At the origin of the idea of Code: projects and achievements

Alle origini dell’idea di Codice: progetti e realizzazioni

27.08.2023

Paola Biavaschi*

 

Alle origini dell’idea di Codice: progetti e realizzazioni

 

English title: At the origin of the idea of Code: projects and achievements

Doi: 10.26350/18277942_000139

 

Sommario: 1. All’alba dei progetti codicistici. – 2. Servio Sulpicio Rufo, Alfeno Varo e Aulo Ofilio: progetti codificatori e sistema aperto. 3. “Codice”: la svolta del Tardo Antico 4. “Codex”: radici semantiche – 5. Brevi considerazioni conclusive

 

 

  1. All’alba dei progetti codicistici

 

L’evoluzione del significato e della stessa natura di “codice”, nell’accezione giuridica del termine, percorre due millenni della nostra storia e ha un rilievo centrale dal punto di vista storico, sociale e politico.

Con un assunto che rimane ancor oggi un punto di riferimento per la sua estrema lucidità, lo storico del diritto e giurista italiano Adriano Cavanna riteneva che “in obbedienza al dogma della completezza, i codici si pongono come testo organico disciplinante in totale via esclusiva un certo ramo del diritto, rompendo assolutamente ogni rapporto col sistema di fonti del diritto comune”[1].Il pensiero, nel momento stesso in cui si accenna alla codificazione come viene intesa nel senso moderno del termine, corre immediatamente allo spartiacque decisivo che, nella storia del pensiero giuridico, fu costituito dal Code Civil di Napoleone: su questo dato di fatto vige il comune accordo; infatti i tentativi e le raccolte prodromiche dell’epoca degli assolutismi monarchici, quindi a partire dal XV e XVI secolo, attraverso tutto l’accidentato percorso della formazione dello Stato moderno, arrivarono a compimento, grazie alla ormai raggiunta maturità tecnica solamente con il Code Civil nel 1804, un anno, se ci pensiamo, straordinariamente vicino a noi dal punto di vista cronologico rispetto al lungo corso dell’evoluzione del diritto.

L’uso del semplice termine “codice” può essere particolarmente ambiguo, in quanto la sua gamma semantica è tanto ampia quanto la sua lunga storia: in una prospettiva storica così estesa risulta evidente come la trappola della attualizzazione e della decontestualizzazione cronologica risulti particolarmente pericolosa e, come rammenta il citato Cavanna, è necessario chiarire che, quando si parla di “codice” in epoca prenapoleonica, si parla di qualcosa di ben diverso rispetto a quanto si ritiene attualmente: un codice era semplicemente una raccolta di leggi vigenti e non un sistema organico ed esaustivo[2], uno scarto semantico fondamentale per la sua essenza stessa.

Che cosa si trova, dunque, alle origini embrionali dell’idea di “codice” giuridicamente inteso? Un sogno, un’istanza, un interesse, di cui qui possiamo rendere conto, pur avendo a disposizione un numero esiguo di fonti, riguardanti la volontà di abbandonare la peculiare alluvionalità del ius controversum tipicamente romano. Si trattava, dunque, di un progetto apparentemente razionale, ma che andava a scontrarsi con l’attitudine tipicamente romana di dare centralità alla dottrina dei iurisperiti e alla loro opinione[3].

 

In materia, non v’è dubbio che le fonti, da questo punto di vista, ci diano informazioni promettenti, ancorché scarne. Due furono, infatti, le figure politiche di primo piano nello scacchiere politico dell’ultimo scorcio della Repubblica, che si interessarono a questo tema, esprimendo il desiderio di un rinnovamento sostanziale del sistema giuridico: Gneo Pompeo e Giulio Cesare.

Sullo sfondo compare, inoltre, un iurisperitus che avrebbe potuto dare un impulso fondamentale alla sistematizzazione del diritto in epoca cesariana[4]: Aulo Ofilio[5], auditor di Servio Sulpicio Rufo e dottissimo giurista, ma anche amico intimo di Cesare[6], seppur meno celebre del Maestro e del collega Alfeno Varo, a causa della scarsa presenza delle sue citazioni all’interno del Digesto giustinianeo, per di più in frammenti caratterizzati dalla mediazione di altre opere classiche o postclassiche. In generale, all’interno del Digesto, i pareri di Ofilio risultano scarni e poco argomentati, tuttavia è opportuno riflettere sulla maggior fortuna di Alfeno in ambito giustinianeo (e probabilmente anche in epoca precedente), dovuta al suo farsi traghettatore del pensiero di Servio Sulpicio, mentre Ofilio era senza alcun dubbio portatore di idee più personali rispetto al Maestro, senza che questo significhi necessariamente più innovative[7].

È quindi necessario soffermarci sul giurista tardorepubblicano e su una suggestiva ipotesi di cui egli è stato oggetto: egli, infatti, pur mostrando in apparenza, con un atteggiamento assai diffuso nel I secolo a.C. tra gli intellettuali, un rifiuto nei confronti della vita politica attiva[8], non si allontana dalla realtà del proprio tempo, praticando un malinconico quanto sdegnato λάθε βιώσας, ma appartiene alla cerchia di conoscenti e amici, fors’anche di consiglieri, più stretti di Giulio Cesare: l’intimità amicale con quest’ultimo potrebbe avergli permesso di concepire, su impulso di costui, la realizzazione di un’opera di consolidazione del diritto,[9] rivoluzionaria per l’epoca, ma di cui già avevano sentito la necessità Pompeo[10] nel suo momento di apogeo, ma anche lo stesso Cicerone[11], che in quanto retore privo di una specifica formazione tecnico-giuridica, e quindi non senza un accenno di vis polemica nei confronti dei iurisperiti del suo tempo, aveva messo in luce i punti di forza e di debolezza del diritto romano contemporaneo, tra cui, in particolare, l’estrema confusione di un sistema che trovava le sue fondamenta anche e soprattutto nelle opinioni giurisprudenziali[12].

Nel cercare di cogliere il motivo di tale anelito, Schulz e Gaudemet[13] attribuirono la nascita di tale progetto, avente come scopo un riordino e una semplificazione del diritto, all’influenza e al successo che in ambiente romano ebbero, soprattutto nel I secolo a.C., la retorica e la filosofia greca, giungendo a produrre un movimento di fusione culturale e apprezzamento della cultura ellenica molto più votata all’astrattezza rispetto a quella tradizionale romana: di tale sviluppo, secondo il Gaudemet, Cicerone sarebbe stato “le plus illustre témoin”[14].

Bisogna, tuttavia, subito osservare che l’ipotesi di una intensa influenza dei modelli di pensiero greci, e, in particolare, delle categorie ermeneutiche aristoteliche sul diritto romano ha trovato detrattori agguerriti[15] e sicuramente più numerosi dei sostenitori: mentre è indubbio che l’ambito letterario e artistico siano stati profondamente influenzati dalla penetrazione della cultura filosofica greca, quello giuridico non presenta mutamenti convincenti in questo senso.

Risulta evidente e innegabile che, soprattutto a partire dal II secolo a.C., la progressiva e permeante ellenizzazione della cultura romana fino alle ultime luci della morente Repubblica sia stata un elemento di trasformazione fondamentale della cultura latina[16]; è d’altro canto arduo, considerate anche le peculiarità del diritto greco, stabilire se un influsso vi sia stato sulla specifica idea di una sistemazione efficace e sintetica del diritto romano, che si presentava allora quasi come una disordinata congerie alluvionale, per di più in costante aumento, situazione aggravata, come messo in luce da Casavola,[17] dall’incertezza della fedeltà agli originali, la cui copia era devoluta interamente agli scribi. Si aggiunga, inoltre, che l’influsso sarebbe stato di mera natura filosofica, poiché la cultura giuridica greca antica non ha mai dato vita ad alcun sistema organizzato.

