Il giurista e la fede

Il giurista e la fede

01.02.2016

Massimo Paradiso

Professore ordinario di Diritto privato, Università di Catania

Sommario: 1. Fede e diritto tra Rosario Livatino e Piero Calamandrei. - 2. Fede religiosa, religione civile e derive ‘clericali’. - 3. Fede nel diritto e fede nella giustizia nel perenne ritorno del diritto naturale. - 4. Sul primato della coscienza.- 5. Tra giustizia, ragione e “compartecipazione del cuore”.- 6. Fede, laicità e “supplemento d’anima”.

 

            1. Fede e diritto tra Rosario Livatino e Piero Calamandrei.

Questa riflessione sul rapporto tra fede e diritto – svolta nel corso di un incontro tenuto nel quadro delle iniziative dell’Anno della fede, e del quale mantiene il tono colloquiale – ben potrebbe essere intitolata a Rosario Livatino, il «martire della giustizia e della fede» come ebbe a definirlo Giovanni Paolo II. Proprio a Fede e diritto infatti, e sia pure con un taglio attento alla dimensione istituzionale del rapporto tra Stato e Chiesa,il giudice siciliano aveva intitolato una conferenza[1] tenuta pochi anni prima dell’infame attentato che ne stroncò la giovane vita.

            Ed è con le parole di Livatino che vorrei iniziare questo nostro dialogo: «Contrapporre i concetti, le realtà, le entità della fede e del diritto può dare di primo acchito l’impressione, l’idea di una antinomia, di una contrapposizione teorica assolutamente inconciliabile; l’una, espressione della corda più intima dell’animo umano, dello slancio emotivo più genuino e profondo, dell’adesione più totale e incondizionata all’invisibile e, in fondo, all’irrazionale; l’altra invece frutto, il più squisito, della razionalità, della riflessione, della gelida e impersonale elaborazione tecnica: l’idea quindi di due aspetti della vita umana del tutto autonomi e distinti fra loro. […] Così invece non è. […] Che mondo della fede e mondo del diritto debbano avere partecipata e fattiva attenzione l’uno dell’altro ci viene significato da due massime testimonianze: tale è infatti la lettura che possiamo dare alle parole di Paolo VI, quando, nei primi degli anni ‘70, nel discorso tenuto ai partecipanti al Congresso internazionale di diritto canonico promosso dall’Università Cattolica di Milano (1973), ebbe fervidamente a porre l’accento sulla opportunità di una “teologia del diritto che non solo approfondisca, ma perfezioni lo sforzo già iniziato dal Concilio”, così vivificando, anche sub specie juris, il sentire cum Ecclesia… Tale è il senso che ritroviamo, dieci anni dopo, nelle parole di Giovanni Paolo II, allorché, nel Discorso all’Unione Giuristi Cattolici del 1982, ebbe a sottolineare la necessità di valorizzare ogni forza che miri consapevolmente «all’attuazione dell’etica cristiana nella scienza giuridica, nell’attività legislativa, giudiziaria, amministrativa, in tutta la vita pubblica». Fin qui Rosario Livatino, al quale dedico, nel commosso ricordo, questo mio intervento nella speranza che si renda ancora attuale la profezia di Tertulliano: «Dal sangue dei martiri, il seme di uomini nuovi».

            Ma in una prospettiva più schiettamente laica, che il termine “diritto” ci invita a coltivare, vorrei anche evocare quale nume tutelare di questo dialogo il Piero Calamandrei autore del noto saggio Fede nel diritto[2]; titolo, che indubbiamente testimonia di una prospettiva diversa: diversa da quella che animava il giudice Livatino nello scritto appena ricordato e nell’intera sua esistenza. È, quella di Calamandrei, una prospettiva che evoca «la sacralità di una religione civile», per dirla con le parole di Pietro Rescigno[3], in cui traspare evidente l’aspirazione, direi quasi il culto della legalità in un’epoca in cui ombre cupe si addensavano sui diritti dell’uomo e sull’intera umanità: il saggio infatti, seppure pubblicato di recente, nel suo nucleo ispiratore originario risale agli anni ’40 del secolo scorso.

            Abbiamo così due prospettive diverse, seppure parallele. Certo, le parallele sono destinate a non incontrarsi mai, ma la sfida può essere quella di farle divenire non alternative bensì sinergiche o addirittura cooperative.


[1] Si tratta della conferenza, tenuta il 30 aprile 1986 a Canicattì su invito del locale Movimento Culturale Cristiano, il cui testo è agevolmente reperibile su diversi siti Internet.

[2] Il saggio trae origine da una conferenza tenuta alla FUCI di Firenze il 21 gennaio del 1940, ma è stato pubblicato soltanto nel 2008 da Laterza, con prefazioni di Guido Alpa, Pietro Rescigno, Gustavo Zagrebelsky e un’appendice di Silvia Calamandrei.

Alla figura e all’opera del giurista fiorentino il Consiglio Nazionale Forense ha dedicato una mostra di particolare interesse (Roma, 4-23 marzo 2013), non a caso intitolandolaPiero Calamandrei-La Fede nel diritto-Avvocatura e Costituzione” (in collaborazione con la Biblioteca Comunale e l’Archivio Storico Piero Calamandrei del Comune di Montepulciano).

[3] Così, P. Rescigno, Il rifiuto del sistema normativo dei totalitarismi, in una delle ricordate prefazioni al saggio di Calamandrei, Fede nel diritto, cit., p. 33.

Paradiso Massimo



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