Le nuove forme della partecipazione civica e le autonomie territoriali

Le nuove forme della partecipazione civica e le autonomie territoriali

25.06.2018

Filippo Pizzolato

Professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico, Università degli Studi di Padova

 

Le nuove forme della partecipazione civica e le autonomie territoriali*

 

Sommario: 1. Premessa: Stato e formazioni sociali, un rapporto problematico. - 2. La crisi di un modello organico - 3. Crisi della partecipazione o delle sue forme rappresentative? - 4. I cittadini attivi e le autonomie - 5. Conclusione: dall’attivazione alla reformatio?

 

  1. Premessa: Stato e formazioni sociali, un rapporto problematico.

 

Nella dottrina dello Stato il rapporto tra corpi intermedi e unità politica è sempre stato uno snodo critico. A lungo, dall’alba dello Stato moderno fin dentro al XX secolo, la struttura organizzata e solida degli interessi è stata ritenuta una minaccia per l’unità dello Stato[1]. Nella filosofia politica a fondamento dello Stato moderno (soprattutto nelle riflessioni di Hobbes, Rousseau e Sieyès, ecc…) e poi ancora in un tornante critico, nei primi decenni del ‘900, la questione si poneva nei termini di dubbia compatibilità tra l’unità dello Stato e la pretesa di rilevanza pubblica degli interessi organizzati e dei corpi intermedi. Si trattava di difendere la possibilità dell’unità (di tipo rappresentativo) dello Stato dalla pressione e dalla colonizzazione esercitata da partiti e interessi organizzati, reputati germe di deleteria conflittualità[2]. Posizioni più concilianti – pur sempre in modo relativo  - si affacciano nel dibattito scientifico negli anni ’30[3], per poi consolidarsi negli studi del secondo dopoguerra, in particolare con J. Kaiser, in cui frequente - non casualmente - è il riferimento a Tocqueville[4].

Non è necessario tornare su un tema già molto approfondito. Interessa invece notare come oggi sembri prospettarsi la questione in termini rovesciati, e cioè di una (eccessiva) fragilità dei corpi intermedi, cui però non corrisponde un rinnovato vigore della statualità. Tale situazione sembra piuttosto avvicinare l’inverarsi dell’incubo di Tocqueville, che aveva visto nell’indebolimento dei corpi intermedi il rischio di una trasformazione degenerativa dello Stato, in «mostro effimero», e della democrazia. La volatilità del consenso, non più strutturato secondo appartenenze sociali, prima che politiche, e l’incapacità dei partiti e delle loro leadership di dargli forma sono fenomeni che preoccupano da tempo gli osservatori della situazione politica (non solo) italiana e che alimentano il cosiddetto populismo[5]. Corpi intermedi e Stato sembrano patire insieme, ciò che avvalora piuttosto l’impostazione, adottata dalla Costituzione, che innesta la politicità statale su pregresse articolazioni sociali e istituzionali e non sul vuoto di rapporti inter-individuali.

In questo contributo si cercherà di mostrare come occorra non confondere la crisi dei corpi intermedi con un’asserita assenza di partecipazione. Si evidenzierà (par. 2) come la fragilità dei tradizionali corpi intermedi si traduca nel tramonto di un modello di compenetrazione organica tra rappresentanze strutturate di interessi sociali ed economici e organi dello Stato, di cui il CNEL è espressione. Dinanzi al declino, almeno in questa fase, di questa forma organica di presenza sociale nello Stato, si possono però registrare (par. 3), con l’ausilio dell’indagine sociologica, fermenti di una partecipazione diversa, meno organizzata e ciò nondimeno vitale, che si concreta in iniziative e in disponibilità all’impegno civico che interpella una capacità di risposta delle istituzioni repubblicane. Già l’ordinamento giuridico fa i conti con i caratteri di questo fenomeno. Proprio in relazione alle caratteristiche che questa partecipazione assume, si mostrerà (par. 4) come siano gli enti locali e i Comuni in particolare i livelli istituzionali collocati nella posizione migliore per entrare in dialogo e valorizzare la disponibilità all’impegno dei cittadini attivi. Si dedicherà attenzione agli strumenti istituzionali in cui questa cooperazione tra cittadini ed enti locali sta trovando sin d’ora espressione. Infine (par. 5) si proverà a leggere la trasformazione in atto nella prospettiva del progetto di trasformazione sociale contenuto nella Costituzione italiana.

 

2. La crisi di un modello organico

 

Dinanzi al processo, misurato sociologicamente, di frammentazione e disintermediazione sociale, occorre essere avvertiti di alcune possibili illusioni ottiche. La disintermediazione può infatti essere il riflesso della crisi dello Stato moderno sovrano e rappresentativo. Al di là infatti dell’idiosincrasia originaria di cui si è occupata la dottrina dello Stato, l’indebolimento dell’unità statale di decisione o, quanto meno, il suo affiancamento da parte di altre istanze, pubbliche e non solo, sovra- e intra-statali, spingono gli interessi organizzati a cercare arene di confronto diverse, che meglio corrispondano al nuovo assetto fattuale (non necessariamente formale) delle competenze. L’apparente astenia degli interessi organizzati convive infatti con un riconosciuto attivismo delle lobbies in ambito europeo o anche con la vivacità di rapporti intrattenuti, almeno in certi territori, a livello infra-statale. Non a caso, si è diffusa nel lessico delle istituzioni l’immagine della governance, che allude proprio a uno spazio pubblico che si sviluppa per via reticolare, anziché piramidale.

A ciò si aggiunga, come ulteriore elemento di cautela, valido soprattutto per gli interessi economici, che il fiorire del pluralismo organizzato è coinciso con «lo sviluppo intensissimo dello Stato in uno Stato economico»[6]. E tuttavia la presenza dello Stato nella sfera economica ha subito una potente trasformazione a seguito della svolta neo-liberale. In corrispondenza della trasformazione delle modalità dell’intervento pubblico nell’economia, evolvono attese e forme della presenza degli interessi organizzati nella sfera pubblica.

Pur con queste avvertenze, un modello che attraversa effettivamente una fase acclarata di crisi è quello della rappresentanza organico-istituzionale degli interessi economici e sociali. Nell’ambito della riforma costituzionale, non confermata dal referendum del 2016, uno dei punti su cui era maturato un consenso pressoché unanime era proprio la soppressione del CNEL[7]. Seppur ampiamente diffusa e condivisa, l’idea che uno schema di rappresentanza organica degli interessi sia tramontato non è sempre corredata dall’esplicitazione analitica delle ragioni di tale predicato fallimento. Esso è stato talora imputato a difetti di “interpretazione” della presenza istituzionale (se non di vero e proprio sabotaggio) da parte degli attori coinvolti, colpevoli di un’occupazione, partitica o sindacale, e dell’aggiramento di un organismo che, per questo, avrebbe rapidamente smarrito contatto con i mondi vitali di riferimento. La moltiplicazione delle sedi di concertazione settoriale ha finito con l’emarginare il luogo istituzionale deputato a una mediazione sintetica orizzontale.