La conclusione di qualsiasi “piano” codificatorio fu, comunque, impossibile anche per Cesare, come per Pompeo, dal momento che gli eventi impedirono il compiersi del progetto; tuttavia, è stata proposta da Paolo Cerami[18] una attenta e persuasiva lettura delle opere composte da Ofilio secondo una prospettiva sistematica che forse discende direttamente da quel disegno mai realizzato. Il giurista, nonostante la sua scelta politica di astensione dall’assumere cariche politiche, non manca di schierarsi e - a differenza dei difensori dell’ordine repubblicano nel senso oligarchico-senatoriale del termine - sceglie apertamente una parte, quella cesariana: questo è il secondo fondamentale elemento che lo distanzia dal suo Maestro. Servio Sulpicio[19], infatti, temeva lo strapotere sia di Pompeo, sia di Cesare e, similmente a Cicerone[20], incarnerà con le sue posizioni altalenanti tutte le incertezze e le inquietudini del proprio tempo tormentato e prodromico di metamorfosi profondissime della società romana.

 

Isid., Etym.5.1.5: Leges autem redigere in libris primis consul Pompeius instituere voluit, sed non perseveravit obtrectatorum metu. Deinde Caesar coepit id facere sed ante interfectus est.

 

Suet., Iul. 44: … ius civile ad certum modum redigere atque ex immensa diffusaque legum copia optima quaeque necessaria in paucissimos conferre libros …

 

 

Ritengo pienamente condivisibile l’ipotesi[21] per cui tra coloro che osteggiarono più duramente il progetto di Pompeo vi fosse stato lo stesso Servio Sulpicio. Pompeius … non perseveravit obtrectatorum metu,asserisce Isidoro di Siviglia[22]: certamente Servio, che pure, nel 52 a.C., quando Pompeo aveva ricoperto la carica di interrex, lo aveva autorevolmente appoggiato per quella di consul sine conlega, a differenza di Cicerone non poteva che valutare negativamente una proposta riorganizzativa che avrebbe inevitabilmente tolto rilievo alla figura del iurisperitus.

Tale congettura, inoltre, mostra chiaramente un importante elemento di indipendenza, o addirittura di contrapposizione dell’allievo Ofilio, di cui abbiamo sottolineato l’indipendenza, rispetto al Maestro. Evidentemente sarebbe impossibile comprendere le contrapposte opinioni espresse dai giuristi ignorando la temperie storica che caratterizzava quest’epoca tanto travagliata quanto creativa: gli stessi circoli di conoscenze e di amicizie interagivano con la vita professionale dei giuristi, così come con quella degli oratori ed era molto difficile, se non impossibile, riuscire a rinchiudersi in una sorte di torre d’avorio, un atteggiamento che fu invece senza dubbio più semplice da assumere qualche decennio dopo, durante la pax Augusta, quando ormai si era chiusa l’epoca delle guerre civili e non era più necessario né consigliabile, né addirittura possibile, intraprendere “scelte di campo”.

Non si può, infatti, negare che ai giuristi del tempo di Servio Sulpicio e del suo auditor Aulo Ofilio sia toccato di vivere in una delle epoche più complesse, ma anche più interessanti della vicenda storica di Roma, non solo per l’evoluzione politica che si stava attuando, ma anche per lo stesso sviluppo giuridico: l’Urbe era una vera e propria fucina di idee e progetti che si incontravano e si scontravano per andare in larga misura a naufragare sotto i colpi delle armi o nel crogiuolo delle passioni politiche.

In un simile clima passò quasi inosservato, o, meglio, fu presto dimenticato, anche il naufragio dell’embrionale progetto cesariano relativo a una possibile sistematizzazione del diritto: il fallimento del piano codificatorio, tuttavia, probabilmente influenzò la storia del diritto in modo radicale, facendo sì che per un lungo periodo di tempo avesse ancora la meglio il “partito” di coloro che ritenevano miglior cosa lo sviluppo del diritto giurisprudenziale, anche a costo di trovarsi di fronte spesso e inevitabilmente, per tutelare la libertà dei giuristi, al ius controversum[23]: “ … non è un caso che, malgrado il punto di maturazione della giurisprudenza, il disegno di Cesare, relativamente ad una codificazione del diritto civile, sia rimasto senza seguito”. La ragione di tale fallimento non poteva essere attribuita, secondo quanto sostengono Svetonio e Isidoro di Siviglia, solamente all’inattesa svolta del cesaricidio, ma a motivazioni profondamente intrinseche nella cultura e nel pensiero giuridico romano: non è un che lo scaltro Ottaviano non abbia raccolto il testimone e che il progetto non abbia più avuto seguito per secoli. 

Dopo quanto considerato, appare evidente come la totale mancanza di entusiasmo della maggior parte dei giuristi nei confronti del progetto di sistematizzazione pompeiano e cesariano non appaia tanto motivata dalla avversione per l’esterofilia della cultura ufficiale, quanto dalla preoccupazione che venisse meno quel diritto in costante evoluzione, basato fondamentalmente sui valori dei mores maiorum, “che la giurisprudenza continuava a volere come suo allodio, proprio in grazia della libera natura di quel diritto, ligio, sì, alla tradizione, ma non soggetto ai lacci del diritto legislativo”[24]. Tale modalità di evoluzione giurisprudenziale aveva fatto di Roma la patria del diritto, in quanto aveva permesso uno sviluppo inimmaginabile in un contesto più rigido. Insomma: da una parte era in gioco la libertà dei giuristi, la loro indipendenza intellettuale, una spinta potente e autoconsapevole che caratterizzò fortemente il periodo d’oro degli ultimi due secoli della Repubblica, dall’altra, quando sarà la volta del principato augusteo, il princeps porrà in primo piano, all’interno della sua politica della tradizione, il rispetto dei mores e dei princìpi culturali romani, fondamenti che avranno la meglio ancora per un lungo lasso di tempo.

Affermava in merito Casavola: “Formalismo e tradizionalismo dei giuristi, organo della memoria e della ragion civile della comunità nazionale, nonché predilezione loro per il metodo topico più che per il sistema; immaturità dei ceti di governo per un progetto di codificazione, che avrebbe, ai loro occhi, sanzionato la perdita definitiva delle prerogative di normazione del senatus populusque Romanus; furono queste forse le cause immediate che lasciarono nel limbo dei programmi irrealizzati il libro elementare di Cicerone e il codice di Cesare”[25]. Un limbo che prevalse ancora per secoli, fino quanto meno alle prime innovazioni di epoca dioclezianea, ma per giungere al cambiamento sostanziale, fino al Codice Teodosiano, quando tutto era mutato, a partire dalle concezioni filosofiche ed esistenziali di base.

Ancora nel II secolo d.C., il giurista classico Tito Pomponio, autore dell’Enchiridion, ossia di una breve storia del diritto romano oggi conservata nel Digesto giustinianeo illumina la figura del giurista con tratti di libertà e creatività peculiari dell’epoca repubblicana:

 

D.1.2.2.13: … constare non potest ius nisi aliquis iuris peritus, per quem possit cottidie in melius produci …

 

Le parole di Pomponio sono cristalline: il diritto romano è, a tutti gli effetti, un diritto aperto, una realtà che sarebbe senza dubbio stata stravolta in caso di realizzazione dell’ambizioso piano cesariano, il quale probabilmente, rispetto all’embrionale progetto pompeiano, doveva essere più ampio e articolato, come fanno intendere le fonti, seppur in termini troppo concisi. Sopravvivono, come abbiamo anticipato, all’ingiuria del tempo, le due fonti che abbiamo prodotto, scarne, ma fondamentali per una ricostruzione di quanto accaduto: Svetonio e Isidoro di Siviglia.

