarla fornendo ispirazione, motivazione, direzione e significato alla vita delle persone e della comunità.

[97] V. le classifiche degli sportivi più pagati al mondo (molti dei quali sono riusciti a ottenere grandi successi anche nel mondo dell’imprenditoria, grazie alle risorse e alla notorietà acquisite durante la carriera sportiva), pubblicate periodicamente da Forbes e da altre riviste specializzate.

Sul sistema economico-mediatico collegato al circuito del tennis professionistico v., specialmente, D.F. Wallace, Democracy and Commerce at the U.S. Open, in The New York Times Magazine – Tennis, September 1996 [trad. it. Democrazia e commercio agli US Open, in D.F. Wallace, Il tennis come esperienza religiosa, Torino 2012, pp. 3 ss.].

[98] V., per tutte, le dichiarazioni del campione britannico Andy Murray nella conferenza stampa del 12 gennaio 2022, secondo cui vicende del genere sono “frustranti per i giocatori perché io voglio venire qui a parlare del mio tennis e non di situazioni come questa”, e quelle del campione spagnolo Rafael Nadal nell’intervista rilasciata alla CNN il 15 gennaio 2022, in cui ha ribadito di essere “semplicemente un giocatore che vede questo circo da fuori”, ma di esserne “abbastanza stanco”, ritenendo che esso “sia durato anche troppo”; e, pur augurando a Novak “tutto il meglio” in questa storia, ha concluso, “voglio solo giocare a tennis”.

[99] Sulla storia del tennis, i suoi miti, i suoi valori e le sue implicazioni sociali e culturali, v. il classico volume di G. Clerici, 500 anni di tennis (1974), Milano 2013; nonché, più di recente, R.J. Lake, Routledge Handbook of Tennis. History, Culture and Politics, London 2019.

[100] Sui campioni del tennis, le loro storie, i loro caratteri e le loro sfide, v., tra i molti, M. Geddes, Grand Slam. An Anthology of Tennis Champions, Dallas (TX) 2015;R. Evans, The History of Tennis. Legendary Champions. Magical Moments, Milano 2021, a cui si possono aggiungere le biografie e le autobiografie dei vari giocatori (tra le quali spicca il grande successo editoriale di A. Agassi, Open. An Autobiography, New York 2009, scritto in collaborazione con il giornalista J.R. Moheringer) e le numerose opere cinematografiche loro dedicate (tra cui i film Battle of the Sexes,2017, regia di Valerie Faris e Jonathan Dayton, sulla “rivoluzionaria” partita disputata nel 1973 tra la campionessa del tennis femminile Billie Jean King e l’ex campione del tennis maschile Bobby Riggs; Borg McEnroe, 2017, regia di Janus Metz Pedersen, sulla storica rivalità tra il freddo svedese Bjorn Borg e l’impulsivo statunitense John McEnroe; King Richard, 2021, regia di Reinaldo Marcus Green, sulla vita del padre-allenatore delle campionesse statunitensi Venus e Serena Williams; e la docuserie Una squadra, 2021, regia di Domenico Procacci, sulle vicende della squadra italiana di Coppa Davis, formata da Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Adriano Panatta e Antonio [“Tonino”] Zugarelli, che ha dominato la scena mondiale dal 1976 al 1980).

[101] Secondo il Global Tennis Report 2019, il più grande studio mai realizzato sullo stato del tennis nel mondo, pubblicato dall’International Tennis Federation (ITF), questo sport è praticato pressoché ovunque, con grande coinvolgimento da parte di atleti di tutte le fasce di età e di entrambi i generi. I dati raccolti in 195 Paesi con il contributo delle federazioni nazionali mostrano infatti che i giocatori di tennis corrispondono all’1,17% della popolazione mondiale, pari a circa 87 milioni di persone (di cui il 53% uomini e il 47% donne), distribuiti in 71.263 club in 32 nazioni, con 489.135 campi e 163.548 coach (di cui uno su cinque è donna). Nella seconda edizione, pubblicata nel 2021, la percentuale dei giocatori nei 41 Paesi oggetto dell’indagine (nei quali si trova il 90% degli atleti, dei coach, dei club e dei campi del mondo) è salita all’1,71%, con una crescita del 4,5% rispetto al precedente rilevamento (e a fronte di un obiettivo di 120 milioni di giocatori entro il 2030).

A questi numeri si devono aggiungere quelli relativi agli spettatori dei grandi eventi del tennis a livello globale, sia quelli dal vivo sia quelli in televisione e sulle piattaforme digitali, calcolati in oltre 1 miliardo all’anno (cfr. i dati sull’audience del tennis mondiale pubblicati sui siti internet dell’ATP – Association of Tennis Professionals per il tennis maschile e del WTA – Women Tennis Association per il tennis femminile).

Giampieretti Marco



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