A queste considerazioni critiche – legate alla responsabilità di specifiche condotte[8] - si deve affiancare una valutazione più strutturale sull’impossibilità della riduzione a “uno” – mediante cioè un organo di rappresentanza - di interessi che sono profondamente frammentati, differenziati e disomogenei[9]. Si tratta di una critica già prospettata, nei suoi contenuti generali, da Max Weber[10]. Questa considerazione si attaglia ancor più strettamente alla realtà attuale, caratterizzata da accentuata dinamicità della sfera economica e dalla volatilità dei rapporti che in essa si formano. La rappresentanza organica di interessi è quindi esposta al rischio dell’ossificazione degli interessi medesimi, che rifuggono espressioni mediate statiche. Un modello di tal fatta aderisce piuttosto a un’ideologia corporativistica, che assegna ai ceti un posto armonico entro l’ordo universale, ma si tratta di una condizione assai distante dagli assetti attuali, segnati da un pluralismo in cui le posizioni sono determinate «dalla direzione e dalla forza pressante del loro interesse»[11]. E ciò sia detto senza affrontare le ulteriori difficoltà, d’ordine pratico, che tradizionalmente attanagliano la progettazione di soluzioni che compongano rappresentanze sociali ed economiche, nello sforzo di «determinare esattamente il peso sociale, economico e politico di un gruppo all’interno della totalità del popolo», sia astrattamente, sia in relazione alle singole questioni su cui decidere[12]. È interessante ricordare che anche Adriano Olivetti, che pure era pienamente consapevole dei limiti di una democrazia solo elettorale[13], aveva messo in guardia dalla «rappresentanza professionale» ed economica, da lui considerate «una cattiva soluzione di una giusta esigenza»[14]. La ragione dell’ostilità di Olivetti per la rappresentanza professionale si appuntava sulla convinzione che tale soluzione «sposterebbe il dominio politico – oggi in mano alle classi più numerose che sono le classi degli operai e dei contadini – verso le classi meno numerose, le classi dei professionisti e dei possidenti (…) alla difesa degli interessi costituiti, alla cristallizzazione delle società, a una pura conservazione che impedirebbe quelle riforme economiche in assenza delle quali è ipocrita parlare di civiltà cristiana»[15].

Posto poi che la rappresentanza sociale ed economica ha un carattere intrinsecamente mediato[16], implicando la capacità di trascendere dal piano di una presenza plurale, empiricamente misurabile, a quello di un’appartenenza rappresentabile, la diffusa disaffezione nei riguardi della finzione rappresentativa[17] rende questo passaggio non scontato e la crisi della dimensione politica di questa mediazione si ritorce fatalmente contro la (o si ripropone a livello della) rappresentanza degli interessi sociali ed economici, laddove pure si affaccia la presunzione – per molti un’illusione - di una presentificazione puntuale e appunto immediata. In particolare, tale difficoltà investe la sfera economica, laddove l’individualismo ha avuto origine e, rispetto all’architettura immaginata dai costituenti, la partecipazione è mancata sin dal livello di base, e cioè dall’impresa[18]. Tale mancanza si ripercuote sui piani più «alti» della partecipazione economica, pregiudicando la già complicata sorte degli organi di rappresentanza economico-sociale.

La crisi del CNEL (o di organi analoghi) lascia però aperto il problema di quali possano essere i canali dell’interlocuzione tra soggetti socio-economici e istituzioni politiche. Invero, il CNEL stesso non mirava solo all’interlocuzione tra soggetti economici e istituzioni politiche, ma promoveva l’avvio di processi mediativi tra gli stessi interessi sociali ed economici, impegnando questi ultimi ad approssimare la logica, propriamente politica, della composizione di istanze plurali entro una comune progettualità[19]. Organismi di rappresentanza politica degli interessi esistono tuttora in altri ordinamenti nazionali e nella stessa architettura dell’Unione Europea (il Comitato Economico e Sociale), benché senza particolare vitalità[20]. Per il CNEL, scampato alla soppressione, si è aperta la stagione – per ora inconcludente - di una riforma o autoriforma possibile[21]. Lo stesso legislatore nazionale non sembra aver congedato del tutto gli strumenti di rappresentanza organica di interessi parziali, in veste consultiva[22].

Per questo schema di partecipazione economica, il discorso non sembra del tutto chiuso nemmeno a livello teorico. Nel contesto di una opzione per una «democrazia continua», entro cui tra il popolo e la sua rappresentanza politica si mantiene uno scarto (un’eccedenza) e non si realizza una fusione, il costituzionalista francese D. Rousseau ha recentemente avanzato la proposta della formazione di un’assemblea dei corpi sociali con funzioni non più consultive, ma deliberative. La proposta, decisamente in controtendenza, è interessante in sé, ma anche perché si regge su premesse (l’irriducibilità del popolo plurale alla sua rappresentanza parlamentare) che, nella Costituzione italiana, vantano riscontri testuali sicuramente più solidi che nella tradizione giuridico-costituzionale transalpina.

D. Rousseau si spinge sino a identificare concretamente le forze sociali «che fanno vivere un paese oggi»: «i lavoratori, i manager, gli imprenditori; le forze che fanno il successo di un paese si trovano nelle imprese, nelle banche, nei servizi pubblici, nelle università; le questioni sociali fondamentali per un paese sono la produzione e la ripartizione della ricchezza; le questioni vitali sono di ordine economico, ecologico o sociale. Tutte queste forze non sono rappresentate in Parlamento»[23]. L’idea che ne consegue è che serva «un’assemblea che le rappresenti, che le faccia apparire sulla scena pubblica e che dia loro una voce deliberativa nel dibattito politico per concorrere all’espressione dell’interesse generale», in modo da dare «voce alla doppia identità del popolo, il popolo come corpo politico, quello dei cittadini astratti visibile attraverso e nell’Assemblea nazionale, ed il popolo come corpo sociale, quello dei cittadini concreti che si realizzano nelle loro attività professionali e sociali, visibile da e nell’Assemblea sociale».Rispetto all’esistente Consiglio economico, sociale e ambientale, il nuovo organo dovrebbe avere peso deliberativo, in quanto un potere unicamente consultivo sarebbe «pericoloso in quanto favorisce il corporativismo, poiché sapendo di dover fare solo delle raccomandazioni o dare un parere sui disegni di legge, darebbe libero sfogo all’espressione degli interessi individuali dei gruppi che la compongono. Al contrario, partecipando al voto delle leggi, l’Assemblea abbandonerebbe questo atteggiamento «facile» del dare suggerimenti e fare richieste, in cambio del lavoro ben più “difficile” del decidere tra interessi diversi e discutere sulla redazione delle leggi. Un potere di consulenza deresponsabilizza un’assemblea, mentre un potere deliberativo la responsabilizza»[24].