 

 

2. Servio Sulpicio Rufo, Alfeno Varo e Aulo Ofilio: progetti codificatori e sistema aperto

 

Come trasmettono le fonti, se Pompeo semplicemente voluit, Cesare coepit id facere; se Pompeo, forse sotto l’impulso ciceroniano, aveva solo vagheggiato la possibilità di creare un insieme di leggi organico, per raccogliere tutta la disordinata e confusa materia legislativa, Cesare, secondo taluni autori, sarebbe andato oltre, giungendo a organizzare la realizzazione di una sorta di raccolta giuridica completa ed esaustiva[26], che sarebbe stata decisamente innovativa rispetto a quanto precedentemente realizzato e, in certo qual modo, trasgressivo e spregiudicato rispetto al filone principale della tradizione romana. Per poter condurre a termine questo piano ambizioso era, ovviamente necessario potersi avvalere dell’aiuto specialistico di giuristi capaci e preparati e, a quel che si presume, il ruolo del doctus Ofilio avrebbe potuto essere centrale; d’altra parte lo stesso Pomponio sottolineò, oltre alla sua estrema preparazione dottrinale, anche il suo essersi interessato di ogni ramo del diritto: era quindi la persona più adatta per intraprendere questo ambizioso e innovativo progetto[27].

 

 

D.1.2.2.44: Is [Ofilius] fuit Caesari familiarissimus et libros de iure civili plurimos et qui omnem partem operis fundarent reliquit. nam de legibus vicensimae primus conscribit…

 

La parte del testo dell’Enchiridion di Pomponio[28], contenuto nel titolo De origine iuris et omnium magistratuum et successione prudentium, e in cui viene brevemente tracciato l’elenco delle opere che il giurista avrebbe scritto, risulta suggestiva anche se diversamente interpretabile, così che nel tempo ha aperto il campo a diverse illazioni, pur rimanendo fermo il punto essenziale relativo alla rilevanza che Pomponio attribuiva all’operato del giurista Aulo Ofilio.

Risulta particolarmente interessante notare come lo spazio ivi riservato al giurista tardorepubblicano sia più ampio di quello nel quale si parla dei suoi colleghi coevi; un aspetto rimarchevole riguarda la scarsezza delle informazioni riguardanti Alfeno Varo, che pure, come è noto, è stato nettamente preferito a Ofilio dai compilatori giustinianei: dalle epitomi di Alfeno si escerpì un numero di passi piuttosto rilevante, mentre non abbiamo nessun passo ascrivibile direttamente da Ofilio[29]. Anche se, dal momento che siamo ben poco informati sulla conservazione dei testi preclassici nel VI d.C., non ci è noto se quella dei compilatori sia stata più una scelta o più una necessità dovuta alla trasmissione testuale[30]; risulta evidente, in ogni caso, il fatto che Alfeno Varo fu soprattutto mediatore della scienza giuridica serviana, e questo fu il motivo principale del suo successo legato alla compilazione giustinianea[31]: per Vernay, Ofilio “fut lui qui montra le plus d’originalité et d’indépendence de tous les disciples de Servius. Mais précisément pour ce motif, s’il eut autant de valeur qu’Alfenus, il est moins que lui représentatif de l’école servienne”[32].  

Pietro Cerami sosteneva: “Fallito il progetto codificatorio con le idi di Marzo del 44 a.C., è assai verosimile che Ofilio abbia ritenuto di dover travasare e concretare nei suoi libri iuris partiti quella irrinunciabile esigenza di razionalizzazione e sistemazione dell’universum ius, che egli aveva tentato di realizzare, in sede politico-istituzionale, d’intesa con Cesare”[33]. Il giusromanista era giunto a ritenere che Ofilio, una volta venuta meno la possibilità di realizzare concretamente il progetto ideato insieme a Giulio Cesare, avesse posto mano a un’opera articolata e di ampio respiro.

Veniamo quindi a un’ulteriore considerazione: la breve ma incisiva annotazione di Pomponio, per il quale Ofilio perseveravit in aequitate, oltre che l’assenza di testimonianze a suo riguardo che riguardino cariche magistratuali del suo tempo, ci fanno intendere che egli non volle seguire il cursus honorum e rifuggì dagli impegni politici. Mentre il maestro Servio, nel 51 a.C., e il “collega” Alfeno, nel 39 a.C., non disdegnarono di assurgere al grado di consoli, come si è precedentemente osservato, Aulo Ofilio scelse consapevolmente (perseveravit) la libertà da impegni politici, preferendo dedicarsi completamente all’occupazione di giurista, una decisione consapevole, che lo rende esponente di spicco di quella corrente di pensiero, di cui massimo rappresentante fu Labeone, per cui lo studio del diritto poteva e doveva essere un impegno “a tempo pieno”, eventualmente accompagnato solo dall’insegnamento.

L’apparente esclusività della scelta di vita di Ofilio è un elemento fondamentale  che lo differenzia  dall’ecletticità e dall’impegno del maestro Servio Sulpicio (giurista, oratore, uomo politico), il quale fu spesso lodato dall’amico Cicerone per l’ampiezza e la varietà degli studi compiuti[34] e, in particolare, per il fatto di essere al contempo retore e giurista, formazione quest’ultima che Servio avrebbe intrapreso solo dopo aver terminato gli studi umanistici, accortosi della propria impreparazione in materia. Servio, seguendo la grande tradizione repubblicana, vede nell’attività magistratuale un dovere imprescindibile a garanzia del mantenimento del sistema pluralistico romano. Anche se non si tratta certamente della moderna concezione di democrazia, Servio è un rappresentante modello di un sistema basato sulla pluralità delle voci; come tale non può che difendere il “sistema aperto”, fondato sulla iurisprudentia, in quanto baluardo di tale modello sociale.  

Al contrario, lo stile di vita basato sul disimpegno politico rappresenta, tra i giuristi di quell’epoca, tutto sommato, una peculiarità; e non v’è dubbio che essa non sia collegata all’analoga presa di posizione di molti intellettuali di quel tempo (si pensi a Catullo); considerate le grandi possibilità offerte dalla stretta e proficua amicizia con Cesare, tale scelta sembra effettivamente quasi incomprensibile, ma essa diventerà mano a mano un modello comportamentale sempre più diffuso nel periodo di transizione tra la Repubblica e l’Impero  e, soprattutto, durante il principato augusteo.

 Se dal punto di vista politico la trasformazione del panorama politico romano era ormai quasi giunta a compimento con una progressiva, ma inarrestabile reductio ad unum, l’intento di cernita e riorganizzazione delle varie parti del diritto, sulla scorta del modello eliano, ma di ancor più ampio respiro, seppur effettivamente esistette, si rivelò perdente alla resa dei conti ancora per molti secoli: avrebbe avuto la meglio per un tempo ancora molto lungo un altro ideale, quello, caro ai giuristi, che propugnava un sistema aperto, meno organizzato, ma tutto sommato più favorevole all’espressione del loro libero pensare[35]. Politica e diritto, a partire dal periodo cesariano vissero una sorta di “sfasamento” cronologico che andrà assestandosi solamente con il trascorrere dei secoli.

 

3.“Codice”: la svolta del Tardo Antico

 

Tra gli eventi che abbiamo appena trattato e il Code Napoléon trascorrono circa diciotto secoli: i tentativi di portare ordine nella congerie giuridica romana non saranno di poco momento.  La prima grande svolta fu quella dei codici privati di epoca dioclezianea – il Gregoriano e l’Ermogeniano[36] – che saranno raccolte di costituzioni imperiali, in grado di aiutare il giurista a districarsi nella giungla delle fonti. Sulla scorta di tali opere fondamentali, che racchiudono in sé il germe di una nuova forma mentis, in un secondo momento cruciale, a metà del V secolo, si diffonde una nuova mentalità: i tempi si fanno maturi per cominciare a concepire un progetto di più ampio respiro sostenuto e realizzato per volere dell’imperatore: l’epoca dei grandi giuristi indipendenti è ormai un lontano ricordo.