La proposta, senz’altro originale, lascia irrisolte alcune questioni, non di poco conto, tra cui le modalità concrete di composizione di questa assemblea sociale. E inoltre può esporsi a un cortocircuito: se il presupposto di questa proposta è che il popolo sia sempre eccedente rispetto alla rappresentanza politica, e che dunque non valga la pretesa di quest’ultima di realizzare la fusione con il popolo stesso, l’estensione costituita da un’assemblea sociale non potrà assorbire questa sporgenza che è piuttosto strutturale. Se questo fosse l’intento, e cioè di riportare il pluralismo del popolo dentro una sfera rappresentativa semplicemente duplicata, risulterebbe opinabile. Come già osservava Kaiser, non la rappresentanza di un interesse singolo, bensì «il concorso, la concorrenza e l’equilibrio degli interessi organizzati. Soltanto dall’intero spettro degli interessi organizzati risulta una totalità che è capace della rappresentanza e la pubblica opinione è il destinatario di questa rappresentanza»[25]. Da qui l’attualità della critica: «si tenta di creare, secondo l’analogia col parlamento, un ulteriore organo rappresentativo, che non deve, tuttavia, rappresentare l’unità politica, ma una pluralità, cioè la società, divisa e ordinata in gruppi di interessi, nei confronti dell’amministrazione e legislazione statale»[26].

 

3. Crisi della partecipazione o delle sue forme rappresentative?

 

Da un punto di vista giuridico-costituzionale, la preoccupazione per l’impoverimento della trama sociale ed economica e del tessuto connettivo posto tra cittadini e istituzioni è pienamente giustificata, se è vero che, nella Costituzione, il fine della Repubblica – lo svolgimento della persona umana – non può andare disgiunto dalla partecipazione all’organizzazione sociale, economica e politica. Le due finalità sono strettamente interrelate[27]. Proprio perché il fine complessivo della Repubblica (art. 3) e quello, articolato, delle formazioni sociali (art. 2) è convergente, lo svolgimento della persona, la sua realizzazione esige un’alleanza tra istituzioni e cittadini singoli e associati, di cui la sussidiarietà è l’espressione sintetica. Si potrebbe sostenere che l’allontanamento dalla prospettiva costituzionale di una democrazia diffusa abbia la sua radice più remota in un’idea di libertà irrelata distante dalla visione costituzionale dello svolgimento situé della persona. Come ha riconosciuto un liberale critico come R. Dahrendorf, «l’avvento della civiltà moderna ha significato incontestabilmente un’espansione delle possibilità di scelta, ma solo al prezzo di lacerare le legature esistenti»[28].

Appare tuttavia affrettato confondere la tendenza alla disintermediazione – e la connessa crisi delle formazioni sociali e dei corpi intermedi - con un generalizzato tramonto della partecipazione[29]. Non mancano infatti segnali che contraddicono una simile correlazione. Alcune autorevoli letture avanzano interpretazioni che mettono l’accento piuttosto su di un cambiamento della natura della partecipazione politica, solo apparentemente affievolita a seguito della crisi dei tradizionali vettori rappresentati da partiti e sindacati. La partecipazione assumerebbe ora forma e funzione, per usare l’espressione di Rosanvallon, proprie della contre-démocratie, orientate cioè al controllo, all’opposizione, rispetto all’operato della classe politica[30], più che a un’integrazione.

In una recente indagine sociologica, la trasformazione delle modalità del rapporto tra associazionismo e sfera della politica è letta sotto il segno del tramonto di un modello, a lungo praticato, di collateralismo tra partiti e corpi sociali, in cui «una buona parte delle associazioni della società civile agiva per estendere alcune delle funzioni dei partiti di massa, in particolare la socializzazione politica e l’integrazione sociale»[31]. Al posto di questo rapporto, emergerebbe uno stile associativo che premia l’autonomia e presenta legami deboli con i partiti[32]. Questa trasformazione non equivale a una riduzione del ricorso a forme di azione politica, quanto a un ammodernamento del repertorio e perfino a un’intensificazione della presenza[33]. Addirittura, «le associazioni sociali sono indotte sempre più ad andare oltre le tradizionali funzioni di “scuola di democrazia”, per supplire in modo diverso ad alcuni dei compiti storicamente svolti dai partiti e dalle istituzioni pubbliche, in particolare per la raccolta e la trasmissione delle domande sociali, così come per la socializzazione e la formazione politica delle nuove generazioni»[34]. Esse, soprattutto nel contesto della crisi delle tradizionali forme del welfare, hanno assunto da tempo responsabilità di cura dirette, legittimate dal principio di sussidiarietà[35]. In taluni casi, si osserva un processo di specializzazione e anche di orientamento al mercato delle associazioni, nell’ottica dell’erogazione di servizi[36]. Paradigmatica, in tal senso, la legge 328/2000 (l’art. 5, in particolare[37]).

A questo «nuovo» stile di associazionismo corrisponderebbe, nella lettura di A. Giddens[38], un diverso paradigma democratico, chiamato «dialogico». Questo modello è accompagnato dallo sviluppo di una «pure relationship», e cioè di relazioni da cui si entra e si esce in modo più fluido. La dinamica dell’individualizzazione determina la sparizione di identità collettive, tra cui quelle di classe, attorno a cui era strutturata precedentemente la politica, riconformando i legami, non più stabili o tradizionali, ma continuamente scelti[39]. Giddens iscrive questa trasformazione entro una modernità «riflessiva»[40].

Se si esce dal panorama delle interpretazioni sociologiche e si osservano recenti vicende di impatto normativo, non si fatica a ricavare conferme di una vitalità della partecipazione, per quanto rinnovata negli stili e nei soggetti. Anzi tutto si è assistito all’attivazione di forme d’azione politica in rete delle (residue) formazioni sociali, con anche le istituzioni territoriali. Forse perché consapevoli della loro debolezza, le formazioni sociali di radicamento storico nel nostro tessuto socio-politico hanno cominciato ad adottare stili di coordinamento e finanche di federazione per fare fronte comune in alcune «battaglie» al cospetto delle istituzioni. La tendenza ad agire in rete risponde alla volontà di coordinare iniziative e sforzi e insieme di provare a ritessere coesione e a condizionare l’agenda politica. Offrono testimonianza significativa in questa direzione la campagna «L’Italia sono anch’io», promossa da importanti associazioni per dare impulso popolare alla riforma dell’accesso alla cittadinanza; o, ancor più, la rete dell’Alleanza contro la povertà che ha offerto la base di riflessioni e di proposte concrete per l’introduzione di un reddito di inclusione sociale[41], giunto a parziale approvazione legislativa[42]. La stessa riforma del terzo settore (la legge delega e i relativi decreti attuativi) ha visto una partecipazione attiva dei soggetti interessati[43].

Oltre a ciò, a conferma di una certa vitalità civica, si è recentemente assistito alla definizione di istituti e di esperienze di democrazia «partecipativa», volta cioè alla consultazione e alla promozione della cosiddetta cittadinanza attiva nella costruzione («partecipazione al decidere») o nella implementazione («partecipazione al fare») delle politiche pubbliche[44]. Il dato non è trascurabile. La letteratura anche giuridica in argomento è cresciuta parallelamente all’esplosione di pratiche e laboratori di democrazia partecipativa[45]; nonché delle forme di coinvolgimento dei cittadini attivi nella funzione amministrativa, di cui il successo che sta arridendo al regolamento sui beni comuni promosso da Labsus è forse l’esempio più eclatante e l’esperienza più contagiosa[46].

Sembra così prendere corpo uno stile di partecipazione, animato dai cittadini attivi, che non coagula interessi stabili o formazioni sociali durature[47], bensì valorizza un impegno mirato, spesso di singoli individui, attorno a specifiche progettualità amministrative. Non vi è nemmeno necessariamente una prospettiva politica complessiva a ispirare e indirizzare questa forma diffusa di partecipazione, bensì un’attivazione spesso generosa, ma per lo più puntuale e concreta, che si attiene al piano dell’amministrazione condivisa.

Ci si può chiedere se queste forme di cittadinanza attiva siano strumenti di una partecipazione molecolare, se non liquida, destinata a rimanere tale, o se non siano, in prospettiva, vettori di riorganizzazione del corpo sociale. Lo stesso Tocqueville, peraltro, pur così sensibile alla distruzione dei corpi intermedi e allarmato per le prospettive autoritarie di una società di uguali, aveva osservato con interesse alle nuove e febbrili forme di partecipazione, per quanto poco stabilmente strutturate, come quelle che aveva conosciuto nella giovane democrazia americana[48].

L’emersione di un fenomeno crescente di volontariato a titolo individuale è un’ulteriore spia della volontà dei cittadini di compiere scelte reversibili, comunque lontane dalla vischiosità di appartenenze leganti[49]. Si tratta quindi di una tendenza che si situa all’interno di una «logica di disintermediazione»[50]. Anche l’ordinamento giuridico fa i conti con questo fenomeno nuovo o comunque ritenuto finora irrilevante e stenta a riconoscerne e a valorizzarne le manifestazioni così individualizzate e talora occasionali[51]. Ne è riprova la vicenda, in sé risolta, degli oneri di assicurazione per i servizi resi ai Comuni da volontari individuali, slegati quindi dalla mediazione di un rapporto con un’associazione di volontariato, sollevata dalla Corte dei conti. La sezione regionale (Toscana) di controllo della Corte dei Conti aveva espresso (delibera n. 141/2016) un parere negativo circa l’assunzione da parte di un Comune degli oneri relativi alla stipula di polizze assicurative per la copertura di rischi (infortunio, malattia e responsabilità verso terzi) per l’attività volontaria resa, a titolo individuale, da cittadini. Nell’argomentazione della Corte, «(a) l’attività di volontariato è svolta solo nell’ambito di apposite organizzazioni, aventi determinate caratteristiche strutturali e funzionali; (b) le pp.aa. possono avvalersi di volontari solo ed esclusivamente nel quadro di specifiche convenzioni stipulate con le relative organizzazioni, rectius con quelle tra di esse che, essendo in possesso dei requisiti stabiliti dalla legge, siano iscritte in specifici registri regionali», risultando necessaria l’«“interposizione” dell’organizzazione di volontariato iscritta nei ridetti registri regionali (…) ad assicurare, da un lato, che lo svolgimento dell’attività dei volontari si mantenga nei rigorosi limiti della spontaneità, dell’assenza anche indiretta di fini di lucro, della esclusiva finalità solidaristica, dell’assoluta e completa gratuità; e, dall’altro, che resti ferma e aliena da ogni possibile commistione la rigida distinzione tra attività di volontariato e attività “altre”». Il parere si spinge sino a gettare sospetto sul volontariato individuale, quasi questo potesse preludere a una surrettizia pretesa di inquadramento lavorativo.

Nell’interpretazione richiamata, la legge 266/1991 viene espressamente ritenuta un «hortus conclusus», al di fuori del quale non è data possibilità di riconoscimento legale dell’attività del volontariato. In questo modo, però, una disciplina introdotta per promuovere il volontariato diventa inopinatamente uno strumento per il suo irrigidimento e la sua amputazione, almeno per quanto riguarda i rapporti con la sfera istituzionale. Vero è che questo è il rischio, difficilmente eliminabile del tutto, dell’istituzionalizzazione, che, mentre riconosce, circoscrive[52]. E tuttavia, quando si aderisca a questa rigida delimitazione, si finisce con lo scavare dei solchi che condizionano in modo sproporzionato e soprattutto non necessario la libera iniziativa civica per l’interesse generale, fino a produrre una perversione dell’intento del legislatore e, ciò che è peggio, un esito non conforme allo spirito e alla lettera della Costituzione. L’art. 118 della Costituzione impegna infatti la Repubblica a promuovere l’iniziativa dei cittadini singoli e associati per l’interesse generale[53]. La stessa Corte costituzionale, nella sent. 75/1992, non ha autorizzato questa arbitraria compartimentazione dell’attività del volontariato. Si trascura infatti che il volontariato individuale è artefice di una «socialità» non di appartenenza, ma in costruzione, di destinazione. Di questa socialità di destinazione, la stessa associazione di volontariato può essere un esito possibile[54].

La legge di riforma del terzo settore (d. lgs. 117/2017) contiene, implicitamente, un’apertura normativa al volontariato individuale sin dall’art. 1, posto che questo fissa come finalità prioritaria dell’intervento normativo quella di «sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata, a perseguire il bene comune, ad elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona, a valorizzare il potenziale di crescita e di occupazione lavorativa»[55]. O, ancora più chiaramente, l’art. 17.2, per il quale «il volontario è una persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune, anche per il tramite di un ente del Terzo settore, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità beneficiarie della sua azione, in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà»[56].

Come è stato scritto, «la nuova normativa definisce (…) cosa si debba intendere per volontario, riconoscendo poi che di volontari così definiti possono avvalersi tutti gli Enti di terzo settore, ancorché con qualche limite numerico come nel caso delle imprese sociali. (…) riconosce il valore della scelta personale dei cittadini che decidono di dedicarsi gratuitamente a servizio dell’interesse generale e non quello delle organizzazioni che ricorrono al volontariato»[57]. E tuttavia il codice del terzo settore non ha risolto i problemi applicativi derivanti dal mancato riferimento al volontariato individuale in articoli centrali per la questione discussa, quali gli artt. 18 («Assicurazione obbligatoria») e 56 («Convenzioni»)[58].

I residui dubbi sembrano essere stati rimossi da una deliberazione della Corte dei conti[59], la quale ha rigettato l’orientamento restrittivo, prevedendo però che «affinché (…) l’ente locale possa avvalersi di volontari singoli, è necessaria l’adozione di un regolamento che assicuri l’attuazione dei predetti principi e, per altro verso, consenta il rispetto dei caratteri e dei limiti per l’azione volontaria». In questo modo, come è stato sottolineato, «la fonte dell’ente locale che è chiamata a disciplinare la fattispecie, si radica direttamente nella disposizione costituzionale e, dovendo dare attuazione concreta al principio di sussidiarietà orizzontale, può trarre dalla compiuta disciplina del volontariato organizzato principi e criteri orientatori (artt. 17-19, art. 56 del Codice del Terzo settore)»[60]. Si recupera, a partire dal principio di sussidiarietà, la valorizzazione di uno spazio di autonomia normativa in capo agli enti locali[61].