Queste compilazioni vengono quindi denominate “codici”, un termine che avrà l’immensa fortuna dal punto di vista giuridico e che, nella storia dell’editoria, è legata anche, a un certo punto, alla contrapposizione tra paganesimo e cristianesimo: il codex diviene infatti un vessillo della cristianità (a partire dai Vangeli), di contro all’uso dei rotoli, collegati alla tradizione pagana. 

Quanto al Tardo Impero, è notorio che il Theodosianus venne certamente subito denominato codex, mentre le nostre fonti designano il Gregorianus e l’Hermogenianus  talora impiegandoli come aggettivi sostantivati, talora esplicitando codex oppure corpus, anche se, a dire il vero, per quanto possiamo ricostruire, queste due raccolte normative sono definite codices per la prima volta, ufficialmente, nella costituzione del 429 d.C. di Teodosio II.

 

  1. Codex: radici semantiche

Secondo Guzmán[37] ancora intorno al IV secolo d.C., codex avrebbe indicato soltanto un libro, per lo più composto da quaderni pergamenacei legati insieme, in opposizione al volumen, cioè il rotolo di papiro, al quale si sostituì perché più resistente e più pratico, divenendo semplice sinonimo di libro. Solo a partire dal Teodosiano il termine codex si sarebbe specializzato nell’accezione tecnico-giuridica.

Dunque, gli autori del Gregoriano e dell’Ermogeniano non avrebbero dato alle loro opere il titolo di codex, tuttavia, essendo utilizzate frequentemente nei processi per la pratica della recitatio, cioè la citazione di una legge durante il processo con esibizione del testo durante la lettura, furono probabilmente chiamate codici, a causa del formato utilizzato per la pubblicazione, con aggiunta del nome di colui che aveva effettuato la raccolta, ormai abbastanza rinomata.

Al contrario, Sperandio sembra ritenere che codex indicasse, almeno a partire dal I sec d.C., una “raccolta ufficiale di atti” e soltanto al termine del III secolo d.C. sarebbe avvenuta un’estensione di significato nella direzione di “libro” in generale: proprio in questo periodo, infatti, sarebbe cominciata una trascrizione di tutte le opere giurisprudenziali dal volumen al codex, una vera e propria riedizione degli iura, al fine di assimilarli alle leges, su modello delle trascrizioni di leggi imperiali che ogni anno venivano effettuate dalla cancelleria, raccolte poi in codices. La sua affermazione si basa sull’esame di alcune testimonianze antiche circa l’utilizzo del termine codex in connessione con la sfera semantica del diritto, cioè col significato di tavolette usate per scopi legali o archivi di magistrati. La forma del codex per il Gregoriano e l’Ermogeniano sarebbe stata, dunque, una scelta dovuta non tanto alla rivoluzione editoriale, quanto alla naturale evoluzione di questa “raccolta ufficiale di atti”. Sperandio, dunque, conclude che “il dato semantico del termine codex e, soprattutto, la risalente tradizione che ne faceva lo strumento più idoneo alla conservazione dei documenti ufficiali inducono a ritenere che, negli archivi imperiali, il codex dovesse essere un usuale mezzo di raccolta delle costituzioni e che, quindi, l’autore del Gregorianus trovasse naturale chiamare codex la propria opera”[38].     

L’origine etimologica di codex, nella sua accezione culturale e giuridica, è abbastanza ben accertabile. Il significato primario e originario del termine era infatti quello di “tronco d’albero”, come chiaramente testimoniato, per es., da Varrone, citato nelle Notti Attiche di Gellio 16.16.3: (Varro) pedes cruraque arboris ramos appellat, caput stirpem atque caudicem.

Circa la grafia, il dizionario Ernout-Meillet[39] (sub voce codex) precisa: “La confusion est constante entre - et cau- pour ce mot. Les inscriptions ont codex; les manuscrits semblent avoir réparti les formes: caudex est plutôt réservé au sens d’arbre, codex au sens de livre”.

L’evoluzione au > ō è un processo di mutamento normale dello sviluppo del latino, laddove la monottongazione, già indubbiamente prodottasi nel I sec. a.C. veniva avvertita come marca di pronuncia “popolare”, come risulta palese, per esempio, dal mutamento della forma del gentilizio patrizio Claudius in Clodius del noto P. Clodius Pulcher (assassinato da Milone nel 52 a.C.), nel momento della sua transitio ad plebem (per adozione), alfine di ottenere il tribunato della plebe (nel 58 a.C.).

Riguardo codex, Ernout-Meillet cita addirittura uno scoliasta di Terenzio che supponeva che la variante con -au- fosse un esito artificioso di ipercorrettismo: “caudex est truncus arboris conuersa o in au, fit pro codex caudex, sicut pro cote cautis”.

Le testimonianze delle epigrafi e l’uso più o meno normalizzato dell’alternanza - / cau- non forniscono comunque in sé elementi per confermare o rifiutare il passaggio diacronico au > ō a vantaggio dell’ipotesi di uno sviluppo di -au- come falsa pronuncia urbana. La scelta a favore di un -au- originario deriva piuttosto da una serie di considerazioni linguistiche e dall’attenta analisi delle fonti letterarie.

Una testimonianza molto risalente, che presenta la forma caudex anche in una fonte epigrafica (i Fasti Capitolini), è conservata nel cognomen di Ap. Claudius Caudex, fratello di Appio Cieco e console nel 264 a.C. A suo proposito Seneca nel De brevitate vitae, 13.4 afferma: quis Romanis primus persuaserit navem conscendere? Claudius is fuit, Caudex ob hoc ipsum appellatus quia plurium tabularum contextus caudex apud antiquos uocabatur, unde publicae tabulae codices dicuntur et naves nunc quoque ex antica consuetudine quae commeatus per Tiberim subvehunt codicariae vocantur.

Questa prezioso passo di Seneca, il cui contenuto è ulteriormente confermato da Varrone citato da Nonio Marcello[40]: antiqui plures tabulas coniunctas codices dicebant, ci fornisce gli strumenti per ricostruire, più in dettaglio, secondo una sequenza logica, i passaggi dell’evoluzione semantica di caudex.

In una prima fase, il significante caudex veicolava il significato originario di stirps o truncus arboris. Isidoro[41]  cita un nome antico e raro di un tipo di imbarcazione: le caudicae, ex uno ligno cavato factae, cioè, precisamente, scavate, in un unico caudex, cioè “tronco”, appunto.

In una fase successiva, tramite un banale sviluppo metonimico, caudex assunse l’ulteriore accezione di “aggregato di tavole lignee”, ossia plurium tabularum contextus, e questo senso è certamente attestato come esistente almeno alla metà del III secolo a.C. come prova il cognomen Caudex del citato console così energicamente impegnato nel far costituire la prima flotta militare romana. Il riferimento a un conglomerato di tavole lignee, come termine specialistico della carpenteria è anche provato dal termine codicariae, che, come visto, indicavano (a differenza delle primitive caudicae) un tipo di barche, costruite con assi lignei e destinate al trasporto di derrate sul Tevere. Questa specifica accezione non era più vigente già nel I sec. a.C.

Il successivo sviluppo semantico è infatti nettamente segnalato nel passo citato di Seneca, tramite l’uso del tempo presente: unde publicae tabulae codices dicuntur, rispetto a plurium tabularum contextus caudex apud antiquos uocabatur; ma la proiezione nel tempo passato spicca anche nel frammento di Varrone: antiqui plures tabulas coniunctas codices dicebant. Si tratta, dunque, dell’uso sempre più frequente, consolidatosi dalla fine del III secolo a.C., di rilegare due o più tavole lignee impiegate per la trascrizione di documenti ufficiali pubblici o privati (in particolare tavole cerate, o forse persino tabule dealbatae, trascriventi atti di magistrati o funzionari, oppure tavolette cerate contenenti negozi giuridici particolari). Questa tecnica di rilegatura di “pagine” lignee si estese poi all’impiego di supporti diversi, giustificando la fissazione del significato finale di codex come sinonimo di “libro composto da pagine pergamenacee o cartacee rilegate”, in opposizione all’antico liber-volumen da srotolare. In epoca imperiale, quest’ultima accezione si stabilizza in pieno e infatti Ulpiano parla normalmente di codices membranei vel chartacei[42].

Il termine si specializza, infine, nel senso di “libro di conti” e, nella lingua giuridica, in quello di “raccolta di leggi”[43].

Questa ricostruzione dettagliata, e scientificamente fondata, del percorso diacronico di trasformazione del significato di caudex / codex ci permette di cogliere, senza equivoci, l’imprecisione della spiegazione “metaforica” di Isidoro di Siviglia (6, 13, 1), peraltro tratta da Svetonio: codex multorum librorum est; liber unius voluminis. Et dictus codex per translationem a codicibus arborum seu vitium, quasi caudex, quod ex se multitudinem librorum quasi ramorum contineat.

 

  1. Brevi considerazioni conclusive

 

     Il Codice rappresenta dunque una svolta da ogni punto di vista: in Occidente si sente un forte desiderio di trovare un ordine, o forse un bandolo, nell’uso da parte della prassi delle opinioni dei giuristi, e di questa esigenza il frutto è la Legge delle Citazioni, emanata da Valentiniano III[44]. In Oriente Teodosio II comprenderà la necessità di dare una cornice alle costituzioni imperiali: il suo sogno, più complesso e strutturato, si rivelerà ingestibile e bisognerà accontentarsi di una grande raccolta in sedici libri, divisa per materia, in cui la volontà di realizzare un “deposito” storico e quella di creare un insieme esaustivo di leggi vigenti dovranno convivere, in un modo tanto utile per lo storico del diritto, quanto farraginoso per la consultazione dei contemporanei: il Codice Teodosiano[45], pietra miliare per l’Occidente fino alle leggi romano-barbariche, soprattutto la Lex Romana Visigothorum, che lo useranno come solida base, insieme alle epitomi tardoantiche (come l’Epitome Gai. e le Pauli Sententiae).

Per quanto riguarda, invece, il Corpus iuris giustinianeo[46], il quale costituirà un punto di svolta imprescindibile per la formazione del diritto europeo, esso dispiegherà la sua influenza soprattutto in Oriente fino a quando la Scuola di Bologna ne farà un baluardo del diritto medioevale[47]: si pensi all’omissione totale che nelle Etymologiae ne fece Isidoro di Siviglia[48]:

 

Isid. Etym. 5.1.7: Novae a Constantino Caesare coeperunt et reliquis succedentibus, erantque per mixtae et inordinatae. Postea Theodosius minor Augustus ad similitudinem Gregoriani et Hermogeniani codicem factum constitutionum a Constantini temporibus sub proprio cuiusque imperatoris titulo disposuit, quem a suo nomine Theodosianum vocavit.

 

I lunghi secoli del diritto comune, concepito come operante in un  sistema  di  fonti  normative  concorrenti nel dialogo serrato tra ius  commune - ius  proprium segnano il coordinamento tra  la molteplicità  dei  diritti  particolari e l’unità  di  un  diritto  universalmente suppletivo. Il diritto comune accolto in una pluralità di realtà assolse funzione di carattere sussidiario. A differenza del diritto romano, in cui importanza centrale aveva l’opinione dei giuristi - la iurisprudentia -, nel diritto medioevale essi non possono creare il diritto, ma devono rimanere collegati alle norme di riferimento: tuttavia essi possono plasmare, riformare, adeguare. L’interpretazione dei iurisperiti, anche in questo caso,talora giunge a sostituirsi al testo normativo[49].

E di nuovo si usò il metodo della Legge delle Citazioni: si badò a verificare una coincidenza di opinioni delle massime autorità dottrinali, con la tendenza a considerare essenziale la presenza di una communis opinio. La maggioranza di numero dei giuristi concordi e l’autorità degli stessi furono i due elementi da cui la communis opinio si originava. Per questa ragione, appare evidente come non fosse risolta quell’incertezza del diritto di cui parlava già come di un morbo Cicerone: oltre ai noti accenni all’interno dell’ampia opera retorica De oratore[50], si ricordino le vive lamentele relative alle incertezze del diritto[51] nel perduto De iure civili in artem redigendo, sul quale rimangono le preziose testimonianze di Quintiliano e Gellio[52].

Nelle costituzioni sistematiche degli umanisti un aspetto è notevole: l’influenza della sistematica delle Istituzioni giustinianee, cioè il classico schema di Gaio: personae, res, actiones; tuttavia l’unità e la coerenza giuridica erano di fatto rese impossibili dalla frammentazione locale e personale del diritto. La pluralità di fonti a vario titolo concorrenti conduceva alla carenza di tre aspetti fondamentali per un efficiente funzionamento della macchina giuridica: certezza, semplicità, unità.

L’antinomia tra volontà accentratrice degli Stati assolutistici e particolarismi locali diviene sempre più marcata: ed è questo il clima complesso in cui pian piano sorge e si plasma l’idea di “codice” in senso moderno; solo durante il periodo illuminista, i tempi furono maturi filosoficamente e culturalmente per il sorgere del fenomeno della codificazione. Con le raccolte giuridiche atte al riordino del diritto, il sovrano illuminato avrebbe dimostrato il nuovo atteggiamento nei confronti della società: seguendo i principi dei lumi, da Voltaire a Beccaria, la storia veniva ora considerata “un pelago di errori”[53],  la spinta innovatrice tendeva a eliminare il vecchio (compreso il vecchio diritto) e far sorgere il nuovo; solo questo, per gli illuministi, avrebbe permesso un vero progresso per l’umanità. La legge, chiara - precisa, semplice, certa - avrebbe dovuto estirpare il virus dell’interpretazione giurisprudenziale, latrice di incertezza e incoerenza.

Tuttavia, l’autentico punto di frattura rispetto al passato fu costituito dal trauma rivoluzionario e dal suo successivo superamento[54]: all’indomani del Terzo  Direttorio,  la  Rivoluzione Francese perde la sua carica propulsiva; ritornano concetti della tradizione, ma le forme non possono più essere le stesse. Concetti come quello di proprietà, di testamento, di successione legittima, passati attraverso la ghigliottina rivoluzionaria, ritornano ad avere molte, ma non tutte, le caratteristiche prerivoluzionarie.

Nel Codice Civile francesedel 1804, si ritrovano sì istituti innovativi, come il matrimonio civile, il divorzio, il divieto di diseredazione, il principio dell’uguaglianza successoria dei figli e il diritto di costoro a una quota legittima sul patrimonio ereditario, ma per molti motivi esso è ancora un’ode alla tradizione. Il Code Civil è stato, fuor di dubbio, uno straordinario successo per Napoleone, il quale è riuscito finalmente a concretizzare un sogno politico e propagandistico che aveva già toccato la romanità[55]: iura et arma, il manifesto giustinianeo,è un motto che, in definitiva, costituisce l’ideale di completezza per qualsiasi uomo politico che intenda essere timoniere del suo tempo e punto di riferimento per il tempo a venire.

 

Abstract: The contribution focuses on the origin of the legal idea of "code": through the analysis of the sources (Suetonius, Isidore and Pomponius), the first late-republican codification projects of Pompey and Caesar are followed, systematization projects that failed due to the opposition of the iurisperites, inclined to preserve an open system.  In this context the role of Servius Sulpicius Rufus, Alfeno Varus and Aulus Ophilius is investigated. Through the analysis of the semantic roots of the term "code", we reach the turning point of Late Antiquity, when, starting from the Diocletian era, the projects of collection and organization of the imperial constitutions gradually materialize.

 

Key words: Codification project, Iulius Caesar, Aulus Ofilius, codex, Late antique codes, Open system.


*  Università degli Studi dell’Insubria (paola.biavaschi@uninsubria.it)

[1] A. Cavanna, Storia del diritto moderno in Europa, Milano, 1979, p. 257 s.

[2] Da questo punto di vista è difficile non scorgere nel Corpus iuris giustinianeo nella sua interezza le basi da cui si svilupperà a distanza di quasi tredici secoli il Code Napoleon.

[3] L. Vacca, La giurisprudenza nel sistema delle fonti del diritto romano, Torino, 2012 (2a ed.), 12 ss.

[4] P. Cerami, Il sistema ofiliano, in La codificazione del diritto dall’antico al moderno, Napoli, 1998, p. 83 ss.

[5] P. Biavaschi, Caesari familiarissimus. Ricerche su Aulo Ofilio e il diritto successorio tra Repubblica e Principato, Milano, 2011, interamente dedicata al giurista.

[6] D.1.2.2.44 (Pomp. Enchiridion).

[7] Aulo Ofilio fu, con Alfeno Varo, il più importante e prolifico allievo di Servio Sulpicio Rufo, appartenendo alla generazione dei cosiddetti auditores Servii, tra cui si ricordano i nomi di Aufidio Namusa, Aufidio Tucca, Cinna, Gaio Ateio, Flavio Prisco, Pacuvio Labeone, Publio Gellio, Tito Cesio; di alcuni di costoro si ricorda solamente il nome, di altri possediamo pochissime opinioni; altre volte ci troviamo di fronte alla citazione degli auditores Servii nel loro complesso, dal momento che essi hanno riunito i responsi serviani, forse aggiungendo anche del loro. Non v’è dubbio comunque che, nella considerazione dei posteri, Ofilio e Alfeno siano stati i più rilevanti esponenti della scuola serviana e ciò è testimoniato dal numero di citazioni presenti nel Digesto.

[8] Il cavaliere Aulo Ofilio non accettò mai incarichi magistratuali, seguendo così una linea di comportamento molto diffusa nel ceto degli equites intellettuali dell’ultimo secolo prima di Cristo.

[9] C. Arnò, Scuola muciana e scuola serviana, in AG, 87.1 (1922), p. 64; E. Polay, Der Kodifizierungplan des Julius Caesar, in Acta Antiqua Hungarica, 13 (1965), p. 48 ss. e F. D’Ippolito, I giuristi e la città: ricerche sulla giurisprudenza romana della Repubblica, Napoli, 1994, p. 93 ss. sostengono con forza l’opinione per cui Aulo Ofilio sarebbe stato il principale responsabile dell’attuazione del progetto cesariano. Tale ipotesi è generalmente condivisa dagli storici del diritto.  

[10] Pompeo, durante il suo terzo consolato, avrebbe tentato la pubblicazione di una raccolta esaustiva di leggi, nell’ottica di una riunificazione del ius civile, ma il tentativo sarebbe fallito a causa della forte opposizione incontrata dal progetto (Isid., Etym. 5.15), presumibilmente derivante proprio dagli alleati di Pompeo all’interno del Senato. Vedasi, in particolare, E. Polay, Der Kodifizierungplan des Pompeius, cit., p. 85 ss.

[11] Si ricordi, oltre ai ben noti accenni all’interno dell’ampia opera retorica De oratore (1.42.187-191; 2.23.142), le rampogne relative alle incertezze del diritto (Rep. 3.6.9-10) e il perduto De iure civili in artem redigendo su cui le preziose testimonianze di Quint., Inst. orat. 12.3.10; Gell., Noct. Att. 1.22.7. Vedasi sul punto in generale H. J. Mette, Ius civile in artem redactum, Göttingen, 1954, passim, ma specialmente F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano e l’ars iuris civilis, in SDHI, 46 (1980), p. 372 ss. ( = Cicerone tra diritto e oratoria. Saggi su retorica e giurisprudenza nella tarda Repubblica, vol. 1, Como, 1984, p. 61 ss.); M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, Napoli, 1984 (2a ed.); F. D’Ippolito, I giuristi e la città, cit., p. 97; A. Torrent, La ordinatio edicti en la politica juridica de Adriano, in  BIDR, 86-7 (1984), p. 40 s.; interessante notare che, secondo D. Nörr, Pomponius oder zum Geschichtsverständnis der römischen Juristen, in ANRW, vol. 2.15, Berlin-New York, 1976, p. 527, Pomponio per la redazione dell’Enchiridion si sarebbe basato su quell’opera ciceroniana, i cui ideali avrebbero forse ispirato anche i progetti di Pompeo e di Cesare: si pensi, ad esempio al suggestivo ritorno, difficilmente casuale, del verbo redigere, sia nella testimonianza di Svetonio (Iul. 44), sia in quella di Isidoro (Etym.5.15). Cfr. D’Ippolito, I giuristi e la città, cit., p. 100 ss.

[12] P. Biavaschi, La Villa del Giurista: lode alla tradizione, in La Villa del giurista sull’Aniene e i suoi affreschi -Minima Epigraphica et Papyrologica, Roma, 2020.

[13] F. Schulz, History of Roman Legal Science, Oxford, 1946, p. 50 ss.

[14] J. Gaudemet, Tentatives de systématisation du droit, in Index, 15 (1987), p. 82 ss.

[15] L’idea generale di una limitata impronta della retorica greca sul metodo ermeneutico del diritto romano si trova tra gli altri in E. Albertario, I fattori della evoluzione del diritto romano postclassico e la formazione del diritto romano giustinianeo,in SDHI, 1 (1935), p. 30 nt. 86; V. Lübtow, De iustitia et iure, in ZSS, 66 (1948), p. 466; U. Wesel, Rhetorische Statulehre und Gesetzeauslegung der römischen Juristen, Köln, 1967; F. Wieacker, Über die Verhältnisse des römischen Fachjurisprudenz zur griechisch-hellenistischen Theorie, in Iura, 20 (1969), p. 448 ss. Da ultimo, risulta assai utile la lettura dell’articolo lavoro di O. Behrends, Gesetzund Sprache. Das römische Gesetz unter der Einfluß der hellenistischen Philosophie, in Nomos und Gesetz. Ursprüngeund Wirkungen des Gesetzes in Geschichte und Gegenwart, Göttingen, 1995, p. 135 ss. (= Istitut und Prinzip. Siedlungsgeschichtliche Grundlagen, Philosophische Einflüsse und das Fortwirken der beiden republikanischen Konzeptionen in den kaiserzeitlichen Rechtsschulen, 1, Göttingen, 2004, p. 91 ss.).   

[16] Da questo punto di vista, lo storico e celebre scontro tra gli Scipioni e Catone il Censore è paradigmatico.

[17] F. Casavola, Cicerone e Giulio Cesare tra democrazia e diritto, in Questioni di giurisprudenza tardorepubblicana (a cura di G.G. Archi), Milano, 1985, p. 282 s. (si veda Cic., De leg. 3.20.46).

[18] P. Cerami, Il sistema ofiliano, cit., p. 83 ss.

[19] E. Vernay, Servius et son école. Contribution à l’histoire des idées juridiques à la fin de la République romaine, Paris, 1909, p. 21 ss.: “Il était le défenseur, sceptique peut-être au fond, d’une cause perdue d’avance. Dans son admiration pour le passé se trouve une part de convention, une mode répandue dans la vieille aristocratie, un goût de lettré pour le vieilles traditions romaines, un souci d’archaïsme analogue à l’archaïsme littéraire, qui commence à sévir au début du VIIIe siécle” (sullo scritto dell’autore francese, le rec. di P. Huvelin, in NRH, 35 (1911), p. 466 ss. E di H. Peters, in ZSS, 32 (1911), p. 463 ss.). Vedasi anche Harries, Cicero and the Jurists, cit., p. 111, oltre che la notissima lettera a Cicerone, Ad fam., 4. 5, in cui Servio consola l’amico per la perdita della figlia Tullia, adducendo come elemento di consolazione il fatto che con il morire ella si sarebbe risparmiata di vedere con i propri occhi il crollo della Repubblica e tutti gli antichi ideali romani sovvertiti e calpestati (cfr. l’approfondita riflessione di A. Schiavone, Giuristi e nobili nella Roma repubblicana. Il secolo della rivoluzione scientifica nel pensiero giuridico antico, Bari, 1987, p. 136 ss. e, recentemente, A. Castro Saez, Cuatro cónsules en la corrispondencia ciceroniana: Pompeyo, Cicerón, César y Servio en la hora de la guerra civil, in BIDR, 101-102, 1998-99, p. 199 ss. = in Annaeus, 2, 2005, p. 311 ss. e anche Idem, Crónica de un desencanto: Cicerón y Servio Sulpicio Rufo a la luz de las ‘cartas a Ático, in SDHI, 70 (2004), p. 220 ss.); E. Gabba, Per una biografia di Servio Sulpicio Rufo, in Athenaeum, 96 (2008), p. 397 ss.

[20] In merito i testi di riferimento di E. Lepore, Il princeps ciceroniano e gli ideali politici della tarda repubblica, Napoli, 1954; G. Boissier, Cicerone e i suoi amici, voll. 1-2, trad. it., Milano, 1959.

[21] L. Peppe, Note sull’editto di Cicerone in Cilicia, in Labeo, 37 (1991), p. 64; F. D’Ippolito, I giuristi e la città, cit., p. 97; pienamente concorde F. Casavola, Cicerone e Giulio Cesare, cit., p.  283: “La diffidenza dei giuristi verso una codificazione del ius civile, sia pure nell’ossatura essenziale delle leges, doveva essere pari alla loro ancora non raggiunta e non da tutti partecipata fondazione di un sistema di dottrine di ius civile”.

[22] Isid., Etym., 5.1.5 (vd. infra).

[23] F. Schulz, History, cit., p. 69; in merito anche F. D’Ippolito, I giuristi, cit., p. 291; F. Bona, La certezza del diritto nella giurisprudenza tardo-repubblicana, in La certezza del diritto nell’esperienza giuridica romana, Padova, 1987, p. 147 s.

[24] G. Nocera, Sul significato del normativismo e delle codificazioni nell’esperienza giuridica romana, in La certezza del diritto nell’esperienza giuridica romana, Padova, 1987, p. 33 s., sembra decisamente scettico nei confronti della consistenza del progetto cesariano: in effetti non si può negare che le fonti contengano delle ambiguità e che non sono sopravvissute testimonianze di storici più prossimi al periodo in questione; tuttavia ci è ben noto l’interesse ciceroniano per tale sviluppo del diritto: la temperie culturale dell’epoca può quindi aver fatto precocemente maturare tale disegno, in nuce presso Pompeo e in modo più complesso in Cesare o nei suoi più stretti collaboratori.

[25] F. Casavola, Cicerone e Giulio Cesare, p. 291.

[26] P. Cerami, Cesare dictator e il suo progetto costituzionale,in Atti Copanello. Res publica e princeps: vicende politiche, mutamenti istituzionali e ordinamento giuridico da Cesare ad Adriano, Napoli, 1996, p. 101 ss.; Idem, Il sistema ofiliano, p. 91 ss.; in particolare vedasi il recente studio di J. Paricio, Los projectos codificatores de Pompeo y César en San Isidoro de Sevilla, in Labeo, 50 (2004), p. 31 ss.

[27] Pomponio accenna allo stretto legame di amicizia con Cesare e, subito dopo, al fatto che lasciò molti libri relativi al ius civile: essi sarebbero stati tali da omnem partem operis fundarent. Sulla base di tale asserzione si è ipotizzata una stretta correlazione tra la prolificità e l’ampiezza degli studi ofiliani e il progetto cesariano; ad esempio, il giusromanista Tondo (S. Tondo, Note esegetiche, p. 49 ss.) poneva l’accento sull’opus dedicato al ius civile, che sarebbe stato inteso da Ofilio nell’accezione tradizionalmente più ampia, la quale avrebbe ricompreso le tre partes proposte nel ius tripertitum di Sesto Elio Peto Cato: le leges, l’interpretatio e le actiones processuali. Merito del giurista, allora, sarebbe stato quello di consolidare e di ampliare “la base del sapere giuridico afferente allo ius civile”, operazioni che sarebbero state, secondo Pomponio, il segno più di un allargamento della materia che di un’autentica introduzione di novità metodologiche in questo campo, come invece quelle proposte da Sesto Elio, da Catone figlio e da Quinto Mucio Scevola. Il parere del giurista appare forse sottovalutare l’opera ofiliana, poiché si basa essenzialmente sulla valutazione dell’accezione di fundare come ‘consolidare’ piuttosto che, come  potrebbe essere, di un ‘fondare’ in senso stretto. Come asserisce C. A. Cannata, Lineamenti di storia della giurisprudenza europea2, 1, La giurisprudenza romana e il passaggio dall’antichità al medioevo, Torino, 1989, p. 35 s.: “Pomponio aveva le sue buone ragioni per esprimersi così, poiché intendeva alludere al fatto che i giuristi del suo tempo – cioè nel bel mezzo del periodo classico – quando tenevano presente il complesso della produzione della giurisprudenza per trarne riferimenti, per fare, insomma, citazioni, lo prendevano in considerazione a partire dall’opera di quei tre”. Al contrario V. Guarino, I libri iuris partiti, cit., p. 257 (come già in Notarelle pomponiane, p. 315 ss.), ritiene che fundare sia qui inteso come “rinsaldare”, “rafforzare”: “fundare non equivale, almeno in D.1.2.2, a porre le fondamenta, a creare, a dare assetto stabile ad una struttura, ma significa piuttosto (e meno impegnativamente) contribuire validamente a che la struttura sia salda e si rafforzi”. Guarino, già scettico sulla classicità dell’Enchiridion, crede a una certa superficialità nella ricerca e nell’utilizzo del lessico nell’operetta.  Oggetto di ampia discussione è stata anche la frase esplicativa successiva nam de legibus vicensimae primus conscribit, la quale, per evidenti motivi contenutistici, in quanto spiegazione del precedente riferimento ai molti libri composti e alla generalità degli interessi, non può certamente concernere singoli provvedimenti legislativi, come la lex Voconia, la lex Manlia de vicesima manumissionum e la lex Iulia vicesimae hereditatum,interventi normativi di rilievo, ma non sufficienti a giustificare una citazione del tipo di quella in oggetto. Ritengo quel vicesimae,al di là di ogni dubbio, a causa della chiara presenza di quel nam, di un errore di trascrizione del copista: per tale ragione la proposta di emendazione di Dirksen e Huschke appare ancora oggi la più corretta e la più probabile; nam de legibus XX [libros] primus conscribit; essa, inoltre, combacia perfettamente con l’argomento di un certo numero di passi nei quali viene citato Ofilio, raccolti anche da Lenel in un gruppo omogeneo di dieci frammenti sotto il titolo De legibus. In questo modo cade il riferimento cronologico relativo alla possibile sopravvivenza di Ofilio fino all’emanazione della legge di epoca augustea, un dato che sarebbe senz’altro più che interessante per delimitare i confini della sua esistenza, ma che sembra francamente improbabile.

[27] Come prevedeva l’ormai datata opinione di J. J. Bachofen, Die Erbschaftsteur, ihre Geschichte, ihre Einfluss auf das Privatsrecht, in Ausgewählte Lehren des römischen Civilrechts, Bonn, 1848, p. 32.

[27] Anche questa ipotesi è assai risalente: vedasi J. Marquardt¸Römische Staatsverwaltung2, Leipzig, 1884.

[27] Vernay, Servius, cit., p. 43; G. Rotondi, Leges publicae populi Romani¸ Milano, 1912, p. 457; F. Stella Maranca, Intorno alla lex Iulia de vicensima hereditatum, in Atti Reale Accademia Nazionale Lincei, 33 (1924), p. 11; J. Miquel, Mechanische Fehler in der überlieferung der Digesten, in ZSS, 80 (1963), p. 233 ss.

[27] Come osservava già C. Arnò, Scuola muciana, cit., p. 64. Crede ancora nella citazione della lex, L. Wenger, Die Quellen, cit., p. 484 s., che tuttavia non discute il passo.  

[27] H. E. Dirksen, Civilistische Abhandlungen, vol. 1, Berlin, 1820, 333; P: E. Huschke, Pomponius, cit., p.188 ss.; F. D. Sanio, Rechtshistorische Abhandlungen und Studien, Königsberg, 1845, p. 77 ss.

[27] Tesi accolta anche da Lenel, Pal.,  vol. 1, col. 798 (n° 21- n° 30).

[28] La genuinità del lunghissimo stralcio dall’Enchiridion è stata lungamente discussa: il dibattito risale molto indietro nel tempo, addirittura al XVI secolo (si veda in proposito la letteratura citata in M. Bretone, Linee dell’Enchiridion di Pomponio, Torino, 1974, p. 44 ss. e in D. Nörr, Pomponius, cit., p. 527 ss.; cfr. anche M. Bretone, Tecniche e ideologie, cit., p. 211 ss.); critiche acute in merito si trovano soprattutto in F. Ebrard, in Die Lehre von Rechtsschulen und Rechtsliteratur römischer Juristen im Licht eines vorjustinianischen Digestentitels, in ZSS, 45 (1925), p. 197 ss.; E. Weiss, Schwund un Konservierung im römischen Juristischen Schrifftum, in ZSS, 67 (1950), p. 501 ss.; A. D’Ors, Cic. De leg. 1,50, in AHDE, 21-22 (1951-2), p. 1274 ss. (si veda soprattutto Guarino, Noterelle pomponiane, in Pagine di diritto romano, 5, Napoli, 1994, 312 ss.), tutte smentite da M. Bretone, Linee, cit., p. 47 ss. Di fronte alle difficoltà insite nel testo pomponiano e alla a-tecnicità e ambiguità dello stesso, qualche dubbio sul fatto che esso sia sostanzialmente un prodotto della giurisprudenza postclassica ancora permane, come si evince da G. Falcone, Ofilio e l’editto, in Labeo, 42 (1996), p. 106, tuttavia è legittimo concordare con il giudizio di S. Tondo, Note esegetiche sulla giurisprudenza romana, in Iura, 30 (1979), p. 36, il quale così afferma “Non v’è dubbio, a ragionare senza prevenzioni, che il frammento pomponiano presenti problemi molteplici di critica testuale ed esegetica, come dovuti, oltre che a qualche guasto nella tradizione manoscritta, anche e soprattutto a sconnessioni o ambiguità d’ordine grammaticale. Ma prudenza imporrebbe di considerare queste ultime, sino almeno a prova contraria, non quasi frutto d’interventi riassuntivi o alteranti, ma piuttosto quale conseguenza del frequente innestarsi, sull’ordito principale, di notazioni variamente digressive”.

[29] P. Biavaschi, Familiarissimus Caesari, cit., p.10 ss.

[30] G. Negri, Un esempio di organizzazione sistematica dell’esperienza scolastica serviana, in La codificazione del diritto dall’antico al moderno (Incontri di studio. Napoli, gennaio-novembre 1996), Napoli, 1998, p. 128.

[31] Ho approfondito alcuni tratti di questo tema in P. Biavaschi, Il labirinto dell’instrumentume la possibile autonomia di Alfeno in D.33.7.16, in Scritti in memoria di Giovanni Negri, in corso di stampa, p. 445 ss.

[32] E. Vernay, Servius, cit., p. 21 ss.

[33] P. Cerami, Il sistema ofiliano, cit., p. 85.

[34] Cic., De leg. 1.5.17; Brut. 41.151; Phil. 9.

[35] L. Vacca, Contributo allo studio del metodo casistico nel diritto romano, Milano, 1976.

[36] In merito al Gregoriano e all’Ermogeniano tra la corposa produzione bibliografica, si vedano specialmente vd. E. Huschke, Über den Gregorianus und Hermogenianus Codex, in ZRG, 6 (1867), p. 279 ss.; A. Cenderelli, Ricerche sul Codex Hermogenianus, Milano, 1965; G. Purpura, Dalle raccolte precedenti alle prime codificazioni postclassiche, in AUPA, 42 (1992), p. 670 ss.; M.U. Sperandio, Codex Gregorianus. Origini e vicende, Napoli, 2005;  M. Varvaro, Riflessioni sullo scopo del Codice Gregoriano, in AUPA, 49, (2005) p. 237 ss.; E. Dovere, Hermogenianus legislator. Scienza del diritto e democrazia, Bari, 2017.

[37] A. Guzmán, Codex, in Estudios de derecho romano en honor de Alvaro D’Ors, vol. 2, Pamplona, 1987, p. 591 ss.

[38] M. U. Sperandio, Codex, cit., p. 46 ss.

[39] A. Ernout, A. Meillet, voce codex, in Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paris, 2014.

[40] Varro, frg. Non., 535, 11 ; in merito anche E. Telaretti, I presupposti e le fonti del diritto in Isidoro di Siviglia, Tesi di Dottorato, 2011.

[41] Isid. 19.1.27.

[42] D. 32.52 pr.

[43] A. Ernout- A. Meillet, s.v. codex, cit.

[44] Emanata a Ravenna da Valentiniano III nel 426 d.C.

[45] G. Archi, Nuove prospettive nello studio del Codice Teodosiano, Milano, 1976; L. Atzeri, Gesta senatus Romani de Theodosiano publicando. Il Codice Teodosiano e la sua diffusione ufficiale in Occidente, Roma, 2004.

[46] L. Maganzani, Formazione e vicende di un’opera illustre. Il corpus iuris nella cultura del giurista europeo, Torino, 2002.

[47] P. Stein, J. Shand, I valori giuridici della civiltà occidentale, Milano, 1981; P. Stein, I fondamenti del diritto europeo, Milano, 1995; F. Casavola, Diritto romano e diritto europeo, in Labeo, 40 (1994), p. 161 s. (= Sententia legum, vol. 2, p. 367 ss.). F. Casavola, La dichiarazione universale: piccoli diritti, grandi parole, in Iter, Scuola cultura società, 2.4 (1999), p. 19 ss. (= Sententia legum, vol.  3, p. 493 ss.); L. Loschiavo,  L’età del passaggio. All’alba del diritto comune europeo (secoli III-VII), Torino, 2017, passim.

[48] In merito il recentissimo contributo di G. Bassanelli Sommariva, Isidoro di Siviglia alle radici dell’idea di Europa, in Isidoro di Siviglia alle radici dell’idea di Europa, Santarcangelo di Romagna, 2022, p. 1 ss.

[49] V. P. Vinogradoff, Diritto romano nell’Europa medievale, Milano, 1950 (trad. prima ediz. 1929).

[50] Cic., De orato., 1.42.187-191; 2.23.142.

[51] Cic., De Rep. 3.6.9-10.

[52] Quint. Inst. orat. 12.3.10; Gell., Noct. Att. 1.22.7.

[53] C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cap. 28.

[54] G. Crifò, Per una prospettiva romanistica dei diritti dell’uomo, in Menschenrechte und europäische Identität. Die antike Grundlagen, Stuttgart, 2005, p. 240 ss.

[55] F. Casavola, Dal diritto romano al diritto europeo, Diritto@Storia, 5 (2006).

Biavaschi Paola



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