 

  1. I cittadini attivi e le autonomie

 

Le trasformazioni intervenute – e sopra sintetizzate - nelle forme della partecipazione sociale hanno diverse cause, ma, almeno in parte, sono in rapporto circolare con l’azione dei soggetti istituzionali che abitano la sfera pubblica. Non sono cioè fenomeni che avvengono in uno spazio totalmente inaccessibile per l’influenza della sfera pubblica. Tutt’altro. Ai soggetti istituzionali la Costituzione traccia un’indicazione ora esplicita, quella cioè di favorire lo svolgimento di funzioni di interesse generale da parte dei cittadini singoli e associati, secondo il principio di sussidiarietà. La sfera pubblica, anziché assistere passivamente alle trasformazioni del corpo sociale, deve disporsi in un atteggiamento dialettico e propositivo che incoraggi la partecipazione.

Se le autonomie territoriali sono strutturalmente il soggetto pubblico meglio posizionato per valorizzare l’iniziativa sociale, tanto che la sussidiarietà verticale costituisce una gemmazione di quella orizzontale, a maggior ragione questa conclusione si impone al cospetto delle mutate forme dell’attivazione civica. Dinanzi a una partecipazione che si è fatta così frammentaria, che ha sfibrato le classiche formazioni sociali, è il tessuto delle autonomie e, in particolare, delle amministrazioni comunali il livello più indicato per interloquire e coinvolgere i cittadini[62]. La pretesa di ripartire tout court da una rappresentanza nazionale organizzata (sintetica) di interessi sociali ed economici, sul modello del CNEL, rischia invece – in assenza di una ritessitura dal basso - di non intercettare circuiti vitali di partecipazione[63].

Non a caso, è il livello locale, amministrativo, la frontiera lungo la quale si stanno compiendo e realizzando processi che rendono manifesta l’urgenza di una riforma, che tarda a prendere forma legale, finanche della cittadinanza. A livello locale gli stranieri possono sperimentare la partecipazione sociale ed economica e, almeno in parte, quella politica[64]. Tale apertura è già in parte favorita dall’ordinamento e, in parte, si compie negli interstizi dello stesso. Prima e al di là del principio di sussidiarietà, di cui il regolamento Labsus è traduzione, l’art. 8.5 del Testo Unico degli Enti Locali prevede che lo statuto degli enti locali promuova «forme di partecipazione alla vita pubblica locale dei cittadini dell’Unione europea e degli stranieri regolarmente soggiornanti»[65]. Nella sent. 119/2015, aprendo il servizio civile agli stranieri, la Corte costituzionale ha riconosciuto l’importanza di una dimensione sociologica - oltre quella formale - di cittadinanza: «l’ammissione al servizio civile consente oggi di realizzare i doveri inderogabili di solidarietà e di rendersi utili alla propria comunità, il che corrisponde, allo stesso tempo, ad un diritto di chi ad essa appartiene»[66].

Solo la realizzazione dell’istanza autonomistica più genuina, secondo l’ispirazione dell’art. 5 Cost., può quindi fungere da elemento di collegamento e ricucitura tra le dinamiche che attraversano la cittadinanza e la sfera comunitaria e le istituzioni repubblicane. Per certi aspetti, non è una forzatura sostenere che le autonomie locali stanno svolgendo la funzione di connessione e di integrazione che i partiti avrebbero dovuto in primis onorare, di raccordo tra spazio della cittadinanza e sfera delle istituzioni.

Nell’aspirazione contenuta nel nostro impianto costituzionale verso una democrazia fondata sul lavoro, e cioè su una partecipazione feriale – sociale, economica e (anche) politica - dei cittadini alla costruzione della società e dell’interesse generale (artt. 4 e 118), l’autonomia locale è un elemento fondamentale, di incrocio delle dimensioni verticale e orizzontale della sussidiarietà. Non a caso, la riscoperta del principio di sussidiarietà, nelle sue due dimensioni, è avvenuta nel contesto di riforme che interessavano le autonomie territoriali[67]. Come anche l’esperienza più recente attesta fortemente, la sussidiarietà verticale può resistere alle rimontanti tendenze accentratrici e semplificatrici solo se funziona come traino della partecipazione dei cittadini e delle formazioni sociali alla edificazione «dal basso» della Repubblica[68], e non come criterio di un’altrimenti ambigua e precaria legittimazione di poteri locali.

In questa direzione, un’occasione propizia di ripensamento dello spazio accessibile ai cittadini e alle formazioni sociali nella governance istituzionale locale è stata, ben al di là delle intenzioni di chi l’ha approvata, la riforma degli strumenti di decentramento comunale. Non si può dire che tutti i Comuni abbiano colto l’occasione per rivitalizzare l’apporto dei cittadini. Alcuni si sono limitati a salvare quanto poteva sopravvivere delle vecchie circoscrizioni di decentramento, azzerandone i costi. Altri le hanno sostituite con strumenti e forme fluide di democrazia partecipativa, rinunciando così alla prospettiva di rappresentanze organiche più stabili. Altri infine hanno percorso la via più impervia, ma più promettente, della istituzionalizzazione di organismi di partecipazione sociale, creando consulte o reti aperte alla presenza, non in forma rappresentativa, dei soggetti sociali, istituzionali, e perfino dei singoli cittadini, attivi nei diversi quartieri[69]. Inoltre, si è già richiamata la diffusione rapida di varianti del regolamento ideato da Labsus sulla gestione condivisa dei beni comuni.

Un passaggio significativo, in questa stessa direzione, è rappresentato dalla già citata recente riforma organica del terzo settore[70]. In particolare, rileva il d. lgs. 117/2017 (attuativo della delega contenuta nella l. 106/2016), le cui finalità sono richiamate nell’art. 1.1 che si pone «in attuazione degli articoli 2, 3, 4, 9, 18 e 118, quarto comma, della Costituzione». Il codice compie un’attesa opera di definizione dei soggetti del terzo settore[71], ispirandosi al principio di sussidiarietà, orizzontale e verticale[72]. Per la verità, gli enti locali non ricevono dal codice una esplicita attenzione che ne faccia immediatamente risaltare la centralità. E tuttavia la riforma appresta strumenti di cui naturaliter possono avvalersi in primis proprio gli enti locali. In relazione a ciò, norme significative sono contenute nel titolo settimo del codice (art 55-57). L’art. 55.1 prevede che le amministrazioni pubbliche, «nell’esercizio delle proprie funzioni di programmazione e organizzazione a livello territoriale degli interventi e dei servizi nei settori di attività di cui all’articolo 5, assicurano il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore, attraverso forme di co-programmazione e co-progettazione e accreditamento, poste in essere nel rispetto dei principi della legge 7 agosto 1990, n. 241, nonché delle norme che disciplinano specifici procedimenti ed in particolare di quelle relative alla programmazione sociale di zona». Si promuove così un modello di collaborazione tra enti pubblici e soggetti del terzo settore nell’individuazione dei problemi da soddisfare e degli interventi necessari a tal fine, ma anche delle modalità di realizzazione degli stessi e di reperimento delle risorse[73]. Si introducono i concetti di co-programmazione (art. 55.2) e di co-progettazione (art. 55.3) delle risposte ai bisogni e dei servizi sul territorio[74]. Quanto alle modalità della relazione tra amministrazioni pubbliche ed enti del terzo settore, il codice fa riferimento alla stipula di convenzioni (art. 56)[75] con associazioni di promozione sociale e organizzazioni di volontariato, con la previsione del solo rimborso delle spese. Come si è poi visto, benché non con l’esplicitazione che ci si poteva attendere, resta viva la possibilità per i Comuni di avvalersi dell’apporto di volontari singoli, nell’ambito di specifici regolamenti (come quello sui «beni comuni»). È dunque del tutto condivisibile il giudizio per cui «la partita dell’attuazione della riforma si gioca soprattutto nei territori, coinvolgendo i Comuni in primis»[76].

Questa riforma del terzo settore può innescare reazioni a cascata che coinvolgono, oltre che il livello locale, quello regionale, chiamato a ridefinire le forme di partecipazione dei soggetti del terzo settore alla concertazione regionale e locale[77]. L’apporto dei cittadini, singoli e associati, trova poi riconoscimento e valorizzazione anche nella normativa settoriale, relativa alle specifiche politiche. Nell’ambito di un recente provvedimento normativo, il d.lgs. n. 147/2017, recante «Disposizioni per l’introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà» (il cosiddetto Reddito di Inclusione), l’art. 6, c. 6, richiede ai servizi territoriali di riconoscere, agevolare e valorizzare gli enti del terzo settore, attraverso la loro inclusione, ad opera delle équipe multidisciplinari, nella pro­gettazione personalizzata, sulla base di specifici accordi di reciproco riconosci­mento a livello di ambito territoriale o comunale[78]. Per promuovere l’attuazione del ReI, l’art. 2.12 del d. lgs. 147 istituisce «un Osservatorio sulle povertà, che, oltre alle istituzioni competenti, riunisce rappresentanti delle parti sociali, degli enti del Terzo settore ed esperti»[79]. I Comuni, in forma singola o associata, sono qualificati «soggetti attuatori del ReI» (art. 13) e, al contempo, è chiesto loro di assicurare «il coinvolgimento degli enti del Terzo settore, di cui alla legge n. 106 del 2016, delle parti sociali, delle forze produttive del territorio e della comunità territoriale, nelle attività di promozione degli interventi di lotta alla povertà»; di favorire «la più ampia partecipazione dei nuclei familiari beneficiari del ReI nell’adozione degli interventi che li riguardano»; di operare «in stretto raccordo con gli enti del Terzo settore (…) nell’attuazione degli interventi, favorendo la co-progettazione».

 

  1. Conclusione: dall’attivazione alla reformatio?

 

Riguardata da un punto di vista costituzionale, la nuova veste della partecipazione civica sembra nascere sul presupposto, se non della rinuncia espressa e consapevole, dell’accantonamento della prospettiva della reformatio sociale («è compito della Repubblica rimuovere…»), o comunque da questa prescinde per disincanto o per pragmatismo. È la stessa struttura della partecipazione a rendere questo esito più difficile. Non c’è dubbio infatti che le formazioni sociali più strutturate «non sono una risorsa solo per i servizi che erogano, ma anche per la sensibilità che diffondono e per le occasioni di cittadinanza attiva che propongono: non solo in termini di servizi, ma di presa di parola e di partecipazione sociale. Fanno parte di quel complesso di corpi intermedi che rende le democrazie più vitali e partecipate, riempiendo lo spazio tra i singoli cittadini e i poteri pubblici»[80]. Così individualizzata, la partecipazione civica rischia invece di essere meramente riparativa o interstiziale e di abbandonare disegni trasformativi che mettano in gioco una progettualità di tipo politico-istituzionale.

Già non appare scontato il riavvicinamento di questo tipo di cittadinanza attiva alla sfera istituzionale, rispetto a cui la diffidenza e il senso di estraneità sono diffusi. E tuttavia, proprio per le caratteristiche che ha assunto, la partecipazione civica può più facilmente entrare in relazione con la sfera istituzionale più prossima alla comunità territoriale e cioè con gli enti locali. I Comuni soprattutto operano infatti con una concretezza immediatamente apprezzabile dai cittadini che possono cogliere la ricaduta dell’azione amministrativa in termini di servizio alla collettività[81]. La valorizzazione delle autonomie è quindi, oltre che una direzione di inveramento della Costituzione, una via pressoché obbligata se si vuole riannodare un filo collaborativo con i cittadini.

La prospettiva dell’impegno locale è dunque preziosa, ma soffre di limiti strutturali. Il rischio, come si diceva, è che metta in conto l’abbandono della prospettiva della reformatio, intendendo con ciò una progettualità trasformativa dell’ordine sociale ed economico. Ci si può dunque chiedere se il civismo sia necessariamente la forma di una partecipazione a raggio corto e ad ambizione limitata o se non possa divenire punto di partenza di un processo di riaggregazione dei cittadini a partire dalla base. La domanda resta evidentemente aperta. E comunque non dappertutto il tessuto civico risulta vitale; non mancano «patologie» che scoraggiano l’attivazione e alimentano piuttosto una domanda di sicurezza che non sempre trova adeguata risposta istituzionale. 

Le istituzioni (anche quelle locali) possono comunque riconoscere, accompagnare, e promuovere i processi in corso. La valorizzazione del tessuto autonomistico di base, da un lato, e delle forme di rappresentanza dei territori ai livelli istituzionali più elevati (sul modello delle «seconde camere» federali), dall’altro, sembrano sentieri propizi per incontrare interessi frammentari, di rilievo civico, nell’attesa che si ricompongano sintesi a livello territoriale. Vi è dunque una possibile strategia istituzionale per favorire questa ricomposizione che valorizza il ruolo «istituente» dei Comuni nella formazione dei livelli di governo ulteriori, di rango provinciale, regionale, statale e finanche europeo.

Proprio il livello europeo, che una progettazione politica immaginava come lo sbocco di un processo federativo coinvolgente le autonomie locali[82], appare necessario per ricreare una cornice di governo sufficientemente autorevole per accompagnare - e non subire - le grandi trasformazioni sociali ed economiche e dunque per apprestare un contesto istituzionale democratico che valga a completare e a non frustrare la partecipazione civica. Non manca invero una saldatura tra i livelli comunitario e locale. E tuttavia, si intravede il pericolo che questa saldatura non proceda tanto nella direttrice che, dal basso, punti a consolidare, per via federale, la democraticità delle istituzioni comunitarie; ma in senso opposto, facendo cioè delle autonomie locali l’ambiente di ricaduta delle politiche europee. L’agenda urbana europea, per esempio, procede più nella direzione dell’implementazione locale delle politiche europee che in quella della trasmissione bottom-up di istanze di governo. A essa non è infatti associato un ridisegno complessivo del ruolo delle autonomie nell’architettura istituzionale europea.

 

 

Abstract: the paper aims to distinguish between the decline of organic representation of social and economic interests and the crisis of civic participation. It analyses the new forms of participation - individualized and concrete, often disengaged from projects of political transformation - and the possible role of municipalities in promoting the citizens contribution to «common good».

 

Key words: civic participation; subsidiarity; municipalities.

 


* Il contributo è stato sottoposto a double blind peer review.

[1] Si v. la ricca rassegna di posizioni ricostruita da A. Scalone, Rappresentanza politica e rappresentanza degli interessi, Milano, 1996.

[2] A. Scalone, L’ordine precario. Unità politica e pluralità nella Staatslehre novecentsca da Carl Schmitt a Joseph H. Kaiser, Monza, 2011, p. 271 ss..

[3] Si pensi alle aperture di E. Fraenkel o di C. Mortati: v. A. Scalone, Rappresentanza politica, cit., p. 132 ss.; su Mortati, essenziali gli studi di M. Fioravanti, Costituzione, amministrazione e trasformazioni dello Stato, in A. Schiavone (a cura di), Stato e cultura giuridica in Italia dall’Unità alla Repubblica, Bari, 1990, pp. 59 e 81.

[4] J.H. Kaiser, La rappresentanza degli interessi organizzati, tr. it., Milano, 1993, pp. 33 e 45, 405, in cui giudica le opere di Tocqueville e di J. Bryce «sia per l’Europa che per l’America pietre miliari sul loro cammino una verso l’altra»; 411.

[5] Nell’ambito di una bibliografia ormai molto corposa, si segnalano: D. Palano, Populismo, Milano, 2017; P. Rosanvallon, Pensare il populismo, tr. it., Roma, 2017.

[6] J.H. Kaiser, La rappresentanza degli interessi, cit., p. 408, riprendendo C. Schmitt.

[7] La tendenza alla de-istituzionalizzazione degli interessi economici ha trovato ulteriore conferma nel ripensamento critico in atto nei confronti della legge di riforma delle Camere di commercio (l. 580/1993), in cui pure si ritrovava – nel Consiglio camerale – una riproposizione aggiornata di uno schema di rappresentanza di interessi economici entro un unico organo.

[8] Sulla responsabilità dei corpi intermedi nella loro stessa crisi, in termini però generali, S. Zan, La crisi dei corpi intermedi, in Il Mulino 4/2015, p. 650 ss..

[9] Ex plurimis cfr. S. Zan, Declino della rappresentanza e disintermediazione degli interessi, in Italianieuropei 5/2014; S. Zan, La crisi dei corpi intermedi, cit., p. 653.

[10] Diritto elettorale e democrazia, 1917, cit. da A. Scalone, L’ordine precario, cit., p. 301; si v. anche J.H. Kaiser, La rappresentanza degli interessi, cit., p. 439: «non è possibile rinchiudere il necessario processo della rappresentanza di interessi organizzati in un’unica istituzione»; p. 440: «Consigli economici centrali non sono all’altezza della dinamica della tutela organizzata di interessi, che inonda ogni sistema rigido».

[11] J.H. Kaiser, La rappresentanza degli interessi, cit., pp. 414-415.

[12] J.H. Kaiser, La rappresentanza degli interessi, cit., p. 432; H. Kelsen, La rappresentanza professionale, in Id., La democrazia, tr. it., Bologna, 1995, p. 95 ss..

[13] A. Olivetti, Democrazia senza partiti. Fini e fine della politica, Roma/Ivrea, 2013, p. 41.

[14] A. Olivetti, Democrazia senza partiti, cit., p. 63: «tra la famiglia e la patria c’è un vuoto, un vuoto che deve essere richiamato alla vita. È quello di una piccola patria intorno alla città natale, lo spazio vitale dove si esprime la nostra vita sociale, la natura che ci è intorno, monti, colline, campagna. Questa … è la nostra Comunità».

[15] A. Olivetti, Democrazia senza partiti, cit., p. 35.

[16] J.H. Kaiser, La rappresentanza degli interessi, cit., pp. 401 ss. e 439: «il caleidoscopio degli interessi, organizzati in associazioni, è una vera rappresentanza»; v. anche A. Scalone, L’ordine precario, cit., p. 321.

[17] Le cui cause profonde sono state indagate da P. Costa, Gemina persona. Un’ipotesi giuspubblicistica intorno alla crisi alla crisi del soggetto politico, Milano, 2015.

[18] Si v. il recente lavoro collettaneo di S. Antoniazzi-M. Carcano-V. Volpe-S. Zaninelli, La partecipazione dei lavoratori. Una democrazia inedita, Milano, 2018; nonché il n. 3/2018 della rivista Esprit e, ivi, in particolare l’intervista ad Alain Supiot, sul tema della «citoyenneté économique», pp. 52-63.

[19] Rinvio a F. Pizzolato, Mercato ed istituzioni: logiche a confronto, in Impresa & Stato 55/2001, pp. 78-80.

[20] Si rinvia ai saggi in A. Varsori (a cura di), Il comitato economico e sociale nella costruzione europea, Venezia, 2000.

[21] Si v. il documento del Gruppo di lavoro di Astrid, Rapporto sul ruolo e le prospettive del CNEL, Roma 2010. Si v. il p.d.l. AC 4418 del 7.4.2017 che mirava, senza riforma della Costituzione, «alla sospensione del funzionamento del CNEL, al pari di come a suo tempo è stata sospesa la ferma di leva obbligatoria».Si v. le considerazioni critiche di A. Scalone, Il CNEL fra tentativi di abolizione e proposte di autoriforma, in Quaderni costituzionali 2017, pp. 915-917; F. Ratto Trabucco, Utilità o inutilità del CNEL e sua soppressione (rectius sospensione) a mezzo legge ordinaria, in Rivista AIC 1/2018.

[22] Si v., ad esempio, l’art. 5 della l. 106/2016, circa l’istituzione di una Consulta Nazionale del Terzo Settore e, in attuazione, l’art. 58 del d. lgs. 117/2017 con l’istituzione del Consiglio nazionale del Terzo settore, che peraltro eredita dai preesistenti osservatori la designazione di membri del CNEL. Si rinvia ad A. Lombardi, Il rapporto tra enti pubblici e Terzo settore, in A. Fici (a cura di), La riforma del terzo settore e dell’impresa sociale. Una introduzione, Napoli, 2018, p. 239 ss.; e a V. Casamassima, Il Consiglio nazionale del Terzo settore, in Non profit 3/2017, pp. 201-202.

[23] D. Rousseau, Radicalizzare la democrazia. Proposte per una rifondazione, a cura di E. Bottini, Napoli, 2016, p. 85.

[24] Ibidem, p. 87.

[25] J.H. Kaiser, La rappresentanza degli interessi, cit., p. 436.

[26] J.H. Kaiser, La rappresentanza degli interessi, cit., p. 432.

[27] U. Allegretti, Costituzione e diritti cosmopolitici, in G. Gozzi, Democrazia, diritti, costituzione. I fondamenti costituzionali delle democrazie contemporanee, Bologna, 1997, p.171. Una tesi in parte differente è sostenuta da V. Atripaldi, Il patto costituzionale in Assemblea Costituente, in Studi in onore di P.Biscaretti di Ruffia, I, Milano, 1987, pp. 23-24.

[28] R. Dahrendorf, La libertà che cambia, tr. it., Roma-Bari, 1994, p. 42.

[29] Così come non si devono contrapporre motivazioni altruistiche e orientamento alla realizzazione individuale o alla soggettività, come sottolinea M. Ambrosini, Introduzione. Perché il volontariato episodico ci interpella: l’esperienza di Expo Milano 2015, in Id. (a cura di), Volontariato post-moderno: da Expo Milano 2015 alle nuove forme di impegno sociale, Milano, 2016, p. 15.

[30] P. Rosanvallon, La politica nell’era della sfiducia, tr. it., Troina, 2009, p. 26; V. Pazé, In nome del popolo. Il problema democratico, Roma-Bari, 2011, p. 128.

[31] R. Biorcio-T. Vitale, Introduzione. L’associazionismo della società civile e la democrazia, in R. Biorcio-T. Vitale, Italia civile. Associazionismo, partecipazione e politica, Roma, 2016, p. 13.

[32] R. Biorcio-T. Vitale, Conclusioni. La società civile tra fine dei collateralismi, partecipazione e conflitto, in R. Biorcio-T. Vitale, Italia civile, cit., p. 183: «la partecipazione a una o più associazioni può contribuire a riproporre su basi nuove un rapporto di attenzione e di impegno nella comunità politica, in una fase in cui i partiti e le istituzioni rappresentative risultano in larga misura delegittimati. Può essere così ancora valida l’ipotesi di Tocqueville della partecipazione associativa come scuola di democrazia, cioè come occasione di socializzazione e apprendimento dei valori e dei comportamenti della partecipazione democratica attiva»; v. anche C. De Maria, L’evoluzione del Terzo settore dal Novecento ad oggi (1915-2011), in E. Rossi-S. Zamagni (a cura di), Il Terzo settore nell’Italia unita, Bologna, 2011, p. 115.

[33] R. Biorcio-T. Vitale, Conclusioni, cit., pp. 185-186.

[34] R. Biorcio-T. Vitale, Introduzione, cit., p. 14.

[35] R. Biorcio-T. Vitale, Introduzione, cit., p. 14; L. Degrassi, La razionalizzazione dello Stato sociale, Milano, 2004.

[36] E. Polizzi-F. Forno, Tra società e mercato: forme organizzative, repertori e strategie d’azione delle associazioni, in R. Biorcio-T. Vitale, Italia civile, cit., pp. 81 e 97; C. Borzaga, Opportunità e limiti della riforma del terzo settore, in A. Fici (a cura di), La riforma del terzo settore, cit., p. 60.

[37] Su cui il commento di S. La Porta, Art. 5, in E. Balboni-B. Baroni-A. Mattioni-G. Pastori (a cura di), Il sistema integrato dei servizi sociali. Commento alla legge n. 328 del 2000 e provvedimenti attuativi dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, Milano, 2007, p. 182 ss..

[38] A. Giddens, Oltre la destra e la sinistra, tr. it., Bologna, 1997.

[39] A. Giddens, Oltre la destra, cit., p. 146: «Quanto più la società diventa post-tradizionale, tanto più ci si muove verso quella che potremmo chiamare una relazione pura, nei rapporti d’amore, nel matrimonio e nella famiglia». Questa concezione è contestata, in nome di una visione agonistica della democrazia, in cui ancora e strutturalmente rileva l’asse destra-sinistra, da C. Mouffe, On the Political, Abingdon-New York, 2005, pp. 46-47.

[40] A. Giddens, Oltre la destra, cit., p. 103: «gli individui non riescono ad accontentarsi di un’identità che è semplicemente trasmessa, ereditata, o costruita su una base tradizionale. La devono in gran parte scoprire, costruire e sostenere attivamente. E come il sé, neppure il corpo è più accettato come un dato del “destino”, come il bagaglio fisico che accompagna l’Io. Sempre più spesso dobbiamo decidere non solo chi essere e come agire, ma anche come apparire al mondo esterno»; p. 108.

[41] Si v. Per un piano nazionale contro la povertà. La proposta del Reddito di inclusione sociale (REIS), in Aggiornamenti sociali 11/2014, p. 718 ss.. A p. 725 una scheda sull’Alleanza contro la povertà.

[42] L. 33/2017, recante «Delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali».

[43] Su questo aspetto: L. Gori-E. Rossi, La legge delega n. 106 del 2016 di riforma del terzo settore, in Osservatoriosullefonti.it 2/2016, p. 3.

[44] Per la distinzione, cfr. A. Valastro, La democrazia partecipativa alla prova dei territori: il ruolo delle amministrazioni locali nell’epoca delle fragilità, in Id. (a cura di), Le regole della democrazia partecipativa. Itinerari per la costruzione di un metodo di governo, Napoli, 2010, p. 30.

[45] Per avere un’idea, pur sempre parziale, della ricchezza delle elaborazioni e delle prospettive, si rimanda a questi volumi collettanei, pressoché contemporanei: U. Allegretti (a cura di), Democrazia partecipativa. Esperienze e prospettive in Italia e in Europa, Firenze, 2010; G.C. De Martin-D. Bolognino, Democrazia partecipativa e nuove prospettive della cittadinanza, Padova, 2010; A. Valastro (a cura di), Le regole della democrazia partecipativa, cit..

[46] Lo strumento normativo è bene illustrato, nei suoi presupposti, fini e dettagli, in G. Arena-C. Iaione (a cura di), L’età della condivisione. La collaborazione fra cittadini e amministrazione per i beni comuni, Roma, 2015. Si v. anche i materiali e le esperienze raccolti e documentati dal sito www.labsus.org.

[47] R. Biorcio-L. Caruso-T. Vitale, Le trasformazioni del sistema politico italiano e l’associazionismo, in R. Biorcio-T. Vitale, Italia civile, cit., p. 27; nello stesso volume: E. Claps-T. Vitale, Partecipazione associativa e azione politica, p. 161; anzi, per M. Ambrosini, Introduzione, cit., p. 17, in questa forma di volontariato individualizzato si rileva una «diffidenza per i vincoli organizzativi, gli impegni stabili, le dinamiche associative».

[48] E a Tocqueville si richiama la celebre ricerca di R.D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, tr. it., Mila

Pizzolato Filippo